Un federalismo liberista come antidoto al secessionismo e alla cultura mafiosa


Federalismo = Egoismo?
Federalismo = Egoismo?

UN FEDERALISMO LIBERISTA COME ANTIDOTO AL SECESSIONISMO VENETO E ALLA CULTURA MAFIOSA

Si dice che molti e veneti siano razzisti o comunque diffidino dei meridionali e che votino Lega Nord per ragioni puramente economiche, ossia per difendere egoisticamente i propri interessi, pronti per questo alla secessione, se servisse. Tuttavia, sebbene l’aspetto etnico ed economico esistano e siano spesso inestricabili, non è giusto ridurre l’interpretazione della realtà in termini così lapidari e non valutare nemmeno se l’ipotesi di un federalismo liberista (che non esclude il permanere di servizi sociali primari statali accanto a forme privatistiche) non possa essere, in questi tempi di globalizzazione dei mercati, una soluzione congiunta della questione settentrionale e meridionale e un antidoto alle tentazioni secessioniste. E’ per tali ragioni che mi accingo a proporre all’attenzione dei lettori, del sud e del nord, le seguenti riflessioni.

Negli anni ’60 il processo d’industrializzazione interessò soprattutto il Piemonte e la Lombardia con lo sviluppo della grande industria privata lungo l’asse Torino-Milano. Il Veneto ne fu escluso, tanto che contribuì alla pari delle regioni del sud ad alimentare il flusso d’immigrazione interna che in quegli anni correva verso il nord-ovest dell’Italia. I veneti erano considerati allora i “terroni del nord” dai lombardi (a cui spetta la paternità del termine “terrone”) perché provenienti da una regione povera e prevalentemente agricola. Luogo comune vuole che i lombardi considerassero i veneti dei gran lavoratori, ma solo perché un po’ ingenui e quindi facilmente malleabili a confronto dei meridionali, più indolenti, più furbi, più attenti a non farsi sfruttare e più sindacalizzati.

Regione veneto
Regione veneto

Escluso dalla grande industrializzazione, poco interessato dall’esodo dei meridionali, il Veneto fu dunque per sua fortuna preservato dall’infiltrazione mafiosa. Come mai dunque tanta diffidenza e talora astio verso i meridionali? Innanzitutto perché per i veneti rimasti nel Veneto, più che un compagno di lavoro, di fortune o sventure, il meridionale è stato il carabiniere, il questore, il prefetto, il giudice, il maestro, il professore, il preside, il finanziere, l’ufficiale sanitario, il poliziotto, il segretario comunale e finanche il vigile e il postino. E’ stato insomma il funzionario pubblico, il benemerito rappresentante dello Stato finché questo funzionava bene, ma immediatamente l’ottuso burocrate, l’inflessibile esattore, lo statale assenteista, parassita, corrotto e mafioso e addirittura lo straniero occupante non appena lo Stato ha iniziato a non funzionare come dovrebbe.

A che pro, pur con l’aiuto e l’estremo sacrificio in battaglia di molti meridionali, aver cacciato dal Piave gli austriaci, modello di buona amministrazione, stranieri cui dobbiamo riconoscere tra l’altro il merito di aver riportato a Venezia alcuni dei tesori rubatici da Napoleone, se poi dobbiamo essere tartassati dai nostri stessi fratelli d’Italia? Si obietta che non si possono incolpare i meridionali che dal sud salgono a occupare i ruoli dell’amministrazione pubblica, se questi sono vacanti perché i veneti preferiscono dedicarsi ad altre attività autonome, professionali, artigianali e imprenditoriali. Tuttavia non si può nemmeno pretendere di assecondare la supposta naturale predisposizione al posto pubblico dei meridionali aumentando, soprattutto nel sud, l’esercito dei dipendenti pubblici con la creazione di posti di lavoro fittizi.

Non sarebbe forse meglio che i meridionali, al sud come al nord, abbandonassero la mentalità del posto statale fisso e sicuro per impegnarsi in attività che creano posti di lavoro reali? Esempi non mancano nel Veneto di liberi professionisti e lavoratori autonomi di origine meridionale che onestamente si sono fatti una posizione di rilievo. E non si può nemmeno pretendere di imputare interamente ai politici il cattivo funzionamento dello Stato. Forse anche i funzionari pubblici hanno le loro colpe, e siccome questi sono in maggior parte meridionali, ecco che tutti i meridionali, e gli statali in genere, diventano indiscriminatamente i responsabili dei disservizi e degli sprechi. Inoltre per i veneti rimasti nel Veneto, che non hanno condiviso l’esperienza dell’emigrazione o del lavoro a fianco di meridionali onesti e lavoratori, e che quotidianamente sono informati dai mass media di fatti criminosi che accadono nelle regioni del sud in balia delle organizzazioni mafiose, nonostante l’impegno e il sacrificio di tanti giudici e poliziotti, per questi veneti, intimiditi da tanta violenza, ogni meridionale è un potenziale mafioso e un extracomunitario, di cui non si sa nulla, persino più confidabile a suo confronto.

Si potrebbe obiettare che se questo non è razzismo, è almeno un sentimento di xenofobia dettato da una parziale conoscenza dei meridionali; si potrebbe obiettare che la mafia è un problema internazionale, che esiste anche da noi, sebbene in forme non cosi violente e che in fin dei conti sono più i morti per le stragi del sabato sera nel Veneto che per mafia in Sicilia. Certo è che a riguardo si ha la sensazione di vivere in un’isola felice minacciata da quanto accade al sud. Comunque cerchiamo ora di approfondire la questione economica sebbene connessa a quella etnica.

PMI e artigianato
PMI e artigianato

Se i veneti, i terroni del nord un po’ ingenui, dopo trent’anni, pur con gli aiuti statali, ce l’hanno fatta, se il Veneto e il nord-est in generale, con il sistema della piccola e media impresa è divenuto un modello di sviluppo economico per i paesi sottosviluppati, è perché quegli aiuti (sebbene, anche da noi, spesso elargiti con le metodiche clientelari care alla vecchia DC) come i talenti della parabola evangelica, sono stati ben spesi, hanno dato i loro frutti; il seme, continuando con le metafore evangeliche, è caduto su di un suolo fertile. E’ chiaro che la classe politica e dirigente locale veneta della cosiddetta prima repubblica, per quanto possa aver intrallazzato, è riuscita comunque a fornire il territorio delle infrastrutture minime necessarie al suo decollo economico e ciò nonostante, grazie alle inchieste di mani pulite prima e alle scelte degli elettori veneti poi che hanno premiato la Lega Nord, essa è stata largamente rinnovata. Al sud invece, a causa di una classe politica e dirigente collusa con la mafia, alcuni dei cui rappresentanti sono tuttora al loro posto, tali opere in molti casi giacciono lì incompiute, fonte quasi inesauribile di redditi illeciti, anziché presupposto per lo sviluppo di una libera imprenditoria e, quando compiute, esse appaiono delle inutili cattedrali nel deserto, un monumento allo spreco del denaro pubblico.

Inoltre il lavoratore dipendente veneto, per sua natura ben disposto alla collaborazione e a considerare gli interessi dell’azienda come i suoi, si è felicemente coniugato a un sistema di piccole e medie imprese diffuse nel territorio e a conduzione per lo più famigliare. In esse ha trovato il suo ambiente ideale, sentendosi coinvolto, considerato e valorizzato. Al sud invece l’industria di stato e la grande impresa privata hanno spesso mascherato pratiche assistenziali che hanno favorito la permanenza di quei vizi congeniti, indotti da secoli di oppressione straniera, che si traducono in una percezione dello Stato come di un qualche cosa di estraneo da cui difendersi e da sfruttare, anziché come l’interesse generale e il bene comune.

Gonfalone della Repubblica di Venezia
Gonfalone della Repubblica di Venezia

Quest’altra concezione dello Stato è invece ben radicata nella maggior parte dei veneti per i quali, dopo secoli di “serenissimo” autogoverno nei territori della Repubblica di Venezia, realmente nocivo è stato solo il pur breve periodo di dominazione francese, fortunatamente seguito dalla dominazione austriaca, meno rapace e più rispettosa delle autonomie locali. E’ bene comunque ricordare che nello stesso nord-est, dove esiste la grande industria di stato (vedi area Mestre-Marghera) se questa va in crisi, si ripropongono i medesimi problemi e comportamenti che al sud: disoccupazione e proteste o passività, in attesa e con la pretesa che lo Stato e i sindacati o chi per loro risolvano le situazioni di difficoltà. E’ fin troppo evidente che il centralismo e lo statalismo inibiscono lo sviluppo di un diffuso spirito imprenditoriale nei cittadini, l’unico in grado di creare sempre nuova occupazione.

Comunque sia, grazie o nonostante lo stato centralista e i suoi burocrati, il Veneto ce l’ha fatta e gran parte del merito va ai veneti stessi. Il suolo fertile su cui sono caduti gli aiuti statali e di cui si parlava poc’anzi può essere brevemente riassunto in:

– diffuse capacità imprenditoriali;
spirito di collaborazione dell’operaio;
– classe politico-dirigente dedicata e sostanzialmente responsabile e onesta;
– un elettorato maturo che ne controlla l’operato e non è uso al voto di scambio;
– e soprattutto assenza di criminalità organizzata.

I Veneti ora non hanno nessuna intenzione di rinunciare a nulla di quanto faticosamente raggiunto per finanziare con i soldi riscossi dalle loro tasche l’assistenzialismo e gli sprechi statali o peggio la criminalità organizzata. Tanto più se si considera che quei soldi, gestiti in loco, potrebbero ad esempio finanziare molto più utilmente l’ampliamento delle reti infrastrutturali esistenti nel Veneto, valide per il recente passato ma oggi sature, col rischio conseguente di paralisi dell’intero sistema produttivo. Potrebbero servire a invertire il declino di una Venezia il cui destino sembra stia a cuore solo a mecenati americani, giapponesi o russi che di questo passo, però ne diverranno gli unici proprietari. Il loro uso, qualunque fosse, sarebbe in ogni caso sotto il controllo diretto dei cittadini cui ne renderebbero conto gli amministratori locali.

Da tutto ciò nasce l’esigenza di un federalismo liberista che, se da un lato garantisce al nord la possibilità di proseguire la sua rincorsa verso l’Europa, dall’altro può rappresentare una soluzione alternativa all’annosa questione meridionale, giacché riguardo a essa l’impostazione centralista e statalista, dall’unità d’Italia a oggi, ha puntualmente e miseramente fallito i suoi obiettivi. Proseguire su questa strada fallimentare avrebbe l’unico effetto di accrescere il pregiudizio razziale nordista circa l’incapacità dei meridionali di utilizzare razionalmente gli aiuti statali per promuovere il loro sviluppo economico, circa la loro mancanza di spirito imprenditoriale, la loro passività, l’innata tendenza al parassitismo per non dire oltre e farebbe soprattutto crescere la voglia di secessione del veneto e del nord.

E nonostante questo rischio c’è pure chi, contrapponendo ottusamente pregiudizio a pregiudizio, contrattacca accusando i veneti, gli innocui polentoni e bacchettoni di una volta, di essere inopinatamente divenuti una congerie di egoisti privi d’ideali che come idioti lavorano dalla mattina alla sera solo per far soldi, evadono le tasse e frequentano prostitute. Evidentemente costoro non si rendono conto che se nelle comode retrovie hanno tutto il tempo per filosofare e disquisire dei massimi sistemi lo devono anche a chi, in prima linea, in una guerra economica globale sempre più competitiva, riesce con fatica a tenere testa a poderosi concorrenti e a volte sleali come la Cina, producendo ricchezza per l’intero paese.

Consumismo sfrenato
Consumismo sfrenato

E ammesso pure che il tessuto sociale veneto soffra in certa misura di un qualche male oscuro, è lo stesso male di cui soffrono tutte le società occidentali basate sul benessere dei consumi e che diciamo “più avanzate”; è probabilmente lo scotto sociale, non esplicitamente previsto dagli accordi di Maastricht, che dobbiamo pagare per entrare in Europa. L’alternativa è rifiutare in blocco e unilateralmente il sistema occidentale, ponendoci così in splendido isolamento in attesa, dopo il fallimento delle ideologie nazionalista e comunista, di un utopico governo mondiale che controllando le nascite e mediando fra i vari paesi i consumi energetici e la produzione industriale globale risolvi il problema della loro sostenibilità. I popoli eviterebbero così di scontrarsi tra loro sul piano economico imponendosi ritmi di lavoro disumano per alimentare un consumismo sfrenato che inquina il pianeta, sempre più depauperato delle sue risorse. Ma per ora, o accettiamo e sopportiamo francescanamente una condizione di povertà e sottosviluppo (senza pretendere però poi di essere assistiti e confidando unicamente nella bontà altrui) o dobbiamo confrontarci con questa realtà fatta di globalizzazione dei mercati e di rincorsa per certi versi assurda a uno sviluppo illimitato, cercando magari piano piano di modificarla.

Voto di scambio
Voto di scambio

Di fronte ad un Sud malridotto e pretenzioso di continui aiuti, ci si meraviglia come una terra così bella e ricca di tesori artistici e d’ingegni non sia ancora divenuta la California d’Europa. Sarcasticamente se ne potrebbe concludere che evidentemente i meridionali vogliono essere assistiti per evitarsi le conseguenze sociali della competizione industriale e dello stress da consumismo, per mantenere puliti i loro fiumi, il loro mare, la loro aria e i loro polmoni. In realtà, sappiamo che il degrado sociale e ambientale è pesante anche al sud e che la piaga dell’assistenzialismo e del mancato o distorto sviluppo che ne consegue è da imputare, come già detto, a una classe politica e dirigente largamente dedita a nepotismo e pratiche clientelari, spesso collusa con la mafia e attaccata alle poltrone, che perciò tratta il Sud unicamente come serbatoio di voti. È da imputare in egual misura anche a un elettorato questuante che, eleggendo i soliti noti, si è reso complice di tale situazione, incapace di agire diversamente per necessità o peggio nella convinzione di poter lucrare dei vantaggi personali grazie alle raccomandazioni e al voto di scambio, quando ben maggiori e collettivi sarebbero stati i vantaggi di una gestione oculata, onesta e intelligente delle risorse.

Perciò prima di mandare risorse economiche di cui non si vede alcun risultato, i Veneti chiedono garanzie per se stessi innanzitutto e cioè che gran parte della loro ricchezza così duramente pagata sul piano sociale e ambientale rimanga nel Veneto, dopo di che, a casa sua, ognuno si assuma le proprie responsabilità, coerentemente alle scelte fatte sul tipo di sviluppo più consono da perseguire. Credono perciò che sia giunto anche per il Sud il momento della scelta federalista nel liberismo e che il principio di responsabilità nell’autogoverno, sia l’unica cosa in grado di stimolare in senso positivo l’orgoglio del popolo sudista che, finalmente libero dopo secoli di asservimento, saprà ben governarsi in autonomia, sfruttando non più la sua proverbiale furbizia nell’arte di arrangiarsi, ma la propria intelligenza di cui può a ragione vantarsi e conseguendo così una sostanziale indipendenza economica.

Questa rinascita del sud può già contare sullo spirito imprenditoriale e l’ingegno di molti imprenditori del sud per vari motivi costretti a operare in condizioni svantaggiate rispetto a quelli del nord (o perché soffocati dal racket delle estorsioni e dello strozzinaggio o perché non possono contare su infrastrutture e un sistema bancario adeguati) tanto che gli stessi imprenditori esteri e del nord desistono dall’investire nel sud pur potendo qui godere a volte d’incentivi fiscali e finanziamenti statali. Questi, infatti, da soli non risolvono il problema, anzi sono un nuovo stimolo alla truffa ai danni dello Stato con lo spuntare, come funghi nel giro di una notte, di una varietà di aziende fantasma che scompaiono subitamente dopo avere incassato gli incentivi. Bisogna perciò creare le condizioni realmente necessarie affinché gli imprenditori onesti possano sviluppare le loro idee.

Questo significa:

spirito di collaborazione e non opposizione dell’operaio e dei sindacati;
– una rinnovata classe politico-dirigente responsabile, onesta e immune da assenteismo, nepotismo, clientelismo e infiltrazioni mafiose, che lavori alacremente con spirito di servizio allo sviluppo economico del sud rapportandosi con i cittadini senza inutile arroganza burocratica;
infrastrutture adeguate e informatizzazione capillare (banda larga) per sprovincializzare il sud e avvicinarlo all’Europa, riducendo le conseguenze della sua infelice posizione al fondo (costantemente infiammato) di quell’appendice geografica dell’Europa che è l’Italia;
– una lotta serrata senza quartiere alle organizzazioni criminali da parte di polizia e magistratura;
– e soprattutto un elettorato maturo che faccia le sue scelte nel nome della meritocrazia in base a dirittura moralecapacità e competenze dei candidati proposti dai vari partiti politici e che non cerchi scorciatoie per risolvere i problemi personali ma lo faccia nel rispetto della legge.

Una volta create queste condizioni, si svilupperà in maniera del tutto naturale un tessuto economico basato sulla PMI, che farà da base all’innesto della grande impresa pubblica e privata. Questa potrà così appaltare la produzione di componenti accessori ad aziende minori già esistenti in loco, stimolando il cosiddetto indotto e invertendo l’attuale corso per cui la grande impresa pubblica e privata si inserisce in un tessuto economico atrofico, divenendo perciò improduttiva e, di fatto, una forma malcelata di assistenzialismo.

Il federalismo liberale che si auspica sarà comunque solidale con trasferimenti trasparenti, controllati e mirati a investimenti produttivi e un’unica polizia federale impegnata in primo luogo nella lotta alla mafia, poiché la mafia è un problema anche nazionale di cui deve farsi carico l’intera collettività e perché il Nord, per quanto è nelle sue possibilità, non ha interesse né intende comunque abbandonare al suo destino il meridione. Mi auguro che le elezioni amministrative siano sempre l’occasione propizia per rinnovare positivamente la classe politica del sud, di sinistra o di destra che sia. Se realmente intenzionati a perseguire il bene del popolo più che i propri interessi o quelli romani e dei potentati locali, dei nuovi politici locali potranno tentare l’obiettivo del buon governo e dello sviluppo economico del sud divenendo il paradigma da imitare. Assai più difficile appare invece il rinnovamento dell’attuale classe dirigente (funzionari e dipendenti pubblici gelosi del loro potere e dei loro privilegi che da tempo occupano i ruoli dell’amministrazione pubblica a tutti i livelli, dagli enti locali alla sanità e che spesso salgono all’“onore” della cronaca per fatti di peculato e corruzione e truffa ai danni dello stato).

Riguardo alle sinistre, sarebbe davvero deleterio e inspiegabile che continuassero ad alimentare lotte operaie e allettare il meridione con le inutili pratiche assistenziali di un apparato statale ipertrofico tanto al centro che negli Enti Locali del sud, che sottraendo risorse al nord trainante, frenerebbe lo sviluppo dell’intero paese senza promuovere quello del sud e creerebbe le condizioni per la rottura del patto di unità fra gli italiani che, come qualsiasi associazione che non sia di beneficenza, si fonda sulla reciprocità dell’interesse delle parti e non sul vantaggio di una parte a discapito dell’altra.

E’ ben vero che il Veneto ha un debito morale di riconoscenza nei confronti dei molti meridionali che sono morti in guerra per liberarlo dagli austriaci, ma se questo deve tradursi in pratica in un debito economico eterno (che dunque non potrà mai essere saldato) sarebbe come ammettere che non si è trattato di una guerra di liberazione, ma di occupazione. Appare quindi abbastanza comprensibile l’insofferenza di chi si sente colonizzato, di chi sente che la propria economia è sotto il controllo di uno stato inefficiente tranne che nel momento di riscuotere i tributi, altezzoso, infastidito e sordo alle esigenze della periferia come gli austriaci non lo sono stati mai.

Ora, a cento e cinquant’anni dall’unità d’Italia,  in suo nome si nega tout court che esistano tra gli abitanti dello stivale delle sensibili differenze storico-culturali tali da identificare unità politiche distinte e contrapposte, che tuttavia potrebbero felicemente integrarsi in una struttura a loro più confacente come quella di uno stato federale. Una parte degli italiani, di fronte alle tentazioni separatiste, invece di chiedersi il perché di tali richieste e porvi rimedio ristabilendo un nuovo patto di convivenza, in alcuni casi reagisce come nei più biechi regimi contro ogni ipotesi di autonomia del nord, sia pure pacifica e democratica, in altri e più subdolamente, al pari dell’omerica Penelope, smonta di notte quanto è faticosamente costruito di giorno lungo il cammino verso il federalismo.

Ma il federalismo sarà realmente compiuto solo con la riforma della Costituzione, che tuttavia i più reazionari ai cambiamenti (che si ritengono a torto laici) vorrebbero religiosamente immutabile, come nelle più anacronistiche teocrazie. Chi pertanto non vuole un autentico federalismo e lo sventola come una probabile e pericolosa anticamera anziché antidoto alla secessione ha la coda di paglia sapendo che avrebbe solo da perderci. Se legittimato da un referendum popolare, esso sarebbe una scelta assolutamente democratica e pacificamente attuabile sul modello di popoli civilissimi come quello tedesco, canadese, cecoslovacco, belga e molti altri.

Evidentemente quegli italiani che con forza esaltano l’unità d’Italia e considerano eversive le spinte autonomistiche del nord non sono altrettanto civili. Ben più ammirevole per il coraggio è la posizione (disinteressata e pertanto immune da interpretazioni diverse)  di quei tanti meridionali che invece di minacciare reazioni, auspicano e non da oggi un autentico federalismo, unico antidoto alle tentazioni secessioniste, confidando prima in se stessi, nelle loro forze e nell’onestà e capacità della loro classe politica e dirigente (non più sabauda, né borbonica, né angioina, né aragonese, né mafiosa) figlia del vero e sano popolo del sud e poi nell’aiuto di una polizia federale e di una magistratura efficaci nel contrasto alla criminalità organizzata.

indipendenza veneta

Le spinte verso la secessione del Veneto diventeranno sempre più forti se si continua a negare l’utilità del federalismo per risolvere la questione nord-sud e per creare un nuovo patto fiscale tra gli italiani. La parola secessione che per la sinistra italiana ha una valenza eversiva (ma che come  sinonimo di diritto all’autodeterminazione dei popoli l’ha sempre sostenuta in ogni altra parte del mondo) continua a essere un tabù per i veneti che votano a sinistra se in base ai sondaggi quasi il 70% dei cittadini veneti sarebbe favorevole all’indipendenza del Veneto?

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

16 thoughts on “Un federalismo liberista come antidoto al secessionismo e alla cultura mafiosa”

  1. Pensare che ci sono molti napoletani che pensano che sono stati i savoia ad OCCUPARE il sud per depredare le risorse del regno dei Borboni. Come scrisse Gramsci “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”. Antonio Gramsci (da Ordine Nuovo del 1920)

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    1. I Savoia erano una monarchia, per quanto illuminata, e quindi i propietari dei territori “liberati”, Veneto incluso, caduto in depressione economica dopo la “liberazione” e divenuto serbatoio di emigranti affamati in esodo verso il Sud America, Il Canada, l’Australia, il Sud Africa e il Nord Europa. Solo negli anni ’60 la sua economia si è ripresa.

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      1. e comunque molti contadini al sud volevano la fine del feudalesimo e la terra per lavorare (non il ritorno dei borboni). Ma i savoia erano amici dei latifondisti. Come poi la dc nel dopoguerra era amica dei mafiosi che erano il braccio armato di chi non voleva dare la terra ai contadini e i diritti ai lavoratori.

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      2. La riforma agraria fu mal concepita (o fu di proposito un inganno?). Per accontentare tutti i (sedicenti?) contadini, i latifondi furono spezzettati a tal punto, che il fondo che i veri contadini ricevettero era così piccolo che non consentiva nemmeno un’agricoltura di sussistenza per la famiglia del titolare. La maggior parte di costoro vendettero quasi subito a prezzo stracciato i fondi ai precedenti proprietari e con i soldi emigrarono per cercar fortuna altrove.

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  2. La Sicilia e’ dal 1946 che e’ una regione autonoma. Non direi che ha risolto i problemi. Non ti illudi sul federalismo? i leghisti lo fanno diventare la bacchetta magica che risolve tutti i problemi. La mafia e’ da decenni che e’ mondiale e a Milano ha sempre avuto appoggi anche politici. Ma queste cose non si possono dire se no il leghista si offende…x lui e’ sempre colpa dei meridionali. Non vorrei sconvolgerlo troppo.

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    1. La mafia c’è anche più a nord di Milano, C’è in Germania, Stati Uniti, Canada e chissà dove ancora. La Sicilia è sulla buona strada, quella della più dura repressione. I meriti vanno equamente distribuiti tra Polizia, magistrati e Maroni che sicuramente pungola in questa direzione. Tuttavia la repressione da sola non basta per ridurla a un fenomeno fisiologico limitato. E’ necessario pari passo uno sviluppo economico del meridione per agganciarlo al nord d’Italia e all’Europa. Il problema è che l’Italia tutta, basta guardare la cartina geografica, appare un’appendice dell’Europa e il sud, per sua sfortuna, è il fondo di quest’appendice perennemente infiammato. Il federalismo non è la bacchetta magica ma potrà funzionare meglio se si trova anche la maniera di sprovincializzare il meridione rendendolo più vicino all’Europa e integrato alla sua economia. Non è interesse del nord sganciare dall’Europa un sud impoverito. E’ nostro interesse che il sud sia florido, ricco e autosufficiente. Così i problemi socio-economici che alimentano la cultura mafiosa e da cui trae il suo consenso la mafia, svanirebbero rendendola un fenomeno fisiologico controllabile dalla società civile, come lo è nelle altre parti del mondo e non il contrario, ossia che l’illegalità e la brutalità tengano in ostaggio la società civile.

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      1. non mi sembra che il governo si sia mosso nella direzione che dici. Anche appoggiare politici come Cuffaro in sicilia o Cosentino in campania la dice lunga sulla politica clientelare del centrodestra (il pd non e’ meglio ma io non sono del pd..anzi non ho tessera di nessun partito).

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      2. bisognerebbe cambiare la gestione e l’amministrazione,modernizzare,informatizzare. Non aumentare le fonti di spesa. Puntare sulle infrastrutture come treni,strade e non sul ponte sullo stretto opera demagogica,inutile e ambientalmente devastante che farà guadagnare solo miliardi alle varie mafie. La mafia non e’ qualcosa di estraneo con la coppola in testa. La mafia e’ finanza,politica. Il 10% del pil sono soldi di tutte le aziende che direttamente e indirettamente investe soldi della criminalità. Ci stanno tutti dentro. Non ti illudere. O almeno io non credo a nessuno.

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      3. Più che altro, il ponte sullo stretto, è un’opera di difficoltà estrema in un’area altamente sismica, i cui tempi di realizzazione e i costi potrebbero per questo dilatarsi in maniera imprevedibile, a tutto vantaggio di quella mafia che hai giustamente precisato. La natura geologia del meridione, se non bastasse, contribuisce a complicare anche la realizzazione di strade e ferrovie.
        Per le merci io punterei pertanto sul trasporto marittimo, con un sistema di porti distribuiti lungo le coste del sud, ciascun connesso a un proprio interporto per lo stoccaggio, a diretto contatto con aree industriali da realizzare. Alla maniera delle repubbliche marinare. I turisti possono viaggiare lungo le autostrade o in ferrovia, così si godono anche il paesaggio. Per le aziende pubbliche e private sono fondamentali i sistemi Intranet, per cui dipendenti della stessa azienda possono lavorare assieme pur stando fisicamente lontani. Per questo serve più di ogni altra cosa una rete di cavi ottici per la banda larga ben distribuita su tutto il territorio nazionale.

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    1. Come simpatizzante leghista, piuttosto sento una certa affinità con Di Petro e l’Italia dei Valori, anche se si è appiattita troppo sull’antiberluconismo che secondo me è un tema secondario. Anche se discutibile, non mi pare che Berlusconi sia il “puparo” che tira le fila dell’economia e della politica italiana e come facente parte della “casta” credo sia uno degli ultimi arrivati nei salotti che contano, un pivello bistrattato. Come avrai capito leggendo il mio post per me i temi basilari sono la mafia e la questione nord-sud.

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      1. beh anch’io ho votato idv e sento varie affinità con di pietro. Mi piace De Magistris,Sonia Alfano. Non ho tessere pero e ho amici e colleghi di tutte le idee. In tutto questo lavoro a milano e ho parenti lombardi….:)

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