Il declino italiano (il “Bignami” degli ultimi 50 anni d’Italia)


Un declino che viene da lontano

IL DECLINO ITALIANO
(IL “BIGNAMI” DEGLI ULTIMI 50 ANNI D’ITALIA)

Gli anni ’60 sono stati quelli del boom economico italiano. Allora, ancora non esisteva lo Statuto dei Lavoratori ma alcune conquiste (lavoro minorile, durata della giornata lavorativa, diritti di associazione sindacali e di sciopero, normative antinfortunistiche e assicurative, divieto di mediazione del lavoro) già limitavano l’imprenditoria italiana che non godeva certo della disinvoltura con cui gli attuali imprenditori cinesi o indiani gestiscono i propri lavoratori dipendenti sia sul piano dei loro diritti, sia su quello salariale. Tuttavia, grazie alla disponibilità di lavoro che si ebbe con l’introduzione delle macchine in agricoltura, gli imprenditori del triangolo industriale Milano-Torino-Genova trasformarono l’Italia, da paese sostanzialmente rurale qual era, in un paese industriale e masse di contadini, soprattutto provenienti dal sud, in masse operaie dell’industria e dell’edilizia.

Queste ultime non erano tutelate come ora, ma gli stipendi erano buoni per cui prese il via un ciclo virtuoso di consumi e produzione che ben presto riempì le casse statali, rendendo possibile l’apparizione, assieme a quella dell’operaio, di una nuova figura di lavoratore, quella dell’impiegato di concetto, che fu prevalentemente assorbito nell’apparato burocratico statale, specie nel centro-sud dove, nonostante la produzione industriale italiana fosse rivolta quasi interamente al mercato nazionale, le mafie e la mancanza di tradizione e infrastrutture impedì il fiorire di una libera e diffusa imprenditoria industriale.

Verso la fine del decennio, invece, la crescita economica complessiva favorì lo sviluppo della piccola e media impresa manifatturiera del Nord-Est ma anche dell’Emilia-Romagna, Marche e Toscana. Contemporaneamente i socialisti nei governi di centro-sinistra si fecero promotori di una serie di riforme, molte delle quali sacrosante, come le norme sulla tutela delle donne lavoratrici e l’istituzione della pensione sociale. Altre riforme, invece, oggi mostrano tutti i loro limiti, costituendo un’eredità scomoda e pesante (introduzione della pensione di anzianità, abolizione delle gabbie salariali e soprattutto il passaggio, nella previdenza obbligatoria, dalle pensioni “a capitalizzazione” a quelle “a ripartizione” e la conseguente introduzione integrale del calcolo retributivo per i dipendenti al posto di quello contributivo).

Gli autunni caldi iniziati nel 1969 portarono poi nel maggio 1970 all’introduzione dello Statuto dei Lavoratori e con esso dell’art. 18 che disciplina l’obbligo di reintegrazione sul posto di lavoro su richiesta del lavoratore stesso, un’anomalia tipicamente italiana che, assieme alle baby pensioni inaugurate nel 1973 dal governo Rumor, non ha avuto uguali nei paesi occidentali. Le rivendicazioni dei lavoratori, l’occupazione delle fabbriche e le lotte sindacali con la crisi energetica del 1973, causata dalla riduzione nelle forniture di petrolio dei paesi produttori arabi, diedero però il via in Italia a una vera e propria crisi economica. Il boom economico era finito e iniziò un ciclo vizioso che portò a cali di mercato, ripiegamenti produttivi, fallimenti delle aziende cui i lavoratori reagirono con richiesta di nuove tutele statali e un inasprimento delle lotte sociali marchiate dal terrorismo delle Brigate Rosse.

Negli anni ’70 il sistema industriale italiano aveva il controllo quasi completo del mercato interno. La competizione interna aveva portato all’affermazione di monopoli nei settori automobilistico, chimico, cantieristico e siderurgico quali FIAT, ENIMontedison, Fincantieri e Italsider (ora Ilva) e la globalizzazione dei mercati era un’ipotesi lontana. Tuttavia gli imprenditori più visionari già intravvedevano nell’ingerenza dei sindacati e nelle eccessive tutele dei lavoratori in materia di licenziamento delle pesanti limitazioni alla capacità produttiva (a tutto vantaggio di competitori stranieri) con effetti negativi sulle esportazioni.

La decade degli ’80 fu invece caratterizzata dall’apertura dei mercati europei e dalla terziarizzazione dell’economia italiana, con lo sviluppo dei servizi bancari, assicurativi, commerciali, finanziari e della comunicazione. Gli italiani cominciano a disdegnare le Fiat a favore di WV Golf, Audi, Volvo e Peugeot e a consultare la pagina finanziaria dei quotidiani dove i fondi d’investimento facevano la loro apparizione. Nel 1987 la Repubblica lancia un gioco a premi: si chiama Portfolio, ed è in pratica una lotteria che si basa sulla Borsa. I lettori sono quindi invogliati a comprare il giornale tutti i giorni per controllare i valori delle azioni. Sono gli anni degli yuppies e dei paninari, l’economia sembra esser ripartita, le aziende italiane reggono il confronto con quelle europee e i nostri prodotti guadagnano quote nei mercati europei, ma sono anche gli anni in cui i cattivi semi lasciati sul terreno dell’economia italiana nei precedenti decenni (sistema previdenziale squilibrato, ipertrofia dell’apparato statale, mercato del lavoro ingessato) cominciano a produrre le loro tossine e come un fiume carsico sotterraneo, l’indebitamento pubblico inizia a erodere le basi economiche dell’Italia.

Questo fiume esce allo scoperto all’inizio degli anni ’90 quando lo scandalo di tangentopoli (Mani Pulite), che decreterà in Italia la fine della 1° Repubblica, mostra chiaramente quanto ad alimentarlo fosse stata anche la corruzione politica oltre che gli squilibri del sistema pensionistico al quale, in successione, cercheranno di porre rimedio le riforme dei governi Amato, Dini e Prodi. In questi anni fa il suo ingresso nella scena politica italiana la Lega Nord, un movimento di rivolta fiscale nordista che chiede il federalismo come cura ai mali del centralismo romano e agli sprechi nel meridione. Questa decade vede nel mondo la fine della Guerra fredda, ma anche le sanguinose guerre etniche balcaniche che produrranno in Italia i primi fenomeni immigratori dall’Europa Orientale. Ha inizio, seppure blandamente, la globalizzazione dei mercati con l’apparizione in Europa del Giappone inizialmente, poi delle quattro tigri asiatiche (Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Hong Kong) e in fine decade della Cina. Inoltre con la deregulation viene tolta la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento dando inizio al prevalere della finanza sull’economia reale.

A questo punto della storia, però, non è ancora chiaro a tutti che in Italia la pacchia è finita, sebbene molti piccoli e medi imprenditori già inizino a lamentarsi della concorrenza cinese. I sacrifici momentanei imposti da Prodi all’inizio del millennio per entrare nell’Eurozona si riveleranno illusori e inutili poiché non accompagnati da profonde riforme che estirpino alla radice le cause dell’indebitamento pubblico, ossia una spesa pubblica che non ha eguali al mondo e che non si riesce ad arginare, accompagnata da una crescita economica irrisoria nell’ultima decade, segno di una sostanziale resa dell’imprenditoria italiana, sempre più molle e curva alle esigenze del sindacato e maciullata dalla concorrenza internazionale, soprattutto dei paesi emergenti come Cina e India dove non esistono diritti e tutele per i lavoratori e i cui salari sono irrisori. Il fallimento della politica, consumatasi nella diatriba anti e pro il berlusconismo, ha infine prodotto un’Italia paralizzata, in preda all’immobilismo imposto dalle corporazioni e dai sindacati, con la democrazia consegnata nelle mani del governo tecnico di Monti e un’imprenditoria priva di competitività.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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