Un governo tutto sudista e tutto di sinistra, che Dio ci salvi(ni)



IMG_20190921_160037UN GOVERNO TUTTO SUDISTA E TUTTO DI SINISTRA, CHE DIO CI SALVI(NI) 

Peggior combinazione astrale non poteva capitarci: un governo tutto di sinistra e tutto sudista. È ormai arcinoto, infatti, che nel govevno BisConte non c’è un rappresentante del Nord neanche a cercarlo col lanternino tra i vice dei vice sottosegretari e neppure un rappresentante della Toscana oibò, cosa quest’ultima che ha fatto incazzare non poco Frottolo.

Sono tutti del centro-sud, ma bando alle ciance, quello che mi chiedo è: se la classe dirigente del centro-sud, scandalo dopo scandalo, negli ultimi settant’anni non ha fatto altro che peggiorare la vita dei propri concittadini, costretti spesso a emigrare, meritandosi l’infamia cronica di corrotta, clientelare, inetta, sprecona e assenteista, quando non endemicamente collusa con le mafie, cosa potranno mai aspettarsi di buono gli italiani tutti da questo governo a trazione integralmente sudista?

Se tanto mi dà tanto, credo che ci sia poco da stare allegri, a meno che…  a meno che tutte queste lamentele, che arrivano quotidianamente da sud, non siano altro che  l’espressione di un noto e persistente comportamento antropologico locale, superbamente riassunto dal detto popolare “chiagne e fotte”, grazie al quale, in realtà, al sud non si vivrebbe affatto male.

Basta fottere in tutti i modi possibili lo Stato, storicamente percepito come invasore sabaudo e, in questo, torna utile un altro noto detto popolare, che recita: “fatta la legge, trovato l’inganno”. E nemmeno le TV private a pagamento si salvano, stando a quanto riferito da recenti notizie di cronaca.

Se così fosse, la soluzione per gli italiani tutti sarebbe a portata di mano: un’unione politica europea su base federale cui fa da contraltare la meridionalizzazione dell’Italia intera. Così potremo applicare il “chiagne e fotte” ai danni di Bruxelles, lamentandoci quotidianamente della sua mancanza di solidarietà.

Sarà per questa eventualità che l’unione politica europea stenta a partire? Sarà che in Europa non si fidano di noi italiani? Ho la vaga sensazione che i sovranisti possano dormire sonni tranquilli: se mai un giorno si farà l’unione politica europea, un’Italietta barocca come questa, dei minuetti e delle aggraziate giravolte ardite dell’infido damerino Ser Bis Conte, delle dichiarazioni vuote e di circostanza del suo mentore, la cariatide Mattarella, sarà lasciata, educatamente, alla porta d’ingresso.

Un governo italiano forte, coeso, sovranista e a trazione nordista, che avesse fatto crescere il paese intero trainato dalla locomotiva del nord, finalmente libera di esprimere la sua massima potenzialità, faceva paura a Germania e Francia. C’era il richio che l’Italia potesse divenire il terzo incomodo sull’asse franco-tedesco e un paese da cui l’UE non avrebbe potuto prescindere. E allora meglio quest’Italietta ossequiosa e innocua, da manipolare a piacimento con grande ipocrisia e, se dà il caso, illudere e lasciare sul portone di casa ad aspettare finché fa comodo.

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Gad Lerner, l’ebreo


IMG_20190921_150650GAD LERNER, L’EBREO

Gad Lerner ha accusato di razzismo alcuni partecipanti al raduno leghista sul pratone di Pontida, solo per aver aggiunto, a qualche banale insulto rivoltogli, la parolina magica “ebreo”. Premetto che io ho grande stima del popolo israeliano e della stessa religione ebraica che, assieme a quella cristiana e alla cultura classica greco-romana, ritengo alla base della nostro essere occidentali.

Mi chiedo perciò se dire a un ebreo “sei un ebreo stupido” piuttosto che “sei uno stupido ebreo” faccia una qualche differenza. Oppure, per non essere tacciati di razzismo, se bisogna evitare di fornire ogni informazione sulla persona: sesso, nazionalità, religione, colore della pelle, diplomi, lauree, impiego, altezza, peso e così via. Bisogna dunque limitarsi a dire “sei una persona stupida”?

Ma che noia, che palle vivere come organismi sterilizzati e indefiniti! Questo anti-razzismo sterile, che ci vuole tutti uguali, possibilmete identificabili però da un codice a barre, fa il gioco delle élite finanziarie e delle multinazionali mondialiste che mirano a creare un unico e omogeneo formicaio globale di consumatori inerti al loro servizio.

A questo punto, sebbene controvoglia, considerati i metodi, mi tocca pure ammirare la strenua volontà dei talebani afgani, abbarbicati alle loro aride montagne, di resistere a ogni tentativo esterno di omologazione. Se l’evoluzione culturale, già dai tempi di Abramo, ha fortunatamente portato l’umanità ad abolire i sacrifici umani, non vorrei che l’attuale evoluzione culturale ci portasse al pensiero unico e alla distopia del grande fratello globale che abolisce libertà e democrazia.

Di Maio, impotente e abusato da Conte


images(3)DI MAIO, IMPOTENTE E ABUSATO DA CONTE

L’artefice del piano per portare all’esasperazione la Lega e spingere Salvini a togliere la spina al governo giallo-verde è stato Giuseppe Conte che, all”insaputa di Di Maio, ha tramato servendosi dei parlamentari europei e pochi altri senatori e deputati di Palazzo Madama e Montecitorio.

Dal momento che Salvini ha tolto la spina al governo giallo-verde, abboccando al tranello di Conte, Di Maio non ha contato più nulla: se lui avesse scelto di andare al voto come gli chiedeva Salvini, nessuno dei suoi parlamentari, per attaccamento alla poltrona, l’avrebbe seguito.

Se durante la sceneggiata delle prove d’inciucio col Pd (in realtà già accordato da tempo tra Conte e Renzi) egli avesse accettato l’offerta in extremis di Salvini che, facendo retromarcia pur di evitare il ritorno del Pd al governo, gli aveva offerto la carica di PdC, nessuno dei suoi parlamentari l’avrebbe seguito comunque.

Troppo forte lo spavento di perdere la poltrona, che Salvini aveva causato in loro; tanto forte da rendere Salvini inaffidabile ai loro occhi, ipnotizzati dal sgargiante velluto color carmnio che riveste gli scranni del Parlamento. Ora il velleitario Di Maio fa la voce grossa e pretende il taglio dei parlamentari entro la metà di ottobre. Anche un bambino alle prime mani di poker capirebbe che si tratta di un bleff.

Giggino, impotente come il re Franceschiello, non può cosumare le nozze col Pd, perché non conta ormai più nulla. L’attaccamento che hanno mostrato i suoi alla poltrona è castrante più che il sale di bromuro. Anche se proponesse di staccare la spina al governo BisConte, nessuno lo seguirebbe e causerebbe solo un’insurrezione dei parlamentari grillini, tra i quali ormai impera l’anarchia totale.

I parlamentari piddini hanno messo da patte un sacco di risparmi e in una sfida a chi stacca per primo la spina dormono sonni tranquilli, possono fare quello che gli pare, anche carta straccia di ogni accordo stipulato, mettendo nel tritacarne i grillini.

Cuneo fiscale versus Flat Tax


IMG_20190913_203002CUNEO FISCALE VS FLAT TAX

Il Centro Studi della Confindustria sta cercando di trovare le risorse per ridurre il cuneo fiscale attraverso una aberrante e odiosa commissione del 2% sui prelievi in contanti eccedenti i 1.500 euro mensili. Se fa una simile proposta, ovviamente lo fa prevedendo un tornaconto anche per l’imprenditore. Ma, a prescindere da come e dove trovare tali risorse, ci sono alcune cose da dire rispetto la riduzione del cuneo fiscale e riguardo la Confindustria.

Presumendo che non venga toccata la parte del cuneo fiscale che riguarda il contributo previdenziale ma solo quella che riguarda l’IRPEF, è ipotizzabile che questa riduzione dell’IRPEF non andrebbe a rimpinguare solo il salario netto del dipendente ma anche le tasche dell’imprenditore, diversamente non è spiegabile tanto interesse da parte della Confindustria per la riduzione del cuneo fiscale.

Inoltre, tale aiuto all’imprenditoria sarebbe a pioggia, tanto alle imprese buone che meno buone, a prescindere quindi dall’efficienza e capacità delle stesse (da qui si evince lo scarso interesse nutrito da Confindustria per stimolare e premiare la competitività delle industrie italiane) e la platea dell’intervento non sarebbe universale, andando sì a vantaggio di imprese e loro dipendenti, ma escludendo le famiglie il cui reddito proviene da partite IVA che non hanno dipendenti o da altre forme di risparmio o reddito che non siano il lavoro dipendente.

Non sarebbe stato quindi meglio estendere la fat tax al 15%, che già esiste per le partite IVA fino ai      65. 000 euro di ricavi, anche alle famiglie con 65.000 euro di reddito al netto dei contributi previdenziali, invece che dare l’ennesimo aiuto statale a pioggia alle imprese?

In fondo, se i soldi, a prescindere dalla loro origine, invece che ripartirli con l’imprenditore si mettessero interamente nelle tasche delle famiglie, queste aumenterebbero il loro potere d’acquisto. Crescerebbero così i consumi interni e indirettamente se ne gioverebbero anche le imprese italiane, ma sulla base della loro competitività e non a prescindere da essa.

Tuttavia, il Pd e il M5S dicevano che la flat tax proposta dalla Lega sarebbe stata anti-costituzionale, poiché non prevedeva alcuna progressività delle aliquote e ora il ministro Gualtieri l’ha archiviata, ma mentivano poiché l’intenzione della Lega era di procedere a stralci con un’aliquota al 15% per le partite IVA con ricavi fino a 65.000 euro annui e, a partire dal 2020, un’aliquota al 20% per lo scaglione compreso tra 65.000 e 100.000 euro.

L’intenzione era poi di replicare tale schema per tutte le altre famiglie, includendo cioè anche quelle con pari reddito, ma da lavoro dipendente e/o altri tipi di entrate. Se tale provvedimento avesse prodotto degli effetti economici positivi, solo allora si sarebbero ridotte le tasse anche a imprese e famiglie con redditi maggiori.

Invece, il neo governo giallorosso punta tutto sulla riduzione del cuneo fiscale, ma da nessuna parte si legge o di sente dire che tale riduzione rispetterà uno schema di aliquote con riduzioni progressivamente minori al crescere del reddito del dipendente e degli utili dell’impresa. In questo caso nessuno tira in ballo la Costituzione, anche se c’è il rischio che l’imprenditore possa usare la parte di riduzione del cuneo fiscale che gli compete per i propri comodi invece che investirla nell’impresa.

Broglio o doppio pesismo?


images(6)BROGLIO O DOPPIO PESISMO?

L’esito del voto, da parte dei militanti del M5S sulla piattaforma Rousseau, ha ratificato l’inciucio del Movimento con Pd e LeU, con una schiacciante prevalenza dei sì, l’80% circa. Sarebbe troppo comodo insinuare che ci siano stati dei brogli ad opera della Davide Casaleggio e associati, non rilevati dal notaio che ha seguito l’andamento della votazione, o delle infiltrazioni di hacker a manipolare i dati e non segnalate dal sistema.

Purtroppo sembra invece molto più credibile che la base dei votanti abbia obbedito supinamente al leader massimo e padre fondatore del M5S, il quale ha indicato alla sua creatura di invertire la rotta di 180 gradi per incanalare il M5S in un solco istituzionale gradito ai poteri forti cui Grillo stesso deve rispondere.

La conseguenza è che il M5S che avevamo conosciuto non esiste più e con sconcerto dobbiamo riconoscere che la sua base ha gradito questa metamorfosi da partito di protesta a partito di sistema. Uscito dal suo bozzolo, il M5S potrà ora librarsi nel cielo dei predestinati e come una leve e colorata farfalla vivere la sua effimera esistenza.

É singolare, tuttavia, osservare come, a discapito di tante giravolte, il M5S abbia comunque mantenuto saldo il timone sulla rotta della democrazia diretta, con la particolarità, però, di applicarla solo quando fa comodo, come nel caso della votazione su Rousseau per ratificare l’inciucio con il Pd, ma negarla poi agli italiani tutti quando si presume che possa essere controproducente e rischiosa per il M5S e per le poltrone dei propri rappresentanti in Parlamento.

Questa democrazia diretta a doppio scartamento è un’autentica presa i giro, un’inutile foglia di fico che non serve a coprire ipocrisie e vergogne. Non mistifichiamo le cose, la piattaforma Rousseau è solo un modo come tanti di consultare gli iscritti al proprio partito. La democrazia diretta, quella vera, è dare all’elettorato intero l’opportunità di esprimersi quando esiste la possibilità di farlo. E abbiamo verificato che, a riguardo, i grillini non sono diversi e/o migliori degli altri, sono anzi più spudorati e velleitari.

Rousseau, non c’è altra scelta che il no


images(5)ROUSSEAU, NON C’È ALTRA SCELTA CHE IL NO

Abbiamo assistito in questi giorni a una sequela d’impensabili e repentini voltafaccia dei parlamentari grillini rispetto a vari aspetti che sembravano irrinunciabili e profondamente caratterizzanti il movimento stesso: da euroscettici a europeisti convinti, da anti-casta a pro-casta, da avversi all’establishment a sua colonna portante, da sovranisti a globalisti e, soprattutto, da avversari dei piddini a loro compagni di lavoro.

Voltafaccia che hanno due spiegazioni: l’attaccamento alla poltrona dei parlamentari grillini e l’imposizione dello stesso padre fondatore del movimento, Beppe Grillo, preoccupato della sopravvivenza della sua creatura, il quale, in puro stile vetero comunista, nè più nè meno di come faceva Togliatti ai suoi tempi, dalla sua posizione di leader massimo ha comunicato alla base il suo “contrordine compagni” cui prontamente gli attivisti hanno dato seguito senza porsi tante domande.

La cosa più aberrante e perversa di Grillo è che, per giustficare queste giravolte radicali e dare loro una caratura filosofica, ricorra all’elogio del cambiamento o peggio dell’incoerenza, atteggiamento pedagogicamente deprecabile, poiché essa altro non è che una forma di cambiamento non previamente annunciato e concordato. Un cambiamento improvviso che sconfina nell’opportunismo, nella truffa, nell’inganno e nel tradimento.

Nella vita si può sempre cambiare: di opinione, pensiero, lavoro, casa, paese, moglie o sesso ed è una forma di crescita quando è frutto di riflessioni maturate nel tempo, trasparenti e dibattute, ma quando il cambiamento è repentino e conseguenza di un evento inatteso, esso è puro opportunismo, lecito quando non coinvolge altre persone che se stessi, ma che diventa truffa e tradimento quando coinvolge altre persone che confidavano nella tua parola data.

Tuttavia, nonostante tutto ciò, c’è un aspetto caratterizante del M5S che si è salvato dal suo trasformismo ed è l’idea di fondo che, la democrazia diretta, specialmente oggi che disponiamo di tecnologie in grado di realizzarla davvero, come sognava il guru Gianroberto Casaleggio (hacker permettendo) debba prevalere su quella rappresentativa, che è appannaggio della casta.

Per questo, nonostante i malumori dei gruppi parlamentari, ma sostenuto da altri dirigenti del movimento, Di Maio ha insistito per imporre il ricorso al voto dei militanti iscritti alla piattaforma digitale Rousseau, come ultima ratio per stabilire se il M5S debba o no fare il governo con il Pd.

L’esito di questa votazione, se fatta da uomini liberi, scevri da ogni condizionamento personale di natura economica e nel nome della democrazia diretta, non potrà che essere un NO al governo giallorosso, per consentire un immediato ricorso alle urne degli italiani tutti.

Diversamente, gli iscritti alla piattaforma Rousseau, che grazie alla priorità data dal M5S alla democrazia diretta hanno questo privilegio di esercitarla, se votassero per l’inciucio piuttosto che per il ricorso alle urne di tutti gli italiani, con questo doppio pesismo delegettimerebbero se stessi e l’idea stessa di democrazia diretta, portando il trasformismo del M5S alle sue estreme conseguenze, tali da non giustificare nemmeno più l’esistenza della stessa piattaforma Rousseau, con buona pace di Casaleggio & Soci.

Grillo, giullare di corte che raggira i sudditi


FB_IMG_1567249396132GRILLO, GIULLARE DI CORTE CHE RAGGIRA I SUDDITI

Sbaglia chi pensa che Salvini si sia fatto fregare dal Pd e da Zingaretti. È vero, ha rotto con il M5S, sperando pure che Zingaretti mantenesse fede alle sue parole. Ma, si sa, le rassicurazioni tra nemici non hanno mai credibilità, in un paese che ha dato i natali a Machiavelli.

Quando ha visto l’incredibile e vergognosa giravolta fatta dai grillini in Parlamento, che hanno rinnegato la loro storia anti-sistema e anti-casta, accordandosi con il Pd pur di salvare la poltrona, come i politici mestieranti che avevano sempre combattuto, ha allora cercato inutilmente d’impedire l’inciucio PD-M5S.

Se la malafede di Zingaretti era prevedibile e quella di Frottolo-Renzi scontata, così non lo era la giravolta dei parlamentari grillini.

In sostanza, la responsabilità di aver riportato i compagni di Renzie (nomignolo affibiato a Renzi proprio da Grillo) al governo è tutta del M5S, a partire dal loro padre fondatore Grillo, un servo dell’establishment, un tipico giullare di corte che ha illuso e raggirato tutti i suoi seguaci, fingendo di farsi beffe del re ma, in combutta con lui, incanalando le pulsioni anti-sistema laddove in realtà il sitema le voleva.

I militanti e simpatizzanti del M5S dovrebbero rendetesi conto che se c’è una garanzia per le forze contro l’establishment neoliberista, che a livello globale controlla politica, banche e finanza, manipolando governi nazionali, crediti, spread e borse, questa garanzia non è rappresentata da Grillo, forse lo è stata per un po’ da Di Maio, prima del voto alla Von der Leyer,  ma sicuramente è rappresentata, e senza cedimenti, da Salvini che, a differenza del padre fondatore del M5S, non ha mai partecipato alle riunioni del Gruppo Bilderberg.

Con l’operazione inciucio,  nella quale si sono catapultati i pavidi paramentari grillini vendendosi l’anima, purtroppo l’establishment prenderà due piccioni con una fava, da un lato disarmando temporaneamente l’indomito Salvini e arginando così l’ondata sovranista, ma soprattutto, dall’altro, grazie al servo Beppe Grillo, incanalando definitivamente  le pulsioni anti-establishment del M5S in un solco “istituzionale”, più in linea con i desiderata dei poteri forti.

Il compito assegnato a Grillo dai poteri forti, irreggimentare e incanalare in un solco istituzionale un movimento fondato sul vaffa, e creato per raccogliere e disinescare il dissenso più estremo e le pulsioni anti-casta e anti-sitsema più decise, puo essere realmente sfibrante per Grillo, quasi una fatica erculea, specie se pecorelle e caproni riottosi continuano a uscire dal gregge e dal seminato.

In qualche modo, tutto ciò peserà sui militanti e gli elettori della prima ora, anti-casta nostalgici del vaffa, questo è certo, ed è altrettanto certo che, soffocare la libertà di espressione dei cittadini attraverso il voto, facilita i giochi di palazzo, ma sarà pagato con gli interessi al momento debito.

Di Maio dalla padella nella brace


images(3)DI MAIO DALLA PADELLA NELLA BRACE

Mettetevelo in testa, ormai il dominus è Conte, il cavallo di Troia del Pd che l’ingenuo Di Maio ha portato dentro il M5S su pressione di Grillo. Il virus Trojan Conte, ormai infiltratosi in profondità nel tessuto del M5S e sostenuto dal Pd e da Mattarella, compierà la propria funzione metabolica demolendo ogni resuduo fisiologico del precedente governo e depurando il M5S dagli esponenti indesiderati di destra, se necessario non esitando a sacrificare anche Di Maio stesso, sotto lo sguardo vitreo di Grillo, il vate fondatore del Movimento, anche lui un vecchio comunista, che con aria indifferente mostrerà a Conte il police verso.

Con l’infiltrato Conte alla presidenza del governo e un proprio esponente come vicepremier, di fatto il Pd avrà posto una pesante ipoteca sul governo, pur avendo solo la metà dei parlamentari del M5S, del resto inutili e pavide figurine incollate allo schienale delle loro poltrone, a testimonianza della loro breve esistenza di uomini liberi.

Per quanto ora Di Maio, scavalcato da Conte, si dimeni e sbracci, il suo destino di carne da bruciare sta solo nelle mani dei militanti che votano sulla piattaforma Rousseau, che lui stesso ha evocato nella speranza di salvarsi. Ma si salverà solo se passerà il no all’inciucio. E forse non basterà neppure questo. In tal caso sarà comunque decretata la fine di Casaleggio, del terzo polo e del M5S, ridotto a partitino di sinistra, satellite del Pd.

È comunque un’amara scoperta, per la base militante grillina, vedere che la gran parte dei loro rappresentanti in Parlamento non son altro che una banda di scilipoti opportunisti, dei giuda pronti a disconoscere il loro leader e a negare la validità della piattaforma Rousseau. Questi vermi, se avessero un briciolo di dignità dovrebbero passare in massa al gruppo misto, se non direttamente al Pd, e non disonorare per sempre il nome del M5S, grazie a cui siedono su quegli scranni. A pomodori e uova in testa dovrebbero essere presi all’uscita dal Parlamento.

 

 

Ora il pallino in mano ce l’ha Zingaretti


imagesORA IL PALLINO IN MANO CE L’HA ZINGARETTI

La schizofrenia del Pd è evidente: da un lato c’è il segretario del partito, Zingaretti, cui spetterebbe dettare la linea del partito, dall’altro c’è Renzi, personaggio poco affidabile (ne sanno qualcosa Bersani e Letta) che dai seggi del Parlamento controlla la truppa dei parlamentari PD e che non ha mai nascosto l’aspirazione di fondare un giorno un partito proprio, ma che al momento teme le urne, poiché il suo progetto è ancora in altomare e Zingaretti, in caso di nuove elezioni, avrebbe in mente candidati diversi da quelli uscenti.

Quindi, se Zingaretti aspira davvero a dirigere in tempi brevi il Pd, non c’è che un modo: un ricambio sostanziale dei parlamentari Pd andando al voto in ottobre. Un reset che potrà fare stilando le liste elettorali con in cima i nomi dei propri uomini di fiducia. Nei sondaggi il Pd è saldamente al secondo posto e, con la prospettiva di aprire una nuova stagione, i consensi potrebbero solo crescere, risucchiando voti dalle varie compagini della galassia dem, ora allo sbando e condannate all’inesistenza.

Se invece egli sceglierà l’inciucio, potrà tenere sotto scacco il M5S. Volete salvarvi la poltrona gazie a me? Bene, questa è la condizione basilare: discontinuità sui nomi e sui contenuti. Il che significa: Conte in panchina, il premier magari lo faccio io, riapertura dei porti, più tasse per gli italiani e, per il taglio dei parlamentari, l’oblio eterno della pratica chiusa a chiave in un cassetto.

Mentre Zingaretti permane in una posizione win win, in questo modo il M5S passerebbe dalla padella alla brace o, come si dice da noi, “pexo el tacòn del buxo”. Rimarrebbe con il cerino in mano e l’amletico quesito: essere, ossia andare dignitosamente al voto arrestando l’emorragia di consensi, o non essere?

Ossia, in cambio di tre anni di poltrona garantita a parlamentari e governo, accettare i dictat di Zingaretti nei panni di Nosferatu e morire lentamente per dissanguamento. Si sa, facendo un ribaltone a sinistra, l’originale è sempre meglio degli imitatori e quei pochi di destra, che ancora avrebbero votato i 5 stelle, passerebbero alla Lega.

Tuttavia, in questo intrecciato gioco delle parti, c’è un’incognita imponderabile, che si chiama Renzi. Davvero egli sopporterebbe di rimanere in disparte e prestare però le proprie truppe parlamentari a Zingaretti, che grazie ad esse si prenderà tutti i meriti, la gloria e l’aumento dei consensi per gli eventuali successi di un governo giallorosso?

Per uno che ha la prospettiva di fondare un proprio partito, penso di no. C’è il rischio di rimanere isolato e perdere le proprie truppe, al momento fedeli, ma che potrebbero passare in blocco al rivale, cedendo alle sue lusinghe e promesse. E Renzi vedrebbe così sfumare il progetto tanto accarezzato del proprio partito.

E vai con l’inciucio


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Tempo fa

E VAI CON L’INCIUCIO

Dal “vaffa” al “bon ton”, style Premier Conte, in pochi mesi. Uno stupefacente ribaltone, degno di grandi saltimbanchi, sì, sui banchi del governo. Gli anticasta che diventano casta per non andare alle urne e perdere potere e poltrone. Ma gli elettori del M5S approveranno questo trasformismo, da consumati teatranti della politica con la “P maiuscola”, fatto dai loro rappresentanti?

I peones grillini sono così impauriti dall’idea di andare al voto, non essere rieletti e dover tornare a fare quello che facevano prima, cioè nulla che, per sicurezza, non valutano nemmeno l’idea di consultare la loro stessa base di attivisti, iscritti alla piattaforma Rousseau, per quel poco che essa conta, già che in fin fine, “molto democraticamente”, decidono sempre loro, Grillo e Casaleggio.

Alla base di tutto c’è che i numeri in Parlamento, guadagnati alle politiche (anche se poi si sono capovolti alle europee) li ha sempre avuti e li ha ancora il M5S, che può scegliersi il partner di governo che vuole. Come una moglie stufa del marito, basta sempre dirgli di no al momento di scopare e, a un certo punto, questo chiede la separazione, accusato pure di tradimento dalla sgualdrina che, a insaputa del marito, infidamente già da tempo trescava con un nuovo partner. In effetti, secondo alcuni, il trappolone per Salvini lo stavano preparando da tempo.

In questo modo Salvini ha avuto l’opportunità di fare un crash test, che è servito a far cadere la maschera ai parlamentari grillini. E sotto la maschera c’è che P&P (potere e poltrone) cui non vogliono rinunciare andando alle urne, danno euforia e fanno girare loro la testa. Così ora, non sarà Salvini a sfiduciare il governo giallo-verde, saranno loro stessi a doverlo fare, assieme a Frottolo, la fatina dei Boschi, sinistri vari e chi lo sa, magari anche il principe Cavaliere. Lui alle ammucchiate non si tira mai indietro, ma quando spengono le luci, diffidate di tutti e riparatevi il culo.