Andamento storico dell’economia italiana


ANDAMENTO STORICO DELL’ECONOMIA ITALIANA

 

Il grafico su riportato rappresenta l’andamento del rapporto debito pubblico/PIL dal 1950 al 2010 relazionato ai governi di vario colore politico succedutisi dal 1976 in poi, in arancio quelli di centro-sinistra, in rosso quelli di sinistra e in blu quelli di destra. Per la fine del 2012, con il governo Monti, si prevede un rapporto debito pubblico/Pil pari circa 120 punti percentuali o in altri termini che il nostro debito (2000 miliardi di euro circa) sarà 1,2 volte il nostro Pil.

 

Gli anni settanta e ottanta sono stati quelli dei deficit primari (spesa superiore alle entrate al netto dagli interessi sul debito) e della formazione del debito pubblico di cui sono responsabili i governi di centro-sinistra e sinistra, ma gli anni dell’euro (dal 2001 e a prevalenza di governi di destra) sono stati quelli in cui gli interessi sul debito pubblico erano a livelli tedeschi, con spread molto bassi (intorno a 30 punti circa) e si è continuato a spendere per lo Stato sociale usando i “tesoretti” così accumulati per ridurre la pressione fiscale anziché il debito con l’intenzione di favorire la crescita del Pil che, in effetti, c’è stata fino al 2008.

 

Certo, inconsapevoli che da lì a poco, verso la fine del 2008, si sarebbe abbattuta la crisi finanziaria dei sub prime con tutti i suoi riflessi negativi sull’economia reale e sui debiti sovrani ma consapevoli che con il Trattato di Maastricht, in vigore dal 1993, la BCE non avrebbe potuto comprare direttamente titoli sovrani né svalutare l’euro per competere sui mercati come si faceva con la lira (anche se già limitatamente, dopo il 1981, con il “divorzio” tra Governo e Banca d’Italia). Affrontare un’eventuale crisi pesante con queste regole si sapeva che sarebbe stato molto difficoltoso. L’ultimo governo Berlusconi (il IV) nasce il 29 aprile 2008 e dopo sei mesi circa la crisi dei sub prime diviene conclamata; se si potava fare qualcosa per ridurre il debito pubblico nell’era dell’euro erano gli anni dal 2001 al 2007, ossia del II e III governo Berlusconi (2001-2005) e del II governo Prodi (2006-2007).

 

Complessivamente, la colpa della desta liberista (se mai s’è vista in Italia) sarebbe quella di non aver approfittato dei vantaggi dati dall’ingresso nell’euro per ridurre la spesa e quindi il debito, ma la creazione storica del debito non v’è dubbio che sia tutta da “addebitare” ai governi di sinistra e centro sinistra e alla spesa per lo Stato sociale (principalmente istruzione e salute). Questi governi hanno portato in pareggio il saldo primario (quello al netto degli interessi sul debito pubblico) intorno al 1990, troppo tardi, poiché i deficit annui sono continuati anche dopo, pur in sostanziale pareggio del saldo primario, figli degli interessi sul debito pubblico (ossia il cumulo dei deficit prodotti fino allora). Quale che sia stata la ragione delle minori entrate rispetto alle spese (evasione fiscale, scarsa crescita della produzione industriale e dei servizi, deficit commerciale, calo degli investimenti esteri, corruzione, economia sommersa o altro) è chiaro che per troppi anni (fino al 1990) questi governi hanno fatto vivere gli italiani al di sopra delle loro possibilità.

 PIL ITALIA ETC

pressione fiscale storico

Come si può dedurre da un’attenta osservazione degli ultimi due grafici su riportati, dopo, per pagare questi interessi (con un Pil in sostanziale stagnazione fino al 2001) è stato un continuo agire sulla pressione fiscale che è salita grazie ai governi Andreotti, Amato, Ciampi, Dini e Prodi (1991-97) dal 38 al 44% circa sul Pil, pur con una leggera inversione di rotta nel ‘94 con il primo governo a guida Berlusconi. Con un Pil in costante crescita dal 2001 al 2008 grazie all’effetto euro, complessivamente dal ‘98 al 2005 la pressione fiscale è progressivamente ridiscesa al 41% circa durante i governi di sinistra (Prodi, D’Alema, Amato) e di Berlusconi, riprendendo a salire nel 2006 con il II governo Prodi per portarsi alla fine del 2007 al 43%. Per erodere il debito pubblico, pur mantenendo il Pil in crescita (grazie in tutto o in parte alla minore pressione fiscale) sarebbe stato necessario ridurre la spesa sociale. Non averlo fatto, pur con tutte le resistenze che avrebbe incontrato, è stato più una colpa di Berlusconi, poiché sarebbe un controsenso ideologico attendersi questo tipo di politica economica dalle sinistre.

 

Quant’è successo dal 2008 in poi con l’abbattersi sull’Europa della crisi finanziaria dei sub prime, è storia recente. La crisi contagia l’economia reale europea e i Pil di tutti i paesi dell’Eurozona calano sensibilmente; Berlusconi nicchia sottostimando il pericolo e non intende crescere ulteriormente la pressione fiscale già aumentata dal precedente governo Prodi; la lettera della BCE impone profonde riforme strutturali all’Italia; l’impennata dello spread a novembre del 2011 causa le dimissioni di Berlusconi a favore di Monti che con la manovra salva Italia porta la pressione fiscale a livelli da record mondiale (oltre il 45% sul Pil).

Ora è controproducente mantenere questa pressione fiscale che fa scappare denaro, imprenditori italiani, investitori esteri e riduce i consumi interni. Bisogna ridurla e agire invece sulla spesa sanitaria e i trasferimenti agli Enti Locali imponendo in ogni regione i costi e i valori standard del Veneto. Il federalismo, quello vero (non la stupidaggine di Visco che ha accresciuto l’autonomia fiscale delle regioni con l’IRAP senza introdurre insieme dei vincoli per rendere i governi locali responsabili delle spese fuori controllo e dei buchi nei bilanci e senza ridurre il carico fiscale dello stato centrale) è stato affossato su questi punti. Si risolva questa storia o sarà secessione del Veneto.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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