Ora si dimetta, Signor Presidente


mattarella-e-renzi-800x600ORA SI DIMETTA, SIGNOR PRESIDENTE

Nomen omen, Mattarella dà di matto ed è “Maduro” per il manicomio. Il referto diagnostico parla d’infantilismo senile con sintomi di mania di grandezza. Cos’avrebbe mai potuto fare di così terribile e irreparabile l’ultra-ottuagenario Savona? Ma evidentemente, il “Matterello” deve averlo parametrato in base alle proprie condizioni precarie di salute mentale. Allucinante, “agghiaggiande”, direbbe Conte, quello che fa l’allenatore di calcio, ovviamente.

E’ ben vero che, a suo tempo, Mattarella fu in pratica eletto con due terzi dei votanti presenti nell’assemblea dei “grandi elettori”, sebbene al quarto scrutinio. Tuttavia, quest’atteggiamento arbitrale attuale, palesemente di parte, lo porterà a confrontarsi alle prossime elezioni (se mai si faranno) con un’alleanza Lega-M5S all’80% dei suffragi diretti, ben oltre al 66% circa dei suffragi che il nostro presidente può vantare, fatto però di grandi elettori in gran parte decaduti.

E’ da persona responsabile e moralmente onesta, quale Mattarella si considera, affidare il destino di Cottarelli a dei possibili transfughi della Lega e del M5S, unici partiti che, coalizzati, possano garantire una maggioranza al “Cotto”, che del resto hanno già negato di voler sostenere? E’ solo un’altra perdita di tempo, se non uno squallido tentativo d’inciucio, che fa leva sui più bassi istinti di qualche parlamentare opportunista di turno.

Il “Matterello” si preoccupava dei risparmiatori italiani? Facciamo due osservazioni “populiste”: probabilmente, nessun elettore di Lega o M5S ha risparmi consistenti da investire in titoli di stato italiani e, probabilmente, in questi anni di crisi e bastonate, i piccoli risparmiatori italiani si son ridotti a quattro gatti spelacchiati. Laonde la domanda (retorica) è: a quali risparmiatori italiani fa riferimento Mattarella, quando dice di volerli tutelare?

Salvini e Di Maio avevano tutte le intenzioni e il diritto di governare. Il tam-tam del colpevole, stupido e incosciente puntiglio di Mattarella, che ha bloccato il governo dei due dioscuri, si è velocemente propagato fino in Libia e gli sbarchi di clandestini sono ripresi con intensità. Non bastasse, lo spread, invece che placarsi, causa la situazione d’incertezza e caos che il nostro maldestro presidente ha prodotto, si è messo a fibrillare ancor di più.

Ma forse non si tratta solo d’insipienza del nostro caro presidente, che tutti consideravano moderato, saggio e soprattutto super partes, ma che invece si è rivelato estremista, ottuso e di parte. Chi l’ha scelto per essere eletto, infatti? Chi aveva l’interesse a esacerbare la questione europea, con illazioni  e processi alle intenzioni basate su falsità?  Chi ha già affilato le lame in vista di una dura campagna elettorale che si vuole trasformare in un referendum pro o contro l’euro? Ovviamente il Pd di Renzi, un politico strappato al cabaret e servo delle élite, cui ora il “nostro” presidente ha ricambiato il favore.

Non c’era nessuna necessità di porre il veto a Savona da parte di Mattarella. Savona, per quanto d’idee risapute, avrebbe fatto parte collegialmente di un esecutivo sostenuto da una maggioranza nel cui contratto programmatico non si parlava di uscita dall’euro e ciò che egli avrebbe proposto, avrebbe richiesto l’approvazione del Consiglio dei ministri e del Parlamento, e se anche quest’ultimo avesse approvato un provvedimento con dei dubbi sulla sua costituzionalità, il PdR avrebbe comunque avuto il potere di bloccarlo in partenza. In realtà, il compito di Savona, motivato dalle competenze economiche che gli sono universalmente riconosciute, era solo quello di negoziare con i nostri partner europei e garantire efficacemente gli interessi nazionali.

Il niet di Mattarella verso Savona ha invece tutte le sembianze di un pretesto allo scopo di bloccare proprio il governo Salvini-Di Maio e, come ha precisato lo stesso presidente con caparbietà nel giustificare il suo veto a Savona, creare di conseguenza le condizioni perché la questione euro, un tabù italiano che in Europa è invece dibattuto civilmente, divenga in Italia una questione di vita o di morte, un tema rovente e divisivo per impostare una violenta caciara elettorale, studiata e programmata a tavolino allo scopo di rianimare un Pd renziano in stato comatoso, originariamente partorito per essere al servizio delle élite mondialiste sulla scia dei primi governi non-eletti.

Questo comportamento sleale del PdR, che entra nell’agone politico favorendo una squadra rispetto all’altra per conseguire dei fini inconfessabili, a prescindere da un suo possibile tradimento degli interessi e della sovranità italiana, è un pericoloso precedente che merita quantomeno di essere deplorato e stigmatizzato dall’intera classe politica, al fine di spingerlo a dare le sue dimissioni quanto prima ed è paradossale, invece, che qualcuno pensi ancora che Salvini e Di Maio abbiano premeditato un tranello a Mattarella per defilarsi dalle responsabilità di governo o per convenienze elettorali.

Indicativo è anche il fatto che il governo del Presidente stia fallendo miseramente poiché l’intero arco parlamentare nega il proprio sostegno a Cottarelli, Pd incluso, anche se lo fa per convenienza elettorale. Ciò significa che gli italiani e i partiti che li rappresentano hanno bocciato non solo Cottarelli ma indirettamente anche Mattarella, che ha travalicato i limiti del suo mandato e gestito di male in peggio una crisi politica che, per colpa sua, è divenuta anche una crisi istituzionale e finanziaria.

Comunque, se Mattarella e il Pd vogliono una simulazione di referendum, ebbene si vada quanto prima al voto! Poniamo fine a questa surrettizia e crescente cessione di sovranità nazionale a vantaggio dell’Unione Sovietica Europea e a danno degli ignari cittadini italiani, una sodomizzazione strisciante che gli europeisti nostrani e i burocrati di Bruxelles stanno attuando nei confronti del popolo sovrano italiano, senza averne neppure chiesto il consenso tramite un regolare referendum, grazie a delle norme costituzionali obsolete e antidemocratiche.

I media asserviti ai poteri forti hanno prima accusato il governo nascente di nascondere le sue reali intenzioni, mettendo anche in atto una veemente campagna terroristica sulle conseguenze dell’euroscetticismo, e questi poteri, al minimo sospetto di una potenziale uscita dell’Italia dall’euro, tramite Mattarella, che si è piegato ai loro voleri, hanno subito bloccato il governo gialloverde, benché legittimato dal voto popolare. Figurarsi cosa sarebbe successo se nel contratto di governo tra Lega e M5S si fosse inserita tale possibilità come ultima ratio per salvaguardare gli interessi italiani. Avrebbero aizzato in maniera furibonda i mercati contro l’Italia.

Eppure, in linea di principio, non si può immaginare di negare al popolo italiano tale scelta e fare dell’adesione all’eurozona uno stato definitivo e irreversibile quale solo la morte può essere, sebbene le idee dei grandi uomini sopravvivano a essi. E’ per questo motivo che, se non si pensa male, rimane incomprensibile l’atteggiamento di una personalità come Mattarella, che tutti credevamo sensibile a valori e diritti primari dell’uomo occidentale come la libertà, la dignità e la democrazia. Invece il nostro Signor Presidente ha pensato solo al portafoglio degli italiani, rispolverando e dando nuovo lustro al vecchio detto “O con Francia o con Spagna, basta che se magna”. E dicevano che era Salvini a far leva sulla pancia e le paure degli italiani!

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“Il Gattopardo” di Grillo & Ass


 IL GATTOPARDO

di GRILLO & Ass

C’è un canale che, come a Genova, scorre sotto il piano stradale, imbrigliato da ipocrite pareti di cemento, atte a nasconderne le acque scure e malsane. Ma, occasionalmente, in corrispondenza di una svolta stradale, questo canale emerge e mostra a tutti la sua vera natura. E’ la questione meridionale, che da cento e cinquant’anni accompagna la storia italica avvelenando il paese, una questione tra nord e sud spesso negata, dimenticata e nascosta ma che, in occasione della svolta politica che le recenti elezioni hanno causato, emerge ricordando a tutti che non è ancora stata risolta e sanata.

Ci fu un tempo in cui intrepidi condottieri del nord fondarono prima la Liga Veneta e poi la Lega Nord, con il sogno di liberare le loro genti e le loro terre, colonizzate dall’oppressione fiscale di un’Italia matrigna, caduta nelle mani di una vorace classe dirigente e politica a trazione meridionale.

Al grido di “Roma ladrona” e “Padania libera” lottarono rincorrendo un sogno: l’indipendenza del nord, divenuto terra di conquista e di scorrerie fiscali da parte di battaglioni di finanzieri in arme, fiancheggiati da sordidi delatori, sguinzagliati con il compito di esigere fino all’ultimo centesimo ogni imposta dovuta ai cittadini del nord, mentre al sud si tollerava che l’economia sommersa si sviluppasse e prosperasse liberamente senza alcun freno.

E questo per mantenere eserciti di forestali, garantire rendite e vitalizi a politici e boiardi statali e favori a pletore infinite di questuanti e nullatenenti, dilapidando risorse duramente sudate dai cittadini del nord, risucchiate nei buchi neri dell’assistenzialismo statale, della corruzione, dello sperpero, del parassitismo e delle mafie meridionali.

Oggi questo sogno d’indipendenza è stato messo da parte dalla Lega e vacilla anche tra i suoi militanti più duri e puri, che rimangono desolati di fronte all’indifferenza con cui i burocrati europei assistono al travaglio della Catalogna, che pacificamente e democraticamente chiede l’indipendenza dalla Spagna senza rinnegare il proprio desiderio di rimanere nell’UE.

Dove sono l’anti sovranismo e l’anti nazionalismo di questi burocrati europei di fronte a un governo spagnolo, dai tratti ultra nazionalisti, che nega l’autodeterminazione di un popolo? Forse questi sentimenti vanno bene solo quando c’è da stigmatizzare populisti ed euro scettici che mettono in dubbio la giustezza e l’utilità di regole e trattati astrusi che ingabbiano i popoli europei?

Comunque sia, oggi la Lega a guida Salvini ha abbandonato ogni velleità secessionista e perfino tolto il nome Nord dallo stendardo e dal simbolo, con lo scopo d’indicare agli italiani tutti, da nord a sud, la via maestra per risolvere i problemi dell’Italia attuale. Un’Italia minacciata da ondate di migranti clandestini che c’invadono e non diventano una risorsa ma un problema economico, sociale e di sicurezza, un’Italia oppressa dalle tasse, impastoiata nella burocrazia, bloccata dalla lentezza del sistema giudiziario e, soprattutto, vincolata da un’UE che, di fatto, è un torneo fra nazioni dove, barando, vincono sempre le stesse. Tutti fattori che limitano conseguentemente le potenzialità di crescita economica dell’Italia.

Visto che l’UE tergiversa sull’unione fiscale e, anzi, incentiva la concorrenza interna, la ricetta economica di Salvini è la Flat Tax, un regime fiscale già applicato in paesi grandi, medi e piccoli come, ad esempio, Russia, Ungheria e Hong Kong, dove ha prodotto risultati lusinghieri, consentendo una crescita economica tale da creare nuovi posti di lavoro e maggiore benessere per ogni strato sociale. Questo secondo il principio di buon senso che è meglio essere differenziati verso l’alto che livellati verso il basso, ossia meglio avere livelli di benessere diversificati ma accompagnati da mobilità sociale, piuttosto che essere tutti dei miserabili (come nei regimi comunisti, senz’alcuna prospettiva di promozione sociale). Tra l’altro, una forte riduzione delle tasse, che investe anche le imprese, serve a contrastare i fenomeni del dumping fiscale e salariale e i processi di delocalizzazione industriale.

Ovviamente, dice Salvini, la flat tax è un cambio di regime fiscale totale, che semplifica drasticamente le procedure, richiedendo con ciò un condono fiscale che chiuda le posizioni pregresse di chi deve all’erario meno di centomila euro. In questo modo si ricaverebbero, tra l’altro, introiti che, diversamente, sarebbero irrecuperabili, utili alle coperture iniziali della flat tax, mentre il grosso delle coperture sarebbe ricavato dalla revisione della spese pubblica, dalla lotta alla corruzione e dall’emersione dell’economia sommersa e mafiosa.

Ma questi provvedimenti non saranno uno spauracchio per l’economia meridionale sommersa… abituata a non pagare le tasse, dal momento che paga già il pizzo? E’ assai probabile che tali provvedimenti possano essere una medicina rivoltante e imbevibile, anche perché al sud, senza citare gli sprechi e la corruzione, il sommerso è ampio e ben radicato nel tempo. Come spiegare, altrimenti, che le presenze registrate negli esercizi ricettivi dei turisti, che visitano Napoli e dintorni, siano notevolmente inferiori a quelle di Caorle, remota località balneare veneta, che molti italiani faticherebbero a individuare sulla carta geografica italiana, tra cui il buontempone Crozza, che a suo tempo fece notare l’anomalia?

Tra l’altro, se si riuscisse a far emergere l’economia sommersa, valutata sugli 800 miliardi di Pil, magicamente il nostro debito pubblico scenderebbe sotto il 100% in rapporto al Pil, attestandosi su valori simili a quelli della gran parte dei nostri partner europei cosiddetti virtuosi. In queste condizioni, chiunque fosse al governo, sarebbe in grado di attuare economie espansive, basate sugli investimenti statali e su politiche di sostegno al reddito senza incorrere nelle sanzioni europee. Inoltre, se le stime sull’economia sommersa, che include anche il giro d’affari delle organizzazioni mafiose, fossero corrette, le statistiche sui tassi di disoccupazione nel meridione sarebbero di conseguenza fuorvianti, poiché risulterebbe che al sud lavorano in realtà molti più cittadini di quanto non sembri, trattandosi però di lavoratori precari o in nero o inseriti nel giro del malaffare.

Dunque, sebbene affini riguardo all’immigrazione e all’UE, in campo economico le posizioni  e le soluzioni di Salvini e Di Maio, leader del M5S, divergono nettamente. Infatti, la proposta Di Maio, più che rivolta agli investimenti produttivi, è alquanto impregnata di statalismo assistenziale, ossia di aumento della spesa pubblica per garantire un reddito di cittadinanza ai disoccupati italiani. Un aumento di spesa che, per non accrescere ulteriormente il debito pubblico, ricevendo il niet della troika e il ricatto dei mercati, inevitabilmente si reggerebbe su un inasprimento della pressione fiscale che, per quanto detto, andrà a colpire prevalentemente l’economia emersa, ossia sostanzialmente il nord.

Inoltre, il reddito di cittadinanza alla tedesca, cui i grillini s’ispirano, è sostenibile in Germania perché lì, come nel nord d’Italia, la disoccupazione è bassa, e nel giro di pochi mesi un disoccupato trova facilmente un lavoro. Tuttavia, con i livelli di disoccupazione ufficialmente dichiarata che esistono nel sud Italia (che però, come detto, forse non corrispondono proprio alla realtà a causa del lavoro nero) hai voglia ad attendere la terza chiamata dal centro per l’impiego! Per chi non ha altra scelta, non resta che emigrare.

Di conseguenza, senza un serio progetto politico rivolto alla creazione di nuovi posti di lavoro veri, il reddito di cittadinanza rischia fatalmente di trasformarsi in una “rendita vitalizia” di natura parassitaria, che potrebbe essere persino più appetibile del lavoro fittizio dei forestali siciliani, che devono comunque attivarsi per fingere di lavorare.

Vuoi perché al sud c’è poco lavoro, vuoi perché quello che c’è, è in nero o non s’incontra con la domanda, in ogni caso Di Maio sta mettendo il carro davanti ai buoi. Infatti, prima di ridistribuire ricchezza (attività prediletta della sinistra e pratica clientelare che le classi dirigenti meridionali di ogni colore attuano con sfrenata naturalezza) bisognerebbe crearla la ricchezza, tanto a nord come a sud, attraendo investitori stranieri, magari con la flat tax, e creando nuovi posti di lavoro, e poi bisognerebbe far emergere tutto il sommerso che c’è al sud, contrastando di pari passo il malaffare.

Non è poca roba, direbbe Sarri, tanto caro ai napoletani che hanno votato in massa il loro conterraneo Di Maio. Altrimenti, si rischia di pesare ancor più sul nord produttivo che, con ulteriori aumenti della pressione fiscale, fatalmente deprimerebbe a danno di tutti, e principalmente dei cittadini del nord, tra cui molti elettori del M5S che a quel punto, superata l’infatuazione grillina, potrebbero rivolgere altrove il loro consenso.

E la Lega sarà lì, pronta ad accoglierli, perché la Lega esisterà finché ci sarà un sacco del nord, ragione primaria della sua esistenza. Riguardo invece alla longevità del M5S, vi sono molti dubbi e ombre sui suoi esiti futuri. Questi dubbi e ombre riguardano principalmente il metodo di selezione e le competenze dei suoi candidati che, a differenza di quelli leghisti, non hanno mai fatto alcun apprendistato o gavetta come militanti sul territorio nelle amministrazioni locali e tra i ranghi del loro partito, sebbene questo abbia ormai più di un decennio di vita. Anzi, molti di loro sono stati arruolati nelle ultime ore, senza garanzia quindi che tra gli eletti non ci siano dei furbi modello Razzi in cerca della “grana” o peggio non ci siano infiltrati di organizzazioni mafiose o massoniche.

Se, dunque, quelle descritte sopra sommariamente erano le proposte economiche della Lega e dei grillini alla vigilia della recente tornata elettorale, quali indicazioni si possono trarre dall’esito del voto? Purtroppo, tolta una piccola percentuale di meridionali coraggiosi e degni di stima, che Salvini ha pubblicamente e giustamente ringraziato, si ha l’impressione che la stragrande maggioranza d’essi, come di costume, più che a un lavoro regolare, aspiri a introitare questa “rendita di cittadinanza” che offrono i generosi grillini, e aggiungere poi a essa gli introiti di un lavoro in nero, a volte con i contributi della pensione versati grazie a un lavoro in regola pro forma che, in realtà, è svolto in nero da un vero nero (leggasi negro) sottopagato.

All’indomani del voto, con lo storico successo grillino, sembra che ci sia stato un terremoto politico, ma nel “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa c’è una verità sul sud: tutto cambia perché nulla cambi. Forse Salvini ha gettato un seme in quelle terre ma, per il momento, la questione meridionale rimane immutata, la mentalità dei meridionali, qualunque ne sia stata l’origine o la causa, appena scalfita e l’Italia geograficamente spezzata a metà in maniera piuttosto netta, come se il tempo fosse passato invano.

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio, e la strada larga è più invitante di quella tortuosa. Con ciò il popolo del sud ha dato il suo responso, cogliendo al balzo l’opportunità offerta dai grillini. Considerata poi la rapidità con cui l’establishment e il mainstream mediatico sono saliti sul carro dei vincitori, già dettando l’agenda a Mattarella e caldeggiando l’inciucio grillino con una sinistra depurata di Renzi, sembra proprio che sia il popolo del sud a dettare i contenuti e tracciare il proprio cammino futuro a questi poteri forti, alla faccia di chi era contrario ai populismi.

Ma sarà proprio così o alla fine, per senso di responsabilità, chinando il capo il M5S si adeguerà alle esigenze dell’establishment e i meridionali una volta ancora si sentiranno raggirati per il mancato buon fine del loro “voto di scambio”? Ora capisco la confusione e il distacco dalla realtà di Beppe. Non è più il tempo dei vaffa, ma fin troppa grazia, Madama Dorè!

In conclusione, se il Pd si spappolasse e a ranghi sciolti, singolarmente o in gruppetti, i suoi eletti si ripartissero tra gli altri gruppi parlamentari, potrà governare Salvini o Di Maio, dipendendo da quanti di questi transfughi si aggregheranno al centrodestra e quanti invece al M5S. Tuttavia, se il Pd, per quanto con Renzi in quarantena, rimarrà compatto e risoluto nella sua intenzione di non fare inciuci con nessuno, e Salvini, anche per non essere la stampella minoritaria del M5S, resterà fedele ai suoi alleati, allora l’unica opzione, per avere futuramente un governo largo e stabile senza dover tornare in breve tempo alle urne per modificare la legge elettorale, sarà quella di formare un’alleanza tra centrodestra e il M5S. Ammesso e non concesso che il Cavaliere possa essere digerito dai grillini, non tanto per se stesso, personaggio indubbiamente discutibile, ma per i milioni di cittadini che democraticamente egli rappresenta.

Centrodestra e M5S sono sostanzialmente due forze territoriali e trasversali che, tolta ogni ipocrisia, potrebbero finalmente confrontarsi, sedendosi assieme attorno a un tavolo e trattando ad armi pari in rappresentanza dei rispettivi territori, il nord e il sud. Ci vorranno dei mesi, ma forse alla fine Salvini e Di Maio potrebbero concordare fin nei minimi dettagli un programma comune alla tedesca, a partire dai punti in parte già condivisi, come il contrasto all’emigrazione clandestina, la sicurezza e la revisione dei trattati europei, fino al punto dirimente dei rispettivi programmi, che è la ricetta economica per far ripartire il paese dando, di pari passo, un sostegno al reddito di chi è temporaneamente disoccupato.

Una ricetta, frutto anche di una vertenza, che va studiata insieme e applicata nella corretta sequenza temporale e con i giusti contrappesi, per conseguire un obiettivo che tutto sommato è anch’esso condiviso se consideriamo che nel centrodestra anche Berlusconi aveva promesso un reddito di dignità, ossia un minimo di mille euro esentasse garantito a tutti gli indigenti. In questo quadro, chi potrebbe soffrire di subalternità, nonostante i limiti dovuti all’anagrafe, sarebbe indubbiamente lo stesso Berlusconi e, assieme a lui, quanti avevano tifato per una Grosse Koalition, ossia un governo centrista di larghe intese FI-Pd, sul modello di quelli tedeschi, ma al Cavaliere resterebbe comunque il compito, non tanto peregrino, di moderare le intemperanze antieuropeiste dei due leader euroscettici.

Immigrazione: un amaro bilancio

C’è un modo sicuto per evitare le migliaia di migranti morti in mare?


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IMMIGRAZIONE:
UN AMARO BILANCIO
Parte 1° – Lo stato di fatto

Circa tre anni fa, grazie a un’operazione ideata con calcolo e cinismo, e conclusa in modo spiccio e beffardo, Renzi otteneva da Napolitano la nomina a presidente del consiglio, come mostrano le eloquenti immagini del passaggio ufficiale delle consegne con un Letta alquanto gelido, dopo il celebre “Enrico, stai sereno”. E’ probabile che all’epoca, la questione immigrazione fosse per Renzi l’ultimo dei suoi pensieri, avendo più che altro a cuore i problemi delle banche toscane, in una delle quali era invischiata la sua stessa famiglia. Infatti, la sua politica in merito all’immigrazione, attuata in combine con Alfano, nel corso del suo mandato è stata una sequenza di provvedimenti dettati da circostanze e contingenze, che hanno messo a nudo la totale impreparazione e il pressapochismo dei due, nell’affrontare il problema.

E’ altrettanto probabile, quindi, che la sua entrata trionfale sulla scena politica italiana, in cui si proclamava quale unico messia e taumaturgo dei tanti mali che caratterizzano la Repubblica Italiana, le cui radici malsane sprofondano nei decenni passati, finirà con una sonora bocciatura al referendum del prossimo quattro dicembre, in parte anche a causa del suo totale fallimento sulle politiche migratorie. Ma prima della sua presa del potere, avvengono alcuni fatti determinanti a preambolo di tale fallimento.

L’abbattimento del regime di Gheddafi, in seguito alle rivolte primaverili arabe, in questo caso ben supportate da Francia, Regno Unito e USA a cui, su insistenza di Napolitano, si unirà anche il governo Berlusconi, segna il primo passo verso un sensibile cambiamento dei flussi migratori in Italia. Infatti, con la morte del Rais avvenuta il 20 ottobre del 2011, l’Italia perde l’interlocutore fondamentale con cui il ministro Maroni aveva stipulato dei precisi accordi, per contenere l’emigrazione attraverso il canale di Sicilia.

Nel caos totale che si genera in Libia, per Maroni non sarà facile trovare nuovi interlocutori, ma non ne avrà nemmeno il tempo. Altre trame c’erano state nell’ombra: in Italia, con pazienza il trio Napolitano-Merkel-Monti, probabilmente supportato dai cosiddetti poteri forti (troika, banche e grande finanza) aveva già preparato accuratamente la caduta del governo Berlusconi, che si dimette il 16 novembre dello stesso anno, neanche un mese dopo la morte dell’amico Gheddafi.

Al posto del Cavaliere, Napolitano imporrà l’austero e rigido governo del tecnico Monti, e gli italiani, sotto minaccia default, saranno spremuti economicamente, mentre, dalle coste libiche, con le carrette del mare, riprende nel silenzio generale e nella generale indifferenza, la tratta umana dei trafficanti, che nessuno più contrasta. Ma gli italiani, che avevano acconsentito alla drastica cura di Monti, causa choc da rischio default, dopo neanche un anno e mezzo dalla sua nomina, ne hanno le scatole piene di lui, e lo espellono dal governo e dalla politica, come un irritante corpo estraneo o una schifiltosa e indigesta pasticca.

Il 28 aprile del 2013, Napolitano nomina allora il mite e ponderato Letta, che però, travolto dalle congiure di palazzo, farà da ignaro apripista  al rampante rottamatore Renzi, finendo, come una meteora agostana, la sua breve esperienza a capo di governo circa dieci mesi dopo, il 22 febbraio del 2014. La sua delusione sarà così cocente che abbandonerà la politica, ritirandosi a meditare e sentenziare dalla Sorbona di Parigi. Tuttavia, durante il suo mandato, dalle coste libiche s’infittiscono le partenze dei barconi che raggiungono l’isola di Lampedusa, dove i migranti sono trattenuti e identificati con metodi all’apparenza spicci e degradanti.

Così, nel luglio del 2013, Papa Francesco si reca nell’isola, per una visita destinata a entrare nella storia, nel coso della quale conforta i migranti e denuncia l’insensibilità di chi non li accoglie umanamente o di chi è indifferente o contrario all’accoglienza. Il risultato della sua visita ha, però, l’effetto d’incoraggiare le partenze dei barconi, e il 3 ottobre del 2013 accade una tragedia che sarà decisiva, riguardo alla direzione che prenderanno le successive politiche sull’immigrazione. Una carretta del mare libica, stracarica di migranti, si capovolge nelle acque antistanti all’isola di Lampedusa, provocando 368 morti accertati e circa 20 dispersi presunti, numeri che la pongono come una delle più gravi catastrofi marittime avvenute nel Mediterraneo dal 2000 in poi.

Le reazioni, frutto dell’impatto emotivo, sono molteplici e forti, come in particolare quella del presidente Napolitano, che dichiara di provare vergogna che i superstiti del naufragio, in base alle norme vigenti sull’immigrazione, siano stati accusati di reato di clandestinità. Bergoglio, facendo da eco a Napolitano, pure lui dalla finestra del Palazzo Apostolico lancia i suoi “Vergogna!” “Vergogna!” e l’intero establishment progressista si attiva. Si chiede di rafforzare le misure di accoglienza e di abrogare la legge Bossi-Fini e il decreto Maroni.

L’unanime proposito del fronte “buonista” è che, tragedie di questo tipo, non dovranno mai più ripetersi, e che l’unica cosa da fare sia pertanto pattugliare le coste libiche e soccorrere i migranti in mare, invece che impedirne, in qualche modo, le scriteriate partenze su mezzi di fortuna malsicuri. Così, il governo Letta, con il supporto del volitivo ed entusiasta Alfano, decide di rafforzare il dispositivo nazionale per il pattugliamento del Canale di Sicilia, autorizzando una missione militare e umanitaria denominata Operazione Mare nostrum, e finalizzata a prestare soccorso ai clandestini, prima che possano ripetersi altri tragici eventi nel Mediterraneo.

Sei mesi dopo, nell’aprile del 2014, circa due mesi dopo l’inizio del governo Renzi, il reato di clandestinità sarà stralciato dalla Bossi-Fini, garantendo, grazie a cavilli giudiziari, la permanenza in Italia al clandestino, destinatario di un decreto di espulsione, che non sia stato effettivamente accompagnato alla frontiera entro diciotto mesi. Ma ancor più estremistica sarà la posizione di Bergoglio. Il papa delle genti, forzando la realtà dei fatti (poiché non esiste alcun trattato internazionale a riguardo) dichiara tout court che l’immigrazione è un diritto umano, in questo modo non facendo più alcuna distinzione tra profugo o richiedente asilo politico da un lato (la cui accoglienza è garantita dai trattati ONU) e migrante economico dall’altro. Ciò nella presunzione, tutta da verificare, ma avvallata anche da qualche giudice italiano, che ogni migrante economico sia, di fatto, una persona totalmente priva di mezzi di sussistenza, e che non sia quindi in grado di poter sopravvivere nel suo paese d’origine.

Tuttavia, con l’operazione Mare nostrum, le partenze dalle coste libiche s’intensificano ancor più, divenendo più agevoli: non più barconi per raggiungere Lampedusa, ma traballanti gommoni che vengono soccorsi a qualche chilometro appena dalla costa libica. In ogni caso, con l’accrescere delle partenze, aumentano proporzionalmente anche i migranti morti in mare. Nonostante l’impegno delle navi italiane e degli operatori umanitari, i gommoni, stracarichi e sbattuti dalle onde, spesso si sgonfiano e affondano, prima ancora di essere individuati dai soccorritori. Così, nel novembre 2014, sollecitata con insistenza dal governo Renzi, l’Europa accorre in aiuto dell’Italia, con altre navi e altro personale, che si aggiunge a quello già operativo, e l’Operazione Mare nostrum è sostituita da quella europea, denominata Frontex Plus. Ma cosa succederà nei due anni che intercorrono dal novembre 2014 al novembre 2016, ossia fino ai giorni nostri, alla vigilia del referendum costituzionale? Finiranno i naufragi dei migranti e le tragedie in mare?

Macché, lo scorso 3 novembre 2016, accade l’ennesimo naufragio di un’imbarcazione carica di migranti, affondata, con 300 persone circa a bordo, a 25 miglia dalla costa libica; 29 i superstiti, 239 le vittime stimate e il resto dispersi. Solo nel 2016, la triste conta dei migranti, morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, supera ormai la quota di 4300 vittime. In realtà, lo stillicidio costante di persone decedute in mare, intercalato qua e là da tragici naufragi, dal novembre del 2014 non si è mai interrotto, portando all’assuefazione gli italiani, che sentono, quasi quotidianamente, le fredde cifre dei morti diffuse dai media.

L’attuale governo, che aveva fatto propria l’intenzione del precedente governo Letta, d’impedire il ripetersi di tragedie come quella a Lampedusa del 3 ottobre 2013, avendo a tal fine abolito il reato di clandestinità e richiesto l’operazione Frontex Plus, ha clamorosamente fallito l’obiettivo principale della sua politica migratoria. Salvo che, tale obiettivo, non fosse stato quello di riempire l’Italia di clandestini, poiché, in questo caso, i risultati ottenuti dalle misure messe in atto, sarebbero da considerarsi “soddisfacenti”, se non fosse per gli effetti collaterali che hanno causato.

Infatti, la Francia, in stato costante di allerta, dopo gli attentati subiti da parte di gruppi terroristici islamici, nel corso del 2015 a Parigi e nel luglio del 2016 a Nizza, aveva nel frattempo chiuso la frontiera con l’Italia, attraverso cui alcuni di questi terroristi erano transitati; lo stesso aveva fatto la Svizzera e perfino l’Austria, sospendendo la convenzione di Schengen. Di conseguenza, in assenza di un accordo sulla ridistribuzione dei profughi da parte del Consiglio Europeo, osteggiata dai membri di vari paesi che non accettano l’obbligatorietà del provvedimento, tutti i migranti soccorsi in mare, direttamente dai gommoni a poche miglia dalla costa libica, su indicazione dei trafficanti stessi, e sbarcati poi nei porti della penisola, ora devono essere sistemati in Italia, anche quelli (la gran parte) che intendevano dirigersi verso l’Europa settentrionale, utilizzando l’Italia come area di transito temporaneo.

Un altro “pilastro” della politica migratoria italiana, riconducibile al duo Renzi-Alfano, ossia quello basato sul girarsi dall’altra parte e sul “che si fotta l’Europa”, di colpo crolla fragorosamente. Dopo qualche tentativo di alzare la voce con l’Austria (ma non con la Francia) i due si rassegnano ad affrontare il problema, tentando la via teoricamente più corretta per non creare, anche in Italia, dei ghetti o, peggio ancora, dell’enclave modello Molenbeek. Questa via è quella dell’accoglienza diffusa, che però si rivelerà piuttosto ostica per la resistenza di molte comunità italiane, contrarie a ricevere clandestini. Infatti, oltre che girarsi dall’altra parte, i due avevano anche chiuso gli occhi, non tenendo conto del progressivo montare dell’insofferenza popolare verso i migranti, da parte di una popolazione impoverita e sfiancata dalla persistente crisi economica, per quanto negata dal governo in carica.

Quest’insofferenza verso i migranti aveva una genesi ben precisa. Già da tempo, il duo Renzi-Alfano, aveva creato un sistema parassitario di cooperative che lucravano sull’accoglienza, impoverendo ulteriormente i ceti produttivi, sfruttati per mantenere, oltre i soliti noti, ora anche questi nuovi parassiti, più la fiumana di africani in cerca di fortuna nel nord Europa, che en passant si godevano ferie pagate e si rifocillavano nella generosa e ospitale Italia. Inoltre, era evidente a tutti, come la parte lungamente prevalente dei migranti non fosse costituita da famiglie di veri profughi con figli e anziani al seguito, ma da aitanti ed esigenti giovanotti africani in transito, provenienti da ben trenta stati (la gran parte dei quali né dittature né in guerra) ed era altresì evidente, che solo una minima parte di questi migranti avrebbe chiesto il diritto di asilo in Italia, e meno ancora quelli che l’avrebbero ottenuto.

Ma ormai, con la chiusura delle frontiere nell’Italia settentrionale, dopo aver oziato per decine di mesi nei centri di accoglienza a spese degli italiani, gli immigrati clandestini cui non è riconosciuto il diritto di asilo, benché espulsi, rimangono qui. Quando va bene, accettano il ribasso del salario e lavorano in nero, in concorrenza con i lavoratori locali; diversamente si danno all’accattonaggio o entrano nei giri della droga e della prostituzione. La gente comune li guarda male e sempre più si rende conto, che la globalizzazione e il mito della multiculturalità stanno solo provocando danni economici e rivalità tra poveri, che acuite da disparità di trattamento a danno di nativi e residenti, innescano dei pericolosi conflitti razziali.

Vien da chiedersi, perché mai costoro rischino la vita per attraversare prima il deserto e poi il mediterraneo e non prendano invece un comodo aereo, come fanno sudamericani o cinesi, che certo non sono meno presenti degli africani in Europa. Evidentemente, per loro, rischiare la vita non è un problema; nell’Africa più arretrata e povera, quasi tutti, in qualche modo, la rischiano quotidianamente o forse, come sostengono alcuni, il viaggio avventuroso, quale ne sia la meta, per gli africani è considerato un rituale d’iniziazione all’età adulta. In ogni caso, anche se pagare trafficanti, terroristi, scafisti e passeur costa assai più di un biglietto aereo, essere soccorsi in mare consente loro di entrare in Europa, privi di documenti e non essere respinti.

Ma i veri indigenti, i malnutriti, i bisognosi, i malati, sono ancora là, in Africa, e di essi il duo Renzi-Alfano non si cura molto. Lasciano che sia la ricchezza, per quanto relativa, a fare la differenza, e non considerano, come dovrebbero, che ogni soldo speso in Europa per accogliere un clandestino, avrebbe un effetto centuplicato, se fosse usato nei paesi di partenza dei migranti, come affermano gli operatori umanitari seri, che in loco lavorano davvero, e non fanno del buonismo peloso, lucrando comodamente sull’accoglienza in Italia. Certo, aiutarli a casa loro, non dà la stessa visibilità che farlo portandoli tout court in Italia, ma in questo caso, gli effetti negativi sulla popolarità di un leader, possono superare quelli positivi.

 IMMIGRAZIONE:
UN AMARO BILANCIO
Parte 2° – Cosa fare?

Preso atto del fallimento delle politiche migratorie finora attuate, forse sarebbe il momento per Renzi di fare un’inversione di marcia. Oggettivamente, tali politiche, hanno avuto l’effetto deleterio d’incoraggiare l’immigrazione, accrescendo, da un lato, le vittime in mare e, dall’altro, la presenza dei clandestini sul territorio, col risultato di favorire, il fiorire un po’ ovunque in Italia, di seri problemi sociali e conflitti con i residenti. Che cosa fa egli invece? Critica l’Ungheria (non disponibile ad accogliere migranti) minacciandola di porre il vero sul bilancio europeo, e litiga con l’UE, per ottenere più flessibilità sul bilancio italiano a sostegno dell’accoglienza. E non sarebbe forse meglio minacciare l’ONU di ritirare le nostre navi pattugliatrici e, come fanno gli altri, chiudere i nostri porti all’accoglienza, se proprio non s’intende occupare i porti libici con l’esercito, per timore delle reazioni internazionali e dei terroristi islamici?

In questo modo si forzerebbe l’ONU a occupare, lei stessa, i porti e pattugliare le coste da cui salpano barconi e gommoni carichi di migranti, a impedirne l’ingresso in mare e le disumane e rischiose attraversate, a istituire dei centri di riconoscimento in Libia e a realizzare un corridoio umanitario a vantaggio dei veri profughi di guerra, invece che di chiunque voglia tentare la fortuna in Europa, sebbene non invitato. Quest’azione di tamponamento fatta dall’ONU in Libia andrebbe poi sostenuta e controbilanciata da interventi massicci degli stati europei in Africa, con contributi almeno pari a quelli che si spendono ora per l’accoglienza. Solo l’Italia spende per l’accoglienza circa quattro miliardi l’anno, 35 euro al giorno per ogni clandestino, denaro con cui si aiuterebbero un numero di persone decisamente superiore in Africa, realmente bisognose, indigenti, malnutrite o malate.

Per caso Renzi, molto prosaicamente, vuole invece continuare garantire il sistema opportunistico delle cooperative che in Italia lucrano sull’accoglienza? Vuol garantire il futuro a ogni tipo di ONG e ONLUS impegnata nell’accoglienza, i cui operatori, comunque mantenuti da qualcuno, senz’accoglienza rimarrebbero inoperosi? Nel nome del politically correct, o del contributo di chi lo manovra come una marionetta, egli resta favorevole a un’Europa multiculturale e variopinta, e quindi gli va bene così, morti inclusi, a migliaia, purché tutto ciò sopravviva?

Quali che siano le risposte, Ungheria, Inghilterra, Austria, e tutti i movimenti contro quest’Europa, sprezzantemente definiti populisti e xenofobi (perché ostili all’eurocentrismo e all’accoglienza, ma che nascono come funghi in tutt’Europa) mostrano che la questione identitaria andrebbe considerata con più attenzione e compresa meglio.

L’establishment progressista, col suo stuolo di ONG e ONLUS, insiste invece con la solita minestra riscaldata del politically correct e non vuole accettare il fatto che l’UE, così com’è proposta ora, sia alquanto indigesta ai suoi popoli, silenziati e privati della possibilità di essere parte in causa nelle decisioni che riguardano il loro futuro. E tra queste decisioni non vi sono, ovviamente, solo quelle riguardanti le politiche migratorie di cui si sta discutendo, ma pure molte altre decisioni, non meno importanti, da cui questo governo, con la sua abominevole riforma costituzionale, vuole escluderci per delegarle a Bruxelles.

Entrando nel merito dell’identità europea, non basta definirsi italiani, tedeschi, europei, e denunciare il pagamento delle tasse per meritare tale appellativo. Ci sono cose che il denaro non compra né si possono barattare, e una di queste è la propria identità culturale, le proprie radici e il diritto di vivere liberi e padroni a casa propria. Ne sanno qualcosa gli ungheresi, per lunghi anni oppressi dal giogo del comunismo globalista sovietico, in cui, nel nome dell’uguaglianza sociale, si arricchiva l’élite dei mega burocrati di partito.

L’essere europei (o indiani, cinesi ecc…) non è una realtà in vendita, è una dimensione esistenziale, è una forma mentis, è una koinè culturale, con pari dignità rispetto a quella di ogni altra civiltà, mentre la globalizzazione è una pianificazione sociale voluta dalle classi dominanti, interessate a ridurre i margini di democrazia dei popoli per arricchirsi senza intoppi.

E’ indubbio, infatti, che la vera democrazia sia inversamente proporzionale alla popolazione di uno Stato: più piccole e diffuse sono le comunità statuali, più difficile e oneroso è il loro completo controllo da parte delle classi dominanti, perché maggiore è la partecipazione al voto e maggiore è il peso del singolo voto, mentre ora, con una manciata di milioni di euro, esse possono comprarsi l’intero apparato politico, tecnico e burocratico d’istanza a Bruxelles, per ridurlo al loro servizio.

Lo stesso progetto di unione europea che vogliono propinarci, blandito dalle ipocrisie antirazziste e multiculturali del politically correct, va nella direzione di togliere progressivamente e surrettiziamente sovranità agli Stati nazionali esistenti, per creare un grande Stato Europeo, accentrato e popolato da una massa di persone prive d’identità e radici, appiattite in basso e in completa balia della classe dominante, fatta di banchieri e plutocrati.

E non si dica che c’è bisogno di più Europa per competere sui mercati globali, quando la lista di staterelli che economicamente se la passano piuttosto bene è ben nutrita, a cominciare dalla Svizzera, passando per Taiwan, Singapore, Corea del sud, tanto per citarne alcuni. Né si dica che c’è assoluto bisogno di un esercito europeo, almeno fino a che non sarà stata smantellata la NATO.

L’Europa, invece, dovrebbe tornare a essere principalmente un mercato comune, che già da solo ha contribuito a estinguere le spinte ultranazionaliste, garantendo settant’anni di pace ai popoli europei, mentre i veri conflitti che ora minacciano la sicurezza e la pace in Europa sono quelli etnici e religiosi, causati da un irresponsabile lassismo delle classi dirigenti europee rispetto all’immigrazione musulmana.

L’accusa di razzismo, invariabilmente spiattellata in faccia ai movimenti identitari, è per lo più priva di fondamento: noi europei siamo gli inventori della democrazia e ci siamo affezionati a essa, ma il punto non è, per questo o altro motivo, sentirsi superiori a qualcuno o a qualcosa, al contrario opporsi al globalismo (e anche a ogni universalismo religioso) esprime la volontà ed è il modo di salvare le differenze che sono il sale del mondo, proprio ciò che la globalizzazione si prefigge di distruggere.

Infine, anche volendo spalancare le porte a tutti, senza porre alcun limite agli ingressi (e alla massificazione dei popoli europei) non tutti gli immigrati sono integrabili. Non lo sono i cinesi, ma per quanto tendano a isolarsi e dar luogo a comunità chiuse e impenetrabili, essi sono comunque portatori di una civiltà millenaria che scorre parallela a quella occidentale e con cui non vi è alcun rischio di collisione. Non lo sono gli islamici, che, però, oltre a rifiutare d’integrarsi, pretendono di cambiarci, essendo portatori di una civiltà in rotta di collisione con la nostra.

Il radicalismo islamico, ormai diffuso in larga parte della comunità islamica mondiale, è un fenomeno in atto da poco più di un quarantennio. Esso ha nel salafismo, cui appartengono anche i Fratelli Musulmani, una genesi e un luogo d’origine ben precisi, essendo quest’ultimo una predicazione, originata, sostenuta e in tempi recenti, grazie al petrolio, finanziata dal Wahhabismo arabo-saudita (movimento sunnita di riforma religiosa, che contribuì non poco alla formazione della moderna Arabia Saudita e che fu fondato da un esponente della scuola giuridico-religiosa hanbalita).

In assenza del radicalismo islamico, l’esclusione e la frustrazione delle seconde e terze generazioni di musulmani stabilitisi in occidente, e indicate dalla sinistra come la causa principale del terrorismo islamico in occidente, si sarebbero naturalmente incanalate nella problematica sociale e razziale che ciclicamente esplode negli USA, un tema ben noto e sempre a cuore alle sinistre.

L’essersi invece incanalate nel solco della rivendicazione identitaria islamica, aggravata in aggiunta dal radicalismo e dal terrorismo, ha spiazzato completamente la sinistra. Solo per forza d’inerzia essa insiste col mantra dell’accoglienza, non capendo che così si creano le premesse per la nascita, nel cuore dell’Europa e dell’occidente, di un esercito di simil-nazzisti islamici, vere bombe a orologeria, regolate ad esplodere il loro odio contro di noi nei prossimi decenni.

Sarà un caso, allora, che l’immigrazione africana in Europa, principalmente di maschi giovani, avvenga solo dall’Africa settentrionale e dalla fascia sub-sahariana, proprio le aree a maggioranza musulmana? L’emigrazione musulmana, cui i buonisti politically correct guardano con sollecita indulgenza, potrebbe camuffare un’invasione, che in futuro spingerà i popoli invasi e sopraffatti a recidere le loro radici e migrare a loro volta altrove.

Lo stesso Adonis, noto poeta e saggista siriano libanese, ci mette in guardia, affermando, in sostanza, che l’Islam, con la sua violenza intrinseca e originaria, è inconciliabile con i valori universali del resto dell’umanità, fintanto che non affronti un processo di secolarizzazione (che consenta una rilettura non integralista del Corano) e di laicizzazione, divenendo una religione intima e personale nel rapporto con Dio, invece che un apparato legislativo totalitario e invadente.

Ecco perché conviene dividere l’italia


ECCO PERCHÉ CONVIENE DIVIDERE L’ITALIA

cartina-italia-politicaL’Italia si è impegnata con l’UE a riportare il debito pubblico al 60% del Pil (fiscal compact) ripagando la quota eccedente in vent’anni dal 2015 con rate annuali pari al suo 5%, allo stato dell’arte circa 60 miliardi all’anno, ma che potrebbero diventare molti di più se la recessione continuasse in conseguenza di un ulteriore calo del Pil. Ma neanche la più rosea delle previsioni, come una crescita del Pil al 3% accompagnata da un euro più debole, farebbe cambiare la sostanza per gli italiani, se non, forse, dei drastici interventi shock quali la messa in mobilità di mezzo milione di dipendenti pubblici che però nessun governo in Italia oserebbe neppure proporre. Non bastasse, nei prossimi tre anni l’Italia dovrà pure completare il finanziamento dei 125 miliardi al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) indebitandosi per versare complessivamente nelle sue casse altri 75 miliardi di euro dopo averne già versate due rate di 25 miliardi nei primi due anni dalla sua approvazione. …Continua

Jus soli e clandestinità


Carrette del mareJUS SOLI E CLANDESTINITA’

Che dire dell’abolizione del reato di clandestinità attuata dalla Commissione Giustizia del Senato sull’onda emotiva delle recenti stragi di migranti nel Canale di Sicilia e della di poco precedente risoluzione approvata dal Consiglio Regionale dell’Emilia-Romagna di concedere la cittadinanza onoraria ai bambini nati in Italia da cittadini stranieri, magari da estendere poi anche a quelli nati in Italia da stranieri clandestini? Continua a leggere “Jus soli e clandestinità”