Le possibili scelte di Salvini


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LE POSSIBILI SCELTE DI SALVINI

La super media dei sondaggi non è manipolabile dalla Lega, che al massimo potrà forse controllarne uno degli istituti di sondaggio; inoltre gli ultimi dati della super media (Lega a oltre il 38%) non sono il frutto di una situazione contingente, ma di un trend crescente da quando Salvini, più di un anno fa, ha preso per mano una Lega al 4% portandola a oltre il 34% alle europee di quest’anno.

I sondaggi che riguardano la Lega salviniana non sono dunque frutto di manipolazioni o eventi contingenti né il consenso di Salvini è così facilmente volatile come quello che ha avuto Renzi, che comunque gli consente per ora di vivere di rendita e condizionare il Parlamento, ma che sarà pressoché azzerato qualora si andasse a nuove elezioni.

Il crollo nei sondaggi di Renzi, e viceversa le fortune di Salvini, non stanno tanto nell’attitudine alle falsità, agli inganni e alle furbate del primo, nel suo essere opportunista anziché coerente, stanno piuttosto nelle diverse politiche sull’emigrazione, la madre di tutte le questioni.

È dunque una sacrosanta verità che l’attuale parlamento non rappresenta più il sentimento dell’elettorato italiano. Non tenerne conto, anche se dal Capo dello Stato, e non dare la parola agli italiani, sarebbero un amaro spregio della democrazia, che prima o poi sarà pagato a caro prezzo anche dal M5S in termini di consensi.

Dando, quindi, per scontato che mai Mattarella darà ai sondaggi, e ai risultati delle europee di quest’anno della Lega, il peso che questi meritano, favorendo invece l’eventualità di una maggioranza parlamentare alternativa a quella di Lega-M5S, Salvini aveva due scelte.

La prima era di tener duro e continuare con il M5S. Se non fosse riuscito a impedire il taglio dei parlamentari, i passi successivi sarebbero stati: al momento di rimodulare i collegi e la legge elettorale, scongiurare un’eventuale eliminazione del premio di maggioranza e quindi, dopo l’adeguamento del sistema elettorale alle nuove Camere, far cadere il governo alla vigilia del semestre bianco.

A questo punto, probabilmente sarebbe nato un governo di scopo PD-M5S con il principale obiettivo di eleggere un altro presidente della repubblica di sinistra, prima della decadenza di Mattarella. Tale governo, però, sarebbe poi durato un solo anno, a causa della scadenza naturale della legislatura. Con una nuova legge elettorale ancora parzialmente maggioritaria, Salvini avrebbe poi certo vinto le successive elezioni. Il punto è, come detto, che egli non aveva alcuna certezza che sarebbe riuscito a impedire l’eliminazione del premio di maggioranza.

Inoltre, mesi e mesi di logorio in ostaggio dei grillini, senza poter produrre risultati concreti, causa i loro no, con i ministri Toninelli e Trenta, coadiuvati dalle toghe rosse, che sabotano le sue direttive per bloccare l’immigrazione clandestina dalla Libia, il ministro Tria che tergiversa sulla flat tax e la Lessi che non vuol sentir parlare di autonomia differenziata, tutto ciò avrebbe portato a una possibile caduta dei consensi ottenuti quando invece era lui a dettare l’agenda del governo.

Perciò Salvini ha preferito la seconda scelta: anticipare i tempi della sfiducia al governo Conte, in un momento in cui i tempi per negoziare un nuovo governo fossero molto stretti, confidando, comunque, che un eventuale governo degenere PD-M5S possa non avere una vita facile. Ma soprattutto che con esso la questione immigrazione possa incancrenirsi ed esasperare ancor di più gli italiani, aumentando così i propri consensi e quelli della Meloni, fino a portarli insieme oltre il 50%.

In questo modo, alle prossime elezioni, anticipate o no, Salvini si garantirebbe la vittoria con qualsiasi legge elettorale, pur dovendo poi convivere probabilmente con uno scomodo presidente di sinistra, comunque, molto depotenziato di fronte a una maggioranza di destra, così netta, forte e coesa.

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Ora si dimetta, Signor Presidente


mattarella-e-renzi-800x600ORA SI DIMETTA, SIGNOR PRESIDENTE

Nomen omen, Mattarella dà di matto ed è “Maduro” per il manicomio. Il referto diagnostico parla d’infantilismo senile con sintomi di mania di grandezza. Cos’avrebbe mai potuto fare di così terribile e irreparabile l’ultra-ottuagenario Savona? Ma evidentemente, il “Matterello” deve averlo parametrato in base alle proprie condizioni precarie di salute mentale. Allucinante, “agghiaggiande”, direbbe Conte, quello che fa l’allenatore di calcio, ovviamente.

E’ ben vero che, a suo tempo, Mattarella fu in pratica eletto con due terzi dei votanti presenti nell’assemblea dei “grandi elettori”, sebbene al quarto scrutinio. Tuttavia, quest’atteggiamento arbitrale attuale, palesemente di parte, lo porterà a confrontarsi alle prossime elezioni (se mai si faranno) con un’alleanza Lega-M5S all’80% dei suffragi diretti, ben oltre al 66% circa dei suffragi che il nostro presidente può vantare, fatto però di grandi elettori in gran parte decaduti.

E’ da persona responsabile e moralmente onesta, quale Mattarella si considera, affidare il destino di Cottarelli a dei possibili transfughi della Lega e del M5S, unici partiti che, coalizzati, possano garantire una maggioranza al “Cotto”, che del resto hanno già negato di voler sostenere? E’ solo un’altra perdita di tempo, se non uno squallido tentativo d’inciucio, che fa leva sui più bassi istinti di qualche parlamentare opportunista di turno.

Il “Matterello” si preoccupava dei risparmiatori italiani? Facciamo due osservazioni “populiste”: probabilmente, nessun elettore di Lega o M5S ha risparmi consistenti da investire in titoli di stato italiani e, probabilmente, in questi anni di crisi e bastonate, i piccoli risparmiatori italiani si son ridotti a quattro gatti spelacchiati. Laonde la domanda (retorica) è: a quali risparmiatori italiani fa riferimento Mattarella, quando dice di volerli tutelare?

Salvini e Di Maio avevano tutte le intenzioni e il diritto di governare. Il tam-tam del colpevole, stupido e incosciente puntiglio di Mattarella, che ha bloccato il governo dei due dioscuri, si è velocemente propagato fino in Libia e gli sbarchi di clandestini sono ripresi con intensità. Non bastasse, lo spread, invece che placarsi, causa la situazione d’incertezza e caos che il nostro maldestro presidente ha prodotto, si è messo a fibrillare ancor di più.

Ma forse non si tratta solo d’insipienza del nostro caro presidente, che tutti consideravano moderato, saggio e soprattutto super partes, ma che invece si è rivelato estremista, ottuso e di parte. Chi l’ha scelto per essere eletto, infatti? Chi aveva l’interesse a esacerbare la questione europea, con illazioni  e processi alle intenzioni basate su falsità?  Chi ha già affilato le lame in vista di una dura campagna elettorale che si vuole trasformare in un referendum pro o contro l’euro? Ovviamente il Pd di Renzi, un politico strappato al cabaret e servo delle élite, cui ora il “nostro” presidente ha ricambiato il favore.

Non c’era nessuna necessità di porre il veto a Savona da parte di Mattarella. Savona, per quanto d’idee risapute, avrebbe fatto parte collegialmente di un esecutivo sostenuto da una maggioranza nel cui contratto programmatico non si parlava di uscita dall’euro e ciò che egli avrebbe proposto, avrebbe richiesto l’approvazione del Consiglio dei ministri e del Parlamento, e se anche quest’ultimo avesse approvato un provvedimento con dei dubbi sulla sua costituzionalità, il PdR avrebbe comunque avuto il potere di bloccarlo in partenza. In realtà, il compito di Savona, motivato dalle competenze economiche che gli sono universalmente riconosciute, era solo quello di negoziare con i nostri partner europei e garantire efficacemente gli interessi nazionali.

Il niet di Mattarella verso Savona ha invece tutte le sembianze di un pretesto allo scopo di bloccare proprio il governo Salvini-Di Maio e, come ha precisato lo stesso presidente con caparbietà nel giustificare il suo veto a Savona, creare di conseguenza le condizioni perché la questione euro, un tabù italiano che in Europa è invece dibattuto civilmente, divenga in Italia una questione di vita o di morte, un tema rovente e divisivo per impostare una violenta caciara elettorale, studiata e programmata a tavolino allo scopo di rianimare un Pd renziano in stato comatoso, originariamente partorito per essere al servizio delle élite mondialiste sulla scia dei primi governi non-eletti.

Questo comportamento sleale del PdR, che entra nell’agone politico favorendo una squadra rispetto all’altra per conseguire dei fini inconfessabili, a prescindere da un suo possibile tradimento degli interessi e della sovranità italiana, è un pericoloso precedente che merita quantomeno di essere deplorato e stigmatizzato dall’intera classe politica, al fine di spingerlo a dare le sue dimissioni quanto prima ed è paradossale, invece, che qualcuno pensi ancora che Salvini e Di Maio abbiano premeditato un tranello a Mattarella per defilarsi dalle responsabilità di governo o per convenienze elettorali.

Indicativo è anche il fatto che il governo del Presidente stia fallendo miseramente poiché l’intero arco parlamentare nega il proprio sostegno a Cottarelli, Pd incluso, anche se lo fa per convenienza elettorale. Ciò significa che gli italiani e i partiti che li rappresentano hanno bocciato non solo Cottarelli ma indirettamente anche Mattarella, che ha travalicato i limiti del suo mandato e gestito di male in peggio una crisi politica che, per colpa sua, è divenuta anche una crisi istituzionale e finanziaria.

Comunque, se Mattarella e il Pd vogliono una simulazione di referendum, ebbene si vada quanto prima al voto! Poniamo fine a questa surrettizia e crescente cessione di sovranità nazionale a vantaggio dell’Unione Sovietica Europea e a danno degli ignari cittadini italiani, una sodomizzazione strisciante che gli europeisti nostrani e i burocrati di Bruxelles stanno attuando nei confronti del popolo sovrano italiano, senza averne neppure chiesto il consenso tramite un regolare referendum, grazie a delle norme costituzionali obsolete e antidemocratiche.

I media asserviti ai poteri forti hanno prima accusato il governo nascente di nascondere le sue reali intenzioni, mettendo anche in atto una veemente campagna terroristica sulle conseguenze dell’euroscetticismo, e questi poteri, al minimo sospetto di una potenziale uscita dell’Italia dall’euro, tramite Mattarella, che si è piegato ai loro voleri, hanno subito bloccato il governo gialloverde, benché legittimato dal voto popolare. Figurarsi cosa sarebbe successo se nel contratto di governo tra Lega e M5S si fosse inserita tale possibilità come ultima ratio per salvaguardare gli interessi italiani. Avrebbero aizzato in maniera furibonda i mercati contro l’Italia.

Eppure, in linea di principio, non si può immaginare di negare al popolo italiano tale scelta e fare dell’adesione all’eurozona uno stato definitivo e irreversibile quale solo la morte può essere, sebbene le idee dei grandi uomini sopravvivano a essi. E’ per questo motivo che, se non si pensa male, rimane incomprensibile l’atteggiamento di una personalità come Mattarella, che tutti credevamo sensibile a valori e diritti primari dell’uomo occidentale come la libertà, la dignità e la democrazia. Invece il nostro Signor Presidente ha pensato solo al portafoglio degli italiani, rispolverando e dando nuovo lustro al vecchio detto “O con Francia o con Spagna, basta che se magna”. E dicevano che era Salvini a far leva sulla pancia e le paure degli italiani!

“Il Gattopardo” di Grillo & Ass


 IL GATTOPARDO

di GRILLO & Ass

C’è un canale che, come a Genova, scorre sotto il piano stradale, imbrigliato da ipocrite pareti di cemento, atte a nasconderne le acque scure e malsane. Ma, occasionalmente, in corrispondenza di una svolta stradale, questo canale emerge e mostra a tutti la sua vera natura. E’ la questione meridionale, che da cento e cinquant’anni accompagna la storia italica avvelenando il paese, una questione tra nord e sud spesso negata, dimenticata e nascosta ma che, in occasione della svolta politica che le recenti elezioni hanno causato, emerge ricordando a tutti che non è ancora stata risolta e sanata.

Ci fu un tempo in cui intrepidi condottieri del nord fondarono prima la Liga Veneta e poi la Lega Nord, con il sogno di liberare le loro genti e le loro terre, colonizzate dall’oppressione fiscale di un’Italia matrigna, caduta nelle mani di una vorace classe dirigente e politica a trazione meridionale.

Al grido di “Roma ladrona” e “Padania libera” lottarono rincorrendo un sogno: l’indipendenza del nord, divenuto terra di conquista e di scorrerie fiscali da parte di battaglioni di finanzieri in arme, fiancheggiati da sordidi delatori, sguinzagliati con il compito di esigere fino all’ultimo centesimo ogni imposta dovuta ai cittadini del nord, mentre al sud si tollerava che l’economia sommersa si sviluppasse e prosperasse liberamente senza alcun freno.

E questo per mantenere eserciti di forestali, garantire rendite e vitalizi a politici e boiardi statali e favori a pletore infinite di questuanti e nullatenenti, dilapidando risorse duramente sudate dai cittadini del nord, risucchiate nei buchi neri dell’assistenzialismo statale, della corruzione, dello sperpero, del parassitismo e delle mafie meridionali.

Oggi questo sogno d’indipendenza è stato messo da parte dalla Lega e vacilla anche tra i suoi militanti più duri e puri, che rimangono desolati di fronte all’indifferenza con cui i burocrati europei assistono al travaglio della Catalogna, che pacificamente e democraticamente chiede l’indipendenza dalla Spagna senza rinnegare il proprio desiderio di rimanere nell’UE.

Dove sono l’anti sovranismo e l’anti nazionalismo di questi burocrati europei di fronte a un governo spagnolo, dai tratti ultra nazionalisti, che nega l’autodeterminazione di un popolo? Forse questi sentimenti vanno bene solo quando c’è da stigmatizzare populisti ed euro scettici che mettono in dubbio la giustezza e l’utilità di regole e trattati astrusi che ingabbiano i popoli europei?

Comunque sia, oggi la Lega a guida Salvini ha abbandonato ogni velleità secessionista e perfino tolto il nome Nord dallo stendardo e dal simbolo, con lo scopo d’indicare agli italiani tutti, da nord a sud, la via maestra per risolvere i problemi dell’Italia attuale. Un’Italia minacciata da ondate di migranti clandestini che c’invadono e non diventano una risorsa ma un problema economico, sociale e di sicurezza, un’Italia oppressa dalle tasse, impastoiata nella burocrazia, bloccata dalla lentezza del sistema giudiziario e, soprattutto, vincolata da un’UE che, di fatto, è un torneo fra nazioni dove, barando, vincono sempre le stesse. Tutti fattori che limitano conseguentemente le potenzialità di crescita economica dell’Italia.

Visto che l’UE tergiversa sull’unione fiscale e, anzi, incentiva la concorrenza interna, la ricetta economica di Salvini è la Flat Tax, un regime fiscale già applicato in paesi grandi, medi e piccoli come, ad esempio, Russia, Ungheria e Hong Kong, dove ha prodotto risultati lusinghieri, consentendo una crescita economica tale da creare nuovi posti di lavoro e maggiore benessere per ogni strato sociale. Questo secondo il principio di buon senso che è meglio essere differenziati verso l’alto che livellati verso il basso, ossia meglio avere livelli di benessere diversificati ma accompagnati da mobilità sociale, piuttosto che essere tutti dei miserabili (come nei regimi comunisti, senz’alcuna prospettiva di promozione sociale). Tra l’altro, una forte riduzione delle tasse, che investe anche le imprese, serve a contrastare i fenomeni del dumping fiscale e salariale e i processi di delocalizzazione industriale.

Ovviamente, dice Salvini, la flat tax è un cambio di regime fiscale totale, che semplifica drasticamente le procedure, richiedendo con ciò un condono fiscale che chiuda le posizioni pregresse di chi deve all’erario meno di centomila euro. In questo modo si ricaverebbero, tra l’altro, introiti che, diversamente, sarebbero irrecuperabili, utili alle coperture iniziali della flat tax, mentre il grosso delle coperture sarebbe ricavato dalla revisione della spese pubblica, dalla lotta alla corruzione e dall’emersione dell’economia sommersa e mafiosa.

Ma questi provvedimenti non saranno uno spauracchio per l’economia meridionale sommersa… abituata a non pagare le tasse, dal momento che paga già il pizzo? E’ assai probabile che tali provvedimenti possano essere una medicina rivoltante e imbevibile, anche perché al sud, senza citare gli sprechi e la corruzione, il sommerso è ampio e ben radicato nel tempo. Come spiegare, altrimenti, che le presenze registrate negli esercizi ricettivi dei turisti, che visitano Napoli e dintorni, siano notevolmente inferiori a quelle di Caorle, remota località balneare veneta, che molti italiani faticherebbero a individuare sulla carta geografica italiana, tra cui il buontempone Crozza, che a suo tempo fece notare l’anomalia?

Tra l’altro, se si riuscisse a far emergere l’economia sommersa, valutata sugli 800 miliardi di Pil, magicamente il nostro debito pubblico scenderebbe sotto il 100% in rapporto al Pil, attestandosi su valori simili a quelli della gran parte dei nostri partner europei cosiddetti virtuosi. In queste condizioni, chiunque fosse al governo, sarebbe in grado di attuare economie espansive, basate sugli investimenti statali e su politiche di sostegno al reddito senza incorrere nelle sanzioni europee. Inoltre, se le stime sull’economia sommersa, che include anche il giro d’affari delle organizzazioni mafiose, fossero corrette, le statistiche sui tassi di disoccupazione nel meridione sarebbero di conseguenza fuorvianti, poiché risulterebbe che al sud lavorano in realtà molti più cittadini di quanto non sembri, trattandosi però di lavoratori precari o in nero o inseriti nel giro del malaffare.

Dunque, sebbene affini riguardo all’immigrazione e all’UE, in campo economico le posizioni  e le soluzioni di Salvini e Di Maio, leader del M5S, divergono nettamente. Infatti, la proposta Di Maio, più che rivolta agli investimenti produttivi, è alquanto impregnata di statalismo assistenziale, ossia di aumento della spesa pubblica per garantire un reddito di cittadinanza ai disoccupati italiani. Un aumento di spesa che, per non accrescere ulteriormente il debito pubblico, ricevendo il niet della troika e il ricatto dei mercati, inevitabilmente si reggerebbe su un inasprimento della pressione fiscale che, per quanto detto, andrà a colpire prevalentemente l’economia emersa, ossia sostanzialmente il nord.

Inoltre, il reddito di cittadinanza alla tedesca, cui i grillini s’ispirano, è sostenibile in Germania perché lì, come nel nord d’Italia, la disoccupazione è bassa, e nel giro di pochi mesi un disoccupato trova facilmente un lavoro. Tuttavia, con i livelli di disoccupazione ufficialmente dichiarata che esistono nel sud Italia (che però, come detto, forse non corrispondono proprio alla realtà a causa del lavoro nero) hai voglia ad attendere la terza chiamata dal centro per l’impiego! Per chi non ha altra scelta, non resta che emigrare.

Di conseguenza, senza un serio progetto politico rivolto alla creazione di nuovi posti di lavoro veri, il reddito di cittadinanza rischia fatalmente di trasformarsi in una “rendita vitalizia” di natura parassitaria, che potrebbe essere persino più appetibile del lavoro fittizio dei forestali siciliani, che devono comunque attivarsi per fingere di lavorare.

Vuoi perché al sud c’è poco lavoro, vuoi perché quello che c’è, è in nero o non s’incontra con la domanda, in ogni caso Di Maio sta mettendo il carro davanti ai buoi. Infatti, prima di ridistribuire ricchezza (attività prediletta della sinistra e pratica clientelare che le classi dirigenti meridionali di ogni colore attuano con sfrenata naturalezza) bisognerebbe crearla la ricchezza, tanto a nord come a sud, attraendo investitori stranieri, magari con la flat tax, e creando nuovi posti di lavoro, e poi bisognerebbe far emergere tutto il sommerso che c’è al sud, contrastando di pari passo il malaffare.

Non è poca roba, direbbe Sarri, tanto caro ai napoletani che hanno votato in massa il loro conterraneo Di Maio. Altrimenti, si rischia di pesare ancor più sul nord produttivo che, con ulteriori aumenti della pressione fiscale, fatalmente deprimerebbe a danno di tutti, e principalmente dei cittadini del nord, tra cui molti elettori del M5S che a quel punto, superata l’infatuazione grillina, potrebbero rivolgere altrove il loro consenso.

E la Lega sarà lì, pronta ad accoglierli, perché la Lega esisterà finché ci sarà un sacco del nord, ragione primaria della sua esistenza. Riguardo invece alla longevità del M5S, vi sono molti dubbi e ombre sui suoi esiti futuri. Questi dubbi e ombre riguardano principalmente il metodo di selezione e le competenze dei suoi candidati che, a differenza di quelli leghisti, non hanno mai fatto alcun apprendistato o gavetta come militanti sul territorio nelle amministrazioni locali e tra i ranghi del loro partito, sebbene questo abbia ormai più di un decennio di vita. Anzi, molti di loro sono stati arruolati nelle ultime ore, senza garanzia quindi che tra gli eletti non ci siano dei furbi modello Razzi in cerca della “grana” o peggio non ci siano infiltrati di organizzazioni mafiose o massoniche.

Se, dunque, quelle descritte sopra sommariamente erano le proposte economiche della Lega e dei grillini alla vigilia della recente tornata elettorale, quali indicazioni si possono trarre dall’esito del voto? Purtroppo, tolta una piccola percentuale di meridionali coraggiosi e degni di stima, che Salvini ha pubblicamente e giustamente ringraziato, si ha l’impressione che la stragrande maggioranza d’essi, come di costume, più che a un lavoro regolare, aspiri a introitare questa “rendita di cittadinanza” che offrono i generosi grillini, e aggiungere poi a essa gli introiti di un lavoro in nero, a volte con i contributi della pensione versati grazie a un lavoro in regola pro forma che, in realtà, è svolto in nero da un vero nero (leggasi negro) sottopagato.

All’indomani del voto, con lo storico successo grillino, sembra che ci sia stato un terremoto politico, ma nel “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa c’è una verità sul sud: tutto cambia perché nulla cambi. Forse Salvini ha gettato un seme in quelle terre ma, per il momento, la questione meridionale rimane immutata, la mentalità dei meridionali, qualunque ne sia stata l’origine o la causa, appena scalfita e l’Italia geograficamente spezzata a metà in maniera piuttosto netta, come se il tempo fosse passato invano.

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio, e la strada larga è più invitante di quella tortuosa. Con ciò il popolo del sud ha dato il suo responso, cogliendo al balzo l’opportunità offerta dai grillini. Considerata poi la rapidità con cui l’establishment e il mainstream mediatico sono saliti sul carro dei vincitori, già dettando l’agenda a Mattarella e caldeggiando l’inciucio grillino con una sinistra depurata di Renzi, sembra proprio che sia il popolo del sud a dettare i contenuti e tracciare il proprio cammino futuro a questi poteri forti, alla faccia di chi era contrario ai populismi.

Ma sarà proprio così o alla fine, per senso di responsabilità, chinando il capo il M5S si adeguerà alle esigenze dell’establishment e i meridionali una volta ancora si sentiranno raggirati per il mancato buon fine del loro “voto di scambio”? Ora capisco la confusione e il distacco dalla realtà di Beppe. Non è più il tempo dei vaffa, ma fin troppa grazia, Madama Dorè!

In conclusione, se il Pd si spappolasse e a ranghi sciolti, singolarmente o in gruppetti, i suoi eletti si ripartissero tra gli altri gruppi parlamentari, potrà governare Salvini o Di Maio, dipendendo da quanti di questi transfughi si aggregheranno al centrodestra e quanti invece al M5S. Tuttavia, se il Pd, per quanto con Renzi in quarantena, rimarrà compatto e risoluto nella sua intenzione di non fare inciuci con nessuno, e Salvini, anche per non essere la stampella minoritaria del M5S, resterà fedele ai suoi alleati, allora l’unica opzione, per avere futuramente un governo largo e stabile senza dover tornare in breve tempo alle urne per modificare la legge elettorale, sarà quella di formare un’alleanza tra centrodestra e il M5S. Ammesso e non concesso che il Cavaliere possa essere digerito dai grillini, non tanto per se stesso, personaggio indubbiamente discutibile, ma per i milioni di cittadini che democraticamente egli rappresenta.

Centrodestra e M5S sono sostanzialmente due forze territoriali e trasversali che, tolta ogni ipocrisia, potrebbero finalmente confrontarsi, sedendosi assieme attorno a un tavolo e trattando ad armi pari in rappresentanza dei rispettivi territori, il nord e il sud. Ci vorranno dei mesi, ma forse alla fine Salvini e Di Maio potrebbero concordare fin nei minimi dettagli un programma comune alla tedesca, a partire dai punti in parte già condivisi, come il contrasto all’emigrazione clandestina, la sicurezza e la revisione dei trattati europei, fino al punto dirimente dei rispettivi programmi, che è la ricetta economica per far ripartire il paese dando, di pari passo, un sostegno al reddito di chi è temporaneamente disoccupato.

Una ricetta, frutto anche di una vertenza, che va studiata insieme e applicata nella corretta sequenza temporale e con i giusti contrappesi, per conseguire un obiettivo che tutto sommato è anch’esso condiviso se consideriamo che nel centrodestra anche Berlusconi aveva promesso un reddito di dignità, ossia un minimo di mille euro esentasse garantito a tutti gli indigenti. In questo quadro, chi potrebbe soffrire di subalternità, nonostante i limiti dovuti all’anagrafe, sarebbe indubbiamente lo stesso Berlusconi e, assieme a lui, quanti avevano tifato per una Grosse Koalition, ossia un governo centrista di larghe intese FI-Pd, sul modello di quelli tedeschi, ma al Cavaliere resterebbe comunque il compito, non tanto peregrino, di moderare le intemperanze antieuropeiste dei due leader euroscettici.

É nata la repubblica Borbonico-Pontificia d’Italia


É NATA LA REPUBBLICA BORBONICO-PONTIFICIA D’ITALIA

CorazzieriScorta di centauri, rintocchi di campana, bandiere e drappi rossi, sulle tribune i grandi elettori assieme ai rappresentanti del corpo diplomatico e gli ospiti d’onore, salve di cannone, 21 per la precisione (vai a sapere perché) formula di rito per il giuramento e messaggio alla nazione, corazzieri a cavallo in alta uniforme, fanfara e inno di Mameli, omaggio al Vittoriano (l’altare della patria) sfilata in auto decapottabile a sette posti in uso solo per rare occasioni, onori militari, contorno di gallonati, frecce tricolori, discorsi e rinfresco. Con questa liturgia barocca e patriottarda, martedì 3 febbraio scorso, Mattarella si è insediato alla presidenza della neonata Repubblica Borbonico-Pontificia d’Italia.

Borbonico-Pontificia perché con la sua elezione alla presidenza della Repubblica, la compagine centro-meridionale della classe politico-dirigente italiana ha …Continua