La sinistra italiana, cancro d’Italia


CarolaRakete

LA SINISTRA ITALIANA, CANCRO D’ITALIA

Immigrare in uno stato sovrano non è un diritto naturale né un diritto universale riconosciuto dall’ONU; solo ai profughi di guerra e ai perseguitati politici è garantito il diritto d’asilo, ma non sembra che masse di libici stiano esercitando tale diritto a causa degli scontri tra le forze di Haftar e quelle di al-Sarraj. Al contrario, la Libia è invasa da turme di migranti, per lo più giovani maschi aitanti, che vi giungono spontaneamente per imbarcarsi verso l’Italia, pur consci di poter divenire ostaggio di trafficanti senza scrupoli o peggio pedine da giocare per entrambe le fazioni nello scacchiere della guerra in corso.

Il loro scopo è eludere la legislazione italiana sull’immigrazione con la furbata di spacciarsi per dei naufraghi, avventurandosi irresponsabilmente in mare, di proposito con mezzi precari e inadatti ad affrontare ogni situazione meteo, per essere soccorsi dalle navi Ong che battono le acque libiche, distorcendo per i propri fini il diritto del mare, che prevede di completare il soccorso con lo sbarco dei naufraghi presso il porto sicuro più vicino, che invariabilmente è europeo e mai africano. A dimostrazione del fatto che tutto ciò non è altro che un sotterfugio per migrare in Europa ed essere accuditi e mantenuti nei primi anni di presenza, grazie alla possibilità di richiedere l’asilo politico, pur non avendo, nella maggior parte dei casi, alcuna prospettiva di ottenerlo. Una gigantesca e insopportabile presa in giro, apprezzata solo da chi lucra sull’accoglienza e considera, quelli delle navi Ong, interventi umanitari anziché favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Ma recentemente, grazie all’azione di Salvini, che ha ridotto drasticamente gli arrivi e in numero assoluto (che è quello che conta) i morti in mare, il porto sicuro più vicino per i migranti salvati dal naufragio, sempre più spesso è divenuto quello da cui erano partiti e presso del quale erano giunti di loro spontanea volontà, cioè la Libia. Il fondamento dell’efficace politica salviniana è stato salvare questi irresponsabili (non certo dei disperati, poiché pagano delle cifre considerevoli a trafficanti e passeur) ma riportarli poi in Libia con l’appoggio della Guardia Costiera libica e nonostante il disappunto delle Ong, che non ritengono la Libia, un porto sicuro per i migranti, anche se essi vi siano giunti di loro spontanea volontà, tuttalpiù ingannati dalla propaganda secondo cui dalla Libia, grazie alle Ong, essi sarebbero presto sbarcati in Italia, ricevendo a testa 35 euro al giorno dal governo italiano.

Tuttavia, i trafficanti di esseri umani sono sempre un passo avanti. Da qualche tempo non lasciano più i migranti a poche miglia dalla costa libica su dei precari gommoni per essere “salvati” dalle navi Ong. Arrivano invece nei pressi delle coste italiane con una “nave madre” pregna di migranti, che come un mostro alieno espelle a raffiche dei “barchini fantasma” a motore (cosiddetti poiché invisibili ai radar della Guardia Costiera) che si dirigono verso la costa italiana, carichi di manipoli di migranti trasbordati dalla nave madre.

Prima del recente braccio di ferro tra Salvini e la capitana della Sea Watch3, Carola Rackete, “piratessa” dei 7 mari, conclusosi con l’incriminazione di quest’ultima, da parte del PM di Agrigento, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e resistenza a pubblico ufficiale, cui deve ancora rispondere, come possiamo ben capire, le navi Ong erano ormai fuori dai giochi e superate dagli eventi. Che fossero stati spinti da motivi umanitari, ideologici o per soldi, ormai i volontari delle Ong erano inutili ai trafficanti. Le Ong garantivano un traghetto a costo zero per i trafficanti, ma i numeri erano drasticamente diminuiti grazie a Salvini.

Di fatto, i “viaggi della speranza” non erano più alla portata di disperati e spiantarti, ma sempre più per chi ha molti soldi da investire, spesso per scopi illeciti, come quelli della feroce mafia nigeriana, che di questo passo si affiancherà con pari “dignità” alle mafie nostrane. Non per questo Salvini mostrava indulgenza e tolleranza per quelle Ong, come la Sea Watch, che pur di prevenire possibili naufragi di migranti in mare, si accordavano con trafficanti e scafisti per raccoglierli direttamente a poche miglia dalla costa libica. Prova ne è che queste Ong hanno sempre rifiutato di aderire al “Codice Minniti”, giacché prevedeva la presenza di osservatori esterni a bordo delle loro navi.

Ora, però, dopo che la Rackete è stata scagionata dal Gip di Agrigento dall’accusa di aver aggredito un mezzo navale da guerra, mettendo a rischio la vita dei finanzieri a bordo, le Ong, ringalluzzite, hanno ripreso a pattugliare numerose le acque libiche, pronte a imitare la Rackete e violare a Lampedusa i confini e le leggi italiane, confidando nell’immunità garantita dal Gip di Agrigento, alla cui giurisdizione appartiene l’isola. Appoggiate in questo dai comunisti italiani, rigurgito, per non dir vomito della Storia, che avevano giustificato e applaudito il comportamento violento e aggressivo, oltre che inessenziale e irresponsabile, posto in atto dalla Rackete, conseguenza di una premeditata volontà di violare nottetempo i confini nazionali con un colpo di mano improvviso e fulmineo. Tutto ciò nonostante i giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo avessero stabilito l’insussistenza di rischi vitali per i migranti a bordo della Sea Watch3.

Non esisteva alcuno “stato di necessità”, poiché qualsiasi marittimo in salute passa anche dei mesi in mare aperto. Violando i confini italiani, c’era solo la volontà di creare un caso politico e giudiziario nella convinzione, per altro discutibile e controversa, che le convenzioni internazionali abbiano più valore di un singolo Stato, se pur sottoposto a una pressione migratoria incontrollata e nociva. Ed è questo il vero nocciolo della questione, piuttosto che l’aver perseguito ostinatamente il proprio scopo, pur a costo di schiacciare, contro il molo, la motovedetta della finanza e mettere a rischio la vita dei finanzieri a bordo, comportamento che le è costato comunque, da parte del PM, l’incriminazione per aggressione di un mezzo da guerra italiano, accusa che il Gip ha poi ritenuto infondata, per altro secondo fumose e discutibili motivazioni.

È dunque questo il vero nocciolo della questione: vale più il diritto del mare, relativo allo sbarco in un porto sicuro di migranti-naufraghi o il diritto di uno Stato di difendersi da un’immigrazione incontrollata gestita da privati, a presunti fini umanitari, che però, di fatto, per quello Stato è destabilizzante demograficamente, socialmente, culturalmente e riguardo alla sicurezza interna, in pratica tale da configurarsi come una sostituzione etnica? Un quesito questo cui dovrebbe rispondere l’intera nazione e non un singolo magistrato, magari sulla base delle sue idee politiche.

Riguardo poi ai “sinistrati pidioti italiani” la loro stupidità è esponenziale nel perorare in continuazione un intervento responsabile dell’UE sulla questione migratoria e criticare di continuo il governo in carica per la mancanza d’iniziative in questo senso. Se da un lato i paesi del Patto di Visegrád pongono il veto all’obbligo della redistribuzione perfino di rifugiati e profughi, dall’altro i paesi nord europei fanno orecchio di mercante alle proposte di rivedere il trattato di Dublino e respingono i dublinanti nei paesi di primo ingresso, anche in maniera piuttosto spiccia. La verità è che non c’è più nessuno in Europa, a parte quelli che ci lucrano, che si offra spontaneamente per farsi carico di migranti clandestini, specie se aitanti maschi adulti. Dall’algida Oslo alla caliente e aperta Barcellona, dove per trattenere le navi Ong e salvare la faccia, hanno usato dei cavilli burocratici, più o meno apertamente, nessuno, specie se ha avuto il “piacere di assaporare” il terrorismo islamico, vuol più sentir parlare di ulteriori immigrati da ripartire equamente tra gli stati UE. E non sarà l’elezione del Pd David Sassoli a Presidente del Parlamento europeo a mutare le cose, considerato la provata impotenza di quest’organo europeo.

Per coloro, incluso il “papa tupamaro”, che insistono nel voler demonizzare muri e affini e santificare le aperture indiscriminate, ricordo che i confini di uno Stato, per la comunità di cui esso si fa garante, sono come la pelle di un organismo vivente o la membrana di una singola cellula. Pelle e membrane, come muraglie, difendono gli organismi pluricellulari e unicellulari da infezioni e intrusioni, attuando delicate operazioni di filtro. Senza membrana non può esistere una cellula, senza pelle non sopravvive un organismo pluricellulare. E le cellule che non rispettano e minano questa struttura difensiva, sono cancerogene, come lo sono la sinistra italiana e le Ong, che indiscriminatamente pretendono di aprire i confini a chi non se lo merita affatto, giacché si fa beffe delle nostre leggi e continuerà a farlo anche se sarà benevolmente accolto.

Demoniaco e contro natura è chi non riconosce e non rispetta queste basilari strutture della vita e della natura umana che sono i confini tra organi, organismi e comunità distinte. In conclusione, se i confini devono svolgere un’azione di filtro nei confronti di chi non rispetta le nostre leggi, va negato il diritto di richiedere l’asilo politico a chi non arrivi in Italia regolarmente, ma come presunto naufrago e conseguentemente deve essere trattenuto in attesa di essere rimpatriato. Inoltre, sarà bene non portare a giudizio gli immigrati clandestini, ma procedere alla loro immediata espulsione nei casi flagranti d’imputazione per reati banali, consumati al solo scopo di sfruttare la lentezza biblica del sistema giudiziario italiano nell’emettere una sentenza definitiva e così per legge rimanere in Italia svariati anni.

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