Di Maio, impotente e abusato da Conte


images(3)DI MAIO, IMPOTENTE E ABUSATO DA CONTE

L’artefice del piano per portare all’esasperazione la Lega e spingere Salvini a togliere la spina al governo giallo-verde è stato Giuseppe Conte che, all”insaputa di Di Maio, ha tramato servendosi dei parlamentari europei e pochi altri senatori e deputati di Palazzo Madama e Montecitorio.

Dal momento che Salvini ha tolto la spina al governo giallo-verde, abboccando al tranello di Conte, Di Maio non ha contato più nulla: se lui avesse scelto di andare al voto come gli chiedeva Salvini, nessuno dei suoi parlamentari, per attaccamento alla poltrona, l’avrebbe seguito.

Se durante la sceneggiata delle prove d’inciucio col Pd (in realtà già accordato da tempo tra Conte e Renzi) egli avesse accettato l’offerta in extremis di Salvini che, facendo retromarcia pur di evitare il ritorno del Pd al governo, gli aveva offerto la carica di PdC, nessuno dei suoi parlamentari l’avrebbe seguito comunque.

Troppo forte lo spavento di perdere la poltrona, che Salvini aveva causato in loro; tanto forte da rendere Salvini inaffidabile ai loro occhi, ipnotizzati dal sgargiante velluto color carmnio che riveste gli scranni del Parlamento. Ora il velleitario Di Maio fa la voce grossa e pretende il taglio dei parlamentari entro la metà di ottobre. Anche un bambino alle prime mani di poker capirebbe che si tratta di un bleff.

Giggino, impotente come il re Franceschiello, non può cosumare le nozze col Pd, perché non conta ormai più nulla. L’attaccamento che hanno mostrato i suoi alla poltrona è castrante più che il sale di bromuro. Anche se proponesse di staccare la spina al governo BisConte, nessuno lo seguirebbe e causerebbe solo un’insurrezione dei parlamentari grillini, tra i quali ormai impera l’anarchia totale.

I parlamentari piddini hanno messo da patte un sacco di risparmi e in una sfida a chi stacca per primo la spina dormono sonni tranquilli, possono fare quello che gli pare, anche carta straccia di ogni accordo stipulato, mettendo nel tritacarne i grillini.

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Cuneo fiscale versus Flat Tax


IMG_20190913_203002CUNEO FISCALE VS FLAT TAX

Il Centro Studi della Confindustria sta cercando di trovare le risorse per ridurre il cuneo fiscale attraverso una aberrante e odiosa commissione del 2% sui prelievi in contanti eccedenti i 1.500 euro mensili. Se fa una simile proposta, ovviamente lo fa prevedendo un tornaconto anche per l’imprenditore. Ma, a prescindere da come e dove trovare tali risorse, ci sono alcune cose da dire rispetto la riduzione del cuneo fiscale e riguardo la Confindustria.

Presumendo che non venga toccata la parte del cuneo fiscale che riguarda il contributo previdenziale ma solo quella che riguarda l’IRPEF, è ipotizzabile che questa riduzione dell’IRPEF non andrebbe a rimpinguare solo il salario netto del dipendente ma anche le tasche dell’imprenditore, diversamente non è spiegabile tanto interesse da parte della Confindustria per la riduzione del cuneo fiscale.

Inoltre, tale aiuto all’imprenditoria sarebbe a pioggia, tanto alle imprese buone che meno buone, a prescindere quindi dall’efficienza e capacità delle stesse (da qui si evince lo scarso interesse nutrito da Confindustria per stimolare e premiare la competitività delle industrie italiane) e la platea dell’intervento non sarebbe universale, andando sì a vantaggio di imprese e loro dipendenti, ma escludendo le famiglie il cui reddito proviene da partite IVA che non hanno dipendenti o da altre forme di risparmio o reddito che non siano il lavoro dipendente.

Non sarebbe stato quindi meglio estendere la fat tax al 15%, che già esiste per le partite IVA fino ai      65. 000 euro di ricavi, anche alle famiglie con 65.000 euro di reddito al netto dei contributi previdenziali, invece che dare l’ennesimo aiuto statale a pioggia alle imprese?

In fondo, se i soldi, a prescindere dalla loro origine, invece che ripartirli con l’imprenditore si mettessero interamente nelle tasche delle famiglie, queste aumenterebbero il loro potere d’acquisto. Crescerebbero così i consumi interni e indirettamente se ne gioverebbero anche le imprese italiane, ma sulla base della loro competitività e non a prescindere da essa.

Tuttavia, il Pd e il M5S dicevano che la flat tax proposta dalla Lega sarebbe stata anti-costituzionale, poiché non prevedeva alcuna progressività delle aliquote e ora il ministro Gualtieri l’ha archiviata, ma mentivano poiché l’intenzione della Lega era di procedere a stralci con un’aliquota al 15% per le partite IVA con ricavi fino a 65.000 euro annui e, a partire dal 2020, un’aliquota al 20% per lo scaglione compreso tra 65.000 e 100.000 euro.

L’intenzione era poi di replicare tale schema per tutte le altre famiglie, includendo cioè anche quelle con pari reddito, ma da lavoro dipendente e/o altri tipi di entrate. Se tale provvedimento avesse prodotto degli effetti economici positivi, solo allora si sarebbero ridotte le tasse anche a imprese e famiglie con redditi maggiori.

Invece, il neo governo giallorosso punta tutto sulla riduzione del cuneo fiscale, ma da nessuna parte si legge o di sente dire che tale riduzione rispetterà uno schema di aliquote con riduzioni progressivamente minori al crescere del reddito del dipendente e degli utili dell’impresa. In questo caso nessuno tira in ballo la Costituzione, anche se c’è il rischio che l’imprenditore possa usare la parte di riduzione del cuneo fiscale che gli compete per i propri comodi invece che investirla nell’impresa.

Broglio o doppio pesismo?


images(6)BROGLIO O DOPPIO PESISMO?

L’esito del voto, da parte dei militanti del M5S sulla piattaforma Rousseau, ha ratificato l’inciucio del Movimento con Pd e LeU, con una schiacciante prevalenza dei sì, l’80% circa. Sarebbe troppo comodo insinuare che ci siano stati dei brogli ad opera della Davide Casaleggio e associati, non rilevati dal notaio che ha seguito l’andamento della votazione, o delle infiltrazioni di hacker a manipolare i dati e non segnalate dal sistema.

Purtroppo sembra invece molto più credibile che la base dei votanti abbia obbedito supinamente al leader massimo e padre fondatore del M5S, il quale ha indicato alla sua creatura di invertire la rotta di 180 gradi per incanalare il M5S in un solco istituzionale gradito ai poteri forti cui Grillo stesso deve rispondere.

La conseguenza è che il M5S che avevamo conosciuto non esiste più e con sconcerto dobbiamo riconoscere che la sua base ha gradito questa metamorfosi da partito di protesta a partito di sistema. Uscito dal suo bozzolo, il M5S potrà ora librarsi nel cielo dei predestinati e come una leve e colorata farfalla vivere la sua effimera esistenza.

É singolare, tuttavia, osservare come, a discapito di tante giravolte, il M5S abbia comunque mantenuto saldo il timone sulla rotta della democrazia diretta, con la particolarità, però, di applicarla solo quando fa comodo, come nel caso della votazione su Rousseau per ratificare l’inciucio con il Pd, ma negarla poi agli italiani tutti quando si presume che possa essere controproducente e rischiosa per il M5S e per le poltrone dei propri rappresentanti in Parlamento.

Questa democrazia diretta a doppio scartamento è un’autentica presa i giro, un’inutile foglia di fico che non serve a coprire ipocrisie e vergogne. Non mistifichiamo le cose, la piattaforma Rousseau è solo un modo come tanti di consultare gli iscritti al proprio partito. La democrazia diretta, quella vera, è dare all’elettorato intero l’opportunità di esprimersi quando esiste la possibilità di farlo. E abbiamo verificato che, a riguardo, i grillini non sono diversi e/o migliori degli altri, sono anzi più spudorati e velleitari.

Rousseau, non c’è altra scelta che il no


images(5)ROUSSEAU, NON C’È ALTRA SCELTA CHE IL NO

Abbiamo assistito in questi giorni a una sequela d’impensabili e repentini voltafaccia dei parlamentari grillini rispetto a vari aspetti che sembravano irrinunciabili e profondamente caratterizzanti il movimento stesso: da euroscettici a europeisti convinti, da anti-casta a pro-casta, da avversi all’establishment a sua colonna portante, da sovranisti a globalisti e, soprattutto, da avversari dei piddini a loro compagni di lavoro.

Voltafaccia che hanno due spiegazioni: l’attaccamento alla poltrona dei parlamentari grillini e l’imposizione dello stesso padre fondatore del movimento, Beppe Grillo, preoccupato della sopravvivenza della sua creatura, il quale, in puro stile vetero comunista, nè più nè meno di come faceva Togliatti ai suoi tempi, dalla sua posizione di leader massimo ha comunicato alla base il suo “contrordine compagni” cui prontamente gli attivisti hanno dato seguito senza porsi tante domande.

La cosa più aberrante e perversa di Grillo è che, per giustficare queste giravolte radicali e dare loro una caratura filosofica, ricorra all’elogio del cambiamento o peggio dell’incoerenza, atteggiamento pedagogicamente deprecabile, poiché essa altro non è che una forma di cambiamento non previamente annunciato e concordato. Un cambiamento improvviso che sconfina nell’opportunismo, nella truffa, nell’inganno e nel tradimento.

Nella vita si può sempre cambiare: di opinione, pensiero, lavoro, casa, paese, moglie o sesso ed è una forma di crescita quando è frutto di riflessioni maturate nel tempo, trasparenti e dibattute, ma quando il cambiamento è repentino e conseguenza di un evento inatteso, esso è puro opportunismo, lecito quando non coinvolge altre persone che se stessi, ma che diventa truffa e tradimento quando coinvolge altre persone che confidavano nella tua parola data.

Tuttavia, nonostante tutto ciò, c’è un aspetto caratterizante del M5S che si è salvato dal suo trasformismo ed è l’idea di fondo che, la democrazia diretta, specialmente oggi che disponiamo di tecnologie in grado di realizzarla davvero, come sognava il guru Gianroberto Casaleggio (hacker permettendo) debba prevalere su quella rappresentativa, che è appannaggio della casta.

Per questo, nonostante i malumori dei gruppi parlamentari, ma sostenuto da altri dirigenti del movimento, Di Maio ha insistito per imporre il ricorso al voto dei militanti iscritti alla piattaforma digitale Rousseau, come ultima ratio per stabilire se il M5S debba o no fare il governo con il Pd.

L’esito di questa votazione, se fatta da uomini liberi, scevri da ogni condizionamento personale di natura economica e nel nome della democrazia diretta, non potrà che essere un NO al governo giallorosso, per consentire un immediato ricorso alle urne degli italiani tutti.

Diversamente, gli iscritti alla piattaforma Rousseau, che grazie alla priorità data dal M5S alla democrazia diretta hanno questo privilegio di esercitarla, se votassero per l’inciucio piuttosto che per il ricorso alle urne di tutti gli italiani, con questo doppio pesismo delegettimerebbero se stessi e l’idea stessa di democrazia diretta, portando il trasformismo del M5S alle sue estreme conseguenze, tali da non giustificare nemmeno più l’esistenza della stessa piattaforma Rousseau, con buona pace di Casaleggio & Soci.

Ora il pallino in mano ce l’ha Zingaretti


imagesORA IL PALLINO IN MANO CE L’HA ZINGARETTI

La schizofrenia del Pd è evidente: da un lato c’è il segretario del partito, Zingaretti, cui spetterebbe dettare la linea del partito, dall’altro c’è Renzi, personaggio poco affidabile (ne sanno qualcosa Bersani e Letta) che dai seggi del Parlamento controlla la truppa dei parlamentari PD e che non ha mai nascosto l’aspirazione di fondare un giorno un partito proprio, ma che al momento teme le urne, poiché il suo progetto è ancora in altomare e Zingaretti, in caso di nuove elezioni, avrebbe in mente candidati diversi da quelli uscenti.

Quindi, se Zingaretti aspira davvero a dirigere in tempi brevi il Pd, non c’è che un modo: un ricambio sostanziale dei parlamentari Pd andando al voto in ottobre. Un reset che potrà fare stilando le liste elettorali con in cima i nomi dei propri uomini di fiducia. Nei sondaggi il Pd è saldamente al secondo posto e, con la prospettiva di aprire una nuova stagione, i consensi potrebbero solo crescere, risucchiando voti dalle varie compagini della galassia dem, ora allo sbando e condannate all’inesistenza.

Se invece egli sceglierà l’inciucio, potrà tenere sotto scacco il M5S. Volete salvarvi la poltrona gazie a me? Bene, questa è la condizione basilare: discontinuità sui nomi e sui contenuti. Il che significa: Conte in panchina, il premier magari lo faccio io, riapertura dei porti, più tasse per gli italiani e, per il taglio dei parlamentari, l’oblio eterno della pratica chiusa a chiave in un cassetto.

Mentre Zingaretti permane in una posizione win win, in questo modo il M5S passerebbe dalla padella alla brace o, come si dice da noi, “pexo el tacòn del buxo”. Rimarrebbe con il cerino in mano e l’amletico quesito: essere, ossia andare dignitosamente al voto arrestando l’emorragia di consensi, o non essere?

Ossia, in cambio di tre anni di poltrona garantita a parlamentari e governo, accettare i dictat di Zingaretti nei panni di Nosferatu e morire lentamente per dissanguamento. Si sa, facendo un ribaltone a sinistra, l’originale è sempre meglio degli imitatori e quei pochi di destra, che ancora avrebbero votato i 5 stelle, passerebbero alla Lega.

Tuttavia, in questo intrecciato gioco delle parti, c’è un’incognita imponderabile, che si chiama Renzi. Davvero egli sopporterebbe di rimanere in disparte e prestare però le proprie truppe parlamentari a Zingaretti, che grazie ad esse si prenderà tutti i meriti, la gloria e l’aumento dei consensi per gli eventuali successi di un governo giallorosso?

Per uno che ha la prospettiva di fondare un proprio partito, penso di no. C’è il rischio di rimanere isolato e perdere le proprie truppe, al momento fedeli, ma che potrebbero passare in blocco al rivale, cedendo alle sue lusinghe e promesse. E Renzi vedrebbe così sfumare il progetto tanto accarezzato del proprio partito.

Le possibili scelte di Salvini


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LE POSSIBILI SCELTE DI SALVINI

La super media dei sondaggi non è manipolabile dalla Lega, che al massimo potrà forse controllarne uno degli istituti di sondaggio; inoltre gli ultimi dati della super media (Lega a oltre il 38%) non sono il frutto di una situazione contingente, ma di un trend crescente da quando Salvini, più di un anno fa, ha preso per mano una Lega al 4% portandola a oltre il 34% alle europee di quest’anno.

I sondaggi che riguardano la Lega salviniana non sono dunque frutto di manipolazioni o eventi contingenti né il consenso di Salvini è così facilmente volatile come quello che ha avuto Renzi, che comunque gli consente per ora di vivere di rendita e condizionare il Parlamento, ma che sarà pressoché azzerato qualora si andasse a nuove elezioni.

Il crollo nei sondaggi di Renzi, e viceversa le fortune di Salvini, non stanno tanto nell’attitudine alle falsità, agli inganni e alle furbate del primo, nel suo essere opportunista anziché coerente, stanno piuttosto nelle diverse politiche sull’emigrazione, la madre di tutte le questioni.

È dunque una sacrosanta verità che l’attuale parlamento non rappresenta più il sentimento dell’elettorato italiano. Non tenerne conto, anche se dal Capo dello Stato, e non dare la parola agli italiani, sarebbero un amaro spregio della democrazia, che prima o poi sarà pagato a caro prezzo anche dal M5S in termini di consensi.

Dando, quindi, per scontato che mai Mattarella darà ai sondaggi, e ai risultati delle europee di quest’anno della Lega, il peso che questi meritano, favorendo invece l’eventualità di una maggioranza parlamentare alternativa a quella di Lega-M5S, Salvini aveva due scelte.

La prima era di tener duro e continuare con il M5S. Se non fosse riuscito a impedire il taglio dei parlamentari, i passi successivi sarebbero stati: al momento di rimodulare i collegi e la legge elettorale, scongiurare un’eventuale eliminazione del premio di maggioranza e quindi, dopo l’adeguamento del sistema elettorale alle nuove Camere, far cadere il governo alla vigilia del semestre bianco.

A questo punto, probabilmente sarebbe nato un governo di scopo PD-M5S con il principale obiettivo di eleggere un altro presidente della repubblica di sinistra, prima della decadenza di Mattarella. Tale governo, però, sarebbe poi durato un solo anno, a causa della scadenza naturale della legislatura. Con una nuova legge elettorale ancora parzialmente maggioritaria, Salvini avrebbe poi certo vinto le successive elezioni. Il punto è, come detto, che egli non aveva alcuna certezza che sarebbe riuscito a impedire l’eliminazione del premio di maggioranza.

Inoltre, mesi e mesi di logorio in ostaggio dei grillini, senza poter produrre risultati concreti, causa i loro no, con i ministri Toninelli e Trenta, coadiuvati dalle toghe rosse, che sabotano le sue direttive per bloccare l’immigrazione clandestina dalla Libia, il ministro Tria che tergiversa sulla flat tax e la Lessi che non vuol sentir parlare di autonomia differenziata, tutto ciò avrebbe portato a una possibile caduta dei consensi ottenuti quando invece era lui a dettare l’agenda del governo.

Perciò Salvini ha preferito la seconda scelta: anticipare i tempi della sfiducia al governo Conte, in un momento in cui i tempi per negoziare un nuovo governo fossero molto stretti, confidando, comunque, che un eventuale governo degenere PD-M5S possa non avere una vita facile. Ma soprattutto che con esso la questione immigrazione possa incancrenirsi ed esasperare ancor di più gli italiani, aumentando così i propri consensi e quelli della Meloni, fino a portarli insieme oltre il 50%.

In questo modo, alle prossime elezioni, anticipate o no, Salvini si garantirebbe la vittoria con qualsiasi legge elettorale, pur dovendo poi convivere probabilmente con uno scomodo presidente di sinistra, comunque, molto depotenziato di fronte a una maggioranza di destra, così netta, forte e coesa.

“Il Gattopardo” di Grillo & Ass


 IL GATTOPARDO

di GRILLO & Ass

C’è un canale che, come a Genova, scorre sotto il piano stradale, imbrigliato da ipocrite pareti di cemento, atte a nasconderne le acque scure e malsane. Ma, occasionalmente, in corrispondenza di una svolta stradale, questo canale emerge e mostra a tutti la sua vera natura. E’ la questione meridionale, che da cento e cinquant’anni accompagna la storia italica avvelenando il paese, una questione tra nord e sud spesso negata, dimenticata e nascosta ma che, in occasione della svolta politica che le recenti elezioni hanno causato, emerge ricordando a tutti che non è ancora stata risolta e sanata.

Ci fu un tempo in cui intrepidi condottieri del nord fondarono prima la Liga Veneta e poi la Lega Nord, con il sogno di liberare le loro genti e le loro terre, colonizzate dall’oppressione fiscale di un’Italia matrigna, caduta nelle mani di una vorace classe dirigente e politica a trazione meridionale.

Al grido di “Roma ladrona” e “Padania libera” lottarono rincorrendo un sogno: l’indipendenza del nord, divenuto terra di conquista e di scorrerie fiscali da parte di battaglioni di finanzieri in arme, fiancheggiati da sordidi delatori, sguinzagliati con il compito di esigere fino all’ultimo centesimo ogni imposta dovuta ai cittadini del nord, mentre al sud si tollerava che l’economia sommersa si sviluppasse e prosperasse liberamente senza alcun freno.

E questo per mantenere eserciti di forestali, garantire rendite e vitalizi a politici e boiardi statali e favori a pletore infinite di questuanti e nullatenenti, dilapidando risorse duramente sudate dai cittadini del nord, risucchiate nei buchi neri dell’assistenzialismo statale, della corruzione, dello sperpero, del parassitismo e delle mafie meridionali.

Oggi questo sogno d’indipendenza è stato messo da parte dalla Lega e vacilla anche tra i suoi militanti più duri e puri, che rimangono desolati di fronte all’indifferenza con cui i burocrati europei assistono al travaglio della Catalogna, che pacificamente e democraticamente chiede l’indipendenza dalla Spagna senza rinnegare il proprio desiderio di rimanere nell’UE.

Dove sono l’anti sovranismo e l’anti nazionalismo di questi burocrati europei di fronte a un governo spagnolo, dai tratti ultra nazionalisti, che nega l’autodeterminazione di un popolo? Forse questi sentimenti vanno bene solo quando c’è da stigmatizzare populisti ed euro scettici che mettono in dubbio la giustezza e l’utilità di regole e trattati astrusi che ingabbiano i popoli europei?

Comunque sia, oggi la Lega a guida Salvini ha abbandonato ogni velleità secessionista e perfino tolto il nome Nord dallo stendardo e dal simbolo, con lo scopo d’indicare agli italiani tutti, da nord a sud, la via maestra per risolvere i problemi dell’Italia attuale. Un’Italia minacciata da ondate di migranti clandestini che c’invadono e non diventano una risorsa ma un problema economico, sociale e di sicurezza, un’Italia oppressa dalle tasse, impastoiata nella burocrazia, bloccata dalla lentezza del sistema giudiziario e, soprattutto, vincolata da un’UE che, di fatto, è un torneo fra nazioni dove, barando, vincono sempre le stesse. Tutti fattori che limitano conseguentemente le potenzialità di crescita economica dell’Italia.

Visto che l’UE tergiversa sull’unione fiscale e, anzi, incentiva la concorrenza interna, la ricetta economica di Salvini è la Flat Tax, un regime fiscale già applicato in paesi grandi, medi e piccoli come, ad esempio, Russia, Ungheria e Hong Kong, dove ha prodotto risultati lusinghieri, consentendo una crescita economica tale da creare nuovi posti di lavoro e maggiore benessere per ogni strato sociale. Questo secondo il principio di buon senso che è meglio essere differenziati verso l’alto che livellati verso il basso, ossia meglio avere livelli di benessere diversificati ma accompagnati da mobilità sociale, piuttosto che essere tutti dei miserabili (come nei regimi comunisti, senz’alcuna prospettiva di promozione sociale). Tra l’altro, una forte riduzione delle tasse, che investe anche le imprese, serve a contrastare i fenomeni del dumping fiscale e salariale e i processi di delocalizzazione industriale.

Ovviamente, dice Salvini, la flat tax è un cambio di regime fiscale totale, che semplifica drasticamente le procedure, richiedendo con ciò un condono fiscale che chiuda le posizioni pregresse di chi deve all’erario meno di centomila euro. In questo modo si ricaverebbero, tra l’altro, introiti che, diversamente, sarebbero irrecuperabili, utili alle coperture iniziali della flat tax, mentre il grosso delle coperture sarebbe ricavato dalla revisione della spese pubblica, dalla lotta alla corruzione e dall’emersione dell’economia sommersa e mafiosa.

Ma questi provvedimenti non saranno uno spauracchio per l’economia meridionale sommersa… abituata a non pagare le tasse, dal momento che paga già il pizzo? E’ assai probabile che tali provvedimenti possano essere una medicina rivoltante e imbevibile, anche perché al sud, senza citare gli sprechi e la corruzione, il sommerso è ampio e ben radicato nel tempo. Come spiegare, altrimenti, che le presenze registrate negli esercizi ricettivi dei turisti, che visitano Napoli e dintorni, siano notevolmente inferiori a quelle di Caorle, remota località balneare veneta, che molti italiani faticherebbero a individuare sulla carta geografica italiana, tra cui il buontempone Crozza, che a suo tempo fece notare l’anomalia?

Tra l’altro, se si riuscisse a far emergere l’economia sommersa, valutata sugli 800 miliardi di Pil, magicamente il nostro debito pubblico scenderebbe sotto il 100% in rapporto al Pil, attestandosi su valori simili a quelli della gran parte dei nostri partner europei cosiddetti virtuosi. In queste condizioni, chiunque fosse al governo, sarebbe in grado di attuare economie espansive, basate sugli investimenti statali e su politiche di sostegno al reddito senza incorrere nelle sanzioni europee. Inoltre, se le stime sull’economia sommersa, che include anche il giro d’affari delle organizzazioni mafiose, fossero corrette, le statistiche sui tassi di disoccupazione nel meridione sarebbero di conseguenza fuorvianti, poiché risulterebbe che al sud lavorano in realtà molti più cittadini di quanto non sembri, trattandosi però di lavoratori precari o in nero o inseriti nel giro del malaffare.

Dunque, sebbene affini riguardo all’immigrazione e all’UE, in campo economico le posizioni  e le soluzioni di Salvini e Di Maio, leader del M5S, divergono nettamente. Infatti, la proposta Di Maio, più che rivolta agli investimenti produttivi, è alquanto impregnata di statalismo assistenziale, ossia di aumento della spesa pubblica per garantire un reddito di cittadinanza ai disoccupati italiani. Un aumento di spesa che, per non accrescere ulteriormente il debito pubblico, ricevendo il niet della troika e il ricatto dei mercati, inevitabilmente si reggerebbe su un inasprimento della pressione fiscale che, per quanto detto, andrà a colpire prevalentemente l’economia emersa, ossia sostanzialmente il nord.

Inoltre, il reddito di cittadinanza alla tedesca, cui i grillini s’ispirano, è sostenibile in Germania perché lì, come nel nord d’Italia, la disoccupazione è bassa, e nel giro di pochi mesi un disoccupato trova facilmente un lavoro. Tuttavia, con i livelli di disoccupazione ufficialmente dichiarata che esistono nel sud Italia (che però, come detto, forse non corrispondono proprio alla realtà a causa del lavoro nero) hai voglia ad attendere la terza chiamata dal centro per l’impiego! Per chi non ha altra scelta, non resta che emigrare.

Di conseguenza, senza un serio progetto politico rivolto alla creazione di nuovi posti di lavoro veri, il reddito di cittadinanza rischia fatalmente di trasformarsi in una “rendita vitalizia” di natura parassitaria, che potrebbe essere persino più appetibile del lavoro fittizio dei forestali siciliani, che devono comunque attivarsi per fingere di lavorare.

Vuoi perché al sud c’è poco lavoro, vuoi perché quello che c’è, è in nero o non s’incontra con la domanda, in ogni caso Di Maio sta mettendo il carro davanti ai buoi. Infatti, prima di ridistribuire ricchezza (attività prediletta della sinistra e pratica clientelare che le classi dirigenti meridionali di ogni colore attuano con sfrenata naturalezza) bisognerebbe crearla la ricchezza, tanto a nord come a sud, attraendo investitori stranieri, magari con la flat tax, e creando nuovi posti di lavoro, e poi bisognerebbe far emergere tutto il sommerso che c’è al sud, contrastando di pari passo il malaffare.

Non è poca roba, direbbe Sarri, tanto caro ai napoletani che hanno votato in massa il loro conterraneo Di Maio. Altrimenti, si rischia di pesare ancor più sul nord produttivo che, con ulteriori aumenti della pressione fiscale, fatalmente deprimerebbe a danno di tutti, e principalmente dei cittadini del nord, tra cui molti elettori del M5S che a quel punto, superata l’infatuazione grillina, potrebbero rivolgere altrove il loro consenso.

E la Lega sarà lì, pronta ad accoglierli, perché la Lega esisterà finché ci sarà un sacco del nord, ragione primaria della sua esistenza. Riguardo invece alla longevità del M5S, vi sono molti dubbi e ombre sui suoi esiti futuri. Questi dubbi e ombre riguardano principalmente il metodo di selezione e le competenze dei suoi candidati che, a differenza di quelli leghisti, non hanno mai fatto alcun apprendistato o gavetta come militanti sul territorio nelle amministrazioni locali e tra i ranghi del loro partito, sebbene questo abbia ormai più di un decennio di vita. Anzi, molti di loro sono stati arruolati nelle ultime ore, senza garanzia quindi che tra gli eletti non ci siano dei furbi modello Razzi in cerca della “grana” o peggio non ci siano infiltrati di organizzazioni mafiose o massoniche.

Se, dunque, quelle descritte sopra sommariamente erano le proposte economiche della Lega e dei grillini alla vigilia della recente tornata elettorale, quali indicazioni si possono trarre dall’esito del voto? Purtroppo, tolta una piccola percentuale di meridionali coraggiosi e degni di stima, che Salvini ha pubblicamente e giustamente ringraziato, si ha l’impressione che la stragrande maggioranza d’essi, come di costume, più che a un lavoro regolare, aspiri a introitare questa “rendita di cittadinanza” che offrono i generosi grillini, e aggiungere poi a essa gli introiti di un lavoro in nero, a volte con i contributi della pensione versati grazie a un lavoro in regola pro forma che, in realtà, è svolto in nero da un vero nero (leggasi negro) sottopagato.

All’indomani del voto, con lo storico successo grillino, sembra che ci sia stato un terremoto politico, ma nel “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa c’è una verità sul sud: tutto cambia perché nulla cambi. Forse Salvini ha gettato un seme in quelle terre ma, per il momento, la questione meridionale rimane immutata, la mentalità dei meridionali, qualunque ne sia stata l’origine o la causa, appena scalfita e l’Italia geograficamente spezzata a metà in maniera piuttosto netta, come se il tempo fosse passato invano.

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio, e la strada larga è più invitante di quella tortuosa. Con ciò il popolo del sud ha dato il suo responso, cogliendo al balzo l’opportunità offerta dai grillini. Considerata poi la rapidità con cui l’establishment e il mainstream mediatico sono saliti sul carro dei vincitori, già dettando l’agenda a Mattarella e caldeggiando l’inciucio grillino con una sinistra depurata di Renzi, sembra proprio che sia il popolo del sud a dettare i contenuti e tracciare il proprio cammino futuro a questi poteri forti, alla faccia di chi era contrario ai populismi.

Ma sarà proprio così o alla fine, per senso di responsabilità, chinando il capo il M5S si adeguerà alle esigenze dell’establishment e i meridionali una volta ancora si sentiranno raggirati per il mancato buon fine del loro “voto di scambio”? Ora capisco la confusione e il distacco dalla realtà di Beppe. Non è più il tempo dei vaffa, ma fin troppa grazia, Madama Dorè!

In conclusione, se il Pd si spappolasse e a ranghi sciolti, singolarmente o in gruppetti, i suoi eletti si ripartissero tra gli altri gruppi parlamentari, potrà governare Salvini o Di Maio, dipendendo da quanti di questi transfughi si aggregheranno al centrodestra e quanti invece al M5S. Tuttavia, se il Pd, per quanto con Renzi in quarantena, rimarrà compatto e risoluto nella sua intenzione di non fare inciuci con nessuno, e Salvini, anche per non essere la stampella minoritaria del M5S, resterà fedele ai suoi alleati, allora l’unica opzione, per avere futuramente un governo largo e stabile senza dover tornare in breve tempo alle urne per modificare la legge elettorale, sarà quella di formare un’alleanza tra centrodestra e il M5S. Ammesso e non concesso che il Cavaliere possa essere digerito dai grillini, non tanto per se stesso, personaggio indubbiamente discutibile, ma per i milioni di cittadini che democraticamente egli rappresenta.

Centrodestra e M5S sono sostanzialmente due forze territoriali e trasversali che, tolta ogni ipocrisia, potrebbero finalmente confrontarsi, sedendosi assieme attorno a un tavolo e trattando ad armi pari in rappresentanza dei rispettivi territori, il nord e il sud. Ci vorranno dei mesi, ma forse alla fine Salvini e Di Maio potrebbero concordare fin nei minimi dettagli un programma comune alla tedesca, a partire dai punti in parte già condivisi, come il contrasto all’emigrazione clandestina, la sicurezza e la revisione dei trattati europei, fino al punto dirimente dei rispettivi programmi, che è la ricetta economica per far ripartire il paese dando, di pari passo, un sostegno al reddito di chi è temporaneamente disoccupato.

Una ricetta, frutto anche di una vertenza, che va studiata insieme e applicata nella corretta sequenza temporale e con i giusti contrappesi, per conseguire un obiettivo che tutto sommato è anch’esso condiviso se consideriamo che nel centrodestra anche Berlusconi aveva promesso un reddito di dignità, ossia un minimo di mille euro esentasse garantito a tutti gli indigenti. In questo quadro, chi potrebbe soffrire di subalternità, nonostante i limiti dovuti all’anagrafe, sarebbe indubbiamente lo stesso Berlusconi e, assieme a lui, quanti avevano tifato per una Grosse Koalition, ossia un governo centrista di larghe intese FI-Pd, sul modello di quelli tedeschi, ma al Cavaliere resterebbe comunque il compito, non tanto peregrino, di moderare le intemperanze antieuropeiste dei due leader euroscettici.

É nata la repubblica Borbonico-Pontificia d’Italia


É NATA LA REPUBBLICA BORBONICO-PONTIFICIA D’ITALIA

CorazzieriScorta di centauri, rintocchi di campana, bandiere e drappi rossi, sulle tribune i grandi elettori assieme ai rappresentanti del corpo diplomatico e gli ospiti d’onore, salve di cannone, 21 per la precisione (vai a sapere perché) formula di rito per il giuramento e messaggio alla nazione, corazzieri a cavallo in alta uniforme, fanfara e inno di Mameli, omaggio al Vittoriano (l’altare della patria) sfilata in auto decapottabile a sette posti in uso solo per rare occasioni, onori militari, contorno di gallonati, frecce tricolori, discorsi e rinfresco. Con questa liturgia barocca e patriottarda, martedì 3 febbraio scorso, Mattarella si è insediato alla presidenza della neonata Repubblica Borbonico-Pontificia d’Italia.

Borbonico-Pontificia perché con la sua elezione alla presidenza della Repubblica, la compagine centro-meridionale della classe politico-dirigente italiana ha …Continua

Elezioni Europee, Lega Nord e Indipendenza Veneta


ELEZIONI EUROPEE, LEGA NORD E INDIPENDENZA VENETA

Nel parlamParlamento_Europeoento europeo ci sono più indipendentisti di sinistra che di destra e stanno tutti nel gruppo dei Verdi – Alleanza Libera Europea (corsi, scozzesi, gallesi, valloni, fiamminghi, catalani e lettoni) che accettano solo indipendentisti di orientamento progressista. La Lega Nord per l’indipendenza della Padania, sebbene abbia nel suo DNA delle componenti operaie di sinistra, di fatto è sempre stata un partito di destra e nel parlamento europeo si è pertanto collocata nel gruppo degli euroscettici, ossia Europa della Libertà e della Democrazia, dove c’è anche Magdi Allam, con il suo partito “Io amo l’Italia“, che porta avanti la sua personale battaglia contro l’integralismo islamico e il multiculturalismo. Essendo un musulmano convertito al cristianesimo, ossia un apostata per cui l’Islam prevede la pena di morte, Allam è costantemente seguito da una scorta di sei uomini su tre auto blindate. Continua a leggere “Elezioni Europee, Lega Nord e Indipendenza Veneta”

Il futuro è l’indipendenza dei popoli


IL FUTURO È L’INDIPENDENZA DEI POPOLI

Nel suo venteindependenziannale excursus politico la Lega è passata dal federalismo alla secessione, al federalismo fiscale, dopo il referendum del 2006, e all’autonomia del nord con la macroregione, dopo la caduta di Bossi e del cerchio magico. Da partito di protesta di duri e puri è passata a partito di governo, contaminatosi al contatto del malcostume politico della casta romana ed è giunta infine alle ramazze e al restyling di Maroni che ha messo in soffitta ampolle, elmi e Padania. Da partito trasversale che l’ha portata ad allearsi anche con la sinistra, si è avvicinata sempre più alla destra statalista partecipando agli ultimi governi Berlusconi con cui ne ha negoziato i programmi. Continua a leggere “Il futuro è l’indipendenza dei popoli”