Immigrazione: un amaro bilancio

C’è un modo sicuto per evitare le migliaia di migranti morti in mare?


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IMMIGRAZIONE:
UN AMARO BILANCIO
Parte 1° – Lo stato di fatto

Circa tre anni fa, grazie a un’operazione ideata con calcolo e cinismo, e conclusa in modo spiccio e beffardo, Renzi otteneva da Napolitano la nomina a presidente del consiglio, come mostrano le eloquenti immagini del passaggio ufficiale delle consegne con un Letta alquanto gelido, dopo il celebre “Enrico, stai sereno”. E’ probabile che all’epoca, la questione immigrazione fosse per Renzi l’ultimo dei suoi pensieri, avendo più che altro a cuore i problemi delle banche toscane, in una delle quali era invischiata la sua stessa famiglia. Infatti, la sua politica in merito all’immigrazione, attuata in combine con Alfano, nel corso del suo mandato è stata una sequenza di provvedimenti dettati da circostanze e contingenze, che hanno messo a nudo la totale impreparazione e il pressapochismo dei due, nell’affrontare il problema.

E’ altrettanto probabile, quindi, che la sua entrata trionfale sulla scena politica italiana, in cui si proclamava quale unico messia e taumaturgo dei tanti mali che caratterizzano la Repubblica Italiana, le cui radici malsane sprofondano nei decenni passati, finirà con una sonora bocciatura al referendum del prossimo quattro dicembre, in parte anche a causa del suo totale fallimento sulle politiche migratorie. Ma prima della sua presa del potere, avvengono alcuni fatti determinanti a preambolo di tale fallimento.

L’abbattimento del regime di Gheddafi, in seguito alle rivolte primaverili arabe, in questo caso ben supportate da Francia, Regno Unito e USA a cui, su insistenza di Napolitano, si unirà anche il governo Berlusconi, segna il primo passo verso un sensibile cambiamento dei flussi migratori in Italia. Infatti, con la morte del Rais avvenuta il 20 ottobre del 2011, l’Italia perde l’interlocutore fondamentale con cui il ministro Maroni aveva stipulato dei precisi accordi, per contenere l’emigrazione attraverso il canale di Sicilia.

Nel caos totale che si genera in Libia, per Maroni non sarà facile trovare nuovi interlocutori, ma non ne avrà nemmeno il tempo. Altre trame c’erano state nell’ombra: in Italia, con pazienza il trio Napolitano-Merkel-Monti, probabilmente supportato dai cosiddetti poteri forti (troika, banche e grande finanza) aveva già preparato accuratamente la caduta del governo Berlusconi, che si dimette il 16 novembre dello stesso anno, neanche un mese dopo la morte dell’amico Gheddafi.

Al posto del Cavaliere, Napolitano imporrà l’austero e rigido governo del tecnico Monti, e gli italiani, sotto minaccia default, saranno spremuti economicamente, mentre, dalle coste libiche, con le carrette del mare, riprende nel silenzio generale e nella generale indifferenza, la tratta umana dei trafficanti, che nessuno più contrasta. Ma gli italiani, che avevano acconsentito alla drastica cura di Monti, causa choc da rischio default, dopo neanche un anno e mezzo dalla sua nomina, ne hanno le scatole piene di lui, e lo espellono dal governo e dalla politica, come un irritante corpo estraneo o una schifiltosa e indigesta pasticca.

Il 28 aprile del 2013, Napolitano nomina allora il mite e ponderato Letta, che però, travolto dalle congiure di palazzo, farà da ignaro apripista  al rampante rottamatore Renzi, finendo, come una meteora agostana, la sua breve esperienza a capo di governo circa dieci mesi dopo, il 22 febbraio del 2014. La sua delusione sarà così cocente che abbandonerà la politica, ritirandosi a meditare e sentenziare dalla Sorbona di Parigi. Tuttavia, durante il suo mandato, dalle coste libiche s’infittiscono le partenze dei barconi che raggiungono l’isola di Lampedusa, dove i migranti sono trattenuti e identificati con metodi all’apparenza spicci e degradanti.

Così, nel luglio del 2013, Papa Francesco si reca nell’isola, per una visita destinata a entrare nella storia, nel coso della quale conforta i migranti e denuncia l’insensibilità di chi non li accoglie umanamente o di chi è indifferente o contrario all’accoglienza. Il risultato della sua visita ha, però, l’effetto d’incoraggiare le partenze dei barconi, e il 3 ottobre del 2013 accade una tragedia che sarà decisiva, riguardo alla direzione che prenderanno le successive politiche sull’immigrazione. Una carretta del mare libica, stracarica di migranti, si capovolge nelle acque antistanti all’isola di Lampedusa, provocando 368 morti accertati e circa 20 dispersi presunti, numeri che la pongono come una delle più gravi catastrofi marittime avvenute nel Mediterraneo dal 2000 in poi.

Le reazioni, frutto dell’impatto emotivo, sono molteplici e forti, come in particolare quella del presidente Napolitano, che dichiara di provare vergogna che i superstiti del naufragio, in base alle norme vigenti sull’immigrazione, siano stati accusati di reato di clandestinità. Bergoglio, facendo da eco a Napolitano, pure lui dalla finestra del Palazzo Apostolico lancia i suoi “Vergogna!” “Vergogna!” e l’intero establishment progressista si attiva. Si chiede di rafforzare le misure di accoglienza e di abrogare la legge Bossi-Fini e il decreto Maroni.

L’unanime proposito del fronte “buonista” è che, tragedie di questo tipo, non dovranno mai più ripetersi, e che l’unica cosa da fare sia pertanto pattugliare le coste libiche e soccorrere i migranti in mare, invece che impedirne, in qualche modo, le scriteriate partenze su mezzi di fortuna malsicuri. Così, il governo Letta, con il supporto del volitivo ed entusiasta Alfano, decide di rafforzare il dispositivo nazionale per il pattugliamento del Canale di Sicilia, autorizzando una missione militare e umanitaria denominata Operazione Mare nostrum, e finalizzata a prestare soccorso ai clandestini, prima che possano ripetersi altri tragici eventi nel Mediterraneo.

Sei mesi dopo, nell’aprile del 2014, circa due mesi dopo l’inizio del governo Renzi, il reato di clandestinità sarà stralciato dalla Bossi-Fini, garantendo, grazie a cavilli giudiziari, la permanenza in Italia al clandestino, destinatario di un decreto di espulsione, che non sia stato effettivamente accompagnato alla frontiera entro diciotto mesi. Ma ancor più estremistica sarà la posizione di Bergoglio. Il papa delle genti, forzando la realtà dei fatti (poiché non esiste alcun trattato internazionale a riguardo) dichiara tout court che l’immigrazione è un diritto umano, in questo modo non facendo più alcuna distinzione tra profugo o richiedente asilo politico da un lato (la cui accoglienza è garantita dai trattati ONU) e migrante economico dall’altro. Ciò nella presunzione, tutta da verificare, ma avvallata anche da qualche giudice italiano, che ogni migrante economico sia, di fatto, una persona totalmente priva di mezzi di sussistenza, e che non sia quindi in grado di poter sopravvivere nel suo paese d’origine.

Tuttavia, con l’operazione Mare nostrum, le partenze dalle coste libiche s’intensificano ancor più, divenendo più agevoli: non più barconi per raggiungere Lampedusa, ma traballanti gommoni che vengono soccorsi a qualche chilometro appena dalla costa libica. In ogni caso, con l’accrescere delle partenze, aumentano proporzionalmente anche i migranti morti in mare. Nonostante l’impegno delle navi italiane e degli operatori umanitari, i gommoni, stracarichi e sbattuti dalle onde, spesso si sgonfiano e affondano, prima ancora di essere individuati dai soccorritori. Così, nel novembre 2014, sollecitata con insistenza dal governo Renzi, l’Europa accorre in aiuto dell’Italia, con altre navi e altro personale, che si aggiunge a quello già operativo, e l’Operazione Mare nostrum è sostituita da quella europea, denominata Frontex Plus. Ma cosa succederà nei due anni che intercorrono dal novembre 2014 al novembre 2016, ossia fino ai giorni nostri, alla vigilia del referendum costituzionale? Finiranno i naufragi dei migranti e le tragedie in mare?

Macché, lo scorso 3 novembre 2016, accade l’ennesimo naufragio di un’imbarcazione carica di migranti, affondata, con 300 persone circa a bordo, a 25 miglia dalla costa libica; 29 i superstiti, 239 le vittime stimate e il resto dispersi. Solo nel 2016, la triste conta dei migranti, morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, supera ormai la quota di 4300 vittime. In realtà, lo stillicidio costante di persone decedute in mare, intercalato qua e là da tragici naufragi, dal novembre del 2014 non si è mai interrotto, portando all’assuefazione gli italiani, che sentono, quasi quotidianamente, le fredde cifre dei morti diffuse dai media.

L’attuale governo, che aveva fatto propria l’intenzione del precedente governo Letta, d’impedire il ripetersi di tragedie come quella a Lampedusa del 3 ottobre 2013, avendo a tal fine abolito il reato di clandestinità e richiesto l’operazione Frontex Plus, ha clamorosamente fallito l’obiettivo principale della sua politica migratoria. Salvo che, tale obiettivo, non fosse stato quello di riempire l’Italia di clandestini, poiché, in questo caso, i risultati ottenuti dalle misure messe in atto, sarebbero da considerarsi “soddisfacenti”, se non fosse per gli effetti collaterali che hanno causato.

Infatti, la Francia, in stato costante di allerta, dopo gli attentati subiti da parte di gruppi terroristici islamici, nel corso del 2015 a Parigi e nel luglio del 2016 a Nizza, aveva nel frattempo chiuso la frontiera con l’Italia, attraverso cui alcuni di questi terroristi erano transitati; lo stesso aveva fatto la Svizzera e perfino l’Austria, sospendendo la convenzione di Schengen. Di conseguenza, in assenza di un accordo sulla ridistribuzione dei profughi da parte del Consiglio Europeo, osteggiata dai membri di vari paesi che non accettano l’obbligatorietà del provvedimento, tutti i migranti soccorsi in mare, direttamente dai gommoni a poche miglia dalla costa libica, su indicazione dei trafficanti stessi, e sbarcati poi nei porti della penisola, ora devono essere sistemati in Italia, anche quelli (la gran parte) che intendevano dirigersi verso l’Europa settentrionale, utilizzando l’Italia come area di transito temporaneo.

Un altro “pilastro” della politica migratoria italiana, riconducibile al duo Renzi-Alfano, ossia quello basato sul girarsi dall’altra parte e sul “che si fotta l’Europa”, di colpo crolla fragorosamente. Dopo qualche tentativo di alzare la voce con l’Austria (ma non con la Francia) i due si rassegnano ad affrontare il problema, tentando la via teoricamente più corretta per non creare, anche in Italia, dei ghetti o, peggio ancora, dell’enclave modello Molenbeek. Questa via è quella dell’accoglienza diffusa, che però si rivelerà piuttosto ostica per la resistenza di molte comunità italiane, contrarie a ricevere clandestini. Infatti, oltre che girarsi dall’altra parte, i due avevano anche chiuso gli occhi, non tenendo conto del progressivo montare dell’insofferenza popolare verso i migranti, da parte di una popolazione impoverita e sfiancata dalla persistente crisi economica, per quanto negata dal governo in carica.

Quest’insofferenza verso i migranti aveva una genesi ben precisa. Già da tempo, il duo Renzi-Alfano, aveva creato un sistema parassitario di cooperative che lucravano sull’accoglienza, impoverendo ulteriormente i ceti produttivi, sfruttati per mantenere, oltre i soliti noti, ora anche questi nuovi parassiti, più la fiumana di africani in cerca di fortuna nel nord Europa, che en passant si godevano ferie pagate e si rifocillavano nella generosa e ospitale Italia. Inoltre, era evidente a tutti, come la parte lungamente prevalente dei migranti non fosse costituita da famiglie di veri profughi con figli e anziani al seguito, ma da aitanti ed esigenti giovanotti africani in transito, provenienti da ben trenta stati (la gran parte dei quali né dittature né in guerra) ed era altresì evidente, che solo una minima parte di questi migranti avrebbe chiesto il diritto di asilo in Italia, e meno ancora quelli che l’avrebbero ottenuto.

Ma ormai, con la chiusura delle frontiere nell’Italia settentrionale, dopo aver oziato per decine di mesi nei centri di accoglienza a spese degli italiani, gli immigrati clandestini cui non è riconosciuto il diritto di asilo, benché espulsi, rimangono qui. Quando va bene, accettano il ribasso del salario e lavorano in nero, in concorrenza con i lavoratori locali; diversamente si danno all’accattonaggio o entrano nei giri della droga e della prostituzione. La gente comune li guarda male e sempre più si rende conto, che la globalizzazione e il mito della multiculturalità stanno solo provocando danni economici e rivalità tra poveri, che acuite da disparità di trattamento a danno di nativi e residenti, innescano dei pericolosi conflitti razziali.

Vien da chiedersi, perché mai costoro rischino la vita per attraversare prima il deserto e poi il mediterraneo e non prendano invece un comodo aereo, come fanno sudamericani o cinesi, che certo non sono meno presenti degli africani in Europa. Evidentemente, per loro, rischiare la vita non è un problema; nell’Africa più arretrata e povera, quasi tutti, in qualche modo, la rischiano quotidianamente o forse, come sostengono alcuni, il viaggio avventuroso, quale ne sia la meta, per gli africani è considerato un rituale d’iniziazione all’età adulta. In ogni caso, anche se pagare trafficanti, terroristi, scafisti e passeur costa assai più di un biglietto aereo, essere soccorsi in mare consente loro di entrare in Europa, privi di documenti e non essere respinti.

Ma i veri indigenti, i malnutriti, i bisognosi, i malati, sono ancora là, in Africa, e di essi il duo Renzi-Alfano non si cura molto. Lasciano che sia la ricchezza, per quanto relativa, a fare la differenza, e non considerano, come dovrebbero, che ogni soldo speso in Europa per accogliere un clandestino, avrebbe un effetto centuplicato, se fosse usato nei paesi di partenza dei migranti, come affermano gli operatori umanitari seri, che in loco lavorano davvero, e non fanno del buonismo peloso, lucrando comodamente sull’accoglienza in Italia. Certo, aiutarli a casa loro, non dà la stessa visibilità che farlo portandoli tout court in Italia, ma in questo caso, gli effetti negativi sulla popolarità di un leader, possono superare quelli positivi.

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Parte 2° – Cosa fare?

Preso atto del fallimento delle politiche migratorie finora attuate, forse sarebbe il momento per Renzi di fare un’inversione di marcia. Oggettivamente, tali politiche, hanno avuto l’effetto deleterio d’incoraggiare l’immigrazione, accrescendo, da un lato, le vittime in mare e, dall’altro, la presenza dei clandestini sul territorio, col risultato di favorire, il fiorire un po’ ovunque in Italia, di seri problemi sociali e conflitti con i residenti. Che cosa fa egli invece? Critica l’Ungheria (non disponibile ad accogliere migranti) minacciandola di porre il vero sul bilancio europeo, e litiga con l’UE, per ottenere più flessibilità sul bilancio italiano a sostegno dell’accoglienza. E non sarebbe forse meglio minacciare l’ONU di ritirare le nostre navi pattugliatrici e, come fanno gli altri, chiudere i nostri porti all’accoglienza, se proprio non s’intende occupare i porti libici con l’esercito, per timore delle reazioni internazionali e dei terroristi islamici?

In questo modo si forzerebbe l’ONU a occupare, lei stessa, i porti e pattugliare le coste da cui salpano barconi e gommoni carichi di migranti, a impedirne l’ingresso in mare e le disumane e rischiose attraversate, a istituire dei centri di riconoscimento in Libia e a realizzare un corridoio umanitario a vantaggio dei veri profughi di guerra, invece che di chiunque voglia tentare la fortuna in Europa, sebbene non invitato. Quest’azione di tamponamento fatta dall’ONU in Libia andrebbe poi sostenuta e controbilanciata da interventi massicci degli stati europei in Africa, con contributi almeno pari a quelli che si spendono ora per l’accoglienza. Solo l’Italia spende per l’accoglienza circa quattro miliardi l’anno, 35 euro al giorno per ogni clandestino, denaro con cui si aiuterebbero un numero di persone decisamente superiore in Africa, realmente bisognose, indigenti, malnutrite o malate.

Per caso Renzi, molto prosaicamente, vuole invece continuare garantire il sistema opportunistico delle cooperative che in Italia lucrano sull’accoglienza? Vuol garantire il futuro a ogni tipo di ONG e ONLUS impegnata nell’accoglienza, i cui operatori, comunque mantenuti da qualcuno, senz’accoglienza rimarrebbero inoperosi? Nel nome del politically correct, o del contributo di chi lo manovra come una marionetta, egli resta favorevole a un’Europa multiculturale e variopinta, e quindi gli va bene così, morti inclusi, a migliaia, purché tutto ciò sopravviva?

Quali che siano le risposte, Ungheria, Inghilterra, Austria, e tutti i movimenti contro quest’Europa, sprezzantemente definiti populisti e xenofobi (perché ostili all’eurocentrismo e all’accoglienza, ma che nascono come funghi in tutt’Europa) mostrano che la questione identitaria andrebbe considerata con più attenzione e compresa meglio.

L’establishment progressista, col suo stuolo di ONG e ONLUS, insiste invece con la solita minestra riscaldata del politically correct e non vuole accettare il fatto che l’UE, così com’è proposta ora, sia alquanto indigesta ai suoi popoli, silenziati e privati della possibilità di essere parte in causa nelle decisioni che riguardano il loro futuro. E tra queste decisioni non vi sono, ovviamente, solo quelle riguardanti le politiche migratorie di cui si sta discutendo, ma pure molte altre decisioni, non meno importanti, da cui questo governo, con la sua abominevole riforma costituzionale, vuole escluderci per delegarle a Bruxelles.

Entrando nel merito dell’identità europea, non basta definirsi italiani, tedeschi, europei, e denunciare il pagamento delle tasse per meritare tale appellativo. Ci sono cose che il denaro non compra né si possono barattare, e una di queste è la propria identità culturale, le proprie radici e il diritto di vivere liberi e padroni a casa propria. Ne sanno qualcosa gli ungheresi, per lunghi anni oppressi dal giogo del comunismo globalista sovietico, in cui, nel nome dell’uguaglianza sociale, si arricchiva l’élite dei mega burocrati di partito.

L’essere europei (o indiani, cinesi ecc…) non è una realtà in vendita, è una dimensione esistenziale, è una forma mentis, è una koinè culturale, con pari dignità rispetto a quella di ogni altra civiltà, mentre la globalizzazione è una pianificazione sociale voluta dalle classi dominanti, interessate a ridurre i margini di democrazia dei popoli per arricchirsi senza intoppi.

E’ indubbio, infatti, che la vera democrazia sia inversamente proporzionale alla popolazione di uno Stato: più piccole e diffuse sono le comunità statuali, più difficile e oneroso è il loro completo controllo da parte delle classi dominanti, perché maggiore è la partecipazione al voto e maggiore è il peso del singolo voto, mentre ora, con una manciata di milioni di euro, esse possono comprarsi l’intero apparato politico, tecnico e burocratico d’istanza a Bruxelles, per ridurlo al loro servizio.

Lo stesso progetto di unione europea che vogliono propinarci, blandito dalle ipocrisie antirazziste e multiculturali del politically correct, va nella direzione di togliere progressivamente e surrettiziamente sovranità agli Stati nazionali esistenti, per creare un grande Stato Europeo, accentrato e popolato da una massa di persone prive d’identità e radici, appiattite in basso e in completa balia della classe dominante, fatta di banchieri e plutocrati.

E non si dica che c’è bisogno di più Europa per competere sui mercati globali, quando la lista di staterelli che economicamente se la passano piuttosto bene è ben nutrita, a cominciare dalla Svizzera, passando per Taiwan, Singapore, Corea del sud, tanto per citarne alcuni. Né si dica che c’è assoluto bisogno di un esercito europeo, almeno fino a che non sarà stata smantellata la NATO.

L’Europa, invece, dovrebbe tornare a essere principalmente un mercato comune, che già da solo ha contribuito a estinguere le spinte ultranazionaliste, garantendo settant’anni di pace ai popoli europei, mentre i veri conflitti che ora minacciano la sicurezza e la pace in Europa sono quelli etnici e religiosi, causati da un irresponsabile lassismo delle classi dirigenti europee rispetto all’immigrazione musulmana.

L’accusa di razzismo, invariabilmente spiattellata in faccia ai movimenti identitari, è per lo più priva di fondamento: noi europei siamo gli inventori della democrazia e ci siamo affezionati a essa, ma il punto non è, per questo o altro motivo, sentirsi superiori a qualcuno o a qualcosa, al contrario opporsi al globalismo (e anche a ogni universalismo religioso) esprime la volontà ed è il modo di salvare le differenze che sono il sale del mondo, proprio ciò che la globalizzazione si prefigge di distruggere.

Infine, anche volendo spalancare le porte a tutti, senza porre alcun limite agli ingressi (e alla massificazione dei popoli europei) non tutti gli immigrati sono integrabili. Non lo sono i cinesi, ma per quanto tendano a isolarsi e dar luogo a comunità chiuse e impenetrabili, essi sono comunque portatori di una civiltà millenaria che scorre parallela a quella occidentale e con cui non vi è alcun rischio di collisione. Non lo sono gli islamici, che, però, oltre a rifiutare d’integrarsi, pretendono di cambiarci, essendo portatori di una civiltà in rotta di collisione con la nostra.

Il radicalismo islamico, ormai diffuso in larga parte della comunità islamica mondiale, è un fenomeno in atto da poco più di un quarantennio. Esso ha nel salafismo, cui appartengono anche i Fratelli Musulmani, una genesi e un luogo d’origine ben precisi, essendo quest’ultimo una predicazione, originata, sostenuta e in tempi recenti, grazie al petrolio, finanziata dal Wahhabismo arabo-saudita (movimento sunnita di riforma religiosa, che contribuì non poco alla formazione della moderna Arabia Saudita e che fu fondato da un esponente della scuola giuridico-religiosa hanbalita).

In assenza del radicalismo islamico, l’esclusione e la frustrazione delle seconde e terze generazioni di musulmani stabilitisi in occidente, e indicate dalla sinistra come la causa principale del terrorismo islamico in occidente, si sarebbero naturalmente incanalate nella problematica sociale e razziale che ciclicamente esplode negli USA, un tema ben noto e sempre a cuore alle sinistre.

L’essersi invece incanalate nel solco della rivendicazione identitaria islamica, aggravata in aggiunta dal radicalismo e dal terrorismo, ha spiazzato completamente la sinistra. Solo per forza d’inerzia essa insiste col mantra dell’accoglienza, non capendo che così si creano le premesse per la nascita, nel cuore dell’Europa e dell’occidente, di un esercito di simil-nazzisti islamici, vere bombe a orologeria, regolate ad esplodere il loro odio contro di noi nei prossimi decenni.

Sarà un caso, allora, che l’immigrazione africana in Europa, principalmente di maschi giovani, avvenga solo dall’Africa settentrionale e dalla fascia sub-sahariana, proprio le aree a maggioranza musulmana? L’emigrazione musulmana, cui i buonisti politically correct guardano con sollecita indulgenza, potrebbe camuffare un’invasione, che in futuro spingerà i popoli invasi e sopraffatti a recidere le loro radici e migrare a loro volta altrove.

Lo stesso Adonis, noto poeta e saggista siriano libanese, ci mette in guardia, affermando, in sostanza, che l’Islam, con la sua violenza intrinseca e originaria, è inconciliabile con i valori universali del resto dell’umanità, fintanto che non affronti un processo di secolarizzazione (che consenta una rilettura non integralista del Corano) e di laicizzazione, divenendo una religione intima e personale nel rapporto con Dio, invece che un apparato legislativo totalitario e invadente.

Jus soli e clandestinità


Carrette del mareJUS SOLI E CLANDESTINITA’

Che dire dell’abolizione del reato di clandestinità attuata dalla Commissione Giustizia del Senato sull’onda emotiva delle recenti stragi di migranti nel Canale di Sicilia e della di poco precedente risoluzione approvata dal Consiglio Regionale dell’Emilia-Romagna di concedere la cittadinanza onoraria ai bambini nati in Italia da cittadini stranieri, magari da estendere poi anche a quelli nati in Italia da stranieri clandestini? Continua a leggere “Jus soli e clandestinità”