Broglio o doppio pesismo?


images(6)BROGLIO O DOPPIO PESISMO?

L’esito del voto, da parte dei militanti del M5S sulla piattaforma Rousseau, ha ratificato l’inciucio del Movimento con Pd e LeU, con una schiacciante prevalenza dei sì, l’80% circa. Sarebbe troppo comodo insinuare che ci siano stati dei brogli ad opera della Davide Casaleggio e associati, non rilevati dal notaio che ha seguito l’andamento della votazione, o delle infiltrazioni di hacker a manipolare i dati e non segnalate dal sistema.

Purtroppo sembra invece molto più credibile che la base dei votanti abbia obbedito supinamente al leader massimo e padre fondatore del M5S, il quale ha indicato alla sua creatura di invertire la rotta di 180 gradi per incanalare il M5S in un solco istituzionale gradito ai poteri forti cui Grillo stesso deve rispondere.

La conseguenza è che il M5S che avevamo conosciuto non esiste più e con sconcerto dobbiamo riconoscere che la sua base ha gradito questa metamorfosi da partito di protesta a partito di sistema. Uscito dal suo bozzolo, il M5S potrà ora librarsi nel cielo dei predestinati e come una leve e colorata farfalla vivere la sua effimera esistenza.

É singolare, tuttavia, osservare come, a discapito di tante giravolte, il M5S abbia comunque mantenuto saldo il timone sulla rotta della democrazia diretta, con la particolarità, però, di applicarla solo quando fa comodo, come nel caso della votazione su Rousseau per ratificare l’inciucio con il Pd, ma negarla poi agli italiani tutti quando si presume che possa essere controproducente e rischiosa per il M5S e per le poltrone dei propri rappresentanti in Parlamento.

Questa democrazia diretta a doppio scartamento è un’autentica presa i giro, un’inutile foglia di fico che non serve a coprire ipocrisie e vergogne. Non mistifichiamo le cose, la piattaforma Rousseau è solo un modo come tanti di consultare gli iscritti al proprio partito. La democrazia diretta, quella vera, è dare all’elettorato intero l’opportunità di esprimersi quando esiste la possibilità di farlo. E abbiamo verificato che, a riguardo, i grillini non sono diversi e/o migliori degli altri, sono anzi più spudorati e velleitari.

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Rousseau, non c’è altra scelta che il no


images(5)ROUSSEAU, NON C’È ALTRA SCELTA CHE IL NO

Abbiamo assistito in questi giorni a una sequela d’impensabili e repentini voltafaccia dei parlamentari grillini rispetto a vari aspetti che sembravano irrinunciabili e profondamente caratterizzanti il movimento stesso: da euroscettici a europeisti convinti, da anti-casta a pro-casta, da avversi all’establishment a sua colonna portante, da sovranisti a globalisti e, soprattutto, da avversari dei piddini a loro compagni di lavoro.

Voltafaccia che hanno due spiegazioni: l’attaccamento alla poltrona dei parlamentari grillini e l’imposizione dello stesso padre fondatore del movimento, Beppe Grillo, preoccupato della sopravvivenza della sua creatura, il quale, in puro stile vetero comunista, nè più nè meno di come faceva Togliatti ai suoi tempi, dalla sua posizione di leader massimo ha comunicato alla base il suo “contrordine compagni” cui prontamente gli attivisti hanno dato seguito senza porsi tante domande.

La cosa più aberrante e perversa di Grillo è che, per giustficare queste giravolte radicali e dare loro una caratura filosofica, ricorra all’elogio del cambiamento o peggio dell’incoerenza, atteggiamento pedagogicamente deprecabile, poiché essa altro non è che una forma di cambiamento non previamente annunciato e concordato. Un cambiamento improvviso che sconfina nell’opportunismo, nella truffa, nell’inganno e nel tradimento.

Nella vita si può sempre cambiare: di opinione, pensiero, lavoro, casa, paese, moglie o sesso ed è una forma di crescita quando è frutto di riflessioni maturate nel tempo, trasparenti e dibattute, ma quando il cambiamento è repentino e conseguenza di un evento inatteso, esso è puro opportunismo, lecito quando non coinvolge altre persone che se stessi, ma che diventa truffa e tradimento quando coinvolge altre persone che confidavano nella tua parola data.

Tuttavia, nonostante tutto ciò, c’è un aspetto caratterizante del M5S che si è salvato dal suo trasformismo ed è l’idea di fondo che, la democrazia diretta, specialmente oggi che disponiamo di tecnologie in grado di realizzarla davvero, come sognava il guru Gianroberto Casaleggio (hacker permettendo) debba prevalere su quella rappresentativa, che è appannaggio della casta.

Per questo, nonostante i malumori dei gruppi parlamentari, ma sostenuto da altri dirigenti del movimento, Di Maio ha insistito per imporre il ricorso al voto dei militanti iscritti alla piattaforma digitale Rousseau, come ultima ratio per stabilire se il M5S debba o no fare il governo con il Pd.

L’esito di questa votazione, se fatta da uomini liberi, scevri da ogni condizionamento personale di natura economica e nel nome della democrazia diretta, non potrà che essere un NO al governo giallorosso, per consentire un immediato ricorso alle urne degli italiani tutti.

Diversamente, gli iscritti alla piattaforma Rousseau, che grazie alla priorità data dal M5S alla democrazia diretta hanno questo privilegio di esercitarla, se votassero per l’inciucio piuttosto che per il ricorso alle urne di tutti gli italiani, con questo doppio pesismo delegettimerebbero se stessi e l’idea stessa di democrazia diretta, portando il trasformismo del M5S alle sue estreme conseguenze, tali da non giustificare nemmeno più l’esistenza della stessa piattaforma Rousseau, con buona pace di Casaleggio & Soci.

Grillo, giullare di corte che raggira i sudditi


FB_IMG_1567249396132GRILLO, GIULLARE DI CORTE CHE RAGGIRA I SUDDITI

Sbaglia chi pensa che Salvini si sia fatto fregare dal Pd e da Zingaretti. È vero, ha rotto con il M5S, sperando pure che Zingaretti mantenesse fede alle sue parole. Ma, si sa, le rassicurazioni tra nemici non hanno mai credibilità, in un paese che ha dato i natali a Machiavelli.

Quando ha visto l’incredibile e vergognosa giravolta fatta dai grillini in Parlamento, che hanno rinnegato la loro storia anti-sistema e anti-casta, accordandosi con il Pd pur di salvare la poltrona, come i politici mestieranti che avevano sempre combattuto, ha allora cercato inutilmente d’impedire l’inciucio PD-M5S.

Se la malafede di Zingaretti era prevedibile e quella di Frottolo-Renzi scontata, così non lo era la giravolta dei parlamentari grillini.

In sostanza, la responsabilità di aver riportato i compagni di Renzie (nomignolo affibiato a Renzi proprio da Grillo) al governo è tutta del M5S, a partire dal loro padre fondatore Grillo, un servo dell’establishment, un tipico giullare di corte che ha illuso e raggirato tutti i suoi seguaci, fingendo di farsi beffe del re ma, in combutta con lui, incanalando le pulsioni anti-sistema laddove in realtà il sitema le voleva.

I militanti e simpatizzanti del M5S dovrebbero rendetesi conto che se c’è una garanzia per le forze contro l’establishment neoliberista, che a livello globale controlla politica, banche e finanza, manipolando governi nazionali, crediti, spread e borse, questa garanzia non è rappresentata da Grillo, forse lo è stata per un po’ da Di Maio, prima del voto alla Von der Leyer,  ma sicuramente è rappresentata, e senza cedimenti, da Salvini che, a differenza del padre fondatore del M5S, non ha mai partecipato alle riunioni del Gruppo Bilderberg.

Con l’operazione inciucio,  nella quale si sono catapultati i pavidi paramentari grillini vendendosi l’anima, purtroppo l’establishment prenderà due piccioni con una fava, da un lato disarmando temporaneamente l’indomito Salvini e arginando così l’ondata sovranista, ma soprattutto, dall’altro, grazie al servo Beppe Grillo, incanalando definitivamente  le pulsioni anti-establishment del M5S in un solco “istituzionale”, più in linea con i desiderata dei poteri forti.

Il compito assegnato a Grillo dai poteri forti, irreggimentare e incanalare in un solco istituzionale un movimento fondato sul vaffa, e creato per raccogliere e disinescare il dissenso più estremo e le pulsioni anti-casta e anti-sitsema più decise, puo essere realmente sfibrante per Grillo, quasi una fatica erculea, specie se pecorelle e caproni riottosi continuano a uscire dal gregge e dal seminato.

In qualche modo, tutto ciò peserà sui militanti e gli elettori della prima ora, anti-casta nostalgici del vaffa, questo è certo, ed è altrettanto certo che, soffocare la libertà di espressione dei cittadini attraverso il voto, facilita i giochi di palazzo, ma sarà pagato con gli interessi al momento debito.

“Il Gattopardo” di Grillo & Ass


 IL GATTOPARDO

di GRILLO & Ass

C’è un canale che, come a Genova, scorre sotto il piano stradale, imbrigliato da ipocrite pareti di cemento, atte a nasconderne le acque scure e malsane. Ma, occasionalmente, in corrispondenza di una svolta stradale, questo canale emerge e mostra a tutti la sua vera natura. E’ la questione meridionale, che da cento e cinquant’anni accompagna la storia italica avvelenando il paese, una questione tra nord e sud spesso negata, dimenticata e nascosta ma che, in occasione della svolta politica che le recenti elezioni hanno causato, emerge ricordando a tutti che non è ancora stata risolta e sanata.

Ci fu un tempo in cui intrepidi condottieri del nord fondarono prima la Liga Veneta e poi la Lega Nord, con il sogno di liberare le loro genti e le loro terre, colonizzate dall’oppressione fiscale di un’Italia matrigna, caduta nelle mani di una vorace classe dirigente e politica a trazione meridionale.

Al grido di “Roma ladrona” e “Padania libera” lottarono rincorrendo un sogno: l’indipendenza del nord, divenuto terra di conquista e di scorrerie fiscali da parte di battaglioni di finanzieri in arme, fiancheggiati da sordidi delatori, sguinzagliati con il compito di esigere fino all’ultimo centesimo ogni imposta dovuta ai cittadini del nord, mentre al sud si tollerava che l’economia sommersa si sviluppasse e prosperasse liberamente senza alcun freno.

E questo per mantenere eserciti di forestali, garantire rendite e vitalizi a politici e boiardi statali e favori a pletore infinite di questuanti e nullatenenti, dilapidando risorse duramente sudate dai cittadini del nord, risucchiate nei buchi neri dell’assistenzialismo statale, della corruzione, dello sperpero, del parassitismo e delle mafie meridionali.

Oggi questo sogno d’indipendenza è stato messo da parte dalla Lega e vacilla anche tra i suoi militanti più duri e puri, che rimangono desolati di fronte all’indifferenza con cui i burocrati europei assistono al travaglio della Catalogna, che pacificamente e democraticamente chiede l’indipendenza dalla Spagna senza rinnegare il proprio desiderio di rimanere nell’UE.

Dove sono l’anti sovranismo e l’anti nazionalismo di questi burocrati europei di fronte a un governo spagnolo, dai tratti ultra nazionalisti, che nega l’autodeterminazione di un popolo? Forse questi sentimenti vanno bene solo quando c’è da stigmatizzare populisti ed euro scettici che mettono in dubbio la giustezza e l’utilità di regole e trattati astrusi che ingabbiano i popoli europei?

Comunque sia, oggi la Lega a guida Salvini ha abbandonato ogni velleità secessionista e perfino tolto il nome Nord dallo stendardo e dal simbolo, con lo scopo d’indicare agli italiani tutti, da nord a sud, la via maestra per risolvere i problemi dell’Italia attuale. Un’Italia minacciata da ondate di migranti clandestini che c’invadono e non diventano una risorsa ma un problema economico, sociale e di sicurezza, un’Italia oppressa dalle tasse, impastoiata nella burocrazia, bloccata dalla lentezza del sistema giudiziario e, soprattutto, vincolata da un’UE che, di fatto, è un torneo fra nazioni dove, barando, vincono sempre le stesse. Tutti fattori che limitano conseguentemente le potenzialità di crescita economica dell’Italia.

Visto che l’UE tergiversa sull’unione fiscale e, anzi, incentiva la concorrenza interna, la ricetta economica di Salvini è la Flat Tax, un regime fiscale già applicato in paesi grandi, medi e piccoli come, ad esempio, Russia, Ungheria e Hong Kong, dove ha prodotto risultati lusinghieri, consentendo una crescita economica tale da creare nuovi posti di lavoro e maggiore benessere per ogni strato sociale. Questo secondo il principio di buon senso che è meglio essere differenziati verso l’alto che livellati verso il basso, ossia meglio avere livelli di benessere diversificati ma accompagnati da mobilità sociale, piuttosto che essere tutti dei miserabili (come nei regimi comunisti, senz’alcuna prospettiva di promozione sociale). Tra l’altro, una forte riduzione delle tasse, che investe anche le imprese, serve a contrastare i fenomeni del dumping fiscale e salariale e i processi di delocalizzazione industriale.

Ovviamente, dice Salvini, la flat tax è un cambio di regime fiscale totale, che semplifica drasticamente le procedure, richiedendo con ciò un condono fiscale che chiuda le posizioni pregresse di chi deve all’erario meno di centomila euro. In questo modo si ricaverebbero, tra l’altro, introiti che, diversamente, sarebbero irrecuperabili, utili alle coperture iniziali della flat tax, mentre il grosso delle coperture sarebbe ricavato dalla revisione della spese pubblica, dalla lotta alla corruzione e dall’emersione dell’economia sommersa e mafiosa.

Ma questi provvedimenti non saranno uno spauracchio per l’economia meridionale sommersa… abituata a non pagare le tasse, dal momento che paga già il pizzo? E’ assai probabile che tali provvedimenti possano essere una medicina rivoltante e imbevibile, anche perché al sud, senza citare gli sprechi e la corruzione, il sommerso è ampio e ben radicato nel tempo. Come spiegare, altrimenti, che le presenze registrate negli esercizi ricettivi dei turisti, che visitano Napoli e dintorni, siano notevolmente inferiori a quelle di Caorle, remota località balneare veneta, che molti italiani faticherebbero a individuare sulla carta geografica italiana, tra cui il buontempone Crozza, che a suo tempo fece notare l’anomalia?

Tra l’altro, se si riuscisse a far emergere l’economia sommersa, valutata sugli 800 miliardi di Pil, magicamente il nostro debito pubblico scenderebbe sotto il 100% in rapporto al Pil, attestandosi su valori simili a quelli della gran parte dei nostri partner europei cosiddetti virtuosi. In queste condizioni, chiunque fosse al governo, sarebbe in grado di attuare economie espansive, basate sugli investimenti statali e su politiche di sostegno al reddito senza incorrere nelle sanzioni europee. Inoltre, se le stime sull’economia sommersa, che include anche il giro d’affari delle organizzazioni mafiose, fossero corrette, le statistiche sui tassi di disoccupazione nel meridione sarebbero di conseguenza fuorvianti, poiché risulterebbe che al sud lavorano in realtà molti più cittadini di quanto non sembri, trattandosi però di lavoratori precari o in nero o inseriti nel giro del malaffare.

Dunque, sebbene affini riguardo all’immigrazione e all’UE, in campo economico le posizioni  e le soluzioni di Salvini e Di Maio, leader del M5S, divergono nettamente. Infatti, la proposta Di Maio, più che rivolta agli investimenti produttivi, è alquanto impregnata di statalismo assistenziale, ossia di aumento della spesa pubblica per garantire un reddito di cittadinanza ai disoccupati italiani. Un aumento di spesa che, per non accrescere ulteriormente il debito pubblico, ricevendo il niet della troika e il ricatto dei mercati, inevitabilmente si reggerebbe su un inasprimento della pressione fiscale che, per quanto detto, andrà a colpire prevalentemente l’economia emersa, ossia sostanzialmente il nord.

Inoltre, il reddito di cittadinanza alla tedesca, cui i grillini s’ispirano, è sostenibile in Germania perché lì, come nel nord d’Italia, la disoccupazione è bassa, e nel giro di pochi mesi un disoccupato trova facilmente un lavoro. Tuttavia, con i livelli di disoccupazione ufficialmente dichiarata che esistono nel sud Italia (che però, come detto, forse non corrispondono proprio alla realtà a causa del lavoro nero) hai voglia ad attendere la terza chiamata dal centro per l’impiego! Per chi non ha altra scelta, non resta che emigrare.

Di conseguenza, senza un serio progetto politico rivolto alla creazione di nuovi posti di lavoro veri, il reddito di cittadinanza rischia fatalmente di trasformarsi in una “rendita vitalizia” di natura parassitaria, che potrebbe essere persino più appetibile del lavoro fittizio dei forestali siciliani, che devono comunque attivarsi per fingere di lavorare.

Vuoi perché al sud c’è poco lavoro, vuoi perché quello che c’è, è in nero o non s’incontra con la domanda, in ogni caso Di Maio sta mettendo il carro davanti ai buoi. Infatti, prima di ridistribuire ricchezza (attività prediletta della sinistra e pratica clientelare che le classi dirigenti meridionali di ogni colore attuano con sfrenata naturalezza) bisognerebbe crearla la ricchezza, tanto a nord come a sud, attraendo investitori stranieri, magari con la flat tax, e creando nuovi posti di lavoro, e poi bisognerebbe far emergere tutto il sommerso che c’è al sud, contrastando di pari passo il malaffare.

Non è poca roba, direbbe Sarri, tanto caro ai napoletani che hanno votato in massa il loro conterraneo Di Maio. Altrimenti, si rischia di pesare ancor più sul nord produttivo che, con ulteriori aumenti della pressione fiscale, fatalmente deprimerebbe a danno di tutti, e principalmente dei cittadini del nord, tra cui molti elettori del M5S che a quel punto, superata l’infatuazione grillina, potrebbero rivolgere altrove il loro consenso.

E la Lega sarà lì, pronta ad accoglierli, perché la Lega esisterà finché ci sarà un sacco del nord, ragione primaria della sua esistenza. Riguardo invece alla longevità del M5S, vi sono molti dubbi e ombre sui suoi esiti futuri. Questi dubbi e ombre riguardano principalmente il metodo di selezione e le competenze dei suoi candidati che, a differenza di quelli leghisti, non hanno mai fatto alcun apprendistato o gavetta come militanti sul territorio nelle amministrazioni locali e tra i ranghi del loro partito, sebbene questo abbia ormai più di un decennio di vita. Anzi, molti di loro sono stati arruolati nelle ultime ore, senza garanzia quindi che tra gli eletti non ci siano dei furbi modello Razzi in cerca della “grana” o peggio non ci siano infiltrati di organizzazioni mafiose o massoniche.

Se, dunque, quelle descritte sopra sommariamente erano le proposte economiche della Lega e dei grillini alla vigilia della recente tornata elettorale, quali indicazioni si possono trarre dall’esito del voto? Purtroppo, tolta una piccola percentuale di meridionali coraggiosi e degni di stima, che Salvini ha pubblicamente e giustamente ringraziato, si ha l’impressione che la stragrande maggioranza d’essi, come di costume, più che a un lavoro regolare, aspiri a introitare questa “rendita di cittadinanza” che offrono i generosi grillini, e aggiungere poi a essa gli introiti di un lavoro in nero, a volte con i contributi della pensione versati grazie a un lavoro in regola pro forma che, in realtà, è svolto in nero da un vero nero (leggasi negro) sottopagato.

All’indomani del voto, con lo storico successo grillino, sembra che ci sia stato un terremoto politico, ma nel “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa c’è una verità sul sud: tutto cambia perché nulla cambi. Forse Salvini ha gettato un seme in quelle terre ma, per il momento, la questione meridionale rimane immutata, la mentalità dei meridionali, qualunque ne sia stata l’origine o la causa, appena scalfita e l’Italia geograficamente spezzata a metà in maniera piuttosto netta, come se il tempo fosse passato invano.

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio, e la strada larga è più invitante di quella tortuosa. Con ciò il popolo del sud ha dato il suo responso, cogliendo al balzo l’opportunità offerta dai grillini. Considerata poi la rapidità con cui l’establishment e il mainstream mediatico sono saliti sul carro dei vincitori, già dettando l’agenda a Mattarella e caldeggiando l’inciucio grillino con una sinistra depurata di Renzi, sembra proprio che sia il popolo del sud a dettare i contenuti e tracciare il proprio cammino futuro a questi poteri forti, alla faccia di chi era contrario ai populismi.

Ma sarà proprio così o alla fine, per senso di responsabilità, chinando il capo il M5S si adeguerà alle esigenze dell’establishment e i meridionali una volta ancora si sentiranno raggirati per il mancato buon fine del loro “voto di scambio”? Ora capisco la confusione e il distacco dalla realtà di Beppe. Non è più il tempo dei vaffa, ma fin troppa grazia, Madama Dorè!

In conclusione, se il Pd si spappolasse e a ranghi sciolti, singolarmente o in gruppetti, i suoi eletti si ripartissero tra gli altri gruppi parlamentari, potrà governare Salvini o Di Maio, dipendendo da quanti di questi transfughi si aggregheranno al centrodestra e quanti invece al M5S. Tuttavia, se il Pd, per quanto con Renzi in quarantena, rimarrà compatto e risoluto nella sua intenzione di non fare inciuci con nessuno, e Salvini, anche per non essere la stampella minoritaria del M5S, resterà fedele ai suoi alleati, allora l’unica opzione, per avere futuramente un governo largo e stabile senza dover tornare in breve tempo alle urne per modificare la legge elettorale, sarà quella di formare un’alleanza tra centrodestra e il M5S. Ammesso e non concesso che il Cavaliere possa essere digerito dai grillini, non tanto per se stesso, personaggio indubbiamente discutibile, ma per i milioni di cittadini che democraticamente egli rappresenta.

Centrodestra e M5S sono sostanzialmente due forze territoriali e trasversali che, tolta ogni ipocrisia, potrebbero finalmente confrontarsi, sedendosi assieme attorno a un tavolo e trattando ad armi pari in rappresentanza dei rispettivi territori, il nord e il sud. Ci vorranno dei mesi, ma forse alla fine Salvini e Di Maio potrebbero concordare fin nei minimi dettagli un programma comune alla tedesca, a partire dai punti in parte già condivisi, come il contrasto all’emigrazione clandestina, la sicurezza e la revisione dei trattati europei, fino al punto dirimente dei rispettivi programmi, che è la ricetta economica per far ripartire il paese dando, di pari passo, un sostegno al reddito di chi è temporaneamente disoccupato.

Una ricetta, frutto anche di una vertenza, che va studiata insieme e applicata nella corretta sequenza temporale e con i giusti contrappesi, per conseguire un obiettivo che tutto sommato è anch’esso condiviso se consideriamo che nel centrodestra anche Berlusconi aveva promesso un reddito di dignità, ossia un minimo di mille euro esentasse garantito a tutti gli indigenti. In questo quadro, chi potrebbe soffrire di subalternità, nonostante i limiti dovuti all’anagrafe, sarebbe indubbiamente lo stesso Berlusconi e, assieme a lui, quanti avevano tifato per una Grosse Koalition, ossia un governo centrista di larghe intese FI-Pd, sul modello di quelli tedeschi, ma al Cavaliere resterebbe comunque il compito, non tanto peregrino, di moderare le intemperanze antieuropeiste dei due leader euroscettici.

Non è un buon inizio per il M5S


Vito Crimi
Vito Crimi

NON È UN BUON INIZIO PER IL M5S

Non si capisce proprio il “voto di coscienza” di quei 14 indisciplinati grillini che nel votare Piero Grasso alla presidenza del Senato hanno rivisitato l’antica e vituperata istituzione del “franco tiratore”. Se l’obiettivo del M5S, palese per la gran parte degli opinionisti, è di spingere all’inciucio Pdl e Pdl-l per puntare alle inevitabili conseguenti elezioni anticipate e a un nuovo balzo in avanti nei consensi, quale miglior occasione non sarebbe stata quella di assistere neutrali al logico consumarsi di questo inciucio già nella ridistribuzione delle cariche parlamentari con l’elezione di Renato Schifani del Pdl al Senato dopo quella di Laura Boldrini di Sel alla Camera? Continua a leggere “Non è un buon inizio per il M5S”

Ma sono proprio tutte gaffe quelle della Fornero?


FORNEROMA SONO PROPRIO TUTTE GAFFE QUELLE DELLA FORNERO? 

Ha ragione lei a dire che «Il lavoro non è un diritto, ma va conquistato», anche perché in troppe regioni d’Italia il “diritto costituzionale al lavoro” è disinvoltamente e convenientemente inteso, tout court, come il diritto a un salario. Lavorare sul serio è poi un altro paio di maniche e la produttività di queste regioni ne è la riprova, ma l’Italia non può più permettersi di mantenere gente che non produce. Se non fosse un paese già fallito tanto varrebbe allora istituire il reddito di cittadinanza di 1000 euro il mese a tempo indeterminato per chi perde il lavoro o non l’ha mai avuto, estendendo così la proposta di Grillo, ma sarebbe comunque controproducente perché, dopo essersi rimpinzati di pasta al pomodoro – come dice giustamente la Fornero – quando serve e se non costa troppa fatica, costoro farebbero pure qualche lavoretto in nero per pagarsi gli extra. Cose come il reddito di cittadinanza anche solo per tre anni, purtroppo, caro Grillo, funzionano correttamente solo nei paesi nordici che hanno inventato il welfare, non certo nelle attuali Grecia ed ex Magna Grecia, patrie dei furbi e del “mala-fare”, dove garanzie e tutele si trasformano subito in diritti acquisiti e privilegi, quando non in ghiotte occasioni per depredare e sperperare le risorse statali. Continua a leggere “Ma sono proprio tutte gaffe quelle della Fornero?”

I soldi pubblici ai partiti? No, grazie


Italiano: Il Ministro dell'Interno Roberto Mar...

I SOLDI PUBBLICI AI PARTITI? NO, GRAZIE

Con un referendum svolto nel 1993, gli italiani hanno abrogato il finanziamento pubblico ai partiti. In seguito, nello stesso dicembre del 1993, i partiti hanno introdotto i rimborsi elettorali e hanno pensato che sarebbe stato più comodo corrisponderli in trance (un tantum per elettore, anziché a piè di lista) e a elezioni avvenute, sulla base delle spese per la campagna elettorale effettivamente sostenute e documentate. Ovviamente per “comodità dei partiti”, in modo palesemente e volutamente equivoco la legge non prevedeva cosa si sarebbe potuto o dovuto fare dell’eventuale avanzo sui rimborsi elettorali quando questi fossero stati pagati effettivamente. Continua a leggere “I soldi pubblici ai partiti? No, grazie”