Cuneo fiscale versus Flat Tax


IMG_20190913_203002CUNEO FISCALE VS FLAT TAX

Il Centro Studi della Confindustria sta cercando di trovare le risorse per ridurre il cuneo fiscale attraverso una aberrante e odiosa commissione del 2% sui prelievi in contanti eccedenti i 1.500 euro mensili. Se fa una simile proposta, ovviamente lo fa prevedendo un tornaconto anche per l’imprenditore. Ma, a prescindere da come e dove trovare tali risorse, ci sono alcune cose da dire rispetto la riduzione del cuneo fiscale e riguardo la Confindustria.

Presumendo che non venga toccata la parte del cuneo fiscale che riguarda il contributo previdenziale ma solo quella che riguarda l’IRPEF, è ipotizzabile che questa riduzione dell’IRPEF non andrebbe a rimpinguare solo il salario netto del dipendente ma anche le tasche dell’imprenditore, diversamente non è spiegabile tanto interesse da parte della Confindustria per la riduzione del cuneo fiscale.

Inoltre, tale aiuto all’imprenditoria sarebbe a pioggia, tanto alle imprese buone che meno buone, a prescindere quindi dall’efficienza e capacità delle stesse (da qui si evince lo scarso interesse nutrito da Confindustria per stimolare e premiare la competitività delle industrie italiane) e la platea dell’intervento non sarebbe universale, andando sì a vantaggio di imprese e loro dipendenti, ma escludendo le famiglie il cui reddito proviene da partite IVA che non hanno dipendenti o da altre forme di risparmio o reddito che non siano il lavoro dipendente.

Non sarebbe stato quindi meglio estendere la fat tax al 15%, che già esiste per le partite IVA fino ai      65. 000 euro di ricavi, anche alle famiglie con 65.000 euro di reddito al netto dei contributi previdenziali, invece che dare l’ennesimo aiuto statale a pioggia alle imprese?

In fondo, se i soldi, a prescindere dalla loro origine, invece che ripartirli con l’imprenditore si mettessero interamente nelle tasche delle famiglie, queste aumenterebbero il loro potere d’acquisto. Crescerebbero così i consumi interni e indirettamente se ne gioverebbero anche le imprese italiane, ma sulla base della loro competitività e non a prescindere da essa.

Tuttavia, il Pd e il M5S dicevano che la flat tax proposta dalla Lega sarebbe stata anti-costituzionale, poiché non prevedeva alcuna progressività delle aliquote e ora il ministro Gualtieri l’ha archiviata, ma mentivano poiché l’intenzione della Lega era di procedere a stralci con un’aliquota al 15% per le partite IVA con ricavi fino a 65.000 euro annui e, a partire dal 2020, un’aliquota al 20% per lo scaglione compreso tra 65.000 e 100.000 euro.

L’intenzione era poi di replicare tale schema per tutte le altre famiglie, includendo cioè anche quelle con pari reddito, ma da lavoro dipendente e/o altri tipi di entrate. Se tale provvedimento avesse prodotto degli effetti economici positivi, solo allora si sarebbero ridotte le tasse anche a imprese e famiglie con redditi maggiori.

Invece, il neo governo giallorosso punta tutto sulla riduzione del cuneo fiscale, ma da nessuna parte si legge o di sente dire che tale riduzione rispetterà uno schema di aliquote con riduzioni progressivamente minori al crescere del reddito del dipendente e degli utili dell’impresa. In questo caso nessuno tira in ballo la Costituzione, anche se c’è il rischio che l’imprenditore possa usare la parte di riduzione del cuneo fiscale che gli compete per i propri comodi invece che investirla nell’impresa.

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