Grillo, giullare di corte che raggira i sudditi


FB_IMG_1567249396132GRILLO, GIULLARE DI CORTE CHE RAGGIRA I SUDDITI

Sbaglia chi pensa che Salvini si sia fatto fregare dal Pd e da Zingaretti. È vero, ha rotto con il M5S, sperando pure che Zingaretti mantenesse fede alle sue parole. Ma, si sa, le rassicurazioni tra nemici non hanno mai credibilità, in un paese che ha dato i natali a Machiavelli.

Quando ha visto l’incredibile e vergognosa giravolta fatta dai grillini in Parlamento, che hanno rinnegato la loro storia anti-sistema e anti-casta, accordandosi con il Pd pur di salvare la poltrona, come i politici mestieranti che avevano sempre combattuto, ha allora cercato inutilmente d’impedire l’inciucio PD-M5S.

Se la malafede di Zingaretti era prevedibile e quella di Frottolo-Renzi scontata, così non lo era la giravolta dei parlamentari grillini.

In sostanza, la responsabilità di aver riportato i compagni di Renzie (nomignolo affibiato a Renzi proprio da Grillo) al governo è tutta del M5S, a partire dal loro padre fondatore Grillo, un servo dell’establishment, un tipico giullare di corte che ha illuso e raggirato tutti i suoi seguaci, fingendo di farsi beffe del re ma, in combutta con lui, incanalando le pulsioni anti-sistema laddove in realtà il sitema le voleva.

I militanti e simpatizzanti del M5S dovrebbero rendetesi conto che se c’è una garanzia per le forze contro l’establishment neoliberista, che a livello globale controlla politica, banche e finanza, manipolando governi nazionali, crediti, spread e borse, questa garanzia non è rappresentata da Grillo, forse lo è stata per un po’ da Di Maio, prima del voto alla Von der Leyer,  ma sicuramente è rappresentata, e senza cedimenti, da Salvini che, a differenza del padre fondatore del M5S, non ha mai partecipato alle riunioni del Gruppo Bilderberg.

Con l’operazione inciucio,  nella quale si sono catapultati i pavidi paramentari grillini vendendosi l’anima, purtroppo l’establishment prenderà due piccioni con una fava, da un lato disarmando temporaneamente l’indomito Salvini e arginando così l’ondata sovranista, ma soprattutto, dall’altro, grazie al servo Beppe Grillo, incanalando definitivamente  le pulsioni anti-establishment del M5S in un solco “istituzionale”, più in linea con i desiderata dei poteri forti.

Il compito assegnato a Grillo dai poteri forti, irreggimentare e incanalare in un solco istituzionale un movimento fondato sul vaffa, e creato per raccogliere e disinescare il dissenso più estremo e le pulsioni anti-casta e anti-sitsema più decise, puo essere realmente sfibrante per Grillo, quasi una fatica erculea, specie se pecorelle e caproni riottosi continuano a uscire dal gregge e dal seminato.

In qualche modo, tutto ciò peserà sui militanti e gli elettori della prima ora, anti-casta nostalgici del vaffa, questo è certo, ed è altrettanto certo che, soffocare la libertà di espressione dei cittadini attraverso il voto, facilita i giochi di palazzo, ma sarà pagato con gli interessi al momento debito.

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Di Maio dalla padella nella brace


images(3)DI MAIO DALLA PADELLA NELLA BRACE

Mettetevelo in testa, ormai il dominus è Conte, il cavallo di Troia del Pd che l’ingenuo Di Maio ha portato dentro il M5S su pressione di Grillo. Il virus Trojan Conte, ormai infiltratosi in profondità nel tessuto del M5S e sostenuto dal Pd e da Mattarella, compierà la propria funzione metabolica demolendo ogni resuduo fisiologico del precedente governo e depurando il M5S dagli esponenti indesiderati di destra, se necessario non esitando a sacrificare anche Di Maio stesso, sotto lo sguardo vitreo di Grillo, il vate fondatore del Movimento, anche lui un vecchio comunista, che con aria indifferente mostrerà a Conte il police verso.

Con l’infiltrato Conte alla presidenza del governo e un proprio esponente come vicepremier, di fatto il Pd avrà posto una pesante ipoteca sul governo, pur avendo solo la metà dei parlamentari del M5S, del resto inutili e pavide figurine incollate allo schienale delle loro poltrone, a testimonianza della loro breve esistenza di uomini liberi.

Per quanto ora Di Maio, scavalcato da Conte, si dimeni e sbracci, il suo destino di carne da bruciare sta solo nelle mani dei militanti che votano sulla piattaforma Rousseau, che lui stesso ha evocato nella speranza di salvarsi. Ma si salverà solo se passerà il no all’inciucio. E forse non basterà neppure questo. In tal caso sarà comunque decretata la fine di Casaleggio, del terzo polo e del M5S, ridotto a partitino di sinistra, satellite del Pd.

È comunque un’amara scoperta, per la base militante grillina, vedere che la gran parte dei loro rappresentanti in Parlamento non son altro che una banda di scilipoti opportunisti, dei giuda pronti a disconoscere il loro leader e a negare la validità della piattaforma Rousseau. Questi vermi, se avessero un briciolo di dignità dovrebbero passare in massa al gruppo misto, se non direttamente al Pd, e non disonorare per sempre il nome del M5S, grazie a cui siedono su quegli scranni. A pomodori e uova in testa dovrebbero essere presi all’uscita dal Parlamento.

 

 

Ora il pallino in mano ce l’ha Zingaretti


imagesORA IL PALLINO IN MANO CE L’HA ZINGARETTI

La schizofrenia del Pd è evidente: da un lato c’è il segretario del partito, Zingaretti, cui spetterebbe dettare la linea del partito, dall’altro c’è Renzi, personaggio poco affidabile (ne sanno qualcosa Bersani e Letta) che dai seggi del Parlamento controlla la truppa dei parlamentari PD e che non ha mai nascosto l’aspirazione di fondare un giorno un partito proprio, ma che al momento teme le urne, poiché il suo progetto è ancora in altomare e Zingaretti, in caso di nuove elezioni, avrebbe in mente candidati diversi da quelli uscenti.

Quindi, se Zingaretti aspira davvero a dirigere in tempi brevi il Pd, non c’è che un modo: un ricambio sostanziale dei parlamentari Pd andando al voto in ottobre. Un reset che potrà fare stilando le liste elettorali con in cima i nomi dei propri uomini di fiducia. Nei sondaggi il Pd è saldamente al secondo posto e, con la prospettiva di aprire una nuova stagione, i consensi potrebbero solo crescere, risucchiando voti dalle varie compagini della galassia dem, ora allo sbando e condannate all’inesistenza.

Se invece egli sceglierà l’inciucio, potrà tenere sotto scacco il M5S. Volete salvarvi la poltrona gazie a me? Bene, questa è la condizione basilare: discontinuità sui nomi e sui contenuti. Il che significa: Conte in panchina, il premier magari lo faccio io, riapertura dei porti, più tasse per gli italiani e, per il taglio dei parlamentari, l’oblio eterno della pratica chiusa a chiave in un cassetto.

Mentre Zingaretti permane in una posizione win win, in questo modo il M5S passerebbe dalla padella alla brace o, come si dice da noi, “pexo el tacòn del buxo”. Rimarrebbe con il cerino in mano e l’amletico quesito: essere, ossia andare dignitosamente al voto arrestando l’emorragia di consensi, o non essere?

Ossia, in cambio di tre anni di poltrona garantita a parlamentari e governo, accettare i dictat di Zingaretti nei panni di Nosferatu e morire lentamente per dissanguamento. Si sa, facendo un ribaltone a sinistra, l’originale è sempre meglio degli imitatori e quei pochi di destra, che ancora avrebbero votato i 5 stelle, passerebbero alla Lega.

Tuttavia, in questo intrecciato gioco delle parti, c’è un’incognita imponderabile, che si chiama Renzi. Davvero egli sopporterebbe di rimanere in disparte e prestare però le proprie truppe parlamentari a Zingaretti, che grazie ad esse si prenderà tutti i meriti, la gloria e l’aumento dei consensi per gli eventuali successi di un governo giallorosso?

Per uno che ha la prospettiva di fondare un proprio partito, penso di no. C’è il rischio di rimanere isolato e perdere le proprie truppe, al momento fedeli, ma che potrebbero passare in blocco al rivale, cedendo alle sue lusinghe e promesse. E Renzi vedrebbe così sfumare il progetto tanto accarezzato del proprio partito.

E vai con l’inciucio


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Tempo fa

E VAI CON L’INCIUCIO

Dal “vaffa” al “bon ton”, style Premier Conte, in pochi mesi. Uno stupefacente ribaltone, degno di grandi saltimbanchi, sì, sui banchi del governo. Gli anticasta che diventano casta per non andare alle urne e perdere potere e poltrone. Ma gli elettori del M5S approveranno questo trasformismo, da consumati teatranti della politica con la “P maiuscola”, fatto dai loro rappresentanti?

I peones grillini sono così impauriti dall’idea di andare al voto, non essere rieletti e dover tornare a fare quello che facevano prima, cioè nulla che, per sicurezza, non valutano nemmeno l’idea di consultare la loro stessa base di attivisti, iscritti alla piattaforma Rousseau, per quel poco che essa conta, già che in fin fine, “molto democraticamente”, decidono sempre loro, Grillo e Casaleggio.

Alla base di tutto c’è che i numeri in Parlamento, guadagnati alle politiche (anche se poi si sono capovolti alle europee) li ha sempre avuti e li ha ancora il M5S, che può scegliersi il partner di governo che vuole. Come una moglie stufa del marito, basta sempre dirgli di no al momento di scopare e, a un certo punto, questo chiede la separazione, accusato pure di tradimento dalla sgualdrina che, a insaputa del marito, infidamente già da tempo trescava con un nuovo partner. In effetti, secondo alcuni, il trappolone per Salvini lo stavano preparando da tempo.

In questo modo Salvini ha avuto l’opportunità di fare un crash test, che è servito a far cadere la maschera ai parlamentari grillini. E sotto la maschera c’è che P&P (potere e poltrone) cui non vogliono rinunciare andando alle urne, danno euforia e fanno girare loro la testa. Così ora, non sarà Salvini a sfiduciare il governo giallo-verde, saranno loro stessi a doverlo fare, assieme a Frottolo, la fatina dei Boschi, sinistri vari e chi lo sa, magari anche il principe Cavaliere. Lui alle ammucchiate non si tira mai indietro, ma quando spengono le luci, diffidate di tutti e riparatevi il culo.

Le possibili scelte di Salvini


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LE POSSIBILI SCELTE DI SALVINI

La super media dei sondaggi non è manipolabile dalla Lega, che al massimo potrà forse controllarne uno degli istituti di sondaggio; inoltre gli ultimi dati della super media (Lega a oltre il 38%) non sono il frutto di una situazione contingente, ma di un trend crescente da quando Salvini, più di un anno fa, ha preso per mano una Lega al 4% portandola a oltre il 34% alle europee di quest’anno.

I sondaggi che riguardano la Lega salviniana non sono dunque frutto di manipolazioni o eventi contingenti né il consenso di Salvini è così facilmente volatile come quello che ha avuto Renzi, che comunque gli consente per ora di vivere di rendita e condizionare il Parlamento, ma che sarà pressoché azzerato qualora si andasse a nuove elezioni.

Il crollo nei sondaggi di Renzi, e viceversa le fortune di Salvini, non stanno tanto nell’attitudine alle falsità, agli inganni e alle furbate del primo, nel suo essere opportunista anziché coerente, stanno piuttosto nelle diverse politiche sull’emigrazione, la madre di tutte le questioni.

È dunque una sacrosanta verità che l’attuale parlamento non rappresenta più il sentimento dell’elettorato italiano. Non tenerne conto, anche se dal Capo dello Stato, e non dare la parola agli italiani, sarebbero un amaro spregio della democrazia, che prima o poi sarà pagato a caro prezzo anche dal M5S in termini di consensi.

Dando, quindi, per scontato che mai Mattarella darà ai sondaggi, e ai risultati delle europee di quest’anno della Lega, il peso che questi meritano, favorendo invece l’eventualità di una maggioranza parlamentare alternativa a quella di Lega-M5S, Salvini aveva due scelte.

La prima era di tener duro e continuare con il M5S. Se non fosse riuscito a impedire il taglio dei parlamentari, i passi successivi sarebbero stati: al momento di rimodulare i collegi e la legge elettorale, scongiurare un’eventuale eliminazione del premio di maggioranza e quindi, dopo l’adeguamento del sistema elettorale alle nuove Camere, far cadere il governo alla vigilia del semestre bianco.

A questo punto, probabilmente sarebbe nato un governo di scopo PD-M5S con il principale obiettivo di eleggere un altro presidente della repubblica di sinistra, prima della decadenza di Mattarella. Tale governo, però, sarebbe poi durato un solo anno, a causa della scadenza naturale della legislatura. Con una nuova legge elettorale ancora parzialmente maggioritaria, Salvini avrebbe poi certo vinto le successive elezioni. Il punto è, come detto, che egli non aveva alcuna certezza che sarebbe riuscito a impedire l’eliminazione del premio di maggioranza.

Inoltre, mesi e mesi di logorio in ostaggio dei grillini, senza poter produrre risultati concreti, causa i loro no, con i ministri Toninelli e Trenta, coadiuvati dalle toghe rosse, che sabotano le sue direttive per bloccare l’immigrazione clandestina dalla Libia, il ministro Tria che tergiversa sulla flat tax e la Lessi che non vuol sentir parlare di autonomia differenziata, tutto ciò avrebbe portato a una possibile caduta dei consensi ottenuti quando invece era lui a dettare l’agenda del governo.

Perciò Salvini ha preferito la seconda scelta: anticipare i tempi della sfiducia al governo Conte, in un momento in cui i tempi per negoziare un nuovo governo fossero molto stretti, confidando, comunque, che un eventuale governo degenere PD-M5S possa non avere una vita facile. Ma soprattutto che con esso la questione immigrazione possa incancrenirsi ed esasperare ancor di più gli italiani, aumentando così i propri consensi e quelli della Meloni, fino a portarli insieme oltre il 50%.

In questo modo, alle prossime elezioni, anticipate o no, Salvini si garantirebbe la vittoria con qualsiasi legge elettorale, pur dovendo poi convivere probabilmente con uno scomodo presidente di sinistra, comunque, molto depotenziato di fronte a una maggioranza di destra, così netta, forte e coesa.