Esistono dei musulmani moderati?


Musulmani in preghiera
Musulmani in preghiera

Quali interessi ci sono dietro all’ISIS? Chi ha allevato questo mostro sprigionandolo dalle caverne mentali degli islamici dove per secoli ha covato? Forse la predicazione salafita che promuove il ritorno allo stile di vita del VI secolo e all’interpretazione letterale del Corano? O forse la volontà di supremazia della setta sunnita Hanbalita-Wahhabita, espressione dei ricchi paesi arabi del golfo? Questi, infatti, mentre da un lato si comprano legalmente pezzi d’Europa simulando neutralità, dall’altro si son creati il proprio braccio armato, finanziando occultamente il revanscismo dei militari e funzionari sunniti iracheni, esponenti del partito baathista sotto il regime di Saddam Hussein, messi poi da parte con la caduta del regime a vantaggio della maggioranza scita che, di fatto, costituiscono l’ossatura del califfato. Ne è forse responsabile la sgangherata geopolitica degli USA, la cupidigia ebraica o magari l’industria bellica mondiale? Ne è forse complice il doppiogiochismo della Turchia che indirettamente finanzia il califfato acquistandone al mercato nero il petrolio, che si oppone a curdi e russi che invece combattono il califfato e che usa i propri confini come un colabrodo per facilitare il via vai dei foreign fighters e riempire di profughi e migranti musulmani l’Europa intera? Non ha ormai molta importanza saperlo, poiché ormai è certo che il vaso di Pandora è stato scoperchiato. Rigurgiti islamisti di stampo medievale si riproducono come metastasi nelle Filippine, in Pakistan, Siria, Libia, Kenya, Mali, Nigeria massacrando cristiani, identificati tout court come crociati, quasi ovunque ci siano musulmani, pronti a scaricare su di essi la rabbia di Allah.

Si dice che il problema non sia religioso ma politico o al massimo culturale. Se il problema non fosse religioso, ma solo una conseguenza dell’ingiustizia nel mondo causata dagli stolti e sprovveduti occidentali che si son mossi come dei goffi elefanti nei delicati equilibri mediorientali, perché mai prendersela con degli innocenti e miserabili cristiani del terzo mondo, che scaraventati in mare dai “fratelli” di ventura musulmani, patiscono l’ingiustizia perfino nei barconi dei migranti? No, il problema è soprattutto religioso e se i martiri di Allah il venerdì 13 di novembre a Parigi si sono scagliati contro gente inerme al bar, al ristorante, al concerto e allo stadio, quando staremo tutti rintanati a casa per la paura, sfonderanno le nostre porte per darci la morte casa per casa se non sapremo recitare per bene i versetti del Corano. Vediamo il perché.

Gli obblighi religiosi o pilastri di ogni buon musulmano sono cinque: 1° la testimonianza di fede al momento dell’adesione, 2° la preghiera canonica da compiere cinque volte il giorno, 3° il versamento annuale in denaro, da destinare a opere di carità, 4° il ramadan e 5° il pellegrinaggio canonico alla Mecca. In ambienti sciti e sunniti esiste però un sesto obbligo religioso, la jihad o guerra santa che nella sua accezione di “jihad maggiore” è tesa a combattere gli aspetti deteriori dell’animo umano, mentre in quella “minore”, d’impegno sacro armato, è obbligatoria solo per la scuola coranica sunnita-hanbalita. Quest’ultima, che tra l’altro prevede un settimo pilastro, quello del proprio sacrificio come kamikaze, attraverso il braccio armato dell’ISIS, non ha remore a dichiarare guerra all’occidente, da un lato annunciando il progetto delirante di riconquistare ogni lembo di terra appartenuto all’Islam, ampliandolo con l’occupazione di Roma, e dall’altro propagandando astutamente le proprie gesta e minacce nel web per incutere maggior terrore negli infedeli e, fra i musulmani, guadagnare consensi e nuove reclute per le sue fila di combattenti.

Tuttavia, tanto nella sua accezione maggiore che minore e sebbene non sacra, la jihad rappresenta un obbligo morale e sociale per ogni musulmano. In base alla sharia, se un’offesa o un’aggressione sono portate dal dar al-Harb (il territorio abitato in maggioranza da non musulmani) al dar al-Islam (ossia la casa dell’Islam, dove i musulmani sono in maggioranza) l’impegno a prendere le armi per contrastare ed eliminare l’oltraggio incombe su tutta l’Umma (l’intera comunità fisica e spirituale dell’Islam). Se, invece, s’intendesse realizzare l’espansione dei confini fisici e spirituali dell’Umma, l’impegno alla jihad incomberebbe esclusivamente su volontari espressi dall’Umma. In pratica, la guerra di conquista è fatta su base volontaria ma è fiancheggiata e sostenuta finanziariamente dai “moderati”. Tuttavia, se un qualsiasi stato musulmano è aggredito, l’impegno armato a difenderlo vale per l’intera Umma, chiamata pure a lavare l’onta se un’offesa è portata all’Islam o al suo profeta Maometto. In questo modo il terrorismo dei fanatici integralisti, organizzati in cellule dormienti o lupi solitari, è di fatto svincolato e incoraggiato.

A questo punto è palese e comprensibile, con queste premesse e anche a causa delle ingerenze europee e occidentali nei paesi islamici iniziando con la fondazione dello stato israeliano, come ciò abbia favorito la moltiplicazione delle sigle terroristiche (Abu Sayyaf, Hezbollah, Fedayn, Hamas, Fatah, Al-Qaeda, Al-Shabaab, Boko-Haram e via dicendo) che ormai brulicano in quasi tutti i paesi musulmani occupati e anche dove i musulmani sono minoranze consistenti e aggressive. E’ altrettanto palese come la gran parte dei musulmani che vivono in Europa, per varie ragioni non ottemperi all’obbligo morale della jihad, altrimenti vivremmo in un perenne stato di coprifuoco, ma quelli che i buonisti semplificando chiamano moderati, per il Corano, che non è affatto moderato né contestualizzabile, sono dei buoni musulmani solo se stanno dissimulando, trovandosi in condizioni d’inferiorità temporanea. Da quest’acqua stagnante e melmosa, in cui le cellule dormienti del fanatismo islamico sguazzano come pesci a loro agio, è vano attendersi una dissociazione estesa e convinta dal terrorismo, come ben mostrano i reportage giornalistici.

E’ più facile trovare dei veri moderati tra quei marocchini o algerini, piuttosto che egiziani o giordani, che coraggiosamente si professano laici e magari atei, solo per citare alcune nazionalità o etnie nordafricane e mediorientali degne di rispetto, alcune delle quali esistenti da prima dell’Islam e a prescindere dalla conquista araba che purtroppo l’ha propagato. In passato ci son anche stati vari capi di stato, musulmani laici, che hanno governato i loro paesi, spesso usando il pugno di ferro con la popolazione più arretrata per soffocarne le pulsioni fondamentaliste e per questo sono stati accusati dall’occidente di essere dei tiranni, ma nel tempo, uno dopo l’altro questi stati laici sono crollati sotto i colpi dell’integralismo islamico, in più dei casi coadiuvato dall’imbecillità dell’occidente.

Anche i sostenitori, come l’egiziano al-Sisi, della tesi del Corano «creato»* che diviene perciò lecitamente interpretabile e contestualizzabile, facilitando così il processo di laicizzazione e adeguamento dell’Islam ai principi stabiliti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sempre più sono singole voci inascoltate nel deserto e rischiano l’accusa di eresia. Infine, anche se lo fossero davvero, non possiamo rischiare di compromettere la nostra identità per uno sparuto manipolo di musulmani che si dichiarano moderati, nella speranza che possano riformare l’Islam. L’Islam, che non ha clero né gerarchie, può essere riformato solo dal basso, dove però ignoranza e indottrinamento sono fattori che favoriscono il fondamentalismo, se perfino giovani istruiti in occidente ne sono irretiti.

Comunque, parlando di laicismo, in genere è assai difficile trovare dei veri laici anche in Europa, non dico in Italia, dove si permette a Bergoglio di fare l’ayatollah, ma perfino nella sedicente laicista Francia dove ormai, eccezion fatta per il coraggio mostrato dai vignettisti di Charlie nelle loro barzellette satiriche, rimosso ogni residuo di laicismo, non si concepisce più, nemmeno lontanamente, la possibilità e la necessità di vietare l’Islam sul proprio suolo, giacché religione contraria ai valori nazionali. Purtroppo, prevalgono gli atteggiamenti dialoganti, ma in attesa che l’Islam risolva le sue lotte religiose intestine tra sciti e sunniti da un lato e fondamentalisti e moderati dall’altro, nella speranza molto vaga che prevalgano questi ultimi, se esistono, l’Europa è destinata a diventare sempre più il teatro di conflitti e azioni terroristiche portate da jihadisti nati e cresciuti nel suo territorio. Infatti, mentre i nonni o i padri di queste generazioni antagoniste si stabilivano in Europa cercando di integrarsi e adattarsi ai nostri costumi, consci di essere stranieri accolti con benevolenza, i loro figli, che non sono né si considerano degli stranieri, riscoprono invece le proprie radici, si radicalizzano e pretendono, disposti perfino alla lotta armata, che la loro diversità sia rispettata al cento per cento, anche se talora in contrasto con i nostri principi e la nostra identità.

C’è chi dice che per fronteggiare questo radicalismo basti solo finanziare di più e migliorare i servizi d’intelligence per prevenire le azioni terroristiche. Ma con circa sei milioni di musulmani e più di due mila soggetti a rischio, tra foreign fighters o semplici sospetti, giacché per monitorare efficacemente un soggetto (tramite intercettazioni, cimici, GPS, internet o pedinamenti) sono necessarie trenta persone, in Francia ne servirebbero 60mila, ben addestrate e impegnate solo in questo compito e la situazione in Germania, Belgio e Regno Unito non è molto migliore. Incontrare poi tra i musulmani informatori e individui disposti a infiltrarsi negli ambienti radicali è assai raro, più difficile ancora è preparare dei non musulmani per agire sotto copertura. In queste condizioni la prevenzione degli attentati attraverso l’attività d’intelligence diventa quasi impossibile. I limiti dell’intelligence compromettono irrimediabilmente anche la capacità di distinguere gli estremisti e i terroristi dai musulmani “moderati”, distinzione che i buoni terzomondisti ritengono indispensabile per non fare di ogni erba un fascio. Ma di fatto, accogliendo milioni di musulmani in ossequio al mito del multi-culturalismo e tollerando il loro estremismo, ne hanno fatto un insidioso cavallo di Troia estendendo l’Umma all’Europa intera, resa una spettrale e impaurita propaggine del Medio Oriente proprio nelle sue città più simboliche.

Ciò nonostante, confidando e sovrastimando le qualità della nostra intelligence, che però al momento deve monitorare appena qualche decina di sospetti, a fronte di quelle francesi e belghe che hanno fatto acqua da ogni parte, c’è chi in Italia è disposto ad accoglierne ancora di musulmani, nella convinzione che la loro immigrazione non centri nulla con il terrorismo di matrice islamica. Nel breve termine forse non centra molto, anche se è stata provata l’infiltrazione di alcuni terroristi tra i profughi e i migranti, ma in prospettiva essa diventa un fenomeno inquietante per i nostri figli, come insegna il fallimento nel processo d’integrazione dei musulmani e gli efferati avvenimenti accaduti in Francia, a causa dei quali il premier francese Valls non ha escluso la possibilità di chiudere le frontiere a nuovi migranti.

Accogliamo pure migranti da ogni parte del mondo, ma perché permettiamo ai musulmani di professare la loro religione? Eppure la Francia in passato ci ha donato dei valori che dovrebbero essere prevalenti rispetto alla libertà di professare una religione che pone la guerra, la morte degli infedeli e la disuguaglianza fra uomo e donna come valori fondanti. Libertà, uguaglianza e fratellanza sono valori scritti anche nella Costituzione italiana e in quelle di molti altri paesi del mondo, ma sembra ormai che in occidente, sull’onda del relativismo, la libertà di religione sia un diritto sacro, inviolabile e garantito a tutti. Al punto che, se ancora esistessero, non esiterebbero a reclamare tale libertà non solo le sette dedite a sporadici e occasionali sacrifici umani a fini propiziatori, ma perfino quelle praticanti cruenti rituali di sacrifici umani multipli che comunque, in termini di carneficine, mai saprebbero eguagliare la crudeltà di quelle fatte dai kamikaze islamici nel nome di Allah. Se non fosse dettato da un ostinato pacifismo laico o da francescana fratellanza, è probabile che quest’atteggiamento conciliante e codardo nasconda la consapevolezza che in Europa ci sono ormai sedici milioni d’islamici ai quali non possiamo di punto in bianco proibire la loro fede, per quanto incompatibile con nostri valori, senza correre dei rischi. E allora arretriamo, disposti a cedere infine alla sharia pur di non combattere, oppure a dilazionare ai nostri figli una tragica resa dei conti quando tutti i nodi verranno al pettine.

Che cosa fare allora in alternativa, per scongiurare queste drammatiche prospettive? In Italia basterebbe applicare con coraggio la costituzione. Al fine di edificare nuove moschee e consentire il diritto di professare la propria religione, i musulmani ne tirano in ballo l’art. 3 che recita «Tutti i cittadini… sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione…». Tuttavia l’art. 8 specifica «Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento italiano… ». Inoltre l’art. 2 dice «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo…». Tra questi ovviamente il diritto naturale alla vita, l’uguaglianza fra uomo e donna, la libertà di scelta e di espressione del pensiero. Pertanto, la religione musulmana, che considera le donne esseri inferiori e gli apostati dei corrotti da giustiziare, parimenti a chi si macchia di blasfemia e adulterio, e che ritiene inutile la democrazia e la nostra giurisprudenza, poiché ogni aspetto non solo religioso ma perfino civico, sociale e igenico della vita umana è già previsto e regolamentato nei testi sacri, va palesemente contro gli articoli 2, 3 e 8 della Costituzione italiana.

Di conseguenza, l’Islam non dovrebbe essere riconosciuto in Italia e men che meno si dovrebbe permettere ai suoi adepti di edificare moschee per il culto. In mancanza di queste, gli islamici che vivono in Italia e che non vogliono integrarsi o che per ovvi motivi, dovendo rinnegare la loro fede, hanno paura a farlo, possono benissimo continuare a praticare la loro religione privatamente nelle loro case, ma non in luoghi pubblici, se pur clandestini, pena la revoca della cittadinanza e conseguente perdita dei diritti politici e di accesso ai ruoli pubblici se italiani, e se stranieri, l’espulsione dall’Italia e il rimpatrio nei paesi di origine. In questi paesi tra l’altro vige la Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo, fondata sul Corano e la Sunna e resasi per l’appunto necessaria poiché la concezione della persona e della comunità che l’Islam ha non è compatibile con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata dalle Nazioni Unite nel 1948. Questa sola considerazione dovrebbe almeno far riflettere, se non aprire gli occhi a chi considera i musulmani integrabili nelle nostre comunità. I musulmani convinti e praticanti devono tornare e restare nei paesi musulmani ai quali, giustamente, non dobbiamo fare la guerra, neanche per esportare principi di democrazia che non capiscono né apprezzano, ma lasciarli in pace nel loro mondo se non ci attaccano per primi. La multiculturalità funziona solo nell’ambito del nostro e del loro sistema di valori. Il nostro sistema di valori è compatibile con tutte le religioni tranne l’Islam. A noi libertà e democrazia, all’Islam la sharia.

Se ancora si permette ai musulmani di praticare l’Islam, è per una fisiologica inerzia dell’Europa, poiché al tempo degli stati laici, nei paesi a maggioranza musulmana l’Islam mostrava realmente un volto moderato tanto che, per reciprocità, le autorità proteggevano e consentivano ai cristiani di professare la loro fede, per quanto fosse proibito a essi il proselitismo. Tuttavia, in quest’ultimo ventennio, le frange estremiste dell’Islam sono avanzate ovunque, accompagnate da un crescendo prorompente di azioni terroristiche e sostenute dalla predicazione salafita di imam radicali, colpevolmente tollerati sia nei paesi musulmani che nelle moschee delle periferie europee. Ciò ha significativamente mutato le condizioni storiche, come si evince anche dalla recente risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU in cui, all’unanimità, si autorizzata qualsiasi misura contro l’Isis e s’invita tutti gli stati membri a unirsi nella lotta contro i terroristi che rappresentano una minaccia inedita e globale.

A questo punto, l’intera comunità musulmana mondiale, in modo chiaro e onesto, dovrebbe schierarsi contro il terrorismo di matrice islamica e contro la predicazione fondamentalista che ne costituisce la base legittimante. Tuttavia, i motivi giuridici e di autodifesa che giustificherebbero il divieto di professare l’Islam in Europa rimangono validi se, com’è avvenuto nelle manifestazioni di Roma e Milano dopo l’eccidio di Parigi, questa presa di posizione rimane limitata a qualche esponente autoreferenziale (non eletto) delle comunità musulmane. E soprattutto se rimane ambigua, poiché rivolta contro un generico terrorismo (non qualificato come islamico) accomunato indistintamente con la condanna dell’islamofobia e della carenza di moschee in Italia. Ma, incredibilmente, nessuno osa neppure disquisire sulla questione della legittimità dell’Islam, anzi questi “moderati” islamici, sostenuti dai soliti noti buonisti multiculturali, accusano d’islamofobia chi prova a farlo e, invertendo la causa (terrorismo) con l’effetto (islamofobia), attribuiscono a chi è contrario a questo Islam un’aprioristica volontà di provocazione, anziché il conseguente speculare desiderio, ma diritto prevalente, di difendere a casa propria la propria identità di popoli europei.

*Il Corano, sulle cui pagine è proibito fare sottolineature o annotazioni, nell’Islam ortodosso equivale a ciò che Gesù e l’ostia consacrata sono per i cristiani, ossia dio stesso, tanto che qualcuno, facendo un paragone che può sembrare risibile, ma che è sostanziale, riassume il concetto dicendo che mentre per i cristiani, dio si è “incarnato” in Gesù, per i musulmani si è fatto testo e “incartato” nel Corano (rimanendovi in stallo perenne sarebbe da aggiungere). Questa è la tesi del Corano «increato», eterno come dio che non è stato creato. La tesi del Corano «creato», che sottintende che solo Allah è increato, consente l’uso della ragione per entrare nel merito dei contenuti del Corano, che possono essere oggetto di valutazione critica così come di contestualizzazione.

 

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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