Profughi, migranti ed europei


kyengePROFUGHI, MIGRANTI ED EUROPEI

L’accoglienza dei profughi di guerra e dei richiedenti asilo politico, sia che essi giungano via terra o che accalchino i barconi della speranza in partenza dalla Libia è sempre un’azione umanitaria giusta ed è inclusa tra i diritti internazionali dell’ONU, tuttavia la vera questione di fondo è il fenomeno immigratorio, in generale quello clandestino e in particolare quello musulmano. L’immigrazione clandestina fuori controllo drena ingenti risorse all’erario, per arricchire chi opera su un’accoglienza spesso dorata e felice per gli ospiti, e questo in una situazione economica di perdurante precarietà sia per gli italiani stessi che per gli immigrati regolari. L’immigrazione musulmana pone poi seri problemi d’integrazione e, riguardo a essa, non si capisce perché debbano essere considerati rifugiati o profughi di guerra dei mussulmani che arrivino da paesi come Marocco e Senegal, ad esempio, dove non ci sono guerre né persecuzioni o come la Nigeria e altri paesi sub-sahariani dove sono solo i cristiani a essere perseguitati e uccisi.

Sulla questione immigrazione in Italia si scontrano i globalisti, tra cui s’infiltrano variegate organizzazioni allo scopo di lucrare facili profitti, e i localisti, tra cui nessuno può escludere che attecchiscano forme di reale razzismo con l’esasperazione di chi vive in difficoltà nelle periferie e si vede discriminato dallo Stato a vantaggio dei clandestini, commiserati nei ricchi e privilegiati salotti dei buonisti e spalleggiati nelle piazze dai centri sociali.

Il pensiero globalista e quello localista son le due facce di una stessa medaglia e, nella storia dell’umanità, tali visioni si sono sempre contrapposte nella ricerca di un equilibrio giusto per quanto spesso precario, tanto da potersi ritenere che il mito biblico della torre di Babele si riferisca anche a questa questione. L’intervento divino, atto a riprodurre condizioni di diversità e dispersione in un’umanità ridotta a un solo popolo con un’unica lingua, sembra indicare che il Dio biblico condanni ogni tentativo umano all’uniformazione, poiché questa è contraria al processo naturale che è di differenziazione, e ciò spiegherebbe anche perché la religione di Israele, pur ritenendosi l’unica vera e indispensabile per la salvezza, non ha cercato, se non sporadicamente, d’imporsi ad altri popoli, ma è rimasta una religione nazionale.

Il cristianesimo e l’islamismo sono invece religioni universaliste che competono tra loro per il medesimo obiettivo, ossia convertire il mondo intero, e sotto quest’aspetto esse sono l’opposto delle religioni tribali e nazionali. D’altro canto, l’impero romano, fino all’edito di Teodosio I, politicamente rappresentava un sistema universalista laico basato sulla lex romana, diametralmente opposto rispetto a quello delle molteplici e divise tribù celtiche e germaniche.

Agli inizi del secolo scorso, nel solco dell’universalismo vede la luce l’internazionalismo operaio, ideologia social-comunista che progettava un mondo dove non esistessero più i confini tra gli stati, realizzato in qualche modo dall’impero sovietico. Negli ultimi decenni, con la caduta dell’Unione Sovietica che finanziava i partiti comunisti italiani e con il progressivo affievolirsi delle istanze operaistiche, era fatale che ambienti della Chiesa romana e delle sinistre italiane, dando luogo al fenomeno del cattocomunismo, trovassero un’intesa e un inaspettato interesse comune nelle peregrinazioni lungo il globo dei migranti, dando così ossigeno alle loro ideologie asfittiche attraverso il mondialismo (e rimpinguando le loro casse smunte, a danno del contribuente italiano).

Tanto la Chiesa romana che i partiti di sinistra detestano i confini tra gli stati e in nome dell’accoglienza son disposti a perdonare assassini e tagliagole. Entrambi non capiscono che più si spinge per la globalizzazione, più forte si avrà una reazione verso il localismo e la chiusura. Se tra di essi esiste ancora una differenza, almeno teorica, è che mentre per la Chiesa romana la solidarietà verso i migranti dovrebbe essere su base volontaria, per la sinistra deve essere senza dubbio imposta dallo Stato, ragion per cui i pagatori sono i soliti noti, ossia le regioni del nord con un residuo fiscale positivo. Non bastasse, questi solerti umanitari con i soldi altrui, di fronte alle resistenze di vari amministratori nordisti ad accogliere nei loro comuni quote ulteriori di clandestini, pretendono che tali territori (che già pagano di fatto per i propri e gli altrui clandestini) si accollino, in proporzione alla popolazione residente, lo stesso numero di clandestini delle regioni consumatrici di tasse.

Nell’ultimo dopoguerra, con la fine dell’epoca coloniale, la situazione delle popolazioni africane non era certo migliore di ora, ma nessun africano emigrava, accettando come naturale la propria situazione economica e, soprattutto, pochi italiani, prevalentemente i missionari, si preoccupavano delle condizioni di vita di queste popolazioni, andando in quei luoghi per curarli e convertirli. Nessun italiano riteneva che sarebbe stato più etico portare tutti questi diseredati in Italia, invece che aiutarli a casa loro. Erano forse gli italiani più cinici e insensibili?

No, anche perché esisteva già l’art. 10 della costituzione repubblicana in cui si specifica: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge” e tuttavia il numero dei richiedenti asilo politico era irrilevante, sebbene allora in quei paesi l’esercizio delle libertà democratiche fosse assai meno garantito che oggi. Semplicemente il problema non si poneva perché non esisteva il fenomeno migratorio, che oggi invece esplode a causa dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione che, virtualmente, hanno globalizzato la Terra.

Di conseguenza, si è rotto ogni equilibrio faticosamente raggiunto nel secolo scorso, al punto che la Chiesa romana (che una volta mandava i missionari in Africa) e le ONLUS (sebbene esse ancora offrano in molti paesi delle cure mediche e chirurgiche gratuite alle vittime delle guerre e della povertà) oggi ritengono più comodo, sicuro e lucroso far arrivare gli africani in Italia. Dando per scontata l’esigenza umanitaria di soccorrere dei bisognosi, cosa su cui tutti convengono se pur con soluzioni diverse, tuttavia a sinistra, molti (specialmente se rapper ammanicati al sistema) guardano con esagerato entusiasmo e perniciosa benevolenza a questa rimescolanza etnica causata dall’immigrazione.

Preoccupati che né un minimo sospetto di razzismo possa sfiorarli, non percepiscono i pericoli futuri che tale fenomeno comporta e, un giorno, quando ormai sarà tardi per rimediare, qualcuno potrebbe imporre loro di pagare la tassa che discrimina gli infedeli, per non esser poi perseguitati, deportati o giustiziati. La presunzione dei buonisti (ingenui o furbi che siano) che la globalizzazione e i fenomeni migratori a essa connessi siano dei processi irreversibili e ingovernabili, cui adeguarsi o rassegnarsi, prelude perciò a tempi bui e a conflitti che saranno perduranti.

Ma chi cercherà di opporsi all’islamismo crescente e aggressivo che l’immigrazione alimenta? Non certo le velleità universaliste del cattolicesimo romano, capace solo di lamentare le stragi di cristiani che avvengono per opera dell’integralismo musulmano e neppure l’incoerente laicismo della sinistra. Una sinistra che dopo tanto femminismo, ora si compiace se in qualche paese europeo è riconosciuto alle musulmane il diritto a medici donne, a piscine esclusive e a indossare il burka in pubblico, decretandone, di fatto, l’apartheid sessuale.

Ceche e ossessionate dalla psicosi antirazzista, le laiche sinistre europee, tra le cui fila abbondano gli esponenti politici musulmani, non s’illudano. Costoro, che ora raccolgono il voto musulmano a vantaggio della sinistra mostrando il loro volto moderato e antirazzista, non appena ne avranno la forza e i numeri, formeranno un proprio partito, quello dei Fratelli Musulmani, questo sì profondamente razzista, e in cambio del loro appoggio, condizionato a concessioni favorevoli, la sinistra accetterà il loro abbraccio nefasto pur di non sconfessarsi e ammettere l’abbaglio.

Infine, grazie al ventre delle loro donne, i Fratelli Musulmani diventeranno maggioritari e com’è avvenuto nei paesi musulmani, il primo partito di cui vorranno sbarazzarsi per imporre la sharia, sarà proprio l’ex alleato ateo e comunista che nel rispetto dei valori laici li aveva coccolati e sostenuti. E’ probabile invece che a opporsi all’islamizzazione sarà quella parte della popolazione europea autoctona che, per naturale reazione all’invasione, sarà spinta a riscoprire la propria identità etnica e culturale, tra cui le radici cristiane e non certo intese in senso universalista, ma come tradizioni locali e costumi particolari, cui non si è disposti rinunciare.

I buonisti mondialisti sono soliti citare gli Stati Uniti, e il sentimento nazionale che li unifica, come un esempio di multiculturalità e universalità da imitare. Nati da coloni inglesi, che per ragioni fiscali si sono affrancati dalla madrepatria, essi hanno però sulla coscienza lo sterminio delle popolazioni autoctone e la deportazione di milioni di schiavi dall’Africa. All’inizio del secolo scorso milioni di altri europei, richiamati per rifornire di manodopera la crescente industria statunitense e recentemente altrettanti ispanici, hanno completato la mescolanza di genti che li rendono peculiari. Tuttavia il loro universalismo, che sta ormai permeando l’intero pianeta, è basato in realtà sull’interesse economico e il capitalismo, la molla che da sempre ha governato gli Stati Uniti e inglobato chiunque s’inchini al dio denaro senza pretendere assistenzialismo dallo Stato, ma i recenti scontri tra polizia e giovani afroamericani, che fanno riaffiorare conflitti razziali evidentemente mai risolti del tutto, dimostrano come siano fragili le società multietniche e velleitarie le utopie dei mondialisti.

L’UE, invece, è stata costituita dai padri fondatori con l’obiettivo principale di porre fine alle guerre tra le nazioni europee che, tra l’altro, grazie a una diffusa tradizione social-democratica, in genere garantiscono ai loro cittadini dei sistemi di welfare assai più dispendiosi che quello statunitense. Dopo settant’anni di pace si può dire che tale obiettivo sia stato raggiunto e senza intaccare le identità degli europei, che si considerano tuttora dei popoli molto diversi tra loro per storia, lingua e tradizioni. Volendo rimanere tali, per mere ragioni economiche essi tollerano l’attuale deriva uniformatrice e finanziario-bancaria della loro leadership europea, ma avversano con decisione ogni unione politica che non sia nel rispetto dei territori e delle regioni e, soprattutto, si oppongono a un’immigrazione musulmana incessante e bellicosa, foriera di nuove problematiche e insicurezze, che pretende cancellare l’identità e le radici stesse degli europei.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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