É nata la repubblica Borbonico-Pontificia d’Italia


É NATA LA REPUBBLICA BORBONICO-PONTIFICIA D’ITALIA

CorazzieriScorta di centauri, rintocchi di campana, bandiere e drappi rossi, sulle tribune i grandi elettori assieme ai rappresentanti del corpo diplomatico e gli ospiti d’onore, salve di cannone, 21 per la precisione (vai a sapere perché) formula di rito per il giuramento e messaggio alla nazione, corazzieri a cavallo in alta uniforme, fanfara e inno di Mameli, omaggio al Vittoriano (l’altare della patria) sfilata in auto decapottabile a sette posti in uso solo per rare occasioni, onori militari, contorno di gallonati, frecce tricolori, discorsi e rinfresco. Con questa liturgia barocca e patriottarda, martedì 3 febbraio scorso, Mattarella si è insediato alla presidenza della neonata Repubblica Borbonico-Pontificia d’Italia.

Borbonico-Pontificia perché con la sua elezione alla presidenza della Repubblica, la compagine centro-meridionale della classe politico-dirigente italiana ha definitivamente occupato ogni ganglio di potere di questo sgangherato paese: le tre principali cariche istituzionali (con Mattarella, Grasso e Boldrini) la maggioranza della Corte Costituzionale, vari ministri del Governo Renzi, una miriade di Prefetture e sedi INPS e persino la presidenza di una regione nel lontano nord-est, con la romana Serracchiani calata come un’aliena a presiedere la Regione Friuli.

Non ci sarebbe nulla da ridire se questa classe politico-dirigente (che pur ha prodotto illustri giuristi, arguti politici e fini burocrati, capaci di addentrarsi con agilità nella giungla amministrativa che questi han generato) avesse fornito e fornisse prova di amministrare con giustizia e oculatezza i propri territori naturali. Invece, questi da sempre languono nell’arretratezza, nel parassitismo, nello spreco, nell’apatia e con una disoccupazione giovanile che ora non ha uguali in Europa, tutti fattori questi che mantengono fertile l’humus in cui prosperano corruzione e mafie, sia vecchie che nuove come Mafia Capitale. Riguardo alla capacità di stimolare la produzione di ricchezza attraverso l’iniziativa privata e lavoro vero, che non dipenda cioè da appalti pubblici, non c’è ombra alcuna (perfino Hotel di lusso si convertono al business dell’accoglienza, tanto cara ad Alfano) mentre le competenze circa l’usare lo Stato come un bancomat sono notevoli e vieppiù raffinate (infatti, in certa Italia “fatta la legge, trovato l’inganno”, dice, ahimè, un ben noto adagio).

Ma Mattarella, il passato che ritorna come degno erede di Napolitano (detto anche Re Giorgio I) a suo tempo già sostenne che fosse ridicolo parlare di questione settentrionale, come se sia normale che tre regioni del nord (Lombardia, Emilia e Veneto) coi loro residui fiscali paghino il conto per tutti e principalmente quello dovuto alla parassitaria voracità dei territori del centro-sud, malamente amministrati dalla classe dirigente centro-meridionale (di cui Mattarella è un esponente di spicco) che da sempre ha fatto del clientelismo a spese dell’erario la fonte della sua sussistenza. Dopo quest’affermazione così miope di Mattarella, perché mai il nord e il paese intero dovrebbero fidarsi di mettere alla propria guida un personaggio come costui, le cui lenti diottriche, anche metaforicamente parlando, sono così spesse da consentirgli di vedere distintamente sol fino alla punta dei suoi piedi?

Questa classe dirigente, che ha celebrato l’apoteosi del suo nuovo garante con vigorosi scrosci di applausi, interrompendone ripetutamente il discorso d’investitura, è fatta di personaggi che vivono a tempo pieno di politica e di stato, che non saprebbero fare altro e che non si sono mai sporcati le mani neanche per sturate il lavandino di casa loro, a cui pensano i domestici filippini, silenziosi e cristiani. Essi sono agli antipodi del pensiero grillino e leghista, le due compagini politiche, tacciate di populismo da questa casta nefasta, che giustamente stanno all’opposizione di tale sistema politico-dirigente fatto di statisti, giuristi, cattedratici, politologi, costituzionalisti, magistrati, burocrati, generali, ammiragli, esattori, questori, prefetti e chi più ne ha più ne metta, tutti esigenti consumatori delle energie che i lavoratori devono mettere a loro disposizione, tutti intransigenti contro ogni tentativo di riduzione delle loro prebende, alla faccia della ridistribuzione del reddito con cui quotidianamente si riempiono a sproposito la bocca e tutti accaniti accusatori di un’evasione che, secondo le stime fatte ovviamente dai loro esperti statistici, non avrebbe pari al modo, quando invece è il livello di tassazione cui è soggetto il ceto produttivo a non avere pari al mondo e a non essere per niente frutto di stime campate in aria.

Questa classe politico-dirigente (di natura ‘renzian-schettiniana’) grazie agli intrighi politici in cui eccelle, affolla sempre più la sala di comando della nave Italia. Con i suoi guitti televisivi, i suoi pennivendoli a buon mercato, i sondaggisti e il codazzo di ruffiani e lacchè, in balia del mare burrascoso, quest’ammucchiata gaudente, che ne invade la plancia, farà sbattere la nave Italia sugli scogli e lentamente (solo grazie agli aiuti della BCE) ma inesorabilmente l’acqua la riempirà fino a metterne fuori uso il motore, ossia il suo tessuto economico-produttivo.

Con l’operazione Mattarella, Renzi ha tolto del tutto la maschera, rivelandosi un cinico imbroglione privo di scrupoli, con una vocazione autoritaria e perciò pericoloso. Facendo lo scalpo al povero Letta, il temporeggiatore travolto dal politicante del “fare” (a parole) invero già aveva mostrato questa sua natura, ottenendo la presidenza del Governo grazie a giochi di palazzo da prima repubblica, senz’alcuna investitura popolare. Dopo questa vittoria totale, vittima degli adulatori, della propria ambizione e degli economisti da battaglia (anche presidenti della Banca d’Italia) che imperversano sciorinando come oro colato previsioni che puntualmente si dimostrano sballate e meno sicure di quelle del tempo, si convincerà di aver tracciato sulla carta nautica la giusta direzione e credendo alle sue stesse frottole da imbonitore televisivo, rimarrà sordo agli avvisi di chi gli dirà che il paese permane in rotta di collisione. Per sviare altrove l’attenzione di quanti gli faranno notare che ha mancato alle sue promesse e che servirebbero interventi più radicali e profondi, li sommergerà di chiacchere e nuove strabilianti promesse, in questo aiutato con cieca abnegazione dai suoi fidi, formatisi, alla Leopolda, nei corsi d’indottrinamento politico e uso delle tecniche di marketing.

Non è questione di gufare, ma l’unica speranza di un futuro dignitoso per le genti produttive e oneste, che in qualsiasi parte d’Italia non si nutrano e non abusino dello stato, ma ne siano vittime d’insopportabili vessazioni, è che questo Stato italiano fallisca e si spappoli definitivamente, affinché dalle sue ceneri possa rinascere una confederazione a modello svizzero di popoli italici (ognuno sovrano ed economicamente e fiscalmente responsabile dei propri territori) con limitate competenze concesse al potere centrale, principalmente la sicurezza interna ed esterna, per garantire rispettivamente la convivenza pacifica e la difesa da aggressioni esterne.

Un progetto alla cui basa sta la subalternità dello Stato al cittadino, che come individuo unico (e quindi diverso da ogni altro per indole, talenti e forza di volontà) sarà posto nelle condizioni di poter esprimere al massimo le sue potenzialità in piena libertà e pari opportunità, nell’interesse proprio e della società intera. Ciò nella convinzione che le ideologie che pretendono imporre per legge l’uguaglianza sociale attraverso una redistribuzione violenta del reddito, giustificando anche l’utilizzo abusivo, se non proprio l’esproprio, di beni privati, siano ipocrite e controproducenti oltre che liberticide. Uno stato giusto garantisce l’uguaglianza di ogni cittadino di fronte alla legge, il diritto di proprietà materiale e intellettuale e un livello minimo di sussistenza alle persone socialmente più deboli, ma imporre ideologicamente per legge l’uguaglianza sociale è contro natura, poiché capacità e impegno delle persone sono diversi e richiedono quindi un riconoscimento sociale differente. Allo stesso modo, uno Stato-Multinazionale come l’Italia, per sua natura non potrà che essere subalterno ai popoli autoctoni che lo compongono, anch’essi diversi per storia, civiltà e indole, uguali di fronte alle regole che insieme si saranno dati, tra cui spiccherà il diritto all’autodeterminazione.

E’ una concezione libertaria che rinnega il nazionalismo imperialista e coloniale dell’Italia sabauda, regia e fascista, che tuttora permea le istituzioni e la Costituzione dell’Italia repubblicana attuale, erede diretta di quella, contagiando persino una sinistra snaturata e inusitata, che perde il pelo ma non il vizietto di turarsi il naso, pur di governare a braccetto dei neo-democristiani. Una concezione comunque distante pure da un’UE che, a danno dei cittadini europei, fa gli interessi dei plutocrati (banche private e holding multinazionali, che contro i principi liberisti, influenzano a proprio favore i governi, complici del progressivo allargamento della forbice tra ricchi e poveri) un’UE che inoltre non si cura di preservare la propria identità culturale e quella dei popoli che la costituiscono, minacciati dall’invadenza senza precedenti di un’immigrazione musulmana che, non accettando in toto la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sancita dall’ONU nel 1948 all’indomani della 2° Guerra Mondiale, diventa incompatibile con la civiltà europea e ideologicamente contrapposta anche al resto del mondo.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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