Ecco perché conviene dividere l’italia


ECCO PERCHÉ CONVIENE DIVIDERE L’ITALIA

cartina-italia-politicaL’Italia si è impegnata con l’UE a riportare il debito pubblico al 60% del Pil (fiscal compact) ripagando la quota eccedente in vent’anni dal 2015 con rate annuali pari al suo 5%, allo stato dell’arte circa 60 miliardi all’anno, ma che potrebbero diventare molti di più se la recessione continuasse in conseguenza di un ulteriore calo del Pil. Ma neanche la più rosea delle previsioni, come una crescita del Pil al 3% accompagnata da un euro più debole, farebbe cambiare la sostanza per gli italiani, se non, forse, dei drastici interventi shock quali la messa in mobilità di mezzo milione di dipendenti pubblici che però nessun governo in Italia oserebbe neppure proporre. Non bastasse, nei prossimi tre anni l’Italia dovrà pure completare il finanziamento dei 125 miliardi al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) indebitandosi per versare complessivamente nelle sue casse altri 75 miliardi di euro dopo averne già versate due rate di 25 miliardi nei primi due anni dalla sua approvazione.

Inutile perciò farsi illusioni, l’uscita dall’UE sarà forse inevitabile per l’Italia se non saranno ridiscussi i trattati europei e paradossalmente dovremo ringraziare una travolgente avanzata di euroscettici e anti euro se lo saranno. Ma permanendo nell’eurozona e senza un allentamento dei suoi vincoli, con gli interessi sul debito pubblico che continuano a gravare, l’Italia dovrà ricorrere al MES e sarà mantenuta in vita a tempo indeterminato, invischiata in una spirale di prestiti che dovranno essere restituiti a scadenze prefissate, pena delle sanzioni, e tutto questo mentre assurdamente dovrà continuare a finanziare il MES in funzione del suo Pil.

Di conseguenza, a causa del debito pubblico e nel nome della stabilità, la gran parte degli italiani (i ceti medi e popolari) finirà strozzata e prosciugata di tutte le sue ricchezze dai creditori nazionali che detengono il 65% del debito pubblico (di cui il 25% risparmiatori e il 40% tra Banca d’Italia, banche e assicurazioni italiane) ed esteri che ne detengono il restante 35% (di cui il 5% l’Euro sistema). Un meccanismo perverso che travasa ricchezza e amplia la forbice sociale a vantaggio di élite finanziarie sempre più ricche.

Da com’è ripartito il debito pubblico, si può dunque capire che a molte istituzioni nazionali e ai risparmiatori italiani (tra cui i cosiddetti bot people) non converrebbe ovviamente né un’uscita dall’euro né la ristrutturazione del debito (default) e che pertanto, anche se non rappresentano la maggioranza degli italiani, costoro opporranno una forte resistenza contro tali eventualità. Essi puntano piuttosto su una revisione dei trattati europei, in modo da dare ossigeno a quei ceti produttivi che attraverso il prelievo fiscale sono la fonte del loro reddito finanziario.

In un paese come il nostro, dove la mentalità statalista è profondamente radicata, chi vive di stato e clientelismo nelle sue sacche improduttive e parassitarie e usa parte del proprio salario indebito per lucrare con i titoli di stato (i cui rendimenti sono tassati solo il 12,5%) grava doppiamente sulle spalle dei ceti produttivi sviliti, bollati come evasori, ma torchiati di tasse per tenere in piedi questo stato ladro e garantire i suoi debiti. Non c’è da meravigliarsi allora se i veneti laboriosi chiedano l’indipendenza e chiunque possa fugga da questo paese, che a parole si dichiara fondato sul lavoro, ma nei fatti lo è sulla rendita parassitaria e lo statalismo.

Tuttavia esiste un’altra possibilità che aveva ventilato persino Grillo, ipotizzando una suddivisione dell’Italia in quattro o cinque macroregioni, idea non tanto peregrina, se a ognuna di loro venisse data totale indipendenza fiscale da Roma. Nel senso che tutte le tasse rimangono in loco, niente più si dà né si riceve dal centro (è così eliminato il fondo perequativo regionale) e ogni macroregione si accolla l’onere di sostenere interamente l’apparato pubblico gravante sul suo territorio (versando le pensioni ai residenti e gli stipendi agli statali).

Se, infatti, l’Italia fosse divisa in macroregioni fiscalmente indipendenti, ciascuna delle quali si accollasse la quota di debito pubblico proporzionale al numero dei suoi abitanti, sarebbe assai più facile per l’Italia aggredire tale debito. Alcune macroregioni sarebbero in grado di ripagare la loro quota in tempi rapidi (il che non potrebbero mai fare rimanendo legate alle altre) e per l’UE sarebbe allora un problema minore aiutare quelle che non ce la farebbero da sole attraverso i fondi strutturali e d’investimento, o con il MES, finanziato dagli stati dell’Eurozona.

Per i veneti (l’8% circa della popolazione, poco meno di 5 milioni su quasi 60 milioni di abitanti lo Stato italiano) la quota da accollarsi corrisponderebbe grosso modo a 160 miliardi di euro (sui 2.000 e più di debito pubblico complessivo) che essi potrebbero estinguere in massimo otto anni anziché in venti, dato che il residuo fiscale che già versano a Roma è di 20 miliardi di euro l’anno. Se al Veneto fosse aggregato l’intero nord est, non cambierebbe di tanto la sostanza, anche nel caso i cui le regioni autonome Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia continuassero ad avere gli attuali vantaggi fiscali.

Con questa logica, ad esempio, la Lombardia potrebbe accollarsi il nord ovest (Piemonte, Val d’Aosta e Liguria) l’Emilia-Romagna il centro nord (Toscana, Marche e Sardegna) il Lazio il centro (Umbria, Abruzzo e Molise) e la Campania il sud (Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia). Chissà che i nostri politici nel prendere in esame la riforma del Titolo V della Costituzione non tengano conto anche di questa possibilità, valutando quale sarebbe la suddivisione più conveniente. Sarebbe una dimostrazione di buon senso, pur essendo il cambiamento ventilato piuttosto radicale. In sostanza, mentre ora, con difficoltà non più sostenibili, sono solo le regioni virtuose e produttive italiane ad accollarsi i problemi di quelle sprecone e improduttive, presentando all’UE un’Italia fiscalmente divisa (anche se non politicamente) il peso di sostenere queste ultime sarebbe ridistribuito sull’intera UE o sull’Eurozona.

Già ora, il Veneto, la locomotiva del nord est che garantiva un residuo fiscale annuo di venti miliardi di euro circa alle casse romane, sta arrancando, essendo stata sfruttata e vessata dallo Stato italiano al punto da averne compromesso il suo funzionamento. Il tessuto economico delle PMI venete, funestato da uno stillicidio costante d’imprenditori che si uccidono, si è progressivamente deteriorato per la fuga di capitali e imprese e per una disoccupazione che con velocità inusitata sta ripiombando il Veneto negli anni cinquanta. Dividere l’Italia conviene a tutti gli italiani e soprattutto ai nostri figli e alle future generazioni.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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