Elezioni Europee, Lega Nord e Indipendenza Veneta


ELEZIONI EUROPEE, LEGA NORD E INDIPENDENZA VENETA

Nel parlamParlamento_Europeoento europeo ci sono più indipendentisti di sinistra che di destra e stanno tutti nel gruppo dei Verdi – Alleanza Libera Europea (corsi, scozzesi, gallesi, valloni, fiamminghi, catalani e lettoni) che accettano solo indipendentisti di orientamento progressista. La Lega Nord per l’indipendenza della Padania, sebbene abbia nel suo DNA delle componenti operaie di sinistra, di fatto è sempre stata un partito di destra e nel parlamento europeo si è pertanto collocata nel gruppo degli euroscettici, ossia Europa della Libertà e della Democrazia, dove c’è anche Magdi Allam, con il suo partito “Io amo l’Italia“, che porta avanti la sua personale battaglia contro l’integralismo islamico e il multiculturalismo. Essendo un musulmano convertito al cristianesimo, ossia un apostata per cui l’Islam prevede la pena di morte, Allam è costantemente seguito da una scorta di sei uomini su tre auto blindate.

I partiti che sono stati invitati al Lingotto di Torino per l’insediamento di Salvini come nuovo segretario della Lega Nord (il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, il Partito per la Libertà di Geert Wilders, il Partito della Libertà Austriaco di Heinz-Christian Strache e il partito belga Interesse Fiammingo) appartengono invece al gruppo europeo NI (non iscritti). I Democratici Svedesi di Jimmie Akesson (anch’essi invitati al Lingotto e che nelle politiche del 2010 entrarono inaspettatamente per la prima volta nel parlamento nazionale svedese conquistando venti seggi) non sono ovviamente mai stati presenti nel parlamento europeo. Tutti questi partiti appartengono alla destra etnonazionalista e difendono l’identità nazionale dei loro paesi contro l’immigrazione incontrollata, specialmente di culture incompatibili (come l’islamismo radicale) e, oltre a ciò, Interesse Fiammingo reclama anche l’indipendenza del popolo fiammingo dal Belgio, stato cui, in buona parte, appartiene.

Tutto porta, dunque, a pensare che, pur correndo da sola in Italia per le prossime europee, la Lega intenda poi allearsi in Europa con questi partiti, non è chiaro però se per costituire con essi un nuovo gruppo etnonazionalista di destra o appoggiare il loro ingresso nel gruppo degli euroscettici, Europa della Libertà e della Democrazia, dove si trova tuttora. Le elezioni europee si svolgeranno il prossimo maggio 2014 e qualcuno già teme una consistente crescita degli euroscettici. Lo stesso M5S, che ha fatto dell’euroscetticismo un suo cavallo di battaglia, se darà seguito alle sue idee, affigliandosi con il gruppo europeo che glielo consenta, farà aumentare la presenza e l’impatto degli euroscettici. E’ ben vero che il Parlamento Europeo ha dei poteri limitati e che chi decide, in ultima analisi (anche se per alcuni dovrebbe essere il contrario) è il Consiglio Europeo, i cui membri sono eletti dai rispettivi governi degli stati dell’UE, tuttavia esso è comunque un luogo dove si espongono idee, si propongono leggi, si dibatte e si esprimono pareri.

Si porrà dunque tra alcuni mesi la questione su cosa debba fare un indipendentista veneto o padano: astenersi o votare e, nel caso, chi? Dando fede alle recenti affermazioni di Salvini, che dice di voler lottare fino all’indipendenza della Padania e del Veneto, se uno è euroscettico e anche ideologicamente orientato a destra, non ci sarebbe alcun dubbio su cosa debba fare. Tuttavia, pur essendo giusto che i cittadini si possano esprimere democraticamente su di essa, l’idea di uscire dall’eurozona, potrebbe far storcere il naso a qualche indipendentista di destra liberale. In effetti, fino a poco tempo fa il problema era solo l’Italia statalista e clientelare del centro-sud, responsabile, assieme al sistema consociativo del pentapartito, dell’enorme debito pubblico creato negli anni ’80, cui, nei ’90 e successivi, anche per il crescere degli interessi sul debito stesso, nessun governo di destra o di sinistra è riuscito a porre rimedio.

Ciò nonostante, se si fossero separate per tempo dal resto dell’Italia, le regioni virtuose padane avrebbero potuto aggregarsi a pieno titolo con i paesi nord europei, avendo avuto i conti in ordine e delle economie compatibili e comparabili alle loro. Ma la secessione non c’è stata e, come aveva previsto Bossi in tempi non sospetti, con la palla ai piedi del resto d’Italia, l’euro si è rivelato deleterio anche per la Padania. Oggi, dopo che la crisi economica e l’inettitudine della classe politica e dirigente italiana hanno completato l’opera di distruzione dell’economia Padana un tempo prospera, possiamo ancora permetterci l’euro? Realmente a questo punto il problema, come un Giano bifronte, ha due facce quella di Roma ladrona e quella di Bruxelles, altrettanto ladra e pure avara. Infatti, non solo il residuo fiscale italiano (e quindi padano) per finanziare il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) è a tutto vantaggio di alcuni paesi europei (l’interesse che paga la Grecia per l’uso del fondo è del 3% contro il 5% e l’1,5% che pagano rispettivamente Italia e Germania per finanziarlo, da cui si deduce che l’Italia ci rimette e la Germania ci guadagna) ma con i trattati di stabilità e di rientro dal debito pubblico firmati dall’Italia (Fiscal Compact)* Bruxelles c’impone anche un rigore che presto sarà mortale, impedendoci di mettere in atto quei meccanismi che consentirebbero alla Padania di riprendersi economicamente. L’Italia, naturalmente, ci ha messo del suo, formulando il Patto di Stabilità Interno in maniera che gli Enti Locali virtuosi del nord non possano spendere, mentre quelli spreconi del centro-sud continuano a essere salvati e rifinanziati come la Regione Sicilia o il Comune di Roma.

In tale contesto, se non verranno ridiscussi i termini dei trattati europei per favorire la crescita e il rilancio economico dei paesi dell’UE, l’uscita dall’euro (e forse anche dall’Europa) non sarà più un tabù e la sua possibilità dovrà essere considerata con attenzione. In alternativa, per estirpare il male dalla radice, come afferma l’economista Edward Luttwak, lo Stato Italiano dovrebbe imitare il Regno Unito mettendo in mobilità almeno 500.000 dipendenti pubblici, riducendo drasticamente il cuneo fiscale (mettendo così i soldi risparmiati nelle tasche degli italiani) e favorendo i consumi di prodotti italiani nel mercato interno magari aumentando il dazio per quelli importati. Ne risentirà un po’ l’export, che però rappresenta solo il 10% del Pil italiano, ma il nostro settore produttivo si riprenderà, creando nuovi posti di lavoro e riassorbendo anche i dipendenti pubblici messi in mobilità, un necessario travaso di lavoratori ipergarantiti dal pubblico al privato, accompagnato da una nuova regolamentazione del mercato del lavoro che abolisca definitivamente l’obbligo del reintegro, controproducente e anacronistico.

Fatto questo, l’UE e in particolare la Germania (che giustamente non vuole sobbarcarsi il debito pubblico italiano) sarà certamente più disponibile a ridiscutere i trattati con l’Italia e consentirle deroghe. Ma lo faranno i nostri politici nazionali? Troppi sono gli interessi contrapposti e lo scenario più probabile è un lento e progressivo declino dei padani verso la miseria, ma la madre di ogni soluzione possibile per i veneti (e a seguire per gli altri padani) c’è e si chiama indipendenza che li porrebbe, rispetto all’Italia, nella stessa posizione dei tedeschi o degli austriaci una volta pagata la loro quota di debito pubblico italiano. Per i veneti (l’8% circa della popolazione, poco meno di 5 milioni su quasi 60 milioni d’italiani) la quota da accollarsi corrisponderebbe grosso modo a 160 miliardi di euro (sui 2.000 e più di debito pubblico complessivo) che essi potrebbero estinguere in massimo otto anni dato che il residuo fiscale che già versano a Roma è di circa 20 miliardi di euro l’anno. Se fosse divisa in tre o quattro macroregioni indipendenti, per l’Italia sarebbe comunque più facile aggredire tale debito, che gli italiani, tutti assieme, a causa del fiscal compact dovrebbero ripagare circa 60 miliardi di euro l’anno per vent’anni a partire dal 2015, ma che potrebbero diventare molti di più se la recessione continuasse con il Pil che perdura a scendere. Molte regioni sarebbero in grado di ripagare la loro quota in tempi rapidi (il che non potrebbero mai fare rimanendo legate all’Italia) e per l’UE sarebbe allora un problema minore aiutare quelle che non ce la farebbero da sole. Dividere l’Italia conviene a tutti e soprattutto ai nostri figli e alle future generazioni.

In questi mesi che ci separano dalle elezioni europee, avremo modo di giudicare il comportamento della Lega di Salvini, tuttavia, di là da questo, è bene dire che le battaglie decisive per l’indipendenza di lombardi e veneti, indipendentemente dall’avere o meno una rappresentanza comune o distinta al parlamento europeo, si combattono al Pirellone, a Milano e a Palazzo Ferro-Fini, a Venezia, lottando per la realizzazione dei rispettivi referendum per l’indipendenza. Inoltre, pur avendo apprezzato l’attività in particolare dell’eurodeputata veneta della Lega, Mara Bizzotto, documentata anche nelle pagine de l’IndipendenZa, c’è sempre il rischio che una volta conseguita la poltrona europea, Salvini & Company si rimangino ogni dichiarazione per l’indipendenza padana e veneta e si accontentino di vivacchiare ben retribuiti e spesati in quel di Bruxelles e Strasburgo.

Per tali ragioni, è da valutare positivamente la dichiarazione del Presidente onorario d’Indipendenza Veneta, Alessio Morosin, che recentemente ha escluso ogni possibilità che tale movimento possa concorrere a elezioni europee o politiche. E’, invece, importante che concorra per le regionali, dove può fattivamente contribuire all’indipendenza dei veneti, e anche alle comunali, dove si è visto che molte maggioranze leghiste con liste civiche hanno appoggiato l’iniziativa referendaria d’Indipendenza Veneta. A riguardo è bene notare che le cosiddette liste civiche, benché in parte costituite da tronconi di partiti nazionali, che localmente tendono a frammentarsi entrando in queste liste per corrispondere a esigenze e personalità che esprimono i territori, sono di fatto avulse dai partiti nazionali, cui non rispondono e, almeno in Veneto, sono spesso sensibili ai temi dell’autonomia e dell’indipendenza. Centocinquanta comuni variamente amministrati e quattro province venete, su iniziativa d’Indipendenza Veneta, hanno, infatti, approvato e sostengono l’attuazione di un referendum per chiedere ai cittadini veneti se vogliono l’indipendenza della loro regione dall’Italia.

In conclusione, la Lega Nord per le europee punterà a raccogliere i voti degli etnonazionalisti di destra contrari al multiculturalismo, degli euroscettici e degli elettori della galassia indipendentista-federalista-autonomista-regionalista. I primi sono il suo bacino di raccolta più sicuro (da qui l’alleanza con i partiti europei similari, invitati all’incoronazione di Salvini) sui secondi dovrà affrontare la concorrenza storica del M5S e ora anche di Forza Italia, mentre dei terzi avrà probabilmente solo il voto di quelli orientati verso una destra liberale. Non esistendo una valida alternativa alla Lega, la posizione degli indipendentisti di centro-sinistra è, infatti, molto difficile, controbattuti tra l’indipendentismo e le loro idee progressiste in termini d’immigrazione, omosessuali, welfare ed Europa.

E’ perciò un peccato che non esista alcun partito padano indipendentista e progressista nel gruppo dei Verdi – Alleanza Libera Europea, dove questi elettori disorientati possano far convergere il loro voto indipendentista (gli indipendentisti fiamminghi, ad esempio, sono presenti in Europa anche in questo gruppo, con Nuova alleanza Fiamminga, partito di centro-destra moderato) ma quest’assenza non è più colpa della Lega Nord. Se in passato, infatti, durante la fase secessionista del leghismo, nel cosiddetto “Parlamento Padano” erano rappresentate correnti che spaziavano dall’estrema destra all’estrema sinistra e questo fatto può aver condizionato la nascita di un indipendentismo padano progressista avulso dalla Lega, oggi, dopo che questa si è collocata decisamente a destra, enfatizzando l’etnonazionalismo contro il multiculturalismo e l’antistatalismo libertario contro la vessazione romanocentrica, c’è ampio spazio a sinistra per l’indipendentismo progressista e sociale padano.

* Ecco gli impegni europei dell’Italia nei prossimi anni: versare contributi al MES (125 miliardi di euro in 5 anni), ripagare parte del debito (a partire dal 2015 circa 60 miliardi di euro l’anno per vent’anni in modo da riportarlo al 60% del Pil) e al tempo stesso mantenere il pareggio di bilancio, oltre a rispettare anche altri parametri.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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