L’incompatibilità culturale esiste ed è un fatto naturale


antropologiaL’INCOMPATIBILITÀ CULTURALE ESISTE ED È UN FATTO NATURALE

L’homo sapiens è una specie, ossia un insieme d’individui interfecondi i quali, per quanto possano essere geneticamente diversi, accoppiandosi sono ancora in grado di generare individui a loro volta fertili. In genetica, una popolazione, come quella degli indios dell’Amazzonia, è invece un gruppo d’individui appartenenti alla stessa specie (quella umana nel nostro esempio) che vivono in un territorio definito e attingono per i loro geni a uno stesso pool genico, ossia a un particolare sottoinsieme del pool genico della specie. Questo sottoinsieme di geni contraddistingue tale popolazione dal resto delle popolazioni umane. Se al termine razza si attribuisse una valenza puramente genetica, priva di ogni accessione etnologica, esso collimerebbe esattamente con quello di popolazione sopra definito.

Il pool genico di una popolazione, anche piccola, è influenzato solo dalle sue dinamiche interne, ossia cambiano le frequenze dei geni ma non la dotazione complessiva del pool, questo se gli incroci sono casuali e non si hanno immigrazioni/emigrazioni né mutazioni e selezione naturale. Al contrario, gli incroci di razze o meticciamento, assieme alle mutazioni casuali, sono i due principali modi con cui una popolazione amplia il proprio pool genico rendendolo più vario e garantendosi quindi una maggiore possibilità di affrontare la selezione naturale e superare gli ostacoli posti dai cambiamenti ambientali.

Questi cambiamenti possono essere climatici o biologici, come l’introduzione di specie esogene (i batteri della comune influenza, nel nostro esempio con gli indios). Gli alleli (varianti di un gene) inadatti saranno eliminati (selezione negativa) assieme agli individui che ne erano portatori, ma nel caso delle popolazioni umane, le conoscenze e la cultura, di cui questi individui erano portatori, molto spesso saranno tramandate alle generazioni dei sopravvissuti.

L’insieme delle condizioni chimico-fisiche di un habitat, del complesso delle specie che ci vivono e delle relazioni che s’instaurano tra queste, definisce un eco-sistema (la Foresta amazzonica, ad esempio). A sua volta, anche per la sopravvivenza di un eco-sistema, è fondamentale la sua biodiversità, ossia la disponibilità di una grande varietà di specie che possano occupare tutte le nicchie ecologiche disponibili. In altri termini la biodiversità è, per gli eco-sistemi, altrettanto importante quanto lo è l’ampiezza del pool genico per le specie.

Se il meticciamento tra le popolazioni (o razze) di una specie si estendesse fino a produrre un’unica popolazione mondiale, il pool genico di questa si amplierebbe fino a coincidere con quello specifico, pur essendo ciascun individuo portatore solo parziale e casuale dei geni del pool. Tuttavia, è certo che questo meticciamento globale, che i mondialisti auspicano per l’umanità, sia vantaggioso per una specie? Di sicuro il meticciamento è vantaggioso per gli individui e per le popolazioni (gli incroci d’indios con europei hanno prodotto nel sud America delle popolazioni indie immuni all’influenza) ed è probabile che esso lo sia anche quando è globale.

Tuttavia, le popolazioni umane, a differenza delle altre specie animali, spesso si distinguono tra loro quasi più per gli aspetti storici e culturali che per la loro genetica. Viene perciò naturale chiedersi se il meticciamento dell’umanità a livello antropologico, ossia fondere in un’unica cultura tutte le conoscenze di cui sono portatori gli individui e i gruppi (intesi come popoli e comunità religiose o ideologiche) sia altrettanto vantaggioso del meticciamento genetico o non porti invece all’appiattimento nel pensiero unico con la scomparsa delle culture più deboli (come quelle degli indios) fagocitate da quelle più aggressive ed evolute.

A riguardo, è indubbio che già esista una base culturale dell’homo sapiens, molto antica, comune a tutti gli uomini e fatta in parte di segni. Grazie ad essa individui di popolazioni anche molto lontane e diverse possono intendersi, scambiarsi e condividere conoscenze feconde di nuove soluzioni che a loro volta possono essere condivise. D’altra parte, è pure sicuro che esistano popolazioni e gruppi umani che vivono storicamente in determinati territori, i cui individui attingono allo stesso “pool etnoculturale” oltre che genico, sebbene sia vero che gli scambi, anche economici, amplino le loro conoscenze e rendano nel complesso queste popolazioni più performanti e idonee a controllare la natura e le sue risorse. Come non citare in questo caso il popolo giapponese, così poco disposto ad accettare come membri a pieno titolo della sua società chi non possiede origini etniche giapponesi, eppure così aperto per le relazioni economiche.

Inoltre, la storia della popolazione Veneta dimostra che individui geneticamente differenti possono integrarsi condividendo, nel tempo, lo stesso pool etnico e culturale. Infatti, i Veneti, le cui origini sono molto antiche, subendo e assorbendo nel corso dei secoli invasioni e immigrazioni di ogni tipo, si sono evoluti dal punto di vista storico e antropologico conservando nome, tradizioni e sentimento identitario, mentre si ampliava fortificandosi proficuamente il loro pool genico(1).

Tuttavia, nella storia umana e anche nell’attuale mondo globalizzato, malgrado la circolazione delle idee e delle conoscenze sia facilitata dal WEB, è altrettanto vero che classi sociali, popoli, comunità religiose e ideologiche, per ragioni economiche e di predominio, di solito si siano comportate (e ancora lo facciano) come se fossero delle “specie antropologiche” distinte, appartenenti a uno stesso eco-sistema socio economico mondiale, difficilmente integrabili tra loro e tra cui intercorrono le tipiche relazioni interspecifiche presenti in un eco-sistema naturale, come la predazione, il parassitismo, la competizione, il commensalismo, il mutualismo, la mutua esclusione (una forma estrema di competizione tra due specie che rende una o entrambi incompatibili con l’altra) e via dicendo.

Trasferendo queste relazioni in ambito storico e antropologico si avrebbero i seguenti parallelismi: predazione con genocidio, parassitismo con sfruttamento coloniale e imperialismo, competizione con concorrenza economica e militare, commensalismo con il fenomeno sociale del barbonismo, mutualismo con il federalismo e, infine, la mutua esclusione con l’incompatibilità culturale, come quella che esiste ora, indipendentemente dalle differenze genetiche, tra l’integralismo islamico e il tollerante mondo cristiano-occidentale. Quest’incompatibilità culturale s’intreccia a volte con situazioni inaccettabili di sfruttamento; ogni possibile riferimento o insinuazione alla questione settentrionale in Italia è in questo caso assolutamente cercato, mentre l’esempio forse più noto e antico di pacifica e mutua convivenza tra etnie differenti, è quello della Confederazione Elvetica, dove vivono armoniosamente da secoli varie etnie, sicuramente diverse antropologicamente, per quanto possano geneticamente appartenere a una stessa popolazione di tipo alpino. Riguardo alla concorrenza economica-militare, è grazie ad essa che i popoli scopritori della metallurgia del bronzo hanno soppiantato quelli che usavano la pietra, essendo poi superati a loro volta da quelli che hanno imparato a usare il ferro. Evidentemente, anche nell’antichità, sebbene le informazioni viaggiassero lentamente seguendo gli spostamenti limitati delle persone, certe conoscenze erano comunque celate e la loro condivisione in questo caso era probabilmente frutto di uno spionaggio ante litteram.

Se dunque la biodiversità di un eco-sistema naturale è fondamentale per la sua sostenibilità, la diversità etnoculturale potrebbe esserlo altrettanto per l’esistenza dell’eco-sistema socio economico umano, che si è sostenuto ed evoluto, spingendosi a esplorare il creato e capirne le leggi che governano la materia e l’energia di cui è fatto, grazie alle idee rivoluzionarie d’individui o gruppi che hanno avuto la forza di ribellarsi al pensiero unico che dominava nella loro epoca. Questi cambiamenti sono di solito avvenuti attraverso ribellioni e conflitti; il mito di Prometeo mostra che esiste una parte di umanità curiosa e pragmatica, a fronte di un’altra statica e credulona, e che in assenza di diversità culturale, la specie umana sarebbe ancora all’età della pietra a contendersi territorio e cibo con gli altri primati, rischiando forse l’estinzione.

In conclusione, gli attuali processi immigratori di massa, auspicati e favoriti dall’ideologia mondialista, quando non sono causa di conflitti interetnici, portano al rimescolamento globale della specie umana, sia genetico sia etnoculturale. Tuttavia, se il rimescolamento genetico è vantaggioso per essa, nell’ipotesi di applicare anche ai popoli e alle civiltà la teoria evoluzionista darwiniana(2), il rimescolamento etnoculturale sarebbe sicuramente nocivo per la specie umana, poiché ridurrebbe inevitabilmente quelle differenze etnoculturali e sociopolitiche che è utile conservare per la sua stessa sopravvivenza. Invece, spesso succede che il sentimento identitario dei popoli sia confuso con xenofobia o razzismo e che un’ideologia diversa sia avversata come fosse un’odiosa eresia involutiva rispetto al pensiero unico dominante, dimenticando che una “monocultura” potrebbe essere in prospettiva fragile come una monocoltura agricola.

Nel corso della storia dell’umanità sono esistiti popoli e civiltà, di cui non ci son rimaste che poche tracce e che si sono estinti, sopraffatti da altri popoli e civiltà emergenti, vittime di una selezione culturale che ha fatto evolvere l’umanità alla situazione attuale. La specie umana, com’è noto, è diversa da tutte le altre specie animali, poiché le capacità del cervello umano le hanno permesso di avere un controllo crescente, per quanto ancora parziale, della natura stessa. E’ probabile che l’evoluzione biogenetica dell’homo sapiens continui, con i suoi tempi lunghi, anche in futuro, grazie a una selezione naturale degli individui con un cervello sempre migliore (l’evoluzione genetica sarebbe forse più rapida se la selezione fosse artificiale, ma ovviamente ciò sarebbe inaccettabile dal punto di vista etico). Tuttavia, in tempi brevi, come possiamo dedurre anche dall’archeologia e dalla storia dell’umanità, questa selezione è stata e sarà per lo più culturale, infatti il cervello dei nostri antenati paleolitici non era sostanzialmente diverso da quello di Einstein.

Anticamente l’umanità era suddivisa in vari sistemi regionali, principalmente Europa (incluso Medio Oriente e Africa settentrionale) Asia e Americhe. All’interno di questi sistemi sono avvenuti dei processi selettivi causati dalla competizione etnologica su base culturale, fondamentali per il progresso dell’umanità, ma gradualmente tali sistemi si sono fusi nell’attuale sistema globale. L’attuale globalizzazione comporta dei rischi per la specie umana. Un processo d’integrazione globale comporterebbe sicuramente la perdita di quegli aspetti culturali che sono incompatibili tra loro, riducendo le diversità culturali. Peggiore ancora sarebbe se la competizione globale portasse al prevalere di una particolare etnia e cultura. In ogni caso si avrebbe un’umanità uniformata e in regime di monopolio, dove non esisterebbero più concorrenza e competizione a stimolare il progresso scientifico e culturale dell’uomo, in altri termini un’umanità pacificata ma appiattita, statica e senile per un tempo indeterminato, impreparata ad affrontare l’imprevedibile e l’imponderabile che un giorno potrebbero decretare la sua fine repentina. Se ha un senso, la visione hegeliana della realtà umana, nel confronto dialettico tra tesi e antitesi, per giustificare i conflitti e i sacrifici di tante vite umane, esso è quello di proiettare l’umanità nel futuro. Se l’umanità non sarà capace di fare questo, l’uomo diventerà l’ennesima specie che dominò il pianeta Terra e d’improvviso scomparve (come già fecero i Dinosauri(3) e altre specie viventi) e i suoi reperti fossili, rintracciati forse dai paleontologi di un lontano futuro nelle stratificazioni rocciose della crosta terrestre, indicheranno solo un tempo geologico, l’”antropocene”.

Per ovviare ai rischi della globalizzazione e conservare le diversità culturali, basterebbe garantire, a tutti i popoli esistenti, uguale cittadinanza nel mondo, contrastando le invasioni anche pacifiche e negando a qualsiasi ideologia o teologia la pretesa di essere ecumenica, ossia di universalizzarsi e convertire gli “infedeli”. Quest’uguaglianza giuridica dei popoli garantita dall’ONU, sancirebbe le diversità culturali tra di essi, favorirebbe il rispetto di queste diversità, che vanno conservate, se pur profonde, e che non vanno trapiantate, in nome di un’accoglienza senza limiti, dove già esistono altre culture incompatibili, la cui integrità ne potrebbe essere compromessa. Negare le diversità è solo pietosa ipocrisia, come gli eufemismi del politicamente corretto, quando non un tentativo di uniformare l’umanità per meglio controllarla e sfruttarla, come fosse una monocoltura agricola. E’ inutile stracciarsi le vesti e tacciare di razzismo chi si limita a evidenziare tali diversità, razzista è chi abusa e approfitta della sua momentanea superiorità culturale.

Se, infine, dall’etnologia torniamo all’ecologia, pur con tutte le sue peculiarità immaginative e creative, l’uomo sta pur sempre al vertice della piramide alimentare terrestre da cui dipende e, consapevole di ciò, se vuole garantirsi la sopravvivenza, deve comprendere e amministrare con saggezza ciò che sta sotto di lui. La Terra è stata globalizzata dalla sua azione modificatrice e non essendovi alcuna possibilità d’introdurre specie esogene che non siano aliene (possibilità molto remota) essa è, di fatto, un unico sistema chiuso influenzato solo dalle sue dinamiche interne (come si usa dire, una piccola astronave nell’universo di galassie). Non sarebbe pertanto insensato cristallizzare l’attuale situazione sulla Terra, sia dal punto di vista antropologico che biologico, e rendere, tale sistema globalizzato, il più possibile sostenibile oltre che vario, magari limitando dinamiche interne che causino una riduzione del suo pool genetico e culturale e garantendo invece il diritto all’esistenza delle diversità biologiche e culturali ancora esistenti sul pianeta.

(1) Tali considerazioni storiche sembrerebbero avvalorare la tesi di quanti sostengono che sia veneto chi fa il veneto (nel senso che ne assume mentalità e comportamenti) contro chi ritiene invece che i veneti siano geneticamente una razza pura. A dimostrazione del fatto che conti molto di più condividere lo stesso pool etnico e culturale piuttosto che quello genetico, si possono citare nuovamente i dati demografici sull’immigrazione nel Giappone, da cui si evince che l’immigrazione di ritorno dei nippo-brasiliani (discendenti di giapponesi emigrati in Brasile agli inizi del secolo scorso) incoraggiata negli anni ’90 dai governi giapponesi, è sostanzialmente fallita, poiché tali immigranti non sono stati accettati a causa del loro stile di vita e della loro mentalità brasiliana, nonostante la maggior parte di essi avesse il tipico aspetto di un giapponese e delle chiare origini giapponesi.
(2) Secondo la teoria evoluzionista darwiniana, in natura, per il successo duraturo di una specie, è indispensabile la ricchezza del suo pool genico.
(3) Fra le varie ipotesi circa la repentina estinzione di massa avvenuta alla fine del Cretaceo (76% delle specie animali e vegetali tra cui i dinosauri) testimoniata dai reperti fossili, i paleontologhi includono la caduta sulla Terra di un meteorite con conseguenze disastrose oppure un’intensa attività eruttiva che avrebbe sconvolto il clima. Dei cambiamenti climatici (tropicalizzazione) provocati dall’uomo stesso (effetto serra) con risultati disastrosi, sono già in atto ora e recentemente (il 15 luglio 2013) un asteroide, grande come un campo di calcio, scoperto all’ultimo momento e chiamato NE19, ha sfiorato la Terra.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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