L’export, un’esigenza inevitabile per l’Italia


exportL’EXPORT, UN’ESIGENZA INEVITABILE PER L’ITALIA 

Come può alcuno fare dei ragionamenti che portino a dire che l’export non è indispensabile per l’Italia, vivendo in un paese sostanzialmente privo di materie prime e fonti energetiche proprie, a parte o sole mio, il vento e le maree? Eppure c’è chi lo dice, nella convinzione che se hai una moneta forte e affidabile come gli USA puoi pagare tutto ciò che ti serve stampando cartamoneta! Tuttavia, alla base di quest’affidabilità del dollaro c’è un sistema economico che per molto tempo è stato autosufficiente riguardo alla disponibilità di risorse naturali e in buona parte lo è tuttora, c’è la dimostrazione di una capacità industriale, scientifica e militare che gli ha permesso di esportare ovunque le sue merci, pur non avendone un’inevitabile esigenza e ora può permettersi anche una bilancia commerciale negativa che potrà compensare stampando moneta.

In un paese di pura economia di trasformazione (qualunque sia la moneta di riferimento, dollaro, euro o scudo padano, se esistesse e fosse così affidabile) la prova dell’affidabilità della sua moneta non sta nella piena soddisfazione della domanda interna se fatta con una produzione industriale di bassa qualità e invendibile all’estero. In questo caso, sarebbe fisiologico il deprezzamento della moneta che favorirà l’export, ma obbligherà a lavorare e vendere una quota maggiore di merci per pagare la stessa quantità di materie prime ed energia.

Un paese così è obbligato, dunque, a esportare prodotti finiti in cambio di materie prime ed energia e se quello che produce (offerta) non è appetibile o non è richiesto per mancanza di domanda, salta il banco. Se il valore aggiunto che dà alle materie prime acquistate trasformandole, e che rappresenta il suo utile, si rivela effimero perché il prodotto finale, per qualsiasi ragione (bassa qualità e costi elevati in primis) non è commerciabile, il lavoro e la fatica dei suoi abitanti non valgono nulla, sono solo uno spreco di tempo e di energie, con buona pace dei sindacalisti e dei teorici del collettivismo e delle economie da villaggio di Asterix.

Un paese, la cui economia è basata unicamente sull’industria manifatturiera e i servizi, vive d’interscambio commerciale e compromette l’affidabilità della sua moneta che è deprezzata se la sua bilancia commerciale è negativa. Infatti, l’attività o la passività della bilancia commerciale di un paese è un indicatore fondamentale della sua solidità e della sua ricchezza economica. Se poi la spesa pubblica, pur essendo positiva la bilancia commerciale, lo porta a indebitarsi pesantemente e non si trova altro rimedio che invocare la sovranità monetaria per ripagare il debito e gli interessi che gravano su di esso con una moneta che non potrà che essere svalutata e inflazionata, deve mettere in conto che dovrà accettare un regime economico di autarchia regredendo nella qualità della vita.

Coloro che non ritengono necessario l’export sono disposti a riscaldarsi con la legna e a ridurre drasticamente l’assistenza sanitaria? Poiché la produzione dei microchip richiede l’uso di elementi chimici rari che non si trovano in Italia, sono disposti costoro a rinunciare ai loro desktop, dai quali, nonostante tutto, essi possono postare nel Web le loro stravaganti teorie? Un paese privo di risorse naturali non prospera in regime di autarchia o embargo economico, prova ne è che sia Cuba che la Corea del Nord hanno avuto o hanno bisogno degli aiuti economici di Russia e Cina. In verità, un’alternativa reale all’autarchia, nell’attuale situazione di drastico calo della domanda interna c’è ed è quella di orientare la produzione verso i mercati esteri dei paesi in forte crescita con prodotti di qualità e a costi competitivi, possibili solo con drastici interventi sul costo del lavoro, (cuneo fiscale e pressione fiscale complessiva).

Per i paesi privi di risorse naturali, il fondamento della ricchezza è l’industria manifatturiera, soprattutto quella rivolta all’export (in cui va inclusa anche l’industria del turismo transfrontaliero e internazionale che ha un peso rilevante nella bilancia commerciale) che, come detto, a volte produce pure inutilmente. Tutto il resto è sovrastruttura, che dipende dalla ricchezza prodotta e indotta dall’export pur contribuendo indirettamente a essa, come le comunicazioni e i trasporti, l’istruzione, la ricerca, la giustizia, la sanità eccetera. Tuttavia, la nostra classe dirigente fatta di politici incapaci e corrotti, sindacalisti del non-lavoro, baronie e magistratura politicizzata, tutti con potere ma senza responsabilità, ha posto le condizioni per sabotare l’impresa aumentando la spesa improduttiva e di conseguenza la tassazione e quindi vanificato il lavoro degli imprenditori italiani. Il tutto fondato su una costituzione datata che permette leggi di debito ma non la riduzione degli stipendi di una burocrazia sovietica (vedi la sentenza della corte costituzionale sui mega salari di magistrati e manager di stato).

Una parola in più merita la ricerca scientifica e tecnologica. Infatti, essa è fondamentale per quei paesi che basano tutta la loro economia sulla trasformazione delle materie prime come ad esempio il Giappone, i cui prodotti finiti devono essere all’avanguardia in fatto di tecnologia ed evoluzione scientifica, sempre un passo più avanti degli altri paesi, soprattutto di quelli ricchi di risorse naturali. Questi, infatti, se fossero in grado di realizzare da soli uguali tecnologie per impianti industriali, apparecchiature mediche, beni di consumo e marchingegni vari, inclusi gli armamenti, non avrebbero più la necessità di acquistarli dal Giappone o dall’Italia diventando così, loro sì, del tutto autosufficienti.

La principale risorsa, dunque, di paesi come Giappone o Italia è quella umana, ma non quella data dalle semplici braccia muscolose del lavoratore di fatica o di chi compie i lavori più umili, facilmente sostituibili con quelle di un extracomunitario qualunque, bensì quella data dai cervelli dei suoi abitanti che vanno stimolati alla creatività e allenati fin dalle scuole materne per conseguire la loro completa maturazione nelle aule universitarie con la formazione anche di un adeguato numero di laureati e ricercatori competenti e innovativi sotto il profilo scientifico-tecnologico in grado di realizzare, una volta inseriti nelle imprese, dei prodotti finiti competitivi con un valore aggiunto reale e non effimero.

Il genio italico, ben espresso nel passato in tutti i campi dello scibile, dalle arti alle discipline umanistiche e scientifiche, non può essersi perso e svanito nel nulla. Se gli italiani non inventano né scoprono più, pareggiando almeno quanto brevettano i loro coetanei indiani o cinesi, popoli altrettanto antichi e usi nel valorizzare le potenzialità della mente umana, se per farlo devono emigrare nelle università straniere, la colpa non è loro ma sostanzialmente si deve a due fattori: primo, il sistema scolastico che è da riformare a immagine di quello dei paesi più avanzati in questo campo; secondo, gli sprechi e la voracità di risorse finanziarie dell’apparato pubblico parassitario (a cominciare dall’assistenzialismo fino ai costi della politica) che sono perciò sottratte a un uso assai più vitale per il paese che è quello di finanziare, sulla base del merito e dei risultati, le eccellenze nella ricerca scientifica.

Terminiamo dicendo che la ricerca pura, per certi versi, è ancor più importante di quella applicata, anche se più costosa, dagli esiti incerti e di utilizzo non immediato. Tuttavia, la sua valenza avveniristica è tale per cui le sue scoperte sono in grado di fare una risorsa indispensabile di materiali ritenuti ora inutili e superflui, anche se poco diffusi sul pianeta, rendendo con ciò ricco di risorse naturali un paese che prima ne era povero o consentendogli di attuare vantaggiosi e prioritari contratti di sfruttamento con paesi che sono ricchi di queste risorse. Essendo molto costosa, la ricerca pura è la punta di diamante che solo i paesi più ricchi e con i conti in ordine possono permettersi, indipendentemente dalla qualità dei suoi ricercatori. E’ perciò che, allo stato attuale, l’Italia deve necessariamente e inevitabilmente ricorrere all’export come motore di arricchimento se vuole rimanere, anche per il futuro, nella cerchia dei paesi più avanzati e sviluppati al mondo e con la di qualità di vita più alta.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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