Non è un buon inizio per il M5S


Vito Crimi
Vito Crimi

NON È UN BUON INIZIO PER IL M5S

Non si capisce proprio il “voto di coscienza” di quei 14 indisciplinati grillini che nel votare Piero Grasso alla presidenza del Senato hanno rivisitato l’antica e vituperata istituzione del “franco tiratore”. Se l’obiettivo del M5S, palese per la gran parte degli opinionisti, è di spingere all’inciucio Pdl e Pdl-l per puntare alle inevitabili conseguenti elezioni anticipate e a un nuovo balzo in avanti nei consensi, quale miglior occasione non sarebbe stata quella di assistere neutrali al logico consumarsi di questo inciucio già nella ridistribuzione delle cariche parlamentari con l’elezione di Renato Schifani del Pdl al Senato dopo quella di Laura Boldrini di Sel alla Camera?

Queste diserzioni, oltre che controproducenti e autolesioniste per il movimento, sembrano molto sospette. Il M5S, più che essere antidemocratico e dirigista sembra, infatti, una cittadella fin troppo sforacchiata e vulnerabile, guidata da ingenui idealisti, al cui interno, vista la sua rapida ascesa e i sistemi di reclutamento dei candidati, si possono essere infiltrate talpe e doppiogiochisti dei vari partiti tradizionali (in particolare del Pd) e referenti di mafiosi, per non parlare poi degli opportunisti, consci o incubati, categoria d’individui spesso sensibili al fascino dell’esposizione mediatica e ben distribuita sul territorio nazionale.

Se il buon giorno si vede dal mattino, non è difficile immaginare per il M5S un cammino futuro molto incero e tortuoso, lastricato d’insidie, trappole, defezioni e defenestrazioni. Tuttavia, Grillo non assisterà al declino della sua creatura, incamminata a una possibile ventura notte dei lunghi coltelli, a una resa dei conti finale. Ha già detto, infatti, che la abbandonerebbe a se stessa ritirandosi dalla politica, molto prima del profilarsi di questo cupo scenario, ma sarà vero?

Se la ”casta” fagociterà quanto possibile del M5S, espellendo il resto, di fronte all’ennesima disillusione forse gli italiani capiranno, finalmente, che il problema non sono tanto i politici, la loro onestà e qualità, ma è il sistema Italia che è sbagliato in origine, non ha mai funzionato e più che mai funziona ora che tutti i suoi nodi sono venuti al pettine, sotto i colpi della crisi economico-finanziaria.

Questa casta politica che sembra immune anche al grillismo è, infatti, figlia del centralismo e dello statalismo. Quello di cui ha bisogno l’Italia è, invece, di una politica liberale a chilometri e costi zero, coniata da e fautrice di sistemi come quello della Svizzera, Singapore e Hong Kong. Tuttavia, per far questo il sistema Italia, che nel tempo è degenerato dividendo gli italiani tra produttori di reddito (principalmente a Nord) e consumatori di reddito (principalmente a centro-sud) deve morire assieme alle istituzioni nazionali che hanno generato questa anomalia irriformabile, perché sorretta da interessi e privilegi consolidati e irrinunciabili per una buona metà degli italiani tutti, non solo per i politici già romanizzati e per i prossimi che lo saranno.

L’Italia deve morire per rinascere com’era appunto nel Rinascimento, quand’era fatta di varie entità politiche in concorrenza tra loro, priva di sacche di parassitismo, perché ognuna di queste entità era indipendente e in competizione con le altre per dare il meglio di sé, ognuna padrona a casa sua, con la possibilità oggi, diversamente da allora, di confederarsi, nei modi che vogliono e nel rispetto delle omogeneità per affrontare insieme, da sole come fa la Svizzera, o nell’UE, le insidie esterne, rappresentate in questi anni dai vecchi e nuovi imperialismi economici di USA, Russia, Cina e India.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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