Ma sono proprio tutte gaffe quelle della Fornero?


FORNEROMA SONO PROPRIO TUTTE GAFFE QUELLE DELLA FORNERO? 

Ha ragione lei a dire che «Il lavoro non è un diritto, ma va conquistato», anche perché in troppe regioni d’Italia il “diritto costituzionale al lavoro” è disinvoltamente e convenientemente inteso, tout court, come il diritto a un salario. Lavorare sul serio è poi un altro paio di maniche e la produttività di queste regioni ne è la riprova, ma l’Italia non può più permettersi di mantenere gente che non produce. Se non fosse un paese già fallito tanto varrebbe allora istituire il reddito di cittadinanza di 1000 euro il mese a tempo indeterminato per chi perde il lavoro o non l’ha mai avuto, estendendo così la proposta di Grillo, ma sarebbe comunque controproducente perché, dopo essersi rimpinzati di pasta al pomodoro – come dice giustamente la Fornero – quando serve e se non costa troppa fatica, costoro farebbero pure qualche lavoretto in nero per pagarsi gli extra. Cose come il reddito di cittadinanza anche solo per tre anni, purtroppo, caro Grillo, funzionano correttamente solo nei paesi nordici che hanno inventato il welfare, non certo nelle attuali Grecia ed ex Magna Grecia, patrie dei furbi e del “mala-fare”, dove garanzie e tutele si trasformano subito in diritti acquisiti e privilegi, quando non in ghiotte occasioni per depredare e sperperare le risorse statali.

Così il posto di lavoro fisso, specie se a un tiro di schioppo se non proprio sotto casa, diventa un diritto da difendere a tutti i costi, anche se questi costi significano mantenere in vita, con interventi di accanimento terapeutico a spese dello stato, industrie decotte e virtualmente defunte. Chi non è salariato (autonomi, artigiani ecc.) non ha alcuna garanzia che la sua attività possa produrre un “reddito a tempo indeterminato” né ha ammortizzatori sociali se è costretto a chiudere a causa dell’evoluzione sociale e dei mercati o in seguito a crisi economiche. Per questo deve continuamente spendere per attualizzare o reinventarsi la propria attività non dimenticando di accantonare possibilmente dei risparmi per affrontare tali crisi e non doversi invischiare con banche o, peggio, strozzini privi di scrupoli. Lo squilibrio tra salariato e no, sul piano delle garanzie e delle tutele, è palese e fa sì che vita del secondo sia certamente poco monotona. Ma agli amanti del posto fisso piace fare dei sonni tranquilli e si offendono se gli si dice ironicamente che fanno (o ambiscono a fare, nel caso dei loro rampolli) una vita monotona!

In certe regioni dell’Italia, le Università (non proprio fra le prime nelle classifiche mondiali) sfornano a nastro stuoli di laureati in materie umanistiche (filosofia, storia, letteratura, ecc.) destinati a infoltire le fila del precariato e dei portaborse politici, ma non tutti questi precari possono ambire a diventare docenti universitari (con posto fisso e vicino a casa) a meno di non moltiplicare le già numerose università umanistiche nel sud, che i pantaloni del nord dovranno poi mantenere. Esortare costoro a farsene una ragione e non essere schizzinosi (choosy) mettendo in conto la possibilità di fare tutt’altro nella vita, è ritenuta una gaffe, un’affermazione politically incorrect, come dire a un non vedente che è un cieco ed è questo che in realtà sono questi precari illusi, fra i quali “uno su mille ce la fa” come cantava Morandi. Inoltre, finché dovremo sottostare alle ideologie che ritengono gli studi universitari un diritto da includere nel welfare, le nostre università non scaleranno mai la classifica delle migliori. Già è costoso per lo stato garantire il diritto-dovere allo studio per le scuole primarie e secondarie di 1° e 2° grado e pertanto è interesse generale che alle università pubbliche acceda chi, indipendentemente dal reddito e dalla classe sociale, ne abbia le qualità e le capacità. Solo chi, provenendo dalle classi sociali più povere (e per le quali si potrebbe riservare una certa quantità di posti nei corsi a numero chiuso), supera la maturità e/o i test di ammissione con un determinato punteggio, andrà sostenuto con adeguate borse di studio la cui prorogazione sarà condizionata al superamento, con un adeguato punteggio e nei tempi previsti, degli esami del corso di studi intrapreso. Naturalmente, riservando nei corsi a numero chiuso una buona quantità di posti per chi è sotto a un certo reddito, andrà anche riservato un piccolo numero di posti per le eccellenze, indipendentemente dal reddito, per impedire che costoro debbano lasciare il posto a studenti mediocri.

Dire poi “paccata di miliardi” a proposito delle risorse (ipotetiche) che il governo avrebbe dovuto mettere sul piatto in cambio del “sì” dei sindacati alla riforma Fornero del mercato del lavoro, per gli osservatori (ufficiali e non) della sinistra, assuefatti come sono alle reboanti e retoriche (per la precisione “vive e vibranti”) esternazioni di Napoletano, è evidentemente considerato un linguaggio poco consono a un ministro del Governo Italiano, più adatto per rivolgersi ed entrare in sintonia con gli studenti (dai quali il termine è stato con probabilità coniato) che alle alte e potenti sfere del sindacato italiano che si sono sentite offese e sminuite dall’espressione imputata.

C’è da dire, però, che la Fornero è la principale artefice della più impopolare tra le varie riforme delle pensioni attuate finora in Italia e che per questo è divenuta uno dei personaggi più invisi e odiati dagli italiani. A riguardo è famosa, qualche tempo dopo le lacrime televisive in diretta (evidentemente ben superate) la frase, dai più ritenuta una grave gaffe, indice di scarsa sensibilità nei confronti delle persone direttamente interessate dalla sua riforma, con cui rispondendo insofferente ai giornalisti affermava «non sono mica qui per distribuire caramelle!». Avesse anche detto più crudamente «di professione faccio il boia e sono qua per questo» non cambierebbe la sostanza delle cose, perché non è stata lei a giudicare né a condannare l’imputato. L’ordine di dare il via all’esecuzione proveniva da altre stanze, impartito da qualcun altro e l‘obiettivo non era riequilibrare il sistema delle pensioni italiano già in ordine dopo le riforme Amato, Dini e Ciampi, ma forse fare cassa per salvare Mps.

In conclusione, da quando in qua dire pane al pane e vino al vino, secondo quello che si pensa, significa fare delle gaffe? La politica (almeno quella interna) che spesso fa binomio con polemica, non dovrebbe essere il terreno dell’ipocrisia ma della verità, anche a costo di sacrificare un po’ di diplomazia, smancerie e salamelecchi vari inclusi.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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