Italia vs Brasile


Dilma Rousseff
Giorgio Napolitano

ITALIA VS BRASILE

Il Brasile è un paese così ricco di risorse naturali che potrebbe mantenere tutti i suoi cittadini alla grande e lasciarli che si godano la vita in spiaggia dalla mattina alla sera. Tuttavia, sarebbe diseducativo, dice la sua classe dirigente (= casta) ossia il 20% della popolazione detentore dell’80% delle ricchezze ed egoisticamente contraria a una più giusta ridistribuzione del reddito e perciò non l’ha mai fatto. La disuguaglianza economico-sociale è palese e grida vendetta, ma nemmeno i recenti governi di sinistra (due mandati di Lula più quello attuale di Dilma Rousseff) l’hanno fatto né hanno intenzione di farlo.

Il motivo è semplice: le indolenti masse popolari brasiliane (l’80% di cui si parlava prima) e specialmente i più giovani non chiedono altro che football, carnevale, feste, spiaggia, birra, droga e fornicare come i conigli, a costo spesso di delinquere per avere facilmente tutto ciò, quando invece avrebbero bisogno d’istruzione, lavoro, responsabilità, senso civico, volontà d’intraprendere e capacità organizzative.

Per questo, il governo Dilma sta incoraggiando la frequenza scolastica con contributi economici alle famiglie che mandano regolarmente i figli nelle scuole pubbliche di base e medie (per quanto il livello di queste sia scadente). Sta, inoltre, facilitando l’accesso alle rinomate Università Federali ai giovani delle classi sociali più povere riservando a essi il 50% dei posti poiché, non avendo potuto frequentare le ottime scuole di base e medie dei ricchi (perché private e carissime) essi difficilmente superavano i test di ammissione alle università federali e statali (solo nell’1-2% dei casi).

In sostanza, l’obiettivo è di creare delle nuove generazioni, sottratte alla strada e all’ozio, che abbiano le basi per conseguire un lavoro dipendente o autonomo e così costruirsi onestamente un futuro grazie alle loro competenze e capacità imprenditoriali abbinate a volontà, responsabilità, senso civico e impegno piuttosto che mantenerle nell’inedia, come una componente assistita e parassitaria della società, anche se potenzialmente il paese avrebbe le condizioni per farlo. L’Italia, invece, pur non avendo neanche lontanamente una minima parte delle sue ricchezze naturali, sembra fare tutto l’opposto del Brasile, il cui Pil cresce a ritmi del 5% circa mentre noi siamo in recessione e, a pieno titolo, membri dei PIGS.

Scarsa di risorse naturali (a parte un po’ di agricoltura, le uniche risorse naturali dell’Italia sono quelle ambientali-paesaggistiche che unite a quelle storico-artistiche, costituiscono il suo vero patrimonio) dovendo quindi importare materie prime ed energia per lavorarle e trasformarle in prodotti finiti da vendere (e questo grazie all’ingegno, le capacita e le potenzialità delle sue migliori risorse umane) l’Italia ha l’assurda e aberrante pretesa di mantenere larghi strati della sua popolazione in condizione di assistiti, garantiti, parassiti e privilegiati sulle spalle della parte produttiva del paese.

Chi mantiene la bilancia commerciale positiva per il paese sono quelle imprese che in Italia lavorano nel turismo ambientale e culturale, le imprese agricole e dell’industria manifatturiera che esportano e quelle che all’estero lavorano nelle costruzioni civili e nell’impiantistica. Infrastrutture adeguate (comunicazioni, trasporti, porti, aeroporti) e istruzione e ricerca pubblica e privata di qualità  garantiscono operatività e prospettive per esse. Ogni altra attività e servizio pubblico o privato rivolto solo al mercato interno, non esisterebbe senza i primi, che pagano la bolletta energetica e delle materie prime a vantaggio di tutti.

Fra queste attività interne possiamo includere servizi pubblici e privati utilissimi e giusti (come sanità, informazione e sicurezza) e altre attività del tutto inutili o controproducenti come sindacati e politici o esorbitatemene dispendiose come l’amministrazione pubblica, quella della giustizia e le forze armate. Tutti questi servizi e attività sono spesso infestati da personaggi corrotti o incapaci. Nel panorama delle attività inutili, troppo costose, parassitarie o corrotte c’è ampia scelta.

Il sistema Italia, proprio in questo momento di maggior difficoltà, dovuta alla crisi economica e finanziaria, tartassa chi paga la bolletta con l’estero per trasferire ricchezza agli apparati dirigenti statali inutili, incapaci, costosi, parassitari e corrotti. Questi, per i motivi più vari, distribuiscono a man bassa poltrone, prebende, privilegi, posti di lavoro fittizi e certificati medici falsi a nuovi parassiti, assenteisti, imboscati, fannulloni e falsi invalidi, aumentando così la quota di popolazione improduttiva e segando stupidamente l’albero cui è fissata l’amaca su cui tutti loro si trastullano beatamente, immaginando magari di passeggiare sulla spiaggia d’Ipanema (Rio de Janeiro, Brasil).

Ma pare che lo Stato adesso si sia accorto che così non può funzionare più a lungo e ha quindi preso mano alla scure per dare il via alla spending review (forse) e mungere un po’ di meno. Hanno visto gli ultimi dati macroeconomici e si sono spaventati, ma quando dico “Stato”, in realtà mi riferisco alla classe dirigente e ai politici. Chi credete che siano, infatti, tra gli italiani, i maggiori detentori dei nostri titoli di stato se non gli appartenenti a questa casta politico-dirigente, fatta di boiardi di stato, gerarchie militari, magistrati, burocrati e giù, giù fino a quegli statali che hanno uno stipendio che gli permetta alla fine del mese di avere un discreto plus avanzo da investire e poi i politici con i giornalisti loro asserviti che stanno lì da 40 anni. I poveri diavoli che non arrivano alla fine del mese certo che no!

Così la parte produttiva del paese (quello che ne resta) è fregata due volte, perché, con le tasse, non solo paga gli stipendi dei potenti del sistema, ma poi  paga a loro anche gli interessi sul debito pubblico che si è generato per mantenerli (alla grande) e che costoro hanno rifinanziato comprando i titoli di stato italiani. Voi mi direte, perché non dovrebbero comprare anche titoli spagnoli o greci? Ma ovviamente perché loro possono controllare solo il contribuente italiano, che vogliono spremere con oculatezza, per mano d’Iniquitalia e senza rischi per i loro investimenti. Non per niente il buon Monti si è premurato che lo spread (e la conseguente febbre indotta nel contribuente italiano) non salisse troppo. Non vogliamo mica far morire l’asino per sfinimento!

Questa infernale spirale tributario-finanziaria ha spinto molti imprenditori a delocalizzare le proprie imprese all’estero e altri a indirizzare gli investimenti anch’essi verso i titoli italiani (è più conveniente che mantenere in attività le fabbriche!) col risultato di contrarre ancor di più la parte produttiva del bel paese. Finche dura, bom xibon, xibom, bom, bom ….

Ciò nonostante, la governance montiana, che ha già sonoramente sbattuto il naso contro la stratificata e consolidata classe dirigente e politica italiana, con lungimirante visione, invita i giovani a cimentarsi nella green economy (incentivata con contributi statali) per creare nuove opportunità di lavoro che graveranno sul reddito degli italiani; farebbe meglio a dire ai giovani di prepararsi a zappare la terra e produrre patate, pomodori, mais e allevare vacche e galline. Male che vada, avremo preparato gli italiani a un’agricoltura di sussistenza a zero chilometri e ben distribuita sul territorio nazionale. Chiosa finale, secondo i no global (che da tempo invocano e si preparano all’implosione del capitalismo a effetto domino a causa della finanza fuori controllo) neppure il resto d’Europa e del mondo può dirsi immune a questa prospettiva.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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