Il declino della democrazia


MYSTERY BABYLON THE GREAT=THE BILDERBERG GROUP

IL DECLINO DELLA DEMOCRAZIA

Quando i popoli sono oppressi, si dice, hanno il diritto di ribellarsi. La questione è capire se gli oppressi hanno la coscienza reale di esserlo, altrimenti nessuno darà inizio alla ribellione. Se la tirannia non è conclamata e si vive più una fase di strisciante declino della democrazia, la gente crede ancora che la situazione possa migliorare e che la democrazia non sia in pericolo, anche se, come in molti paesi d’indubbia democraticità, ormai quasi la metà degli aventi diritto al voto si astenga.

Ma come si arriva a controllare e abusare di un popolo? I singoli o i gruppi di persone possono conseguire il controllo di una collettività in due modi: con l’uso della forza bruta o, in democrazia, con quello della convinzione. Ma convincere la maggioranza di aver ragione, non sempre coincide con l’averla davvero e, d’altro canto, puoi avere tutte le ragioni del mondo, argomentare con pazienza e onestà, ma se non riesci a farti capire ed essere convincente, in democrazia sei perdente (e con te la verità) e vincono gli illusionisti e gli ipnotizzatori.

E’ chiaro, pertanto, che perché essa funzioni, alla base di tutto c’è la capacità di giudizio del corpo elettorale che dipende a sua volta dalla semplicità e chiarezza degli apparati normativi e legislativi, dal livello d’istruzione che esso possiede e dalla qualità e quantità dell’informazione cui può attingere. Quest’ultima dipende alla sua volta dalla trasparenza della politica e dall’indipendenza dei media.

I cittadini devono perciò esigere norme e regole semplici, chiare e facilmente attingibili, poiché la confusione, l’interpretazione ambigua o, peggio, la loro mancata o inadeguata divulgazione sono l’habitat naturale degli antidemocratici. Devono, inoltre, esigere una formazione culturale aperta, pluralistica, libera e adeguata, che formi menti critiche e non omologate. Per garantire che la democrazia sia effettiva e non il risultato di un’ipnosi collettiva per opera di un pifferaio magico, non basta partecipare tramite il solo esercizio del voto; c’è bisogno di partecipazione continua e di un controllo costante sul comportamento degli eletti, la trasparenza dei loro atti e la semplicità delle norme prodotte.

C’è da dire, tuttavia, che tutto ciò diventa via via più difficile a misura che crescono le dimensioni di una collettività: se è facile applicare i principi democratici all’amministrazione di una famiglia dove tutti ne conoscono a fondo i problemi, come pure la credibilità e l’affidabilità dei componenti e le regole sono poche e chiare a tutti, ciò diventa sempre più difficile man mano che si passa all’amministrazione di un condominio, di un comune, di una regione, di uno stato. Inutile dire che controllare l’operato degli eletti e la trasparenza dell’amministrazione di un sistema complesso e sovranazionale come l’UE, diventa pressoché impossibile per un semplice cittadino, che è dunque costretto a delegare tutto ciò ad altri eletti. In definitiva, più aumentano le dimensioni di una collettività, più aumentano le chance per gli antidemocratici d’infiltrarsi nella sua amministrazione, più l’esercizio della democrazia diventa difficile e più questa rischia di divenire una scatola vuota.

L’UE, così com’è congeniata adesso, con alcuni stati nazionali che già le hanno delegato parte della loro sovranità popolare, è quanto di più antidemocratico possa esistere in questo momento nel panorama del mondo occidentale, soprattutto se consideriamo quanto sia limitato il potere del suo parlamento. Solo combinando i principi della democrazia con quelli del federalismo in un’Europa suddivisa in territori che rispecchino fedelmente l’identità storico-culturale dei numerosi popoli che la abitano e non secondo i confini degli attuali stati nazionali, sarà possibile nell’UE un esercizio effettivo della democrazia, diversamente gli europei saranno sudditi dei banchieri e della cricca di Bilderberg.

Questo per la semplice ragione che è più facile per questi poteri forti e più o meno occulti comprare e controllare le governance di pochi stati nazionali piuttosto che tutte quelle di una moltitudine di territori, strettamente collegati ai popoli che li abitano, i quali, di conseguenza, hanno loro la possibilità di controllare più da vicino le proprie governance, condizionarle, anche attraverso strumenti di democrazia diretta come i referendum propositivi e, se necessario, rinnovarle. I “casi Sicilia”, ossia di territori con i conti in disordine a causa di classi dirigenti locali corrotte e spendaccione, cui corrisponde un elettorato immaturo e in vendita, non cesserebbero di esistere. Tuttavia, seppur infiltrati nell’apparato centrale europeo, i loro dirigenti corrotti avrebbero un minor peso e le conseguenze economiche del malgoverno locale, un impatto limitato nell’economia generale di una struttura federale siffatta. Questi territori sarebbero comunque soggetti al principio di responsabilità individuale, essendo obbligati ad accettare un commissariamento europeo, pena l’esclusione dalla comunità.

Se si sceglie la democrazia, ossia la capacità di convincere al posto della forza bruta, bisogna inoltre dotarsi di un sistema elettorale che definisca le regole elettive, tra cui ci potrebbe essere anche quella che esclude del tutto il quorum (per cui i risultati sono sempre validi, anche se ha votato una sola persona) o, all’estremo opposto, quella che toglie i diritti di cittadinanza per sempre a chi non vota anche per una sola volta senza un giustificato motivo, rendendo di fatto un obbligo vincolante votare. La scelta delle regole elettive è però il punto cruciale, dove il ragionamento si avvita su se stesso, ossia: la democrazia ha bisogno di definire regole elettive che, a loro volta hanno bisogno di regole democratiche per essere scelte. Come dire: è nato prima l’uovo o la gallina?

Nella realtà, la democrazia è il risultato di un processo storico-evolutivo di cui si possono riconoscere i primi semi (fin dove si arriva con le conoscenze) e il frutto attuale. Essa è in continua evoluzione e, per chi la pensa in termini positivisti, in continuo miglioramento, nello sforzo di coniugare rappresentatività, pluralismo e governabilità. C’è però il serio rischio che il suo apparato normativo diventi sempre più mastodontico e complicato e che essa rimanga bloccata sotto il suo stesso peso.

Ciò che, di fatto, avviene ora in Italia, dove esistono ben cinque sistemi elettorali che puntualmente sono modificati dai governi di una o dell’altra parte per pura convenienza politica e grazie a una costituzione omnicomprensiva che consente di legiferare su tutto e il suo contrario (tranne che sul fatto di poter essere essa stessa modificata) ingenerando confusione nei cittadini e continui conflitti tra la magistratura e le altre istituzioni, con quest’ultima assunta al rango di efori spartani, organismo tutt’altro che democratico ma garante dello statu quo e dei privilegi dei burocrati e dei boiari di stato, mentre d’altro canto la casta politica difende i propri nel Parlamento. Oppure c’è il rischio che essa rimanga solo sulla carta, come in Europa, inattuabile a causa delle dimensioni territoriali dell’UE e del suo centralismo, fattore quest’ultimo sempre e comunque negativo per la democrazia.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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