La Camusso e la produttività


Susanna Camusso

LA CAMUSSO E LA PRODUTTIVITÁ

Recentemente il presidente del Consiglio Monti (di cui non sono proprio un fan) ha chiesto ai sindacati di fare la loro parte per aumentare la produttività dell’impresa italiana (e quindi anche la sua competitività all’estero dove i consumi non sono in calo come da noi) e la Camusso, Segretaria Confederale della Cgil, ha risposto che questa non dipende dai lavoratori.

Certamente non dipende solo dai lavoratori, ci sono molte altre variabili che influiscono sulla produttività di un’impresa (e che non sono di competenza del sindacato) tuttavia i dipendenti di alcune imprese emiliane colpite dal terremoto hanno mostrato un encomiabile spirito di collaborazione e dedizione lavorando più ore a parità di salario per riattivarne quanto prima l’attività produttiva dopo i danni subiti.

E’ per caso un’anomalia di un sistema apparentemente impermeabile ai cambiamenti, un caso più unico che raro dettato da circostanze eccezionali? La crisi economica dell’Eurozona, conseguenza sì di quella dei sub prime, della speculazione incontrollata e dei difetti di progettazione dell’euro, ma anche dell’enorme debito pubblico italiano accumulato da una classe politica irresponsabile, si sta abbattendo sull’imprenditoria italiana, sul manifatturiero e sulla PMI come un ciclone tropicale causando la chiusura di migliaia d’imprese, la perdita d’innumeri posti di lavoro e il suicidio di diversi imprenditori. La recessione in Italia si prolunga ormai da mesi e anche queste sembrerebbero circostanze eccezionali, paragonabili, secondo gli ultimi indicatori economici, solo alla crisi causata dalla 1° Guerra Mondiale.

L’irresponsabilità dei politici di tutte le bandiere ha elargito in passato favori e privilegi a pioggia a quasi tutte le categorie, a destra non contrastando adeguatamente l’evasione fiscale e a sinistra garantendo i dipendenti pubblici e privati (ma non i precari) con prepensionamenti e ammortizzatori sociali a tempo indeterminato e sprecando soldi pubblici per salvare posti di lavoro d’imprese decotte. Il governo Monti ha già fatto il possibile sul piano fiscale e per recuperare sull’evasione, ma i risultati sono contrastanti poiché l’aumento della pressione fiscale ha depresso ancor più l’economia del paese. Molto deve fare ancora sulla riduzione della spesa, ma vista la situazione e considerati i grandi vantaggi che godono i lavoratori dipendenti, non ci sarebbe motivo di ritenere che questi non possano mostrare un uguale spirito di collaborazione e dedizione per le sorti dell’economia italiana sull’esempio di quei pochi dipendenti emiliani menzionati.

Se per magia in ogni impresa italiana ora in difficoltà i dipendenti collaborassero altrettanto col loro datore di lavoro per aumentare la produttività in attesa di tempi migliori by-passando il sindacato, tutti i sindacalisti dovrebbero trovarsi un lavoro vero, altro che: un ruolo di garanti nella realizzazione del progetto e nella difesa dei diritti che si acquistano con l’aderenza al progetto medesimo e bla, bla, bla…. Diventerebbero inutili. Questa magia non è poi così fuori dalla realtà se in ogni impresa si potesse derogare ai contratti nazionali e attraverso assemblee e l’elezione dei propri rappresentanti interni, i lavoratori potessero accordarsi con il management dell’impresa. Questo, che per i sindacati nazionali rappresenterebbe la capillarizzazione di un sistema di gabbie salariali parametrizzato sulle esigenze di particolari aree geografiche o settori industriali in difficoltà, decreterebbe la loro fine.

Anche ragionando in ambito nazionale su una riforma dello Statuto dei Lavoratori, non sarebbe necessario aumentare le ore di lavoro a parità di salario per aumentare la produttività, anche perché questa si misura per ora di lavoro. Basterebbe solo rinunciare, anche temporaneamente, non a qualche diritto ma a dei veri e propri privilegi, anche se il sindacato li chiama conquiste, permettendo all’impresa di selezionare i dipendenti sulla base del merito e dei risultati, ma è meglio fare spallucce al governo e istruire la base di dare contro i crumiri, rispolverando i vecchi e cari arnesi della lotta di classe e difendendo anche i ladri, i fannulloni e gli incapaci, se poveri e proletari, non è vero Camusso, Airaudo e Landini?; E la promozione sociale (e morale) del povero proletario? Meglio che resti tale e pure incazzato. Se no, che ci stiamo a fare noi sindacalisti?

D’altra parte, sarà per questo che parlare di cogestione è come buttare fumo negli occhi dei sindacalisti? Come fachiri in erba sobbalzano dalla sedia, d’improvviso foderata di chiodi appuntiti, per salmodiare con foga il solito mantra: La cogestione? Sì, ma con i salari a livello di quelli dei paesi dove essa è attuata! Cosa molto difficile da fare, almeno inizialmente e per questa ragione la cogestione e il confronto su di essa sono immediatamente affossati, meglio evitare di dover dire che nell’impresa cogestita (con la partecipazione agli utili del dipendente) i colleghi lavativi non sarebbero certo tollerati da quelli virtuosi. Qui da noi, infatti, si gioca a chi fa meno e se poi l’impresa va all’aria, chi se ne frega, tanto c’è lo Stato che ci viene in soccorso. Ma lo Stato o, se preferisci, il Sistema Italia, cara Camusso, è come una grande impresa cogestita e chi fa il proprio dovere, è stufo dei sindacati che proteggono gli imboscati. Dove non c’è un sindacato invadente e pervasivo come il nostro, persino gli scansafatiche sono valorizzati. E’ nota, infatti, la tattica di Bill Gates, uno che sa come far crescere un’impresa: Il compito più difficile? Assegnatelo al più scansafatiche, troverà sicuramente il modo di svolgerlo più rapidamente degli altri!

Per giustificare ulteriormente la sua esistenza e le sue prebende agli occhi dei lavoratori che lo pagano convinti che operi nel loro interesse, al sindacato conviene infine mostrare di non collaborare col Governo e fare il gioco delle parti (sociali in questo caso) e (se serve per giustificare uno sciopero generale di tanto in tanto) creare ad arte conflitti anche quando non ci sono o sarebbero inopportuni e nel recitare questa parte i sindacalisti sono dei veri artisti, dei maestri nell’arte teatrale. Sarei curioso di sentire cosa si dicono davvero a porte chiuse i vertici di Sindacato, Confindustria e Governo (…. la terza gamba) all’insaputa dei lavoratori. Ma chi ci garantisce dai Sindacati? Nell’impresa cogestita l’imprenditore ci mette i capitali e il suo ingegno, i dipendenti il lavoro e se lo Stato ci mette le infrastrutture, alla fine tutti ci guadagnano, ma in tutto questo che c’azzecca il sindacato?

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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