Grillo e Bossi: populisti o demagoghi ?


            Beppe Grillo
            Umberto Bossi

GRILLO E BOSSI: POPULISTI O DEMAGOGHI?

I partiti che sostengono ilgoverno Monti, come Pinocchio, muoiono dalla voglia di dare una ciabattata, per spiaccicarlo, a quell’insetto incomodo che è diventato per loro il “Grillo parlante”, specialmente dopo che ha difeso pubblicamente la Lega Nord, ritenendola oggetto di un evidente e orchestrato processo mediatico. Il paladino dell’antipolitica è accusato da costoro di populismo e demagogia, due concetti che meritano un’accurata analisi semantica, non essendo per niente equivalenti.

Un politico populista è chi interpreta le istanze del popolo nel cui interesse agisce, ritenendolo portatore, di per sé, di valori etici e sociali degni di essere rappresentati. Un demagogo è chi fomenta la piazza e puntando sull’emotività, i pregiudizi e la credulità delle masse popolari, mira a conseguire potere e vantaggi personali o di parte. Nel primo caso il popolo è attore del suo destino e il politico ne è solo il portavoce, nel secondo, il popolo è uno strumento manovrato dal demagogo, di cui subisce il fascino e l’oratoria.

E’ chiaro che Grillo e il Bossi prima della malattia (cui l’esponente del movimento 5 Stelle è recentemente paragonato) pur dotati a loro modo di fascino e oratoria, sono dei populisti che non mirano al potere e all’arricchimento personale, ma entrambi sono spinti da ambizione e successo, quantomeno nel portare avanti con spirito di servizio quelle che ritengono genuine aspirazioni popolari, l’uno, al cambiamento della classe politica, l’altro, dello Stato. E’ probabilmente anche questa comunanza, consapevole o inconscia, che di là delle differenti idee su molte questioni, ha spinto Grillo a difendere la Lega. Differente è il caso di Berlusconi, che pur interpretando da un lato le legittime richieste degli imprenditori e in generale dell’elettorato di centro-destra, d’altro canto ha perseguito anche obiettivi personali, facendo uso delle sue capacità ipnotiche e di quelle dei suoi media televisivi.

E’ pertanto sbagliato e fuori luogo liquidare Grillo come qualunquista. Il qualunquismo, infatti, voleva eliminare i partiti, ritenuti inutili e nocivi, proponendo una forma di Stato con funzioni puramente amministrative. Grillo, invece, partendo dal presupposto che il politico non dovrebbe essere una professione e che dunque i suoi mandati dovrebbero limitarsi al massimo a due, vuole eliminare l’attuale classe politica ritenendola corrotta, opportunista, inadeguata, immutabile e datata e sostituirla con una nuova, onesta, disinteressata, pro tempore, animata da spirito di servizio e che dia spazio ai giovani di ambo i sessi.

Non è un caso che egli attacchi, suscitandone l’odio e subendone l’ostracismo, quegli esponenti dell’attuale classe politica che da decenni occupano le istituzioni statali e le dirigenze dei partiti (D’Alema, Bersani, Napolitano, Fini, Casini, Rutelli …) avendo fatto della politica il loro mestiere e non attacchi più Berlusconi che considera ormai politicamente defunto, oltre a non essere mai stato un politico di professione.

Non è neppure suo interesse e sua intenzione fare concorrenza a una Lega in grave difficoltà per gli scandali orditi o veri che la colpiscono, poiché lotta al suo fianco per abbattere il governo Monti. Infatti, facendo ricorso ad argomentazioni più di carattere nazionale che locale, anche nell’attuale campagna elettorale regionale il suo obiettivo reale è erodere al nord la base elettorale del PD e portarne gli scontenti dalla parte del vero antagonismo, ritenendo Vendola e di Pietro, giacché possibili alleati futuri di Bersani, antagonisti più di facciata che di fatto.

Pertanto, in previsione di possibili future alleanze tra i partiti di opposizione a Monti, è interessante analizzare le affinità e le differenze tra il movimento leghista e quello delle 5 Stelle, anche per rispondere alla reazione della folta turma di politici di professione (anche del PDL) che si sta organizzando per riciclarsi nella “casa dei moderati” e rioccupare in modo duraturo il centro della politica italiana, in virtù della nuova legge elettorale che si profila, fatta apposta per porre fine al bipolarismo, grazie a dei giochetti di prestigio per cui un politico scompare da un partito per riapparire di colpo sotto un nuovo simbolo e garantirsi il futuro nel solco del più classico gattopardismo.

Entrambi i movimenti, come abbiamo visto, nascono dal basso, ossia dal popolo non essendo per niente espressione delle attuali classi dirigenti, del potere costituito o dell’alta finanza di cui sono fieri oppositori ed entrambi sono nati grazie a dei leader carismatici e populisti. Tuttavia, mentre la Lega è dichiaratamente un movimento interclassista regionale e autonomista che aspira alla libertà dal centralismo romano della cosiddetta Padania in cui si trovano le principali roccaforti dei suoi sostenitori, il M5S pretende incontrare consensi sparsi su tutto il territorio nazionale, facendo dell’antipolitica, o meglio dell’opposizione all’attuale classe politica dominante, il suo cavallo di battaglia.

I militanti di entrambi i movimenti sono sensibili ai temi della legalità, della lotta agli sprechi, alla corruzione politica e alle mafie, identificando la fonte di tutti i mali, la Lega, nel centralismo romano e, il M5 Stelle, nella “casta”che sostanzialmente coincidono tra loro. Tra i partiti d’opposizione, a differenza dell’IDV, che è guardato con noncuranza dalla diade Monti-Napolitano e i loro accoliti, i movimenti Lega Nord e 5 Stelle sono entrambi temuti e sottoposti a un bombardamento mediatico ben orchestrato nel tentativo di screditarli, che contro Grillo non esita a scomodare lo stesso Presidente, dimentico del suo ruolo super partes.

La Lega difende gli interessi dei padani a prescindere dal loro orientamento ideologico, ma soprattutto le classi media e popolare (poiché quelle ricche sanno ben difendersi da sole) e quindi pensionati, lavoratori dipendenti e autonomi e piccoli e medi imprenditori, sostanzialmente il tessuto connettivo economico della Padania, che da decenni è utilizzato come principale fonte di prelievo fiscale dal centralismo romano e ora è decimato dalla pesante crisi economica attuale.

Anche il M5 Stelle, sebbene ideologicamente più da sinistra, sta reclamando contro la pressione fiscale romana imposta da Monti ed è più sensibile alle realtà locali e dei singoli territori (vedi l’appoggio ai No-TAV) che agli interessi centralistici, mostrando una certa propensione all’autonomismo. Entrambi, pur con sfumature diverse al loro interno, riguardo al mercato del lavoro ritengono puramente cavillosa e marginale la questione dell’art. 18, su cui governo e Cgil/FIOM hanno invece voluto misurarsi, protraendo un estenuante e simbolico braccio di ferro.

I militanti del M5 Stelle appaiono più acculturati e avvezzi al Web di quelli leghisti (in genere ritenuti poco istruiti e per questo discriminati con gli epiteti di “rozzi e ignoranti”) e molti appartengono al mondo dei giovani precari, spesso laureati e a loro volta discriminati rispetto ai loro colleghi più anziani e garantiti. Tuttavia, la diffidenza verso i radical chic di sinistra con il loro linguaggio lontano dalla gente comune è ben rappresentata da Grillo nelle sue parodie di Vendola mentre si esprime in un politichese incomprensibile e artificioso.

La Lega, nata come movimento di rivolta dei padani contro l’oppressione fiscale del centralismo romano, con l’esplodere del fenomeno migratorio, nel tempo ha dovuto assumere una posizione a riguardo e pur essendo un partito regionale, al contrario di certa sinistra anche cattolica, infatuata dall’ideale utopico del mondialismo, ha agito nell’interesse di tutti gli italiani sostenendo l’idea che l’immigrazione non debba essere un fenomeno incontrollato e clandestino, fonte d’illegalità e d’insicurezza sociale, ma regolato da norme che ne limitino i flussi alle capacità di assorbimento del tessuto socio-economico italiano, così che l’immigrante sia accolto in modo dignitoso, proficuo e non discriminatorio nei confronti degli autoctoni. Ciò nonostante, a causa dell’intemperanza di qualche isolato esponente leghista, le è stato appiccicato sommariamente e strumentalmente l’epiteto di partito xenofobo e razzista, difficile da scollare anche di fronte all’evidenza che le due città italiane dove l’integrazione degli immigrati ha avuto più successo sono Verona e Treviso, rette guarda caso da amministrazioni leghiste.

Sul tema dell’immigrazione, anche il M5 Stelle sembra perplesso nei confronti dei processi di globalizzazione incontrollati, a tutti livelli, economico, sociale e culturale, rifiutando il concetto di crescita economica ad ogni costo, magari a discapito della qualità ambientale e del benessere psicofisico delle persone. Il mondialismo, ossia l’idea, tanto affascinate quanto utopica della sinistra, che tutti i popoli della Terra possano integrarsi pacificamente non è molto condivisa da Grillo che in particolare ritiene lo jus soli “senza se e senza ma” foriero di seri problemi sociali. La Lega inoltre tiene sotto costante osservazione il fenomeno dell’integralismo islamico, cercando di limitarlo in tutti i modi nell’interesse degli stessi islamici moderati, sia per le pesanti limitazioni dei diritti umani che esso comporta specialmente nei confronti delle donne, sia per i legami che spesso ha con il terrorismo islamico.

In definitiva, se esistono partiti populisti come la Lega e il M5 Stelle è solo perché esistono oligarchie elitarie e privilegiate che detengono il potere unicamente nel loro interesse di parte, per quanto cerchino di dimostrare, attraverso i loro politici e tecnici fantocci, che lo fanno nell’interesse generale. Infatti, la recente precisazione di Monti rivolta ai leghisti in cui dichiara di avere una visione generale e non padana è sconfessata dai fatti che mostrano come i suoi interventi economici siano squilibrati e iniqui poiché a danno della Padania e a favore del centralismo romano e della casta.

Questi interventi hanno dato il via alla decimazione della PMI padana, destrutturando così il tessuto connettivo economico del nord e lasciando ai comuni (bontà sua) la responsabilità di dargli il colpo di grazia finale con l’IMO 2 e questo mentre la scure che avrebbe dovuto abbattersi sui dipendenti statali e la spesa pubblica rimane del tutto inoperosa, alla faccia dell’equità nel rigore vantata e promessa. Finché si trattava di colpire i pensionati e le prime case egli non ha avuto esitazioni, ma con le banche, i ministeri, i magistrati e la politica, di colpo il suo braccio è divenuto stranamente molle e la mente inaspettatamente confusa, dando l’impressione di affondare lentamente pure lui nella palude romana, assieme ai favori che gli italiani esprimono nei sondaggi per lui. La sua azione politica è iniziata male, mostrandosi egli freddo e insensibile con i deboli e sta finendo peggio, mostrandosi pavido e inefficace con i forti, cui del resto si è già venduto da tempo.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

2 thoughts on “Grillo e Bossi: populisti o demagoghi ?”

  1. Lucida analisi, che però un manca di un elemento fondamentale: l’analisi retrologica del M5S; mentre la Lega è stato un elemento strutturato, che però alla limitazione territoriale ha aggiunto un familismo che l’ha rovinata, chi sta dietro a Grillo?, che mantiene tutto rigorosamente privato e PERSONALE, nome, simbolo, etc; il suo blog è poi tutto una pubblicità e basta vedere un paio di spot per capire come le palanche siano un elemento fondamentale; non parliamo poi della sbandierata rete, dove non solo non ci si capisce nulla, ma ogni forum è controllato (NON SI SA DA CHI, non rispondono mai), censurato e comunque INEFFICIENTE; portare a bandiera un sistema che però VOLUTAMENTE non si mette in condizione di funzionare, lascia perplessi.

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    1. Sono d’accordo sul familismo di Bossi che i militanti denunciavano già da qualche tempo prima che i magistrati facessero scoppiare il bubbone e senza che i maroniani potessero porvi rimedio.
      Le analisi dietrologiche sul M5S, la Casaleggio Associati e la Camera di Commercio Americana in Italia, le considero farneticazioni deliranti.
      C’è chi addirittura fa di tutta l’erba un fascio, mettendo assieme Grillo, Di Pietro e Travaglio, massoni al soldo d’interessi economici di parte, solo perché si servono per la gestione dei loro blog della Casaleggio Associati, che ovviamente si occupa anche di procurare inserzionisti per finanziarli.
      Con le inserzioni si finanziano le TV, la stampa e anche i volantini e i manifesti del club dei bocciofili, non ci vedo nulla di demoniaco.
      Pertanto, se uno va a curarsi in una clinica dove ci va anche un mafioso, non è automaticamente anche lui un mafioso.
      Se Grillo, Di Pietro e Travglio si servono della Casalengo Associati per la gestione dei loro blog e questa ha contatti ed è a sua volta utilizzata dalla Camera di Commercio Americana in Italia (che ovviamente ha lo scopo di promuovere l’imprenditoria americana in Italia, come del resto fa la nostra omologa negli USA e in svariati altri paesi del mondo) non significa per niente che quei tre siano al soldo delle lobbies americane.

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