Chi sono gli sfruttati oggi ?


Il quarto stato

CHI SONO GLI SFRUTTATI OGGI?

La Cgia di Mestre ha recentemente evidenziato che nel 2011 in Italia sono fallite 11.615 imprese e di conseguenza sono stati persi 50.000 posti di lavoro e ha invitato perciò il Governo a istituire un fondo di solidarietà per la piccola e media impresa in difficoltà. Pia illusione se si considera che tra le cause che hanno portato a questa situazione, oltre la stretta creditizia (credit crunch) e il forte calo della domanda interna, c’è anche il ritardo nei pagamenti da parte dello Stato che ha innescato un effetto domino fatale tra le PMI italiane.

Se lo STATO non ha i soldi per pagare i propri debiti con le imprese creditrici figurarsi se li ha per istituire fondi di solidarietà a favore di queste! E comunque, prima delle PMI vengono tutti gli altri, banche in primis e poi dipendenti pubblici, privati, esodati, precari e pensionati in ordine, quando invece in un paese serio in tempo di crisi si dovrebbe pensare prima di tutto a migliorare le condizioni delle PMI abbassando il carico fiscale su di esse.* Esse, infatti, sono la struttura economica portante di uno stato da cui dipende la gran parte dei posti di lavoro salariati.

Le banche italiane, che hanno ricevuto dalla BCE dei fondi al tasso agevolato dell’1% per ricapitalizzarsi e allentare la stretta creditizia, li hanno invece utilizzati per acquistare i titoli di stato italiani e finanziare così il debito pubblico dell’Italia anziché sorreggere le imprese e le famiglie. Certo lo spread (il differenziale tra i titoli decennali italiani e tedeschi) è calato, giovando alle disastrate finanze italiane, ma come effetto collaterale, grazie ai regolamenti europei che impediscono alla BCE di finanziare in prima persona i debiti sovrani degli stati membri, di fatto, le banche private italiane si stanno arricchendo, speculando sul nostro debito sovrano e lasciando nella difficoltà il ceto medio.

Si accusa la PMI di essere troppo piccola e incapace di innovarsi e crescere per reggere la concorrenza internazionale dei colossi multinazionali e quella dei paesi emergenti, non tanto sui prodotti di bassa qualità, dove sarebbe comunque perdente, ma soprattutto su quelli ad alta tecnologia. Ma dove sono i tanto evocati e annunziati poli industriali tecnologici che lo stato avrebbe dovuto costituire in sinergia con la ricerca e le nostre università, se i migliori cervelli fuggono dall’Italia che scende sempre più in basso nella classifica dei brevetti?

La verità è che la PMI è sola e abbandonata a se stessa, strozzata dal sistema bancario che ormai presta denaro solo a tassi insostenibili esercitando legalmente l’usura, prosciugata da una pressione fiscale che arriva al 67%, intimidita dal clima di caccia all’evasore intentato dal governo e osteggiata da FIOM e CGIL che difendono solo la classe operaia, lavoratori privilegiati che in mobilità spesso godono di tutele a tempo indeterminato a carico della comunità e che stando in casa pagati senza far niente, quando non arrotondano con lavoretti in nero, sopravvivono ai loro datori di lavoro che si uccidono sommersi dai debiti.

Chi ha potuto tra gli imprenditori è fuggito da questo habitat ostile e inospitale portando con sé all’estero capitali e competenze, attratto da incentivi e agevolazioni fiscali e burocratiche, gli altri, i più piccoli, sono rimasti intrappolati al loro posto, come i lavoratori coatti del tardo impero (preludio alla servitù della gleba) ma dopo due anni di crisi economica conclamata, anche i risparmi accantonati dai più previdenti e fortunati tra artigiani, commercianti, esercenti, albergatori, lavoratori autonomi e piccoli coltivatori diretti, stanno finendo, consumati da tasse, imposte, rincari e inflazione con la prospettiva di recessione fino a tutto il 2013.

Il piccolo e medio imprenditore non è un giocatore d’azzardo che ama il rischio, al contrario è in genere una persona che ha ereditato dal padre il mestiere, l’attività o l’impresa di famiglia e intende trasmetterla possibilmente migliorata ai figli. Chi inizia un’attività da zero (ex dipendenti, ex operai) dimostra di avere coraggio, ma spesso, a riprova di quanto la società italiana sia bloccata economicamente e socialmente, rinuncia di fronte a difficoltà e imprevisti, soprattutto quando si rende conto di lavorare in regime di auto sfruttamento, facendo più ore dei suoi dipendenti e guadagnando di meno.

Ma il Dipartimento delle Finanze affonda il coltello e infama le PMI emettendo dati scandalistici, fuorvianti e non correlabili, comparando il reddito medio dei dipendenti (19.810 euro) in cui però sono inclusi magistrati, manager privati e pubblici, dirigenti privati/statali, professori universitari, eccetera (categorie che alzano abbondantemente il dato reddituale medio) con quello dei datori di lavoro (18.170 euro) senza considerare che gli imprenditori del sud dichiarano la metà del reddito dei loro colleghi del nord, che artigiani e commercianti al 70% lavorano da soli, che il saldo nuove imprese meno fallimenti è negativo e che il reddito del datore di lavoro quasi sempre va diviso tra i famigliari (tutti aspetti che complessivamente abbassano il suo dato reddituale medio). Come ha fatto rilevare la Cgia di Mestre, se più correttamente il confronto fosse eseguito, ad esempio, tra il reddito di un artigiano e quello di un suo dipendente, si scoprirebbe che il primo guadagna il 42% in più del secondo.

Questa demagogia istituzionale è ovviamente propedeutica e giustificativa ai pressanti controlli fiscali su questo ceto medio non impiegatizio, sempre più umilianti e polizieschi, mentre i veri ricchi, le banche e le grandi imprese, possono contare su appoggi e corruzione cui spesso si offrono gli stessi controllori e come sempre accade, lo STATO, impersonato dalla figura lugubre di Befera che si fa portavoce di una pressante campagna mediatica di moralizzazione contro l’evasione fiscale, si fa forte con i deboli e debole con i forti.

Secondo Luca Ricolfi, nel suo saggio sulla giustizia territoriale (IL SACCO DEL NORD) Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana e Marche da sole ogni anno sostengono le casse statali con oltre 50 miliardi di euro e secondo lo studio della Cgia di Mestre, Lombardia, Lazio, Veneto e Campania guidano la triste classifica dei fallimenti nel 2011, mentre Friuli-Venezia Giulia e Marche si distinguono per un elevato tasso di fallimenti (n° di fallimenti in rapporto al n° delle imprese).

Da questo incrocio di dati si deduce che il ceto medio di Lombardia e Veneto, ma anche di altre regioni del nord, sebbene in parte abbia evaso ed evada, tuttavia ha contribuito e contribuisce in maniera consistente alla fiscalità italiana, al punto che molti imprenditori sono falliti e anche morti di tasse pretese e crediti inevasi da parte di uno Stato assassino, pur di pagare eroicamente fino alla fine i propri dipendenti ed evitare che si diano fuoco per disperazione e protesta come dei monaci tibetani.

La fuga e la moria delle imprese nel nord lasciano poi il campo libero, e vanamente contrastato dalle forze dell’ordine, all’insediamento nei nostri territori di subdole attività slealmente concorrenziali il cui unico scopo è lavare i proventi illeciti delle organizzazioni mafiose italiane e straniere. Queste ottengono così liquidità pulita e rara in tempi di crisi, che riciclano per acquisire o subentrare con facilità in imprese locali da cui assumono parvenze d’innocenza e onestà. Il risultato è barattare l’evasione del nord, che non ha impedito all’Italia intera di prosperare ma che secondo alcuni è comunque un crimine, con la criminalità sanguinaria delle organizzazioni mafiose. Un bel risultato davvero!

E’ perciò giunta l’ora di dire basta e che in questa situazione è giusto e lecito evadere, se non altro per legittima difesa. Il ceto medio del nord ha il diritto di vivere e conservare una parte del proprio reddito per se stesso e non essere sfruttato e spogliato fino all’ultimo centesimo per sostenere la spesa pubblica e gli sprechi del centralismo statale romano, ingiusto, corrotto e pasciuto di privilegi anacronistici e mantenere politici impostori (e non solo perché impongono tasse esose) che non hanno più dignità e moralità alcuna per sguinzagliare i loro gendarmi esattori nelle nostre terre.

In queste condizioni, se il prof Monti non provvederà quanto prima a usare la sua scure giustiziera e accorta su dipendenti statali e spesa pubblica mantenendo la sua promessa di equità (oltre che di rigore e crescita) l’ipotetica conquista o annessione del nord alla Svizzera o all’Austria sarebbe vista come una sospirata liberazione da uno Stato sempre più invadente e fiscale e ormai privo di consenso.

* Tra i balzelli sulle imprese e i lavoratori autonomi, che spicca per la sua stupidità, non si può non citare l’IRAP, un’anomalia tutta italiana introdotta nel 1997 da Visco per dare autonomia impositiva alle regioni nel quadro di un malinteso federalismo fiscale che non prevedeva per niente la riduzione dell’imposizione centralista aumentando così l’imposizione complessiva.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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