Antagonismo e No TAV


Italiano: Marcia del 16 novembre 2005 in Itali...

ANTAGONISMO E NO TAV

Gli abitanti di una località particolare possono opporsi a una grande opera d’interesse generale se sospettano che sia nociva alla loro salute e al loro ambiente, possono chiedere delle migliorie e giustamente esigere dallo Stato una specie di royalty per compensare i danni ambientale e i rischi per la salute non evitabili. In questi casi si parla di sindrome NIMBY (acronimo di “not in my back yard” che si traduce “no nel mio cortile”) e in Italia si possono citare i casi del rigassificatore di Rovigo che nessuno voleva o dell’inceneritore di Napoli che non è utilizzato (a differenza del termovalorizzatore di Brescia).

Nel caso dei No-TAV si tratta di una minoranza nella minoranza, alcuni comuni della Val di Susa capeggiati dai loro sindaci, che nonostante anni di trattative si ritengono insoddisfatti delle migliorie e compensazioni che lo Stato offre per limitare i danni locali sulla salute e l’ambiente che persisteranno per diversi anni, dovuti alla presenza del cantiere e al continuo via vai di camion, asportando il materiale di escavazione del tunnel.

Questa minoranza, travalicando quella che era una comprensibile sindrome NIMBY, pretende entrare nel merito degli aspetti tecnico-ingegneristici, dell’utilità generale e dei costi/benefici della TAV Lione-Torino con l’unico obiettivo di bloccare un’opera il cui scopo è allineare la rete ferroviaria italiana agli standard europei migliorandone la sicurezza, la capacità e la frequenza e i tempi di percorrenza e che è stata decisa dai parlamenti europeo, francese e italiano.

Con quest’opera s’intende rinnovare il corridoio di collegamento tra Italia e Francia che tuttora si basa sullo storico Traforo ferroviario del Frejus del 1872, a doppio binario e sicuramente all’avanguardia per quei tempi ma ora, pur con le migliorie attuate nel corso degli anni, molto limitante riguardo agli attuali standard ferroviari europei, che, per ridurre i costi d’esercizio, prevedono l’uso di lunghi convogli merci che trasportano grossi containers sui rispettivi vagoni.

Il collegamento del Frejus obbliga all’utilizzo di fin tre locomotive per trainare in salita questi lunghi convogli fino ai mille metri di quota del traforo, attraverso il quale poi non passerebbero comunque i camion con i containers di maggiori dimensioni della cosiddetta “autostrada ferroviaria” che è il vero obiettivo finale del trasporto merci europeo su rotaia. L’ipotesi di abbassare il piano della carreggiata del traforo per consentire il passaggio di tali containers prevede una sospensione totale dei collegamenti tra Italia e Francia di almeno quattro anni per attuare i lavori di adattamento o di una sospensione parziale di almeno sette anni, lavorando prima su un binario e poi sull’altro e lasciandone sempre uno libero per consentire una percorrenza alternata. Tuttavia alla fine, anche se ben realizzati, tali lavori rappresenterebbero comunque una toppa su dei calzoni vecchi e logori.

A seguito delle trattative intercorse tra i comuni della Val di Susa e lo Stato, la realizzazione di quella parte italiana dell’opera i cui costi sono più facilmente stimabili (stazione ferroviaria a fondo valle e linee ferroviarie fino all’accesso del traforo) è stata rinviata, in conformità al nuovo  progetto low cost 2012, a dopo l’apertura del tunnel di base e solo nel caso che un aumento del traffico ferroviario lo rendesse necessario. I costi del traforo vero e proprio (a 400 m di quota, lungo 57 Km di cui 12 in territorio italiano e che costituisce in pratica la parte internazionale del progetto) non sono invece stimabili con precisione senza l’apertura del tunnel geognostico grazie al quale si potranno integrare le conoscenze sulla natura geologica delle rocce intercettate, verificando ne contempo se fra esse non ve ne siano di ricche di amianto, uranio o altri elementi radioattivi. Secondo una stima provvissoria ammonterebbero a circa 8,5 miliardi di euro, meno il 40% di contributo europeo massimo prevedibile, che porterebbe a 5,1 milioni da dividere in parti uguali tra Italia e Francia. La realizzazione della TAV o meglio sarebbe dire TAC in questo caso (ossia trasporto ad alta capacita) dedicherebbe il vecchio percorso del Frejus al solo trasporto regionale e ai servizi per i pendolari, com’è in generale tra gli obiettivi del progetto TAV europeo.

Le ragioni dei no-TAV al traforo si basano essenzialmente su preoccupazioni di natura ambientale del tutto aleatorie (presenza di amianto, uranio e gas radon nel materiale di riporto del tunnel, aumento della CO2 a causa del maggior consumo elettrico) e soprattutto sui dati recenti riguardanti il calo del traffico ferroviario generale, conseguente all’attuale fase di crisi economica europea e in particolare attraverso il traforo del Frejus ma anche per i limiti minimi imposti dai nuovi standard del trasporto ferroviario europeo. Condizionare la realizzazione di un’opera avveniristica sulla base del traffico attuale e prevedibile fra 30 anni appare un’operazione del tutto priva di senso, se si pensa come dei sistemi complessi possano essere stravolti a distanza di moti anni dal batter d’ali di una farfalla oggi ( effetto farfalla).

I cittadini francesi e italiani, in base ai principi della democrazia, hanno delegato i loro rappresentanti eletti a decidere su questa importante questione. Non si capisce quindi in conformità a quali diritti (diritto di rivolta o di secessione?) questa esigua minoranza di cittadini della Val di Susa voglia ostinatamente bloccare tale opera pubblica che è stata decisa e riconfermata più volte in Italia da vari governi di destra e di sinistra. Impedire e accanirsi persino contro la realizzazione preliminare di semplici sondaggi geognostici i cui scopi sono puramente conoscitivi e a impatto ambientale zero, appare un’incomprensibile posizione oscurantista e medievale.

Questi stolti e scellerati valligiani, che pateticamente (o pretestuosamente) vorrebbero tornare a un’agricoltura di sussistenza in omaggio ai teorici della decrescita, invasati da un’euforia da ribellione, non esitano a richiamare da tutta Europa le frange antagoniste più violente per incitarle contro lo Stato come un branco di cani sciolti e a estendere proditoriamente questa protesta all’Italia intera. Lungi dal condannarle e dal prenderne le distanze, questa minoranza della Val di Susa si è, di fatto, saldata con le frange antagonistiche anarco-insurrezionali e si avvale delle competenze tattiche delle loro squadriglie paramilitari per praticare la loro personale guerriglia sul territorio contro lo Stato, scherzando (anche letteralmente) col fuoco e mostrando una totale irresponsabilità e immaturità democratica.

Si dice che in Italia, in parte a causa del sistema elettorale maggioritario, c’è una mancanza di rappresentanza nel parlamento rispetto alle richieste che vengono dal paese e che proprio per questo una buona percentuale di cittadini aventi diritto al voto non lo eserciti perché non si sente adeguatamente rappresentata dagli attuali partiti. Tuttavia, i paesi di più antica tradizione democratica, al fine di garantire la governabilità, hanno da tempo adottato questo sistema elettorale, mentre solo quelli che sono usciti in Europa da recenti e dispotiche dittature, a causa della soppressione del diritto di opinione subita, tendono a garantire la massima rappresentanza attraverso i sistemi elettorali proporzionali.

In Italia, anche quando il sistema elettorale era proporzionale puro e tutte le opinioni politiche erano ammesse tranne il fascismo, non sono comunque mancate varie derive violente, terroristiche e clandestine, di destra e di sinistra estrema. La democrazia in Italia, anche ora, consente in ogni caso a chiunque di fondare un partito e riceverne i finanziamenti statali per proporre le proprie idee politiche, prova ne è la nascita di vari nuovi soggetti politici come ad esempio il movimento 5 Stelle di Grillo (M5S), che in larga parte è l’attuale interprete e sostenitore politico del movimento no TAV, ma che nei sondaggi rappresenta attualmente solo il 5% dell’elettorato italiano e circa il 30% di quello della Val di Susa. In ogni caso, alle prossime elezioni, che non sono poi molto lontane, anche il movimento no TAV potrà avere il suo referente politico nel parlamento italiano.

Anche in Inghilterra e negli USA l’astensionismo è alto, non per questo l’antagonismo assume aspetti così radicali, illegali e violenti come in Italia, ma si esprime attraverso manifestazioni pacifiche e sit-in. I comunisti radicali della Val di Susa, che cantano anacronisticamente Bella Ciao seduti sull’asfalto mentre bloccano illegalmente l’autostrada, danneggiando tra l’altro l’economia turistica dell’alta Val di Susa, mostrano quanto sia ancora lungo in Italia il cammino vero una sana e matura democrazia, finalmente libera dagli spettri del passato. L’analogia con il bambino capriccioso, che si dimena per terra gridando e costringe i genitori a trascinarlo e sculacciarlo, è fin troppo bonaria. Intatti, costoro dovrebbero passare qualche anno in Corea del Nord per dare un po’ di valore alle regole democratiche e a un progresso sostenibile e rispettoso dell’ambiente, che sicuramente è nelle intenzioni di ogni italiano di buon senso.

Invocano la nascita della Repubblica della Val di Susa e nei loro slogan affermano “la Val di Susa è nostra”, denunciando l’infiltrazione dell’‘ndrangheta nel loro territorio. Come padano e sostenitore della nascita di una Padania federale, indipendente e libera da infiltrazioni mafiose, non sono contrario e auspico che ogni aspetto d’infiltrazione mafiosa e corruzione politica sia indagato, svelato ed eliminato in modo che la realizzazione dell’opera possa procedere speditamente senza intoppi legali, nell’interesse futuro e generale dell’Europa e della Padania. A parte qualche vana minaccia iniziale di Bossi d’imbracciare i fucili, la Lega è sempre poi stata per un’indipendenza ottenuta in maniera democratica e pacifica attraverso il consenso politico, a differenza di altri movimenti indipendentisti come quello comunista dell’ETA nei Paesi Baschi, braccio armato del partito Batasuna cui i no TAV della Val di Susa mostrano d’ispirarsi.

Sulla base di questa convinzione, non si può tollerare pertanto una protesta per quanto motivata se fa uso di forme violente e illegali, distruggendo beni pubblici e privati, provocando il personale di polizia e minando la sua integrità fisica. Qui non si discute che anche una singola persona possa avere ragione, pur avendo contro l’opinione di tutti, ne è un caso famoso ed eclatante quello del fisico seicentesco Galileo Galilei. Tuttavia l’uso della violenza per imporre la propria visione delle cose anziché della persuasione paziente, suffragata da argomentazioni convincenti, ci porrebbe comunque dalla parte del torto, almeno secondo la nostra scala di valori occidentali e in casi come questo della Val di Susa, alla fine ci si deve assoggettare al volere della maggioranza, anche se si ritiene che sia un errore. In altri casi, dove valori supremi come la libertà e la sopravvivenza sono a rischio, l’uso della violenza come forma di legittima difesa è ammissibile, ma non mi sembra che questo sia il caso della TAV, dove i rischi per la salute sono minimi anche solo rispetto a quelli di un inceneritore o di un impianto siderurgico, questo poiché il nuovo tracciato concordato del tunnel lascerà quasi interamente alla sua destra il massiccio D’Ambin, in cui alcune datate ricerche geominerarie indicavano localmente mineralizzazioni con presenza di uranio o amianto.

Pertanto, nell’ipotesi (teorica) di un referendum sulla TAV, non sarebbe una decisione che riguardi solo la Val di Susa. E’ il futuro del Piemonte che è in gioco. La Lombardia e il Triveneto hanno già i loro corridoi con il nord e il centro Europa, rispettivamente attraverso il tunnel del San Gottardo e quello del Brennero, più la tratta Venezia-Trieste che è già stata finanziata. Se la Val di Susa vuol indire un referendum, lo faccia per chiedere direttamente la propria indipendenza, ma se vuole rimanere in Padania, è fuori discussione che un referendum per la TAV dovrà interessare almeno l’intera popolazione del Piemonte.

Di preferenza, la Comunità Europea con i suoi fondi finanza lautamente soprattutto la realizzazione d’infrastrutture transnazionali piuttosto che nazionali e a tali fondi contribuisce anche l’Italia, per cui sarebbe sciocco non farne uso e finanziare gli altri paesi della Comunità senza alcun ritorno. In altri termini, è come se gli italiani avessero già pagato in parte la TAV, versando un lauto acconto per la realizzazione del tunnel geognostico. Inoltre, i costi del traforo definitivo che competono all’Italia saranno prevedibilmente per il 60% totalmente a carico dello Sato italiano, quindi, in definitiva, ogni italiano avrebbe titolo per partecipare a tale referendum. In realtà però, non avrebbe molto senso indire un referendum, poiché gli italiani hanno già eletto i loro rappresentanti al parlamento, delegandoli a decidere su tali questioni. Infatti, di questo passo, se per ogni questione si chiamassero gli italiani a esprimersi, tanto varrebbe eliminare parlamento e governo.

L’attuale governo Monti ha dunque deciso di riconfermare la realizzazione della TAV, anche se avrebbe potuto scegliere di realizzare delle infrastrutture nazionali utilizzando altri fondi europei oppure di non fare niente e risparmiare. Evidentemente, anche se al momento possa apparire sovradimensionata e un inutile spreco di denari pubblici rispetto ai dati sul traffico ferroviario registrato o prevedibile, il governo e il parlamento a maggioranza hanno ritenuto che la TAV sia fondamentale, adesso e in futuro, per la crescita economica dell’Italia, per l’occupazione e per la costituzione di quelle risorse statali necessarie a mantenere e migliorare i servizi sociali che lo Stato offre.

Il non far niente, piegandosi alla logica della decrescita, porterebbe a una graduale e inesorabile riduzione proprio di quei servizi sociali al cui miglioramento, demagogicamente, i no TAV vorrebbero che fossero destinati i denari pubblici piuttosto che alla TAV. C’è però una cosa che lascia perplessi: se ai campani è permesso opporsi allo Stato, lasciando inutilizzato l’inceneritore di Napoli, non gradito, per inviare i propri rifiuti urbani via mare in Olanda, con grande danno economico per la collettività e questo perché i suoi rappresentanti in loco sono conniventi con la camorra, oppure incapaci a opporvisi, perché mai agli abitanti della Val di Susa non è concessa la stessa possibilità e si mantiene invece un presidio di polizia fisso sempre a spese della colletività per garantire il proseguo dei lavori? Il Presidente napoletano, essendo del posto, non ha nulla da dire a riguardo? Giusta o sbagliata che sia una protesta, non si possono usare due pesi e due misure.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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