Le origini della crisi economica italiana


PIGS e crisi dell’Eurozona

LE ORIGINI DELLA CRISI ECONOMICA ITALIANA

Il mondo intero è ormai capitalista. La vittoria del capitalismo sul comunismo, sbloccando il mondo dalla condizione di stallo in cui si trovava, diviso tra i due blocchi contrapposti, ha permesso a molti paesi che si trovavano in condizioni di sottosviluppo, di emergere dalla povertà, pur con tutte le riserve legate a una distribuzione della ricchezza molto disuguale. Persino in quei paesi che si dicevano comunisti (la Cina o il Brasile di Lula) vigono ormali il capitalismo e il consumismo più sfrenati. Tuttavia se l’Italia si trova nella situazione attuale, la colpa non è solo del capitalismo e della globalizzazione. E’ soprattutto di quelli che un decennio fa, ci hanno fatto credere che l’entrata nell’eurozona (così com’era stata concepita a Maastricht) e nel mercato globale ci avrebbero portato solo grandi vantaggi economici.

In effetti, lo spread, dall’entrata dell’Italia nell’euro, il 1°  gennaio 1999, a luglio 2011, non ha mai superato i 160 punti e con i governi di sinistra non superava i 40 punti. Per circa 12 anni, perciò, l’Italia ha goduto d’interessi sul debito pubblico quasi tedeschi e quindi di notevoli risparmi sul finanziamento di tale debito, che tuttavia non sono stati usati per ridurlo e neppure i governi della sinistra riformista nel frattempo sono stati capaci di preparare l’Italia con delle opportune riforme economiche ad affrontare i paesi emergenti (dove il PIL cresce anche grazie a uno stato sociale embrionale) e soprattutto la voracità e la rapidità della speculazione borsistica.

La resistenza del sindacato italiano (in particolare quello veterocomunista) delle corporazioni (sostenute dalle lobbies) e, in definitiva degli interessi di chiunque, attraverso i veti incrociati e trasversali in Parlamento, ha impedito in questi anni l’attuazione di tali riforme. La speculazione ha quindi avuto delle facili prede nei paesi indebitati dell’eurozona come l’Italia, che la BCE non ha potuto difendere adeguatamente a causa dei limiti imposti dal trattato di Maastricht.

Un esercito d’imprenditori manifatturieri padano con i loro dipendenti, il vanto della nostra economia reale, è stato mandato al massacro dall’imprevidenza della nostra distratta classe dirigente (di destra e di sinistra) occupata a spartirsi i tesoretti e ciononostante questo esercito, benché decimato, ancora resiste, garantendo una bilancia commerciale attiva che però evidentemente non basta a soddisfare la voracità di un apparato statale che divora ogni residuo attivo come uno sciame di locuste migratorie.

Al contrario, la Germania e altri paesi nord europei hanno approntato per tempo quelle riforme e ora affrontano la globalizzazione e la speculazione senza dover rinunciare a pezzi del loro welfare. E’ molto probabile che tali paesi virtuosi, grazie a sistemi fiscali e previdenziali omogenei, accettando la regola del pareggio di bilancio (pena lo scattare automatico delle sanzioni) si accingano a costituire la loro eurozona, con una BCE riformata, a livello della Federal Reserve, e quindi in grado di difenderli efficacemente contro eventuali attacchi speculativi.

La Padania, che avrebbe i fondamentali economici per parteciparvi, ne resterà esclusa assieme al resto d’Italia, con tutto quanto ne consegue, salvo che non sia essa stessa a sostenere il peso maggiore della crisi ed è questo in definitiva che si accinge a compiere il governo Monti: spremere, come sempre, il nord per riportare l’Italia intera nell’euro. I padani devono essere consapevoli che avverrà esattamente questo e che sarà sempre cosi, se non si uniranno nel consenso alla Lega Nord, avendo così la forza elettorale per chiedere come contropartita la loro indipendenza (fuori da illusorie alleanze a destra o sinistra) e garantire così il loro stato e benessere futuri e la libertà contro ogni forma di sfruttamento.

Di certo, dal mezzogiorno Monti non ricaverà un gran che: infatti, sommariamente possiamo dire che un terzo dei lavoratori sono dipendenti statali (già pagati con i soldi del nord), un terzo sono lavoratori in nero dell’economia sommersa (che non pagano contributi sul salario ed evadono le tasse) un terzo fiancheggiatori beneficiari e contribuenti dell’economia criminosa delle varie mafie nonché proprietari di milioni di case abusive non risultanti al catasto. Se consideriamo poi come a sud lo scontrino fiscale sia un optional, alla fine, se va bene, i meridionali pagheranno solo le maggiori accise sui carburanti, mentre gran parte del peso della manovra salva Italia graverà sul nord, dove vivono prevalentemente i lavoratori in regola (italiani e non) e i pensionati.

I leghisti non fanno parte di nessuna casta, altrimenti starebbero con gli altri a scodinzolare Monti, mandandogli magare dei bigliettini ossequiosi in cui si offrono “volontari”, come degli scolaretti leccapiedi. E’ chiaro ormai che il federalismo è divenuto una chimera. Il federalismo, attuato per tempo, sarebbe stato una risposta a molti problemi dell’Italia, ma evidentemente i partiti che in parlamento, a parte la Lega, si dicevano federalisti, hanno solo bleffato e tergiversato ostacolandone il percorso.

Per i padani ora non esiste altra via che l’indipendenza e la libertà. E’ vero, a livello nazionale la Lega ha solo l’8% delle preferenze, ma nelle sue roccaforti, quelle che anelano all’indipendenza, i consensi sono ben più elevati e con la crisi economica in corso, che mina il loro benessere, e i paventati rischi di default, tali consensi non possono che aumentare. Nelle nostre terre la consapevolezza della situazione è ben alta e non c’è bisogno di sbraitare ancora il nostro dissenso nel parlamento per chiedere il taglio degli sprechi del centralismo romano e del meridione pervaso dalla cultura clientelare e mafiosa come ha fatto finora inutilmente la Lega. Dal basso, dove siamo prossimi al limite di sopportazione giunge sempre più chiara e forte una richiesta di libertà: non vogliamo più essere fratelli di questa Italia né tanto meno schiavi di questa Roma, poiché non può esistere fratellanza senza libertà e uguaglianza.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

4 thoughts on “Le origini della crisi economica italiana”

  1. 1) Il Brasile di Lula comunista? e quando lo sarebbe stato per la cronaca?
    2) “La resistenza dei sindacati (sostenuti dai veterocomunisti) delle corporazioni (sostenute dalle lobbies) e, in definitiva degli interessi di chiunque, attraverso i veti incrociati e trasversali in Parlamento, ha impedito in questi anni l’attuazione di tali riforme” e quali sarebbero state le riforme che ci avrebbero difeso dalla crisi e dalla speculazione borsistica?
    3) ma poi uil e cisl non erano alleati del governo visto che hanno appoggiato tutte le riforme proposte da Sacconi? mi risulta che tutte le riforme proposte dal centrodestra sono state approvate. Di cosa parli? gli unici veti sono stati quelli delle lobby contro le liberalizzazioni . Le liberalizzazioni furono proposte dal governo Prodi e da Bersani e sono state ostacolate dal centrodestra. Ora vengono riproposte dal governo Monti e chi si oppone? La Lega, Gasparri e tutti quelli che sono amici delle lobby. Il pd e’ favorevole. La tua e’ una bugia? non mi stupisce.
    4) anche a Cortina lo scontrino e’ optional. E il tuo veneto e’ la regione dove si evade di + in italia.
    5) Quindi in un Europa unita dove si devono rispettare vincoli di bilancio e regole comunitarie la soluzione sarebbe separare l’Italia. Mah…
    6) “Di certo dal Mezzogiorno Monti non ricaverà un gran che: infatti, un terzo dei lavoratori sono dipendenti statali (già pagati con i soldi del nord), un terzo lavoratori in nero dell’economia sommersa e un terzo fiancheggiatori beneficiari o contribuenti dell’economia criminosa delle varie mafie e proprietari di milioni di case abusive non risultanti al catasto.”
    Di sicuro avrai delle fonti certe che confermano quello che dici. No?
    Ma non era il tuo Silvio che elogiava l’evasione fiscale? ora fa schifo?
    Poi se anche fosse vero non lo sai che ai dipendenti statali vengono pagate le tasse alla fonte? loro le tasse le pagano tutte. Mica come certi imprenditori veneti che a cortina girano con la ferrari e dichiarano meno di 20 mila euro. E non chiedono nemmeno lo scontrino.

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    1. 1) Lula non è del PCB (partito comunista brasiliano) ma del PT (partito dei lavoratori) che comunque è un partito di sinistra tradizionalmente contro il capitalismo.
      2) La riforma del fisco, del mercato del lavoro, le liberalizzazioni, la riforma della giustizia, quella sui costi della politica, la sburocratizzazione, la riforma della previdenza, dell’istruzione, delle università e della ricerca, la riforma dell’assetto dello Stato, delle istituzioni e degli enti locali. Queste riforme, fatte per tempo, ossia subito dopo l’entrata nell’euro nel 1999 o poco dopo, assieme alla madre di tutte le riforme che è quella federale, avrebbero consentito di ridurre la spesa dello stato, avere dei bilanci positivi, mantenere sotto controllo il debito pubblico, attirare investitori stranieri, dare impulso alle infrastrutture e all’imprenditoria. Ossia far crescere l’Italia con un PIL pari a quello di francesi e tedeschi e vincere così la sfida della globalizzazione invece che soccombere a causa d’essa.
      3) La riforma del lavoro di Sacconi? Ci vuole ben altro!
      4) Nel Veneto l’evasione è al 14% e non rilasciare lo scontrino è un’eccezione.
      5) La Padania nel suo insieme rientrerebbe senza difficoltà nei parametri di Maastricht, potendo competere con i più ricchi land tedeschi.
      6) E’ ovviamente una suddivisione sommaria dell’economia nel Mezzogiorno, puramente indicativa della realtà di quelle regioni, dove ipertrofia dell’apparato statale (finanziato con i soldi che Roma prende a nord attraverso il prelievo fiscale) sommerso e criminalità organizzata sono delle caratteristiche rilevanti, peculiari ed endemiche.
      Se il burlone di Befera voleva scovare gli evasori, bastava che incrociasse i dati che possedeva in casa con quelli del PRA. Fare uno spoot per Monti a Cortina ha avuto l’effetto di screditare la città e offendere i suoi cittadini che hanno il diritto di essere controllati in maniera meno invasiva e plateale e non come se fossero dei latitanti casalesi.
      Oltretutto questo spot è stato un boomerang per Befera che, a sua volta controllato, è risultato possedere un cospicuo bene immobile che ha premurosamente badato fosse escluso da qualsiasi ipoteca e sequestro cautelativo da parte di Equitalia.

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      1. 1) Conosci la differenza tra sinistra riformista e sinistra radicale? evidentemente no.
        E’ la sinistra radicale che vuole il superamento del capitalismo. La sinistra riformista no. La dovrebbe dire lunga il fatto che il brasile e’ tra i paesi capitalisti che cresce di + al mondo…
        2)Per 8 anni degli ultimi 10 Berlusconi aveva la maggioranza assoluta del parlamento e tutto il tempo per fare le riforme che hai elencato. Quel poco che ha fatto e’ risultato anche un disastro. Per il resto ha dedicato il tempo a pensare ai fatti suoi e la Lega l’ha sempre appoggiato in questo.
        3) Ben altro cosa?
        4) Le fonti dicono altro. La tua e’ solo un opinione.
        5) Ma non avevi detto in passato che anche l’economia del nord soffriva la crisi? io vivo a milano e vedo molte aziende che mettono la gente in cassa integrazione. Ti devo elencare tutte le aziende che chiudono? Ma poi che facciamo? l’europa ricca e l’europa povera? invece di pensare a superare la povertà lasciamo i greci,i portoghesi e tutti quelli che non c’e l’ha fanno al loro destino?
        6) Suddivisione sommaria e indicativa dei tuoi pregiudizi. Insomma non hai fonti per sostenere le tue tesi.

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      2. 1)e 2) D’accordo, il Brasile non è mai stato un paese comunista, ma quelli che lo ancora lo sono (Corea del Nord, Venezuela e Cuba) sono tutte delle dittature e a parte la Corea del Nord, che è anche un regime autarchico, gli altri dipendono dal capitalismo che ormai è l’ideologia prevalente nel mondo. Nel corso dei suoi due mandati, Lula ha potuto riformare il Brasile (almeno in parte e con difficoltà contro le caste) anche perché il Brasile è una democrazia presidenziale. In una democrazia parlamentare, con un bicameralismo perfetto e lo squilibrio di potere che c’è tra l’esecutivo e il legislativo da un lato e il potere giudiziario dall’altro, conseguenza degli esiti di tangentopoli, avrebbe potuto fare ben poco anche lui, pur non avendo interessi personali da difendere (ed è quello che è successo in Italia con i governi riformisti di sinistra).
        3) L’eliminazione di tutte quelle norme che bloccano il mercato del lavoro e dunque l’economia, i giovani e l’Italia intera, rendendola un paese che regredisce o quantomeno statico, mentre in questo quadro mondiale dovrebbe essere dinamico e in continua evoluzione. Ma si sa, l’aspirazione degli italiani è un posto di lavoro sicuro e garantito fino all’età pensionabile e magari sotto casa, cosa che solo un regime comunista come quello della Corea del Nord ti può permettere, ma rinunciando a parte dei tuoi diritti civili.
        4) Il nord soffre la crisi perché i nodi sono venuti al pettine e questi nodi sono principalmente una spesa pubblica che non ha pari al mondo, maggiore di quanto il nord possa finanziare da solo, anche se tutti i padani fossero fiscalmente spremuti fino all’ultimo centesimo e che ha prodotto un debito di 1900 miliardi di euro che dovranno pagare i nostri figli nei prossimi trentanni, se tutto va bene.
        5) Hai ragione, non sono fonti ma neppure pregiudizi, piuttosto, per un napoletano che vive e lavora a Milano, una realtà molto dura da ammettere. Ma non preoccuparti, io sono come Morfeo in Matrix, che offre agli schiavi delle macchine la pillola rossa per scegliere tra la verità e una vita virtuale e inconsapevole. Il mio compito è di aprire gli occhi a quanti per nascita o elezione vivono in Padania e scegliere se viverci da inconsapevoli produttori di ricchezza altrui o da uomini liberi di disporre del frutto del proprio lavoro.

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