L’onore delle armi alla Lega


Alberto da Giussano

L’ONORE DELLE ARMI ALLA LEGA

Se non fosse per il “golpe dei mercati”, la Lega Nord sarebbe ancora al governo, lottando con pervicacia per completare l’attuazione del federalismo fiscale, a fianco del Pdl e Berlusconi. Col suo voltafaccia, legittimo ma eticamente discutibile, Fini ha cambiato il proprio orientamento politico in corso di partita, tradito parte dei suoi ex-elettori di AN, scardinato il neonato PDL e l’alleanza con la Lega, un’alleanza che aveva un ampio margine nei numeri per giungere al termine naturale della legislatura, completando ogni punto del programma elettorale nel quale erano già incluse, assieme al federalismo fiscale, molte di quelle riforme strutturali che ora l’Europa ci chiede.

Già in occasione del tradimento di Fini, la Lega avrebbe preferito le dimissioni del Cavaliere e il ricorso immediato a nuove elezioni. L’attenzione eccessiva di Berlusconi ai suoi problemi giudiziari, che l’ha fatto entrare in rotta di collisione con la magistratura, ha portato poi alla sconfitta del centro-destra a Milano. Questi sono errori che lasciano il segno e fanno pensare che forse è meglio agire da soli, se non altro in questo momento, in cui non c’è del resto bisogno della Lega, tanti sono i luminari e i volenterosi che accorrono al capezzale dell’Italia morente o in coma indotto dai mercati.

“Rifarsi la verginità”, agli occhi di chi pensa la Lega si sia corrotta entrando in contatto con la dissolutezza dei costumi romani (trasferita poi agli enti locali) o nell’abbraccio riluttante col Cavaliere, è un modo di dire e una questione del tutto irrilevante per gli interessi del nord. Andare a Roma per governare a fianco di Berlusconi tentando di cambiare questo paese è stata un’opportunità che andava colta e sperimentata. Il rischio di contaminazione era noto, poiché nessuno si sporca mai le mani tenendole sempre intasca, ma chi ha sbagliato lasciandosi contaminare pagherà comunque.

L’esito non è stato quello sperato, ma se la società civile d’interi territori è ostaggio dell’illegalità e della brutalità delle organizzazioni mafiose (e non si fa niente per impedire che questo cancro si espanda anche al nord) se il frutto del lavoro del nord è sperperato da un’amministrazione pubblica ipertrofica e ladrona e se assistenzialismo e parassitismo sono spacciati per solidarietà, i padani avevano il diritto e dovere di difendersi e se necessario organizzarsi per entrare nel governo con i propri rappresentanti. L’intenzione era di lavorare per la devoluzione e il federalismo fiscale, lottando senza quartiere contro le organizzazioni criminali anche nell’interesse degli stessi meridionali onesti.

Questo ha fatto la Lega a Roma, quotidianamente e tenacemente in Parlamento e nel Governo, senza preclusioni o pregiudizi nei confronti di alcuna forza parlamentare di destra o sinistra che fosse, coerentemente alla sua natura regionale e interclassista, a tutela degli interessi economici, culturali e sociali dell’intera popolazione del nord e di riflesso dell’Italia intera. Forse Bossi si sarà macchiato di familismo nel corso di questa fase politica, ma comunque la Lega non è solo Bossi. Ci sono Maroni, Reguzzoni, Zaia, Tosi e molti altri (anche eletti di prima legislatura) che diversamente da quanto è sempre avvenuto negli altri partiti, alle dimissioni di Berlusconi, quando la Lega compatta ha chiesto nuove elezioni passando all’opposizione, senza esitare si sono dimessi da incarichi cui pur avevano ancora diritto.

Questa crisi finanziaria ha comunque rivelato tutta l’inadeguatezza e l’immaturità della politica tradizionale. Incapace di realizzare un vero bipolarismo costruttivo e proficuo per l’Italia, di fronte ai problemi del paese si è persa nella faziosità, lacerandosi in conflitti infiniti e interminabili e solo dopo che l’acqua è arrivata alla gola, ha raffazzonato in fretta e furia un governo tecnico e di salvezza nazionale con l’obiettivo di bloccare la speculazione sui titoli italiani e, facendo di necessità virtù, attuare finalmente le famigerate riforme strutturali che tutti i recenti governi avevano finora differito e scansato come una patata bollente.

Pur non avendo nulla a priori contro Monti, tuttavia la Lega non ha voluto partecipare né sarebbe stata necessaria a quest’ammucchiata centrista, a meno di non subentrare al terzo polo (e in compagnia del PDL o parte di esso). Il terzo polo di Casini e Fini, transfuga del centro-destra, non è sorto per ovviare alle difficoltà di un bipolarismo in crisi evolutiva, ma per distruggerlo e riportare indietro l’orologio della storia ai “fasti” della 1° Repubblica e con l’obiettivo malcelato di bloccare l’attuazione del federalismo fiscale.

La Lega non ha infine motivo per rinnegare il programma politico concordato con Berlusconi, anche se è chiaro a tutti come negli ultimi tempi egli abbia smarrito la lucidità politica, la forza e soprattutto la coerenza dei suoi comportamenti privati con l’immagine che deve avere un politico quando assume un ruolo istituzionale. Tradito da Fini, ha comunque dovuto affrontare varie situazioni di calamità naturali, la spazzatura di Napoli, l’ostruzione a priori e la demonizzazione da parte dei suoi oppositori, le invasioni della sua privacy, le campagne diffamatorie a mezzo stampa, la persecuzione di certa magistratura, la guerra in Libia e infine l’attacco della speculazione.

Occupato a risolvere i risolvere i suoi problemi personali e a contrastare l’ostruzione sistematica dei suoi avversari politici, gli è mancato il tempo per occuparsi adeguatamente delle riforme e della crescita del paese (sebbene Tremonti sia riuscito comunque a ridurre la spesa e contenere il debito pubblico). I suoi oppositori (Fini, Di Pietro, Bersani, Scalfari, Santoro, Travaglio ecc.) hanno bruciato due anni di legislatura occupati solo a impedirgli di governare, invece di entrare nel merito delle questioni poste dal centro-destra e alla fine ci ha rimesso l’Italia intera.

Se la Lega ha un rimpianto, è quello di non aver potuto completare il suo lavoro, se ha una frustrazione e quella di vedere il “vecchio usato e sicuro” tornare sospinto dal vento dei mercati per affrontare, le incognite dei tempi nuovi. Questi ciechi, nel pieno del terremoto, vorrebbero addirittura ristrutturare la casa istituzionale. Magari fosse così, ma con la speculazione che investe sul default dell’Italia, grazie agli istituti che con una modica spesa accessoria ne garantiscono comunque i titoli a elevato rischio, c’è la possibilità concreta che presto tutto cada veramente sulle loro teste.

Per impedirlo bisognerebbe fare come ha fatto la Grecia, ossia un “mezzo default”, che come tale non ha attivato le garanzie di questi titoli in possesso ai suoi creditori, ma i bocconiani (che forse quei titoli hanno in tasca) in coro affermano che è impensabile negoziare per l’Italia un taglio del 50% del debito con la BCE. Eppure, l’EFSF (Fondo Europeo di stabilità finanziaria, noto anche come fondo salva stati) avrebbe già 1000 miliardi di € (guarda caso poco più della metà del nostro debito) pronti per il paese che fosse impossibilitato a ottenere sul mercato prestiti a tassi accettabili, basta presentare la richiesta di aiuto finanziario e coinvolgere nel salvataggio dell’Italia il settore privato.

In questa maniera, le imprescindibili riforme strutturali che l’Eurogruppo già ci chiede, poiché lo sconto sul debito concesso calmerebbe all’istante i mercati, si potrebbero realizzare con maggior ponderazione e con la condivisione delle parti sociali. Tuttavia la grande speculazione non è stupida, sa bene che non può tirare la corda fino al limite di rottura o, meglio sarebbe dire, stringere il cappio fino a strozzare il malcapitato ed è perciò poco probabile che i rendimenti sui titoli salgano a tal punto da costringere l’Italia a richiedere l’aiuto del fondo salva stati e il dimezzamento del debito. Comunque sia, se il vecchio torna, anche la Lega torna alle origini e ha già trovato il suo rifugio naturale e sicuro nel Parlamento Padano. Ci sarà da divertirsi (amaramente) a guardare gli altri a sbranarsi (elettoralmente) mentre l’edificio barcolla con l’Italia, spremuta dai mercati, costretta a mendicare sconti sul suo debito sovrano.

L’Unione Europea è imprescindibile? Ebbene anche in un’Europa a due velocità (con la BCE che diventa come la Federal Reseve, ma solo per i paesi virtuosi dell’Eurozona, con sistemi fiscali e previdenziali omogenei e che accettino la regola del pareggio di bilancio, pena lo scattare di sanzioni automatiche per quelli inadempienti) la Padania starebbe a pieno titolo nel gruppo dei paesi virtuosi. Sei regioni del nord, in ordine di ricchezza Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Toscana e Marche mantengono il resto d’Italia ma principalmente il centro-sud. Il nord-Italia, libero dalla zavorra improduttiva e parassita del centro-sud, come ricchezza, benessere e qualità di vita sarebbe ai livelli dei più ricchi Land della Germania, con i suoi conti perfettamente in ordine, ben dentro i parametri europei e uno spread con la Germania pari a zero se non negativo.

Si potrebbe obiettare che anche i tedeschi occidentali sostengono quelli dell’ex DDR, ma la Germania è una repubblica federale e il federalismo fiscale è un’istituzione ben consolidata nella tradizione teutonica. Perché mai da noi esso è visto con sospetto e si sollevano obiezioni e difficoltà circa la sua attuazione, affermando addirittura che aumenterebbe la spesa e gli sprechi quando invece è auspicato dallo stesso Napolitano? E’ evidente che il centro-sud italiano e l’apparato statale centralista con tutti i suoi dipendenti dovrebbero rinunciare a una situazione di vantaggi e privilegi.

L’attuale classe dirigente leghista potrà anche scomparire, ma la rivolta fiscale contro Roma ladrona e la diffidenza verso meridionali ed emarginati saranno temi sempre attuali al nord, finché non sarà data una soluzione al dualismo economico nord-sud (e a quelli società civile-criminalità organizzata e federalismo-centralismo a esso connessi). La criminalità organizzata molto si alimenta con gli introiti dei consumi di droga. E, in un circolo vizioso, la droga corrompe la società civile, producendo criminalità comune ed emarginazione sociale e seminando con ciò insicurezza nella gente. La cura a questo dualismo c’era, è un federalismo antistatalista, ostacolato prima e accantonato ora da Monti nell’incalzare della crisi economica. Allo stesso modo, vedendo la miserevole fine che stanno facendo le rivolte della primavera araba soprattutto in Egitto e Libia, dove praticanti e integralisti appaiono in numero ben superiore a moderati e laici, è molto probabile che anche il dualismo mondo occidentale-islam continuerà ad esistere, assieme alla diffidenza di molti italiani verso gli islamici.

Se non bastassero questi problemi, ora la crisi economica ha svelato un vecchio dualismo che è sempre esistito ben mimetizzato ma che ora è ben chiaro a tutti, quello potere politico-strapotere finanziario, ossia il confronto tra chi dovrebbe garantire gli interessi dei cittadini, delle famiglie, delle imprese e dei lavoratori (ossia del 99% della popolazione) e chi invece garantisce quelli delle grandi banche private e degli speculatori internazionali (l’1% della popolazione) che vogliono arricchirsi spremendo e sfruttando quel 99% in base ai concetti del più libero capitalismo finanziario.

Pertanto, se non sarà l’attuale ceto dirigente, nuovi leader saranno pronti a interpretare le richieste, le rabbie e le paure dell’elettorato leghista, che saranno puntualmente sottovalutate dalla sufficienza e dal pregiudizio dell’intellighenzia radical chic di sinistra. Una sinistra superba e autocompiacente, che convinta di detenere il primato culturale, le ignorerà e ridicolizzerà, umiliando e offendendo così la gente più umile e semplice del nord.

Esattamente questo è successo quando Bossi, in tempi non sospetti né supportato da titoli accademici in economia ma solo dalla sua intuizione, magari in maniera un po’ rozza, tuttavia metteva in guardia gli italiani dai rischi dell’euro, puntualmente irriso dai politici tradizionali. Ora, anche a causa della globalizzazione dei mercati, i nodi sono venuti al pettine, smascherando i limiti della BCE e l’inadeguatezza dei criteri che regolano l’eurozona, stabiliti dal Trattato di Maastricht.

Il criterio di rapportare tanto il deficit pubblico annuo che il debito pubblico al PIL (con il primo che deve essere inferiore al 3% e il secondo al 60%) specialmente nel secondo caso, crea l’illusoria idea che ci si possa indebitare a piacere, purché il PIL cresca in proporzione. Tuttavia, il debito pubblico cresce comunque senza limiti se i deficit annui sono positivi (benché inferiori al 3 % rispetto al PIL) continui e ripetuti nel tempo (questo fatto e la debolezza dell’euro di fronte agli attacchi speculativi faranno sì che il pareggio di bilancio sarà la condizione sine qua non per permanere nell’eurozona). Il PIL, al contrario, non può crescere illimitatamente: a medio termine perché la concorrenza all’Europa è divenuta fortissima nel mercato mondiale con la globalizzazione e l’entrata in scena dei tre giganti Cina, India e Brasile e, a lungo termine, perché le risorse del pianeta non sono inesauribili e anche quei paesi, presto o tardi, dovranno fare i conti con l’inquinamento e il depauperamento della Terra.

Da questo punto di vista, la tradizionale posizione progressista, che in contrapposizione a quella conservatrice, attribuisce allo stato il compito di sostenere, quando necessario, la domanda di beni e servizi ricorrendo alla spesa pubblica anche in condizioni di deficit per stimolare la crescita economica (ossia il PIL) verrebbe a cozzare anche con la posizione dei verdi e dei movimenti no global, che al contrario chiedono una crescita dell’economia mondiale regolata, omogenea e soprattutto sostenibile.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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