Pagare il debito pubblico o il Default?


PAGARE IL DEBITO PUBBLICO O IL DEFAULT?

In questo momento di crisi, i paesi virtuosi dell’Eurozona nord europea e principalmente Francia e Germania, giustamente, non sono per niente propensi a mantenere quelli spreconi e improduttivi del sud e trainare da soli l’economia europea senza che questi ultimi, rinunciando in parte alla loro sovranità nazionale, non accettino di predisporre dei piani di rientro dal debito, supportati da necessarie e profonde riforme strutturali periodicamente verificate da autorità europee sovranazionali.

Per gli orgogliosi italiani questo significa il commissariamento dell’Italia da parte dell’Europa, un’umiliazione non sopportabile. L’Italia è uno Stato Unitario (nelle intenzioni) composto però da varie popolazioni diverse per storia e cultura tra loro (cui si è voluto negare per Costituzione un diritto superiore a quest’ultima, che è quello dell’autodeterminazione dei popoli) e in realtà spezzato in due dal punto di vista economico.

Sei regioni del nord, in ordine di ricchezza Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Toscana e Marche mantengono il resto d’Italia ma principalmente il centro-sud. Il nord-Italia, libero dalla zavorra improduttiva e parassita del centro-sud, come ricchezza, benessere e qualità di vita sarebbe ai livelli dei più ricchi Land della Germania, con i suoi conti perfettamente in ordine, ben dentro i parametri europei e uno spread con la Germania forse positivo.

Si potrebbe obiettare che anche i tedeschi occidentali sostengono quelli dell’ex DDR, ma la Germania è una repubblica federale e il federalismo fiscale è un meccanismo ben consolidato nella tradizione teutonica. Perché mai da noi esso è visto con sospetto e si sollevano obiezioni e difficoltà circa la sua attuazione? E’ evidente che il centro-sud italiano e l’apparato statale centralista con tutti i suoi dipendenti dovrebbero rinunciare a una situazione di vantaggi e privilegi.

Che cosa succederà se il governo cadrà e la Lega Nord sarà messa all’angolo? I Padani, che si ritengano o no di esserlo, ancora una volta pagheranno, e questa volta con le loro pensioni di anzianità, gli sprechi dei centro-meridionali, senza la possibilità di esigere da questi dei rigorosi piani di risanamento periodicamente verificati delle loro economie regionali e senza la possibilità portare avanti quel progetto di ristrutturazione dello Stato Italiano in senso federale, che sarà probabilmente affossato nell’ammucchiata di un governo di salvezza nazionale, ma che almeno in parte avrebbe potuto ovviare a questa situazione ingiusta ed eticamente deprecabile in cui si trovano irretiti.

E’ per tali ragioni che la Lega, nell’interesse del nord, deve chiedere che, con la caduta del governo, si vada a elezioni immediate. La Lega, che difende le pensioni di anzianità (e quindi i cittadini del nord che ne sono i principali beneficiari) mostrando all’Europa la loro congruità e sostenibilità all’interno del nostro sistema pensionistico, non è meno europeista delle stesse Francia e Germania che a loro volta difendono gli interessi dei loro cittadini, tra l’altro da posizioni di forza ben diverse, nei confronti dei greci o degli italiani stessi.

Non c’è quindi ragione per accusare la Lega di antieuropeismo, anche perché in un’Europa a due velocità la Padania starebbe a pieno titolo nel gruppo dei paesi virtuosi. Contro l’Europa sono piuttosto quelli che vorrebbero rispedire al mittente la lettera della BCE e invocano il default convinti che poi l’Italia risorgerebbe rapidamente come una fenice dalle proprie ceneri e contro l’Europa sono quelli che vorrebbero accollare i propri debiti a Pantalone, cioè ai Padani.

Fini, il giuda

Ma come si è giunti sull’orlo del baratro? E’ solo colpa di Berlusconi e del centro-destra? All’indomani della soluzione del problema Alitalia, il giuda Fini, in maniera legittima ma eticamente discutibile, ha cambiato il proprio orientamento politico in corso di partita, ha tradito parte dei suoi ex-elettori di AN e scardinato il neonato PDL e l’alleanza con la Lega. Quest’alleanza aveva un ampio margine nei numeri per giungere al termine naturale della legislatura, completando ogni punto del programma elettorale nel quale erano già incluse, assieme al federalismo fiscale, molte di quelle riforme strutturali che ora l’Europa ci chiede.

Da lì in poi Berlusconi ha dovuto affrontare varie situazioni di calamità naturali, la spazzatura di Napoli, l’ostruzione a priori e la demonizzazione da parte dei suoi oppositori, le invasioni della sua privacy, le campagne diffamatorie a mezzo stampa, la persecuzione di certa magistratura, la guerra in Libia e infine l’attacco della speculazione. E’ mancato il tempo per occuparsi delle riforme e della crescita del paese (sebbene Tremonti sia riuscito comunque a ridurre la spesa e contenere il debito pubblico) ma è stato anche sistematicamente ostacolato dai suoi avversari che, usando un linguaggio calcistico, ne hanno solo distrutto il gioco badando poco al far play. Alla fine ne ha rimesso l’Italia intera.

Berlusconi: Bere acqua per ber sani!

Col senno di poi, il suo errore principale, oltre a quello di dare un’attenzione eccessiva ai suoi problemi giudiziari, è stato quello di non dare subito le dimissioni all’indomani del tradimento di Fini e chiedere immediatamente nuove elezioni. Le dimissioni alla fine le ha date sabato sera 12 novembre 2011, accompagnato dagli sberleffi e gli insulti della folla davanti al Quirinale, ma le persone che quella sera sostavano in Piazza del Quirinale, nei libri di storia saranno appunto ricordate con la metonimia “piazza” mentre Berlusconi, nel bene o nel male, sarà ricordato per molto tempo con il suo nome.

Tant’è, ora però il debito pubblico va risanato quanto prima ed equamente col contributo di tutti gli italiani. Il completo abbattimento del debito andrà fatto progressivamente nel tempo per non deprimere la crescita del PIL, ma il governo che verrà dovrà dare da subito dei chiari segnali con iniziative concrete che serviranno a calmare i mercati. Diversamente, gli interessi sui titoli italiani aumenteranno sempre più e con essi il debito complessivo, lasciando una pesante eredità anche per gli anni a venire e quando nessuno volesse più acquistarli e chi li possiede volesse solo incassarli, sarebbe decretato il default dello Stato italiano e tutto ciò senza poter nemmeno incolpare poi Berlusconi.

Bersani: quello lì mi ha rotto
           con ‘ste battute da pirla!

Questa crisi finanziaria rivela tutta l’inadeguatezza e l’immaturità dell’attuale classe politica italiana. Incapace di realizzare un vero bipolarismo costruttivo e proficuo per l’Italia, di fronte ai problemi del paese si è persa nella faziosità, lacerandosi in conflitti infiniti e interminabili, e solo ora, che l’acqua arriva alla gola, si appresta a raffazzonare in fretta e furia un governo di salvezza nazionale con l’obiettivo di bloccare la speculazione sui titoli italiani e, facendo di necessità virtù, attuare finalmente le famigerate riforme strutturali che tutti i recenti governi avevano finora differito e scansato come una patata bollente.

La Lega non vuole partecipare né sarebbe necessaria a quest’ammucchiata centrista, a meno di non subentrare al terzo polo (e in compagnia del PDL o parte di esso). Il terzo polo di Casini e Fini, transfughi del centro-destra, non è sorto per ovviare alle difficoltà di un bipolarismo in crisi evolutiva, ma per distruggerlo e riportare indietro l’orologio della storia ai “fasti” della 1° Repubblica e con l’obiettivo malcelato di bloccare l’attuazione del federalismo fiscale.

Ciononostante, siamo i primi a dire che il paese ha bisogno di profonde riforme strutturali riguardanti il fisco, il lavoro, le corporazioni, la giustizia, i costi della politica, la burocrazia, la previdenza, l’istruzione, la ricerca, l’assetto dello Stato, le istituzioni, e le amministrazioni locali. Queste riforme, che anche l’Europa ci chiede, urgono da molti anni, ma a causa dei veti incrociati della politica e delle ideologie sono sempre fallite e, assieme a opportuni ammodernamenti nelle infrastrutture (banda larga inclusa) consentirebbero alla nostra stanca e ripiegata imprenditoria di ripartire con vigore e innovazione. E’ triste dirlo, ma questa potrebbe essere l’occasione unica o irripetibile per realizzare tutto ciò.

Il governo tecnico di Monti, che vista la drammatica situazione congiunturale, è stato legittimato dalla politica a sospendere temporaneamente democrazia e bipolarismo, non è tenuto a occuparsi della riforma dell’esistente sistema elettorale (Porcellum) né dovrebbe lasciare all’ultimo punto la completa attuazione del federalismo fiscale in quanto funzionale alla riduzione della spesa pubblica.

In ogni caso Berlusconi, col suo sacrificio in favore di Monti, il quale non potrà che attuare l’agenda della BCE, potrà dirsi soddisfatto. Se tutto andrà come deve, avrà ottenuto quanto non gli è riuscito finora, ossia cancellare, con l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ogni traccia di comunismo dall’economia italiana, anche se non ogni traccia dei comunisti. Costoro, comunque, non se la prendano troppo con Berlusconi, non è stato lui a dare il via alla deregulation finanziaria che, con effetto domino, ha causato in sequenza la crisi dei subprime e poi, quella dei debiti sovrani; il “caimano”, così i burloni del web lo chiamano, al confronto di certi squali d’alto mare, sembra un mansueto lucertolone da acquario.

Il berlusconismo è stato solo un sintomo dei cambiamenti che avvenivano in tutto il mondo con la caduta dell’ideologia comunista (e dei regimi comunisti) sostituita da un liberismo a briglia sciolta, ma dal punto di vista culturale, con le sue televisioni leggere, Berlusconi ha solo cercato di liberare gli italiani dall’insostenibile pesantezza che con le reti televisive pubbliche gravava su di essi dopo la fine della guerra fredda e della stagione del terrorismo politico.

Comunque sia, dopo che l’Italia si sarà purificata dei suoi peccati e rieletta al rango di paese serio e operoso, comunisti o no, potremo e dovremo ridiscutere, soprattutto a livello internazionale, gli equilibri di forza tra potere politico e strapotere finanziario, chiedendo una nuova regolamentazione dei mercati. Si dovrà inserire nelle costituzioni una norma che impedisca gli sforamenti di bilancio che, aumentando il debito pubblico, pongono gli Stati in balia della speculazione internazionale.

E’ chiaro ormai che, a causa della globalizzazione della finanza, l’emissione eccessiva di titoli da parte degli Stati allo scopo di finanziarsi, li rende vulnerabili agli attacchi della speculazione internazionale. La globalizzazione ha cambiato il mondo, i titoli di stato non garantiscono più i risparmiatori come un tempo e, se ne circolano troppi, possono essere letali anche per le economie di Stati non eccessivamente indebitati.

Al mondo ormai esistono colossi finanziari privati che possono condizionare le politiche economiche degli Stati, anche grazie alle agenzie di rating al loro servizio che inspiegabilmente nelle loro valutazioni a volte non tengono conto del debito aggregato che farebbe, ad esempio, dell’Italia il paese in Europa meno virtuoso solo della Germania. Anzi è probabile che la speculazione internazionale miri proprio al tesoro rappresentato dal risparmio delle famiglie e delle imprese italiane e intenda rapinarlo facendo leva sul debito pubblico.

Creando le condizioni per cui il nostro governo sia costretto a imporre sacrifici e sangue agli italiani per salvare l’Italia dal default, trasferendo così queste ricchezze dalle mani degli italiani alle sue casse e poi, per onorate i titoli emessi con interessi assurdi, dalle sue casse alle loro mani. Se può consolare, in questi casi i nazi-fascisti non potrebbero nemmeno prendersela con il giudeo, lo zingaro o l’extracomunitario vicino di casa. L’affamatore lo trovate nel web e qui in Italia tra le fila del governo i suoi esecutori fallimentari.

Gli Stati pertanto dovranno necessariamente trovare delle forme di finanziamento alternative. La leva fiscale può servire allo scopo, ma non aumentando le aliquote di chi già paga, bensì allargando la base dei contribuenti, incoraggiando gli evasori con la riduzione delle aliquote e soprattutto lottando contro gli evasori totali e la grande evasione che si giova dei paradisi fiscali che, una volta per tutte, dovranno essere aboliti dalle comunità politiche ed economiche (G20 e ONU) e trattati come degli “Stati canaglia”.

Infine, la vecchia Europa, patria del welfare, in qualche modo dovrà reagire compatta alle economie emergenti di Brasile, India e Cina e al mondo della grande finanza che, pur con modalità e motivazioni apparentemente differenti, approfittando dell’attuale deregolamentazione dei mercati, stanno, di fatto, esportando la loro spregiudicatezza in Europa, erodendo e inquinando, poco a poco, quanto faticosamente conquistato dagli europei nel secolo passato in termini di diritti umani e civili, giustizia sociale, uguaglianza e libertà.

Siamo di fronte ad un passaggio storico cruciale al quale l’Europa non può sottrarsi; è il momento di porre un argine a questo liberismo sfrenato che ha usato la globalizzazione non per esportare democrazia e benessere a tutto il mondo, ma per creare plutocrazie sovranazionali che lo dominano e stanno ormai sfruttando non solo la classe operaia ma anche la classe media europea, mettendo a repentaglio questi valori assoluti.

Per costruire quest’argine, lasciando da parte gli interessi nazionali, l’Europa dell’euro deve unirsi anche politicamente in una federazione di popoli (o quantomeno dotarsi di una Banca Centrale sul modello della Federal Reseve nordamericana) e ogni stato membro non dovrà sforare il proprio bilancio, pena il fallimento politico dei propri rappresentanti (che non potranno perciò più essere rieletti) e il commissariamento europeo. Ma tutto ciò potrà avvenire solo quando in Europa ci saranno politici seri e lungimiranti a governarci e non fantocci al servizio delle plutocrazie, altrimenti, visto che l’eurozona è così fragile, non ci sarà altra scelta che il ritorno alle monete nazionali pur permanendo nell’UE, come del resto già fanno Regno Unito e Svezia.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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