Perché l’Italia non cresce


PERCHE’ L’ITALIA NON CRESCE

L’Italia, negli ultimi anni ha dovuto aprire progressivamente il suo mercato interno prima all’Europa e poi (con la globalizzazione) al mondo intero, divenendo terra di conquista più che trarne dei sostanziali vantaggi e oggi il suo sistema industriale, con la produzione manifatturiera di bassa tecnologia della PMI, non è più in grado di reggere il confronto con i paesi emergenti a meno di non delocalizzarsi anch’esso. A parte l’alta moda, non è continuando a produrre scarpe, maglioni o parmigiano (presto imitati e contraffatti dai concorrenti esteri) che l’Italia migliorerà la sua bilancia commerciale.

A causa della burocrazia farraginosa, del costo del lavoro eccessivo e del peso del sindacato nazionale, l’Italia non è più appetibile nemmeno agli investitori stranieri e quelli che c’erano, uno dopo l’altro, stanno dismettendo i loro impianti per investire altrove. La stessa FIAT, un tempo vanto della nostra imprenditoria, divenuta ormai una multinazionale, attraverso il suo amministratore delegato Marchionne, non fa segreti di voler dismettere i suoi impianti improduttivi in Italia a vantaggio di quelli produttivi negli USA o in Brasile.

In economie mature come quelle europee, dove diventa sempre più complicato stimolare i consumi interni, anche con il battage di campagne pubblicitarie martellanti (cui però il consumatore si è ormai assuefatto) e mirate a creare consumi indotti di beni o servizi superflui o voluttuari, per crescere saranno sempre più indispensabili le esportazioni nei mercati di quei paesi in forte crescita come Brasile, Cina e India, dove milioni di persone, uscite da condizioni di povertà talora anche estrema, sono ansiose di possedere tutti quei beni cui gli europei sono ormai appagati e saturi.

D’altro canto, i nostri miopi governi italiani, anziché stimolare una riconversione del nostro sistema industriale, di grandi o PMI che sia, accompagnandolo con investimenti nella ricerca scientifica, in sinergia con i poli universitari di eccellenza verso produzioni di alta tecnologia nei settori strategici (aerospaziale, militare, navale, elettronico, informatico, farmaceutico, ospedaliero e quant’altro) hanno invece utilizzato il denaro pubblico a pioggia, negli Aiuti di Stato alle imprese, unicamente per stimolare la vanità del consumatore italiano e la sua richiesta di beni di consumo, drogando con ciò l’economia italiana e mortificando gli imprenditori più innovativi.

La fuga dei cervelli dalle università italiane (dominate dai baroni che controllano le esigue finanze destinate alla ricerchia) e dall’Italia in generale fa da contraltare alla scarsa valorizzazione che il settore produttivo fa delle risorse umane, anche attraverso corsi riqualificanti istituiti da e mirati alle esigenze dell’impresa stessa. Ma le imprese italiane oggi sono perfino meno indebitate delle famiglie e non investono in se stesse. E’ singolare, infatti, che il debito aggregato italiano sia per metà pubblico e l’altra metà per 2/3 delle famiglie e 1/3 delle imprese. Se queste ultime non sono tirchie o poco amanti del rischio, di certo sono influenzate dalle incertezze della crisi economica e dal clima di austerity e riduzione d’investimenti e spese che ne conseguono.

Da questo punto di vista, non è immuni da colpe nemmeno il sindacato, che pur di salvaguardare gli occupati, lascia marcire nella disoccupazione o nel precariato un potenziale umano di milioni di giovani, resistendo strenuamente a ogni riforma radicale del mercato del lavoro. Anche se bisogna dire che molti di questi giovani hanno un basso livello d’istruzione e dunque soffrono la concorrenza degli extracomunitari, oppure sono laureati in aree sature come quelle umanistiche invece che essersi specializzati in quelle tecniche sorte con la rivoluzione informatica (micro-elettronica, informatica, robotica, telecomunicazioni, tanto per citarne alcune). Sommando tutti questi fattori si capisce perché l’Italia non cresca.

Di questo sono responsabili tutti i recenti governi italiani, il sindacato e la Confindustria che assieme alla conflittualità politica, sono il motivo della recente poca affidabilità dell’Italia per i mercati. Gli analisti economici non credono più nei politici italiani, nella capacità dell’Italia di reagire alle sfide della globalizzazione, nell’ingegno, creatività e spirito di sacrificio degli italiani e ritengono che il debito pubblico non diminuirà soprattutto perché sarà il PIL a non crescere.

Non bastasse tutto ciò, ad aumentare la crisi di fiducia nell’Italia, complicando le prospettive sul futuro della sua economia, ha contribuito in ultima anche la guerra in Libia. Se, prima della guerra, l’Italia possedeva in pratica il monopolio sul pregiato petrolio libico, la stessa cosa non si potrà dire ora, grazie agli “amici” nordatlantici. USA, Regno Unito e Francia, uscite vincitrici dalla II Guerra Mondiale e membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU, non si sono poste limiti alla possibilità di armarsi. Chi ha la forza militare, com’è sempre successo nella storia, può acquisire forza economica impossessandosi delle ricchezze altrui e, com’è facile prevedere, queste nazioni presenteranno ai ribelli libici, massacratori del rais, prima il conto delle incursioni aeree e poi quello della ricostruzione.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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