Battisti libero tra companheiros e bandidos


BATTISTI LIBERO TRA COMPANHEIROS E BANDIDOS

BQuando ormai neppure più la Francia lo voleva, il Brasile dei “companheirosLula e Dilma Rousseff ha accolto il compagno Cesare Battisti come un fratello. Ora finalmente Cesare Battisti potrà sguazzare libero come un pesce nel suo habitat naturale, il Brasile, e vendere i diritti d’autore sulla sua vicenda personale perché ne facciano una telenovela firmata TV Globo. Presentando il suo biglietto da visita di assassino a sangue freddo e a tradimento di Andrea Campagna con cinque colpi di una Magnum 45 di cui tre alla testa, potrà perfino associarsi con onore al Comando Vermelho.

In un paese, il Brasile, che ha uno dei sistemi giudiziari più garantisti del mondo, dove il 90% dei crimini rimane impunito e dove non esiste neppure il reato di terrorismo, la Corte Suprema probabilmente dubitava delle garanzie del nostro sistema giudiziario. Forse quei giudici hanno creduto alle chiacchere degli avvocati che dipingevano Battisti come un perseguitato politico che correva seriamente il rischio di essere torturato nei nostri penitenziari (dove esiste tra l’altro il carcere duro). Come fidarsi, se perfino il potente Berlusconi (che può farsi le leggi ad personam, referendum permettendo) è perseguitato dai magistrati italiani?

Minori delinquenti
Minori delinquenti

In un paese, il Brasile, dove la casta gode di privilegi e immunità inimmaginabili, dove i ricchi si comprano la libertà anche dopo i delitti più efferati, le vicende giudiziarie del Cavaliere devono sembrare inconcepibili. Se è possibile colpire l’uomo più potente del paese cosa mai potrà capitare poi al povero e bistrattato Battisti? In Brasile, il sistema giudiziario è così garantista che un minore, anche se ha ammazzato a sangue freddo una trentina di persone, dopo tre anni di “rieducazione” in un carcere minorile, dove avrà avuto modo d’insegnare ai colleghi più inesperti le tecniche più crudeli di omicidio, potrà tornarsene in libertà a continuare la sua opera di sterminio.

Il fatto è che la casta per garantire se stessa dal carcere, in un paese che vuol darsi una parvenza di democrazia, ma che in realtà è un’oligarchia, non poteva che estendere molte delle garanzie all’intera popolazione, col risultato che il Brasile ha un tasso d’impunità del 90%. I ricchi sfuggono alla giustizia perché pagano cauzioni, avvocati e spesso anche i giudici, tornando presto a fare la vita di prima e i poveri (che sono la maggior parte) perché, se non sono colti in flagrante, non possono essere carcerati e in un paese così vasto hanno il tempo di cambiare stato e identità per rifarsi una nuova vita.

Il paradosso esilarante, se non fosse drammatico, è che tutte queste garanzie, compresa l’assenza della pena di morte, esistono solo sulla carta, giacché il povão, che poi sarebbe il nostro popolino, ci pensa lui a farsi giustizia e anche chi non ha il fegato per farlo, con poche centinaia di reais può assoldare un prezzolato matador fra i tanti che circolano liberamente e capillarmente in ogni angolo del paese per fare giustizia sommaria. Molti di questi sono poliziotti stessi che svolgono l’attività extra sia dentro sia fuori l’orario di lavoro (anche perché le richieste non mancano e sono pressanti) spesso organizzati in veri e propri gruppi di sterminio chiamati battaglioni della morte, banditi che uccidono altri banditi.

Dentro la favela
Dentro la favela

Il gigante latino americano non è solo un enorme parco vacanze, come pensano molti europei: fuori dai resort e dai villaggi turistici è un vero inferno, un paese violento, dove, nel 2004, moriva, vittima delle armi da fuoco una persona ogni quindici minuti. È una nazione la cui popolazione rappresenta il 3% di quella mondiale, ma le cui vittime, sempre per arma da fuoco, raggiunge la percentuale dell’8%. E questo senza che vi sia una guerra dichiarata. Una violenza che nasce da una disuguaglianza sociale clamorosa, dall’ignoranza e dal degrado in cui sono mantenuti milioni di brasiliani poveri nelle innumeri favelas (controllate da narcotrafficanti e giovani drogati) e al desiderio indotto in costoro di possedere a ogni costo i beni di consumo che i ricchi ostentano.

La stessa casta per garantirsi la sicurezza vive in lussuosi appartamenti in edifici controllati e difesi come banche o in ville che sembrano dei fortini con tanto di filo spinato, cerchia elettrica, videosorveglianza e vigilantes privati e chi non può permettersi l’elicottero, percorre le trafficate e pericolose rodoviarie brasiliane in auto blindate, dai vetri totalmente oscurati e possibilmente scortato da motociclisti armati. Tuttavia il senso d’insicurezza permane, anche perché a volte è proprio chi dovrebbe proteggerti a tradirti. Un bel vivere, non c’è che dire.

Inacio Lula Da Silva
Inacio Lula Da Silva

Lula, un onesto sindacalista che durante la dittatura militare di Castelo Branco è stato incarcerato per motivi politici, mentre altri oppositori si rifugiavano all’estero (anche in Italia) possibile che non abbia colto le differenze tra se stesso e Battisti e tra l’Italia degli anni di piombo e la dittatura in Brasile? Certo è che ha negato l’estradizione di un assassino ed equiparato la magistratura italiana dell’epoca a quella di un regime militare anziché di una democrazia, facendo del garantismo giudiziario brasiliano una vera barzelletta. L’esemplificazione massima della distorsione di un paese dove gli onesti che rispettano le leggi sono mortificati mentre banditi e corruttori con le giuste amicizie ottengono facilmente e rapidamente ciò che vogliono.

La mescolanza razziale così diffusa, prodotto di ogni possibile incrocio genetico, non tragga in inganno: in realtà il retaggio dello schiavismo ha lasciato una diffusa mentalità classista e razzista che attraversa tutti i ceti sociali. La legge è uguale per tutti, ma il costume del “non sa chi sono io” fa pensare a chiunque di poterla aggirare, se per qualche motivo si ritiene superiore agli altri e dunque al di fuori d’essa e non è infrequente incontrare anche tra i ceti più umili quelli che trattano con arroganza chi ha un reddito leggermente più basso o solo la pelle un po’ più scura della loro.

Con l’elezione a presidente, Lula è divenuto, di fatto, un vecchio trombone sbruffone e talmente osannato dal popolo bue che hanno prodotto il film commemorativo della sua vita prima ancora che fosse morto (neanche i Papi hanno questi onori) ambizioso al punto di autocandidarsi per la segreteria dell’ONU. Per cosa poi? Il tanto decantato piano fame zero? Un’aspirina data a un paese che avrebbe bisogno di una cura da cavallo. Il diritto all’autodifesa è cosi sentito in Brasile che il referendum da lui voluto per proibire il libero commercio e porto delle armi da fuoco ha fallito miseramente e, molto facilmente, analoga sorte avrà anche quello indetto da Dilma per gli stessi motivi il prossimo ottobre.

In definitiva, come i presidenti prima di lui, ha fatto solo gli interessi della casta politica ed economica del paese, raddoppiando gli stipendi dei parlamentari e a cascata di tutti i funzionari pubblici, mentre la gente comune deve barcamenarsi con un salario minimo che non arriva a 300 euro il mese. Ha fatto crescere l’economia brasiliana portando il PIL al 5%? É vero, ma in che tasche va a finire tutta questa nuova ricchezza prodotta dal paese se ancora, passeggiando per le vie di una qualsiasi cittadina del Brasile, si rischia di essere assaliti e ammazzati per un cellulare da quattro soldi? Se ancora milioni di brasiliani vivono nelle favelas? Che meriti ha, in un paese dove illegalità, corruzione, criminalità e ingiustizia sociale mantengono dei livelli inimmaginabili per noi europei?

Nonostante tutti i poteri datigli da due mandati in regime presidenziale, ha l’unico merito di aver saldato i debiti del Brasile con l’FMI, ma non ha minimamente scalfito i privilegi e il potere oligarchico della casta dominante, emanazione lontana dei nobili e cortigiani portoghesi del periodo imperiale, mentre i principali problemi (educazione e sanità pubblica, legalità, sicurezza, lavoro, inclusione sociale, urbanizzazione e deforestazione) sono rimasti tali, pur con le enormi risorse naturali che il Brasile possiede, tra cui il Presal, un enorme giacimento petrolifero recentemente scoperto nel sottosuolo marino al largo degli stati di Rio de Janeiro e Espírito Santo. Il caso Battisti gli è servito per proporsi come il protettore di tutti gli esquerdistas, rinsaldando così la base più dura del PT, insoddisfatta del suo governo e lasciando poi ad altri,  la Corte Suprema, l’incomodo della decisione finale sulla questione.

E questa, infine, ha tolto la maschera e si è fatta portavoce dell’arroganza nazionalistica della casta dominante brasiliana, che intendeva solo esercitare a prescindere tutto il suo potere in casa propria (sovranità nazionale l’hanno chiamata) e dare all’Italia uno schiaffo dimostrativo gratuito e premeditato, non tenendo in nessun conto tra l’altro i trenta milioni di brasiliani discendenti d’italiani. Costoro, che meriterebbero di essere rappresentati più degnamente in Brasile per il contributo che hanno dato alla sua crescita imprenditoriale, sindacale, economica e morale, non saranno certo rimasti insensibili a un intero paese che attraverso il suo parlamento, all’unanimità da destra e sinistra con il suo presidente Napolitano in testa, chiedeva che giustizia fosse fatta. Così non è stato, ma non c’è da stupirsi in un paese dove spesso anche la giustizia si compra e l’impunità è al 90%, nonostante il lavoro assiduo dell’ottima polizia federale, una delle poche istituzioni sostanzialmente esenti dalla piaga della corruzione.

In conclusione, non è certo mia intenzione delegittimare l’intero Brasile ma sicuramente quella parte che ha delegittimato l’Italia intera. In quanto a Battisti non s’illuda, in Brasile la bella vita e le belle donne durano finché hai soldi, ma essere ricchi comporta dei rischi quotidiani. Se è stato un terrorista che intendeva punire chi si è difeso uccidendo dei banditi comuni, la nemesi ha fatto giustizia, relegandolo a finire i suoi giorni in un paese dove chiunque ha il diritto di autodifesa senza limiti in casa sua, dove la criminalità comune è fuori controllo e nessuno reagisce disarmato a un assalto, perché per un bandito la tua vita non vale niente. Che cosa farà allora? Punirà anche in Brasile coloro, e sono tanti, che uccidono per autodifesa e si lascerà derubare inerme mentre le figlie sono stuprate o reagirà sparando anche lui ai banditi per difendere i suoi beni e i suoi cari?

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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