Il successo della Lega


Leghisti a Pontida
Leghisti a Pontida

IL SUCCESSO DELLA LEGA

In un sudato lavoro sulle ragioni del consistente risultato elettorale della Lega nelle elezioni regionali del 2010 il consigliere provinciale di Lodi per il PD, Signorini Andrea, suffragato da copiose tabelle, statistiche e innumeri citazioni partoriva le seguenti straordinarie e imprevedibili conclusioni: «Se dovessimo dire cosa è la Lega Nord e perché “vince”, potremmo sintetizzarlo nei tre aspetti che caratterizzano il “sentimento” leghista:

1) appartenenza territoriale;
2) intolleranza nei confronti delle alterità;
3) elevata ostilità nei confronti del cosiddetto “Stato centralista”».

Che la Lega fosse un partito regionale e interclassista, estraneo alle logiche destra-sinistra, che non tutela unicamente – come Signorini afferma – «gli interessi della piccola impresa e dell’artigianato, contro lo Stato assistenzialista» ma anche quelli degli operai iscritti alla CGIL che la votano e che dunque in realtà si propone come un movimento a tutela degli interessi economici, culturali e sociali dell’intera popolazione dell’Italia settentrionale, erano cose ormai risapute. La spoliazione del nord colpisce tutti i padani, le piccole e medie imprese costrette a un’evasione di sussistenza per sopravvivere e ancor più gli operai, sul cui salario il prelievo fiscale è integrale.

Proteste dei produttori di latte padani
Proteste dei produttori di latte padani

Riguardo tale tutela, secondo Signorini, essa si estenderebbe al punto da far pagare all’intero paese «anche gli allevatori furbi che si sono rifiutati di pagare le quote latte». In realtà, l’ex-Ministro delle politiche agricole Luca Zaia, ultimo di una lunga serie di ministri che si sono occupati dell’annosa questione, nel 2009 si è limitato a dare vita a una nuova legge in materia di quote latte per cercare di arrivare alla conclusione di una vicenda che si stava trascinando da anni, istituendo contemporaneamente una nuova commissione d’indagine atta a verificare la veridicità dei dati di produzione dichiarati dall’Itala alla Comunità europea in tutte le campagne di produzione precedenti e quindi l’esistenza o meno delle multe per lo splafonamento delle quote. Ci sono forti sospetti, infatti, motivati da indagini e intercettazioni dei carabinieri del Nac (Comando politiche agricole e alimentari) che esista un mercato parallelo di latte probabilmente in polvere e di origine straniera spacciato per italiano prodotto da mucche ovviamente inesistenti (mucche fantasma) con la finalità d’intercettare il fiume di miliardi che dall’UE arriva in Italia per sostenere l’agricoltura. Una truffa organizzata in altolocati ambienti amministrativi statali che non sono di certo le fattorie padane e a danno degli ignari allevatori di vacche da latte vere.

A parte il dualismo statalismoliberismo, già molto presente nella dialettica politica italiana, esistono altri quattro fondamentali dualismi che la Lega ha il merito di aver focalizzato:

–         centralismofederalismo;
–         questione nord-sud;
–         società civile-criminalità organizzata;
–         mondo occidentale-islam.

Coinvolta marginalmente dalle indagini di Mani Pulite nello scandalo Tangentopoli (200 milioni di vecchie lire in un sistema che, oggi si scopre, era universale visto che anche nella Stalingrado lombarda che era Sesto San Giovanni, le lire fluivano a miliardi nelle casse del vecchio PCI) invece che scomparire come il pentapartito (DC, PSI, PRI, PLI, PSDI) al contrario ha aumentato di colpo i suoi consensi, premiata dagli elettori che hanno ben compreso la sua sostanziale differenza con quei partiti. Tuttavia il volenteroso Signorini, rasentando il ridicolo, pur di dimostrare che la Lega non è del tutto pulita, per fare numero, vista l’estrema scarsità di episodi giudiziari ai danni della Lega nonostante l’accanimento della magistratura, non si lesina di citare il caso del sindaco che non aveva pagato l’ICI (sic!).

Tutelare gli interessi economici del nord, giacché è la Padania nel suo insieme a mantenere il resto dell’Italia, tanto che le principali regioni padane hanno un reddito che le colloca ai primi posti in Europa, non significa affamare il resto dell’Italia ma quantomeno verificare, che le risorse che essa mette a disposizione per il Sistema Italia, come un fondo perduto condizionato all’effettivo utilizzo previsto e alla restituzione in caso contrario, non siano disviate nelle tasche di “Roma ladrona” o delle mafie che, alimentate dalla cultura mafiosa, controllano vasti territori dell’Italia meridionale e mantengono le popolazioni del sud in condizioni di sottosviluppo.

La Padania ha tutto l’interesse che queste risorse siano ben usate e facciano progredire il meridione fino a raggiungere una condizione di autosufficienza, a somiglianza del Veneto che da regione povera e rurale dagli anni ’60 si è trasformato nel miracolo economico della piccola e media impresa. Il nord non è egoista e da tempo fa la sua parte, quello che non si accetta è che risorse pubbliche, frutto di lavoro e fatica, siano reiteratamente sperperate e che l’assistenzialismo e il parassitismo siano spacciati per solidarietà.

È per tali ragioni che la Lega individua nel federalismo liberista (che non esclude la permanenza dei servizi sociali statali primari accanto a quelli privati) l’unico antidoto alle tentazioni secessionistiche del nord e un possibile stimolo all’orgoglio del popolo sudista che finalmente libero di autogovernarsi in base al principio di responsabilità dopo secoli di asservimento potrà scuotersi dal suo torpore e conseguire condizioni di autosufficienza economica. Tuttavia il Signorini, più fatalista che un meridionale, non considera neppure l’eventualità remota che questo possa accadere. Con i tenori di vita del sud espressi in termini reali che come lui stesso dice, sono più bassi rispetto alla media nazionale, il centro-sud è condannato a un ruolo marginale di dipendenza economica dal nord. I mali del sud appaiono permanenti e molto debilitanti. Le potenzialità del meridione invece sarebbero notevoli, soprattutto turistiche, ma anche industriali. Con l’avvento dell’era digitale che lo avvicina all’Europa, consentendo di lavorare a distanza per le maggiori imprese mondiali, potrebbe divenire la California d’Europa.

Invece Signorini fa questione di notare che i meridionali a volte sono ancora chiamati “terroni” dai leghisti, con l’obiettivo di dimostrare l’ostilità dei padani verso i meridionali. Non dice però se i meridionali residenti a nord e che votano Lega siano pure loro antimeridionali. Dice solo che votano Lega per motivi di “pancia” e non “di cuore”, … ma come, pure loro? Il compitino di Signorini, infatti, non è quello di proporre soluzioni alternative alle questioni poste dalla Lega, bensì quello di dimostrare che le proposte della Lega sono motivate solo dalla “pancia”. «Il progressivo impoverimento delle regioni padane dal 2000 al 2006 –egli dice- non può che aumentare il desiderio di liberarsi dell’incomodo “peso” del Sud Italia, con conseguente aumento di consenso relativo per la Lega Nord». «Le ragioni economiche si mostrano, ancora una volta, più importanti di quelle eventualmente culturali, mostrando sempre più il volto di un elettorato leghista che vota più con lo “stomaco” che col “cuore”».

Tuttavia, si scopre che la pancia l’hanno tutti gli italiani e che la vorrebbero avere sempre ben piena e, infatti, riferendosi a quella dei liguri, valdostani, friulani e giuliani egli dice: «Una parte di quello che è stato elettorato leghista ha smesso di votare Lega per paura delle “ragioni finanziarie” della Padania poiché si tratta di realtà economiche deboli (Liguria) o che si avvantaggiano dell’attuale status privilegiato (Val d’Aosta e Friuli–Venezia Giulia)». Commentando poi il lavoro del sociologo Luca Ricolfi, “Il sacco del Nord”, egli aggiunge: «Dall’analisi di Ricolfi salta fuori che il federalismo sarebbe utile solo a sei regioni (Toscana, Veneto, Lombardia, Emilia–Romagna, Piemonte, Marche) mentre tutte le altre avrebbero da perderci». «In altre parole non devono tremare solo i meridionali ma pure gli umbri, i trentini e gli atesini, i friulani, i liguri e i valdostani». Come si può vedere il buon Signorini ha a cuore le pance di tutti gli italiani!

In ecologia, esistono varie relazioni tra due organismi di specie differente e le più comuni sono le seguenti:

–         Il mutualismo, in cui entrambi gli organismi traggono un beneficio reciproco.
–    Il commensalismo, in cui un organismo trae benefici dall’altro che non ne è danneggiato né aiutato.
–         Il neutralismo, in cui nessuno degli individui riceve beneficio né pregiudizio.
–         La competizione, in cui l’attitudine di uno è ridotta dalla presenza dell’altro.
–      L’amensalismo, in cui un organismo impedisce e diminuisce il successo dell’altro senza trarne vantaggio o svantaggio.
–     Il parassitismo, in cui un organismo trae vantaggio a spese dell’altro che ne è danneggiato.

Fatta questa dotta esposizione, è però interessante osservare come a tutte queste relazioni ecologiche corrispondano analoghe convivenze tra individui o gruppi umani, cui però ne va aggiunta una del tutto particolare e tipica della specie umana, il solidarismo, in cui un individuo (o gruppo) spontaneamente sostenta un altro come fosse parte di lui, pur essendone a volte pregiudicato. Pur considerando il trasferimento fiscale nord-sud una forma di solidarismo statale (come un prestito a fondo perduto) ci si chiede tuttavia quale sia il limite temporale (e percentuale) oltre il quale questo tipo di trasferimento statale si trasformi in parassitismo. Secondo il Signorini, che considera i mali del sud permanenti e fortemente invalidanti, non esisterebbe limite fintanto che sussista il vincolo di solidarietà. Per i padani, invece, pur non essendo calvinisti né ebrei, questo limite c’è ed è stato largamente superato, poiché il vincolo di solidarietà vien meno nel momento in cui si ritengano tali mali curabili e non così invalidanti da impedire ai meridionali di sollevarsi ed essere produttivi e autosufficienti, dipendendo solo dalla loro volontà di farlo. Pertanto al meridione, se non si “rimbocca le maniche” rimane solo la scelta se essere considerato, metaforicamente parlando, un invalido totale o un fannullone e in quest’ultimo caso sarebbe oltretutto immorale continuare a sostenerlo.

L'Incontro di Teano
L’Incontro di Teano

Se, come dice Signorini, le ragioni del consenso della Lega e della configurazione della Padania come entità politica sono meramente economiche e non culturali o linguistiche, che dire allora dell’Italia intera, quando la sua riunificazione fu progettata a tavolino dai Savoia? Fu tutto puro patriottismo o non fu un’operazione realizzata in pochi anni a tutto vantaggio dell’interesse economico del Piemonte e delle mire espansioniste della casa Savoia? La lingua comune a tutti gli italiani era forse quella usata da una ristretta élite di letterati? Qualche decennio dopo, con la colonizzazione europea dell’Africa, in un continente in cui esistevano più di cento idiomi diversi, si assisterà alla creazione di colonie i cui confini sono tracciati col righello sulla cartina geografica, dividendo talora gruppi etnici in colonie diverse o forzando etnie rivali a convivere dentro gli stessi confini. Questa pesante eredità all’indomani della decolonizzazione è stata la ragione delle interminabili guerre tribali che ancora insanguinano l’Africa. Quasi allo stesso modo “gli italiani”, una mescolanza di etnie, lingue e culture, a tavolino sono stati costretti a convivere assieme, seppur all’interno di quei confini naturali che tuttavia per il Metternich delimitavano solo un’“espressione geografica”, e alla caduta della monarchia, i padri costituzionali, invece che correggere questa forzatura cambiando l’assetto dello Stato Italiano in senso federale, hanno perpetuato quest’eredità monarchica che è lo stato unitario.

Estensione territoriale della Padania
Estensione territoriale della Padania

Per la Lega, il “Progetto Padania”, che ha ovviamente anche motivazioni economiche, rappresenta il prototipo per un’Italia federale più giusta e consona alla natura delle popolazioni italiane. È perciò che non v’è contraddizione tra la Padania (intesa come federazione di territori, alcuni dei quali con spiccate identità etniche come Valle d’Aosta, Alto Adige o Friuli–Venezia Giulia) e il Veneto, che per voce del suo Governatore L. Zaia rivendica a sua volta la propria identità etnica culturale e linguistica affermando «il Veneto come la Catalogna». Pertanto, la Padania stessa, come l’Italia, non è certo omogenea dal punto di vista etnico-linguistico, nessuno vuole e può negarlo. Tuttavia esistono ragioni di altra natura che la distinguono dal resto dell’Italia:

Geografiche e climatiche-metereologiche. Il suo territorio, con eccezione della Toscana, coincide in pratica col bacino idrografico delimitato a nord dallo spartiacque delle Alpi, a est da quello dell’Appennino Ligure e a sud da quello degli Appennini settentrionale e umbro-marchigiano.

Storiche. Con l’eccezione della Toscana, la Padania coincide esattamente con l’area di espansione dei Galli cisalpini, Marche incluse, occupate dai Galli Senoni, da cui il toponimo Senigallia e, inoltre, assieme alle regioni centrali, la Padania rappresenta anche l’area che storicamente ha sempre goduto di maggior indipendenza e autonomia, diversamente dal meridione che al contrario, ha subito diverse dominazioni straniere.

Culturali. Il confine sud della Padania delimita l’area dov’è comune il sentimento civico e la percezione dello Stato come un’entità appartenente a tutti. A sud invece lo Stato è percepito per lo più come qualcosa di estraneo e la solidarietà è esercitata nello sfruttarlo o peggio truffarlo, anche come conseguenza delle dominazioni straniere. Inoltre, nella Padania il concetto di lavoro è abbinato a quello di produttività mentre a sud è inteso come mero salario, prevalendo le logiche assistenzialistiche e parassitarie ed è perciò che la Padania rappresenta sostanzialmente l’insieme delle regioni virtuose mentre il resto d’Italia quello delle regioni sprecone. Nel meridione, le contribuzioni a fondo perduto sono oggetto di contestazione a causa dell’uso distorto che spesso si fa del denaro pubblico, quando siano carenti o inefficaci le condizioni poste per l’erogazione o le successive verifiche. Le imprese mirano molto spesso alla massimizzazione dei finanziamenti pubblici piuttosto che al successo del progetto. Si comprende così il fallimento di molte imprese che sono nate in seguito all’erogazione di agevolazioni finanziarie pubbliche.

Sociali. La Padania è l’area dove ancora la società civile prevale sulla criminalità organizzata, mentre più a sud la società civile d’interi territori è ostaggio dell’illegalità e della brutalità delle organizzazioni mafiose. Quando Signorini (stigmatizzando un’affermazione del ministro Brunetta, che aveva individuato nella conurbazione Napoli-Caserta un “cancro sociale e culturale”) afferma che «il cancro italiano non è in una regione italiana ma nella criminalità organizzata», sa bene di essere in malafede. Là, come in altre parti della Calabria, della Sicilia e della Puglia, le varie mafie non sarebbero così forti e potenti se non si alimentassero di quell’humus malefico che è la cultura mafiosa, che permea la popolazione stessa, tanto che in quei luoghi si può dire che ogni persona è un “portatore sano” di mafiosità. Ciò spiega anche il fatto che le mafie riescano meglio a infiltrarsi in altri territori come il Nord d’Italia, gli Stati Uniti, il Canada o altrove, quando possano contare sull’appoggio di una colonia d’immigrati conterranei.

Etniche. La tendenza della Lega ad aumentare i propri consensi da sud a nord è probabilmente correlata anche a una diminuzione della latinità delle popolazioni che progressivamente si approssimano, nella genetica e nei comportamenti, a quelle nord-europee. In questo quadro trova esplicazione anche l’avversione dei padani per la “colonia romana” che s’impadronisce dei ruoli pubblici, dal prefetto fino all’umile postino. Il fatto poi che la Lega abbia più consensi nelle zone rurali rispetto a quelle metropolitane riflette la maggiore omogeneità etnica di quelle rispetto a queste ultime. Ammesso pure che ciò riveli una certa diffidenza degli abitanti del contado nei confronti dei metropolitani, basterebbe citare a riprova la favola esopica “Il topo di città e il topo di campagna” e non paragonare i leghisti veneti o brianzoli ai nazisti, ai Khmer rossi cambogiani e ai talebani come fa il Signorini in maniera assolutamente offensiva, pretestuosa e ridicola affermando che: «E’ nota la presenza di un diffuso atteggiamento etno-nazionalista all’interno del movimento leghista che vede con sospetto, se non aperta ostilità gli abitanti dei centri urbani, atteggiamento invero pericolosissimo perché (anche se con toni diversi) comune sia al nazionalsocialismo sia ad altri movimenti genocidari, ad esempio i Khmer rossi». «L’atteggiamento di sospetto/ostilità nei confronti della città è comune, inoltre, ai talebani afghani».

Migranti a Lampedusa
Migranti a Lampedusa

Il secondo punto della sintesi finale di Signorini, ossia che la Lega sarebbe «intollerante nei confronti delle alterità» è poi assolutamente discutibile, anche perché essa fonda il suo consenso su una buona fetta del voto cattolico, affermare poi addirittura in una nota a calce che vi sarebbe una «singolare coincidenza tra leghismo e fondamentalismo islamista» è ancor più ridicolo e inaccettabile. Piuttosto, con l’esplodere del fenomeno migratorio la Lega ha dovuto assumere una posizione a riguardo e pur essendo un partito regionale, ha agito nell’interesse di tutti gli italiani sostenendo l’idea che l’immigrazione non dovesse essere un fenomeno incontrollato ma regolato da norme che ne limitassero i flussi alle capacità di assorbimento del tessuto socio-economico italiano, in modo che l’immigrante fosse accolto in modo dignitoso, proficuo e non discriminatorio nei confronti degli autoctoni, contrastando nello stesso tempo la clandestinità, spesso fonte d’illegalità e d’insicurezza sociale per questi ultimi.

Immigrati in rivolta a Rosarno - Calabria
Immigrati in rivolta a Rosarno – Calabria

Al contrario di certa sinistra, anche cattolica, ha fortemente contrastato l’ideale utopico che tutti i derelitti del mondo potessero essere accolti e sostentati e ha agito piuttosto come chi dopo un naufragio accoglie nella scialuppa i naufraghi che questa può sopportare senza affondare a sua volta. Un’accoglienza indiscriminata può diventare una bomba sociale innescata, capace di esplodere improvvisamente com’è successo a Rosarno in Calabria, a causa della situazione di disagio, sfruttamento e disperazione in cui vivevano gli emigrati clandestini o a Casal di Principe in Campania, dove sei africani sono stati barbaramente massacrati per aver sfidato la camorra; ma è soprattutto nelle aree metropolitane, dove con il tempo si creano i ghetti d’immigrati di seconda o terza generazione, che la situazione può diventare ingovernabile, come dimostrano le rivolte periodiche che esplodono nei quartieri degradati di Parigi o Londra quando la polizia cerca di ripristinare la legalità.

Un altro aspetto della questione che la Lega sostiene, al pari delle organizzazioni umanitarie mondiali ma che certa sinistra cerca di ridicolizzare, è quello di voler aiutare le popolazioni in difficoltà a casa loro, nella convinzione che raramente l’emigrazione sia una scelta ma di solito una necessità. Sebbene sia più facile accogliere gli immigranti, la Lega ritiene più giusto concentrare gli sforzi in questa direzione, riducendo quei fenomeni deleteri come povertà, sottosviluppo, guerre e persecuzioni che spingono gli uomini a emigrare, perché tutti dovrebbero poter vivere in pace e dignità a casa loro e non essere costretti ad abbandonare famigliari, amici, usi, costumi, consuetudini e doversi per necessità confrontare con realtà estranee e a volte ostili. Questo deve valere a maggior ragione per le popolazioni dell’Africa, dove gli europei hanno la possibilità di rimediare ai danni causati dalla colonizzazione e in precedenza citati.

Ai sostenitori del mondialismo può sembrare affascinante osservare questo incontro-scontro di civiltà e immaginare nel futuro un pianeta costituito da un’unica popolazione risultato dell’integrazione tra tutti i popoli della Terra, ma la verità è che non esiste un emigrato di prima generazione che non sogni di tornare nella sua terra natale e, spesso, si assiste anche al rientro di emigranti di seconda e terza generazione. Se la biologia insegna che la sopravvivenza delle specie viventi sta nella ricchezza delle diversità, perché negare alla specie umana le differenze razziali, etniche e culturali e dissolverle mescolandole nell’unico grande popolo della Terra? È su queste differenze che agirà la selezione naturale facendo emergere di volta in volta la civiltà che meglio si adatterà alla situazione contingente. Uno sguardo a ritroso nella storia dell’umanità non fa che dimostrare questo principio con l’avvicendarsi di nuove civiltà e lo scomparire di altre vecchie e inadeguate ai tempi.

Qui sta la questione fondamentale, quale sarà la civiltà che prevarrà nel prossimo futuro? La Lega, diversamente da quanto si possa pensare, non generalizza sugli emigranti, ma discrimina, tanto a livello d’individui, accogliendo chi rispetta le nostre leggi ed espellendo chi le infrange, quanto a livello di comunità, accettando quelle che hanno la nostra scala di valori o similare e ostacolando quelle che se ne discostano sensibilmente. Le comunità degli extracomunitari cattolici del Sudamerica, della Polonia, delle Filippine, della Cina e dell’Africa, quelle dei cristiano-ortodossi dell’Europa centro-orientale, quelle asiatiche di buddisti, induisti e seguaci di Confucio sono tutte ben diverse da quelle islamiche per il semplice motivo che le loro civiltà al pari della nostra hanno da tempo separato la sfera religiosa da quella politica.

Musulmani in preghiera
Musulmani in preghiera

Fintanto che i musulmani non accetteranno il laicismo, i margini di dialogo tra politica e Islam rimarranno piuttosto ristretti. Sebbene anche all’interno dei paesi islamici ci siano delle differenze tra mussulmani più moderati e occidentalizzati come turchi, marocchini e tunisini e quelli via via più rigidamente legati ai dettati del Corano fino ai regimi teocratici come quello iraniano, tuttavia, inutile farsi illusioni, un vero musulmano nel suo intimo non accetterà mai del tutto i nostri valori condivisi. Per quanto esternamente possa sembrare occidentalizzato, il suo obiettivo inconfessabile sarà sempre quello di islamizzare l’occidente e non il contrario perché questo gli impone il Corano. Altrimenti come si spiegherebbero il fondamentalismo dei giovani islamici inglesi di terza generazione che hanno realizzato attentati terroristi a Londra e la fine misera che stanno facendo gli ideali democratici all’indomani della Primavera araba?

Per sommi capi i valori condivisi degli europei discendono dalla civiltà greco-romana (democrazia e diritto), dalla tradizione giudaico-cristiana (i dieci comandamenti, il rispetto per la vita e l’amore per il prossimo), dalla rivoluzione francese (libertà, fraternità e uguaglianza) e dalle lotte sociali (diritti dei lavoratori e delle donne). Gli europei hanno dovuto passare per i secoli bui del medioevo, farsi guerre interminabili, colonizzare altri paesi per capire i propri errori e giungere a quella sintesi di valori che ora sta scritta nelle costituzioni dei rispettivi Stati. Siamo sicuri che i paesi islamici abbiano fatto un uguale percorso o non siano ancora attardati nel corso della Storia? È lecito affermare che nessuno è meglio dell’altro, anche se c’è sempre da apprendere da chiunque? La Lega dice no e ritiene che la civiltà occidentale, pur con tutti i suoi difetti, sia più avanzata di quell’islamica attuale, della quale non condivide svariati aspetti.

A dimostrazione della pertinenza delle preoccupazioni leghiste circa la pericolosità dell’islamismo importato, che a volte è addirittura più fondamentalista che nei paesi d’origine, si riporta qui a stralci la stessa nota in calce citata in precedenza nel lavoro del Signorini, in cui si pretendeva di equiparare il leghismo all’islamismo e da cui invece si può dedurre che la realtà è ben diversa:

«L’islamismo esibisce una palese avversione nei confronti di tutti coloro che non appartengono alla “umma” (la comunità dei fedeli musulmani). In Italia i musulmani sono passati da 600.000 nel 2000 a 1.000.000 nel 2006 (il 33% del totale degli immigranti presenti in Italia): la sfida è mantenere questi credenti all’interno di una dimensione del vissuto religioso come fonte e valore di senso e non come chiusura agli altri o, peggio, sistema da imporre. Vari segnali purtroppo in senso contrario: ad esempio l’Imam Mohamed Kohaila che incita a uccidere gli atei (inchiesta di Annozero del 29 marzo 2007). Le posizioni degli islamisti sono peraltro le migliori alleate della Lega Nord che può facilmente usarle nella sua polemica contro tutti gli immigrati. Anche nell’ambito del costume si dovrebbe porre un confine tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è: ad esempio accettare l’hijàb (che copre i capelli) ma non il niqab (che lascia scoperti solo gli occhi) o il famigerato burqa in quanto negano la dignità della donna. Posizioni come quelle assunte (per eccessivo buonismo) in una circolare del Dipartimento della Polizia del dicembre 2004, che legittima (sovvertendo una legge del 1975 sul riconoscimento del volto) persino l’utilizzo del burqa, in quanto «segno esteriore di una tipica fede religiosa» e una «pratica devozionale», dovrebbero essere ritirate: vietare il niqab e il burqa non minaccia alcuna libertà religiosa mentre consentirlo, significa porre le catene alle donne che lo indossano (costrette con la forza o condizionate). Forse la sinistra (affetta da buonismo) dovrebbe ragionare sull’inchiesta di Carlo Formigli (“un velo tra noi”, andata in onda su SKY TG 24 il 31/01/2007) che mostra Imam di diverse moschee italiane che si esprimono a favore di niqab, poligamia e dei governi di sinistra, auspicandosi l’introduzione della shari’a in Italia quando i musulmani saranno maggioranza. In ogni caso poco incoraggianti sono anche le notizie che giungono dai paesi dove l’immigrazione islamica è presente da più tempo e con maggiore consistenza:

a) secondo un sondaggio del 2005 in Germania il 56% dei giovani immigrati turchi non vuole adattarsi ai costumi occidentali e il 30% è disponibile a ricorrere alla violenza contro i non musulmani se può servire alla comunità islamica.
b) secondo un sondaggio del 2007 in Regno Unito il 28% dei musulmani vorrebbe vivere sotto la shari’a, il 46% è favorevole alla poligamia, il 53% vuole che le donne indossino il velo; il 31% domanda la pena di morte per gli apostati della religione islamica;
c) a Stoccolma fra i giovani musulmani è di moda una t–shirt che reca la scritta “2030 – poi prendiamo il controllo” mentre a Malmö, prima città europea occidentale a maggioranza islamica, le comunità ebraiche sono costrette a spendere un quarto del budget in misure di sicurezza.

Un sondaggio condotto nel 2001 tra i musulmani in Italia indicava nel 58,4% la percentuale di coloro che, a vario titolo, sono favorevoli all’introduzione della poligamia (solo il 24,5% si dichiarava contrario e il 17,1% non sapeva rispondere). In un secondo sondaggio condotto nell’anno 2000 in Italia, il 6,3% degli immigrati musulmani considera religiosamente importante l’infibulazione delle bambine (Allievi, 2003, p. 247), tradizione che addirittura non trova alcun riferimento nel Corano! Tra le recenti manifestazioni d’islamismo la dichiarazione di Gheddafi secondo cui l’Europa deve convertirsi all’Islam e il primo passo sarà l’entrata della Turchia nell’Unione Europea (presa di posizione che favorirà indirettamente proprio la Lega Nord, nonostante le responsabilità del Carroccio stesso nella politica di avvicinamento alla Libia). Non dimentichiamo che Gheddafi è ritenuto il mandante dell’attentato di Lockerbie nel 1988 che costò la vita a 260 persone (Bonante, 2001, p. 177).  Forse la sinistra italiana dovrebbe ragionare anche sul fatto (lo ribadiamo) che il “buonismo” verso gli islamisti è un modo per favorire la Lega Nord, Forza Nuova e altri movimenti razzisti. È quanto è accaduto in Olanda con il partito d’estrema PVV e oggi anche in Svezia. Il caso olandese, poi, rappresenta un autentico punto di riferimento su ciò che si deve e non si deve fare per evitare la deriva islamista. “Nella patria della libertà e della tolleranza, l’islam delle moschee ha edificato la sua più solida roccaforte d’Europa … La gran parte sono affidati a imam stranieri, guide religiose che non conoscono la lingua olandese, sanno poco o nulla della realtà dei musulmani di seconda o terza generazione, diffondono tramite i loro sermoni un’ideologia ostile alla civiltà occidentale. Il risultato è che hanno eretto e fortificato barriere nel contesto di un multiculturalismo che, dopo mezzo secolo di laissez faire e d’indifferenza, scopre oggi di aver cresciuto un nemico in casa che predica l’odio e ricorre alla violenza. Così, all’indomani dell’atroce sgozzamento di Theo van Gogh al centro di Amsterdam per mano di un terrorista islamico, la mite Olanda si è trovata costretta a contrattaccare, invocando a viva voce la «olandesizzazione» delle moschee e corsi di formazione degli imam con il placet dello Stato. L’obiettivo dichiarato è di isolare i fanatici e integrare la maggioranza dei musulmani nel pieno rispetto delle leggi e nella condivisione dei valori comuni. Ed è in questo cruciale passaggio storico che si registra l’affermazione, tra gli stessi musulmani, d’intellettuali e religiosi fautori di un «islam olandese» laico, liberale e democratico. E’ sufficiente avventurarsi nel quartiere di Nieuwland, Nuova terra, a Schiedam, alle porte di Rotterdam, per rendersi conto del baratro che separa i due mondi. E’ in realtà un ghetto turco che ci riporta indietro nei tempi. Lì ci sono più donne velate e imbacuccate di quante se ne possano vedere a Istanbul o Ankara. Pochissimi gli olandesi. Un ragazzo attende fuori dal supermercato in compagnia di un dobermann. Una signora anziana cammina tra palazzine popolari, i cui negozi recano solo insegne turche, affiancata da tre dobermann. Immagini emblematiche di una fortezza assediata. Di uno spazio sociale a compartimenti stagni che non ha mai conosciuto l’integrazione tra gli autoctoni e gli alloctoni, come vengono definiti i non olandesi anche se in possesso della cittadinanza. Tanto è vero che il 75 per cento dei turchi e dei marocchini, che costituiscono circa i due terzi del milione di musulmani d’Olanda, si sposano esclusivamente con propri compaesani. Attenzione, compaesani, non connazionali generici. Significa che il giovane turco o marocchino in età di matrimonio torna al villaggio d’origine, nell’Anatolia o sull’Atlante, e lì si sceglie la moglie. Poi insieme fanno rientro in Olanda, perpetuando una realtà di sostanziale segregazione etnica, confessionale, linguistica e culturale … la discriminazione avviene sin dalla tenera età, sui banchi di scuola. La maggioranza dei turchi e dei marocchini frequenta le cosiddette «scuole nere», boicottate dagli autoctoni olandesi che preferiscono concentrarsi nelle «scuole bianche». In aggiunta una parte dei musulmani frequenta le scuole islamiche parificate finanziate dallo Stato. Sono un centinaio, dalle elementari al liceo, dove oltre all’ordinamento scolastico olandese si studiano la religione  islamica e la lingua araba. Le ragazze e le insegnanti hanno l’obbligo di indossare il velo e alle ragazze s’insegna che l’islam proibisce di stringere la mano ai maschi … La demonizzazione dei non musulmani è presente nelle prediche di un altro noto imam, il siriano Ahmed Salam della moschea di Tilburg: «Per quanto concerne coloro che non credono ai versi di Allah e che li indicano come bugie e quindi non credono in Allah e non si comportano in maniera confacente, sono coloro che non conosceranno felicità». Recentemente Abdel Salam ha rifiutato di salutare il ministro dell’Immigrazione Rita Verdonk perché «l’islam vieta di stringere la mano a una donna». La sessuofobia è il tratto saliente degli integralisti islamici nel Paese che ha fatto della libertà sessuale un vessillo. E ciò che maggiormente spaventa sono indubbiamente gli omosessuali, definiti «peggio dei maiali» da Khalil el Moumni, imam della moschea an-Nasr di Rotterdam. Haci Karacaer, responsabile del movimento islamico turco Milli Gorus, dalle cui fila è uscito anche il premier Erdogan, è assai critico: «Gli imam devono sviluppare un nuovo linguaggio. Anche quelli che non predicano la violenza predicano in un modo simile a quello di secoli fa. Se in una moschea qui durante la preghiera del venerdì si parla male degli infedeli, degli ebrei, dei cristiani e degli omosessuali, il musulmano quando esce a distanza di pochi metri vedrà infedeli, ebrei, cristiani e omosessuali. Ciascuno di loro potrebbe essere il tuo vicino di casa, il tuo capo, il tuo collega. Questi imam ogni giorno fanno impazzire i musulmani». Ricevendomi nella sua modesta abitazione alla periferia di Amsterdam dice: «Ci sono molti giovani, soprattutto giovani di lingua araba, che praticano un islam senza radici. L’islam di questi ragazzi è un “islam spazzatura”, che viene da Internet e dalla televisione satellitare. La causa di tutto ciò è la discriminazione, la sfiducia nella società e nel governo, ma anche la sfiducia nelle moschee. E’ un cocktail esplosivo. Questi ragazzi sono nati qui, eppure non c’è nulla che li faccia sentire olandesi. Si considerano marocchini». Yassin Hartog, un olandese convertito all’islam, è il coordinatore di «Islam e cittadinanza», un’organizzazione che funge da tramite tra le comunità musulmane e lo Stato. Spiega così la crisi d’identità dei musulmani: «Il giovane marocchino in patria era fiero del padre quando tornava dall’Olanda con un’automobile, ma, quando il giovane arriva in Olanda e scopre che il padre fa i lavori più umili rifiutati dagli autoctoni, gli crolla il mito del padre. Allora si mette a studiare e si laurea per emanciparsi, per diventare un vero olandese. Ma alla fine si ritrova comunque discriminato perché gli autoctoni lo rifiutano, magari facendogli notare che ha dei calzini non adatti alle scarpe che indossa». Alla fine per questi giovani di seconda o terza generazione la moschea appare come un rifugio e un riferimento certo sul piano identitario … Nella maggioranza delle moschee si prega e si fa il sermone in arabo classico … Le autorità olandesi e le organizzazioni islamiche riformiste chiedono che il sermone si faccia in olandese. E’ dal settembre 2002 che l’allora ministro dell’Integrazione, Hilbrand Nawijn, propone l’istituzione di corsi d’integrazione per imam, «al fine di istruirli sullo stato di diritto olandese, la divisione tra Stato e Chiesa, la formazione della popolazione olandese, la storia dei gruppi di migranti in Olanda, l’emancipazione, il rapporto tra uomo e donna, l’omosessualità e la salute in Olanda». Ed è ancora in corso il dibattito: a chi affidare questi corsi? Quali i contenuti degli studi? Chi li deve finanziare? Alla stazione di Schiedam Nieuwland, in attesa del treno per Rotterdam, un omone sfida i due gradi sotto zero esibendosi con una camicia e una giacca a vento aperta. Passeggia su e giù lungo la banchina. All’improvviso intona a voce alta dei versetti del Corano, indifferente agli sguardi attoniti degli olandesi. E’ come se l’estroverso predicatore islamico volesse marcare il territorio, seminare il verbo di Allah in terra infedele. Gli olandesi presenti, dopo averlo osservato a lungo, riprendono a parlare tra loro. Sono consapevoli che non possono più nascondersi dietro al sipario dell’indifferenza. Anche se probabilmente non sanno ancora bene cosa fare”. (Il Corriere della Sera, 22 dicembre 2004, “Le barriere di Rotterdam”).

Un pessimo segnale di un Islam italiano che sta diventando islamista è riferito al Congresso di dicembre 2004 dei Giovani Musulmani d’Italia. Su quel congresso Yassine Belkassem ha detto: “È incredibile che nel nostro paese si possa partecipare a una riunione dove vige la divisione dei sessi, nemmeno in Marocco ho mai visto una cosa del genere. Da un lato erano seduti i maschi e dall’altro le femmine. Per non parlare dell’apologia del velo cui abbiamo assistito. Una ragazza è intervenuta ribadendo la sua scelta di non indossarlo, ma è stata fischiata e additata come una poco di buono, tanto che lo stesso neo presidente Osama Al-Saghir è dovuto intervenire auspicando che il prossimo anno la ragazza ritorni, ma velata. Addirittura Al -Saghir ha affermato che il velo è un obbligo religioso”. Il velo non più come scelta ma come obbligo! Ma non c’è problema (come ha mostrato un servizio del TG3 del 17/09/2010, edizione delle 19.00): ci sarà sempre un volenteroso giornalista – di sinistra – pronto a difendere persino il niqab come espressione di libertà religiosa contro il “pregiudizio” degli italiani, senza manco porsi il problema se il velo integrale sia un retaggio medioevale di sottomissione della donna che nulla dovrebbe avere a che fare con l’Islam. Occorre ribadirlo: dietro al niqab e il burqa non c’è mai una donna libera (o è una donna sottomessa o è una donna condizionata) perché è una pratica che nega la persona. La persona, infatti, si esprime attraverso i gesti del viso: sorriso, pianto, ecc. Se verrà accettata la pratica di niqab e burqa, entro breve qualcuno chiederà di essere libero di seguire tradizioni più brutali per la donna come l’infibulazione (usanza popolare in varie culture d’Africa).».

Come dicevamo e come si può dedurre da questo inserto, l’islamismo importato, che a volte è addirittura più fondamentalista e incline al terrorismo che nei paesi d’origine, è molto pericoloso perché mette in dubbio molte delle sofferte conquiste europee circa i diritti basilari delle persone e considera i costumi occidentali corrotti e depravati. Gli stessi mussulmani moderati si trovano in difficoltà nello contrastare il fondamentalismo islamico. A causa delle sue manifestazioni estreme e piuttosto condivise nelle comunità mussulmane (come non ricordare i casi di cronaca delle ragazze mussulmane che volevano integrarsi e vivere all’occidentale e per questo sgozzate dai famigliari maschi) la Lega ha sempre cercato democraticamente di limitare la diffusione dell’Islam in Italia, piuttosto che cercare una difficile e al momento alquanto improbabile integrazione.

Pertanto, se uno squilibrato o un esaltato accecato dall’odio verso l’Islam, in contrasto con gli stessi valori occidentali, imbraccia un fucile e uccide persone innocenti, non ha senso accusare la Lega d’istigazione alla violenza razziale solo perché ostacola democraticamente la diffusione dell’Islam in Italia; quest’accusa appare come una strumentalizzazione politica vergognosa e odiosa fatta sulla pelle di quegli sfortunati ragazzi norvegesi massacrati sull’isola di Utoja. Quando si afferma che Borghezio rappresenta l’elemento di punta di un neofascismo che la Lega Nord avrebbe incamerato al suo interno, si dimentica che il Consiglio Federale leghista l’ha richiamato e sospeso per tre mesi da ogni attività politica fatta in nome della Lega a seguito alle sue dichiarazioni su Breivik, dandogli un chiaro segnale di quali sono i limiti oltre i quali la Lega come partito non può trascendere, pena l’espulsione definitiva.

Alla fine del suo lavoro sulle ragioni del consenso alla Lega, Signorini dice: «la Lega nata fuori dal mondo televisivo è oggi un movimento che si avvantaggia del potere dei media più ancora che della presenza nel territorio» e poi «alla Lega basta che siano i mass media a irrorare il territorio delle paure di cui la Lega si nutre, che essi fertilizzino la coscienza della gente con il pregiudizio». Sarebbe curioso saper cosa ne pensano di queste affermazioni Michele Santoro e i vari conduttori dei programmi politici opinionisti di sinistra, accusati di favorire la crescita dei consensi per la Lega. Personalmente ritengo che i mass media, pur enfatizzando di regola gli argomenti e i fatti che a loro interessano, riportino sostanzialmente la realtà delle cose.

A mio parere, invece, più che neofascista la Lega è espressione diun voto cattolico moderato attaccato alle sue tradizioni senz’essere bacchettone e tra i motivi che l’hanno aiutata a crescere nei consensi, più che l’effetto mediatico bisognerebbe collocare la sufficienza e il pregiudizio con cui l’intellighenzia di sinistra, superba e auto compiacente, convinta di detenere il primato culturale, ha tentato di ridicolizzare la Lega ai suoi esordi e poi di demonizzarla quando i suoi consensi aumentavano, soprattutto tra la gente più semplice, umiliata e offesa per le proprie idee, di cui Bossi ne è divenuto l’atteso e giusto interprete.

L'attacco terrorista alle torri gemelle
L’attacco terrorista alle torri gemelle

La sinistra antiberlusconiana ha pagato anche il fatto di aver assunto delle posizioni unicamente di bandiera, “buoniste” e affatto convincenti nei confronti dell’islamismo. D’altra parte, l’antiamericanismo delle sinistre estreme (eredità ancor viva del periodo della guerra fredda) simpatizzando con il fondamentalismo islamico e terrorista di Bin Laden (che secondo loro a ragione lottava contro l’imperialismo degli Stati Uniti) ha perfino farneticato che centri di potere statunitensi non ben identificati, avessero pianificato l’attacco dell’undici settembre alle torri gemelle e al Pentagono.

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Autore: Giuseppe Isidoro

Libero Pensiero Veneto

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