Quale dovrebbe essere il senso dell’IMU ?


QUALE DOVREBBE ESSERE IL SENSO DELL’IMU ?

L’IMU è una tassa sui fabbricati a uso abitativo e produttivo che ha senso se pagata al cento % ai comuni.
Qualsiasi fabbricato in uso ha bisogno di una strada comunale per accedervi, di marciapiedi e parcheggi molto spesso gratuiti, ha bisogno di vie pavimentate o asfaltate, vigilate e illuminate di notte per distinguere il cammino e scoraggiare i malintenzionati e, in caso d’incendio, di soccorso da parte del corpo comunale dei Vigili del fuoco volontari.
Ha bisogno inoltre di allacciamenti alle reti di scolo delle acque nere (fogne) e delle acque bianche, ossia delle acque, principalmente piovane, che se non ben drenate potrebbero invadere gli scantinati e i piani terra di questi fabbricati, anche in condizioni di precipitazioni normali, pregiudicandone l’uso e procurando danni economici.
In sostanza ha bisogno e non solo, di quelle che sono chiamate le opere di urbanizzazione primaria, che una volta realizzate, richiedono tuttavia una costante manutenzione.
Un fabbricato che esiga tutto questo dal Comune, è giusto che contribuisca alle entrate comunali in proporzione al suo volume e alla quantità e qualità di questi servizi che esso riceve e non in funzione del suo valore catastale, anche se questo dipende, oltre che dall’età e altri parametri dell’immobile, dalle sue dimensioni e localizzazione, centrale o periferica, nella presunzione che le aree centrali siano meglio conservate e accudite dai comuni rispetto a quelle periferiche.
A rigore potrebbe essere esente da tale contribuzione quel fabbricato che si trovi in un’area isolata, raggiungibile percorrendo qualche chilometro di una strada comunale sterrata priva di drenaggio idrico, illuminazione e di qualsivoglia indicazione stradale o comunque di proprietà privata e che sia dotato di generatore d’energia autonomo, fossa biologica, sistema antincendio e vigilanza privata. In altri termini che sia totalmente autosufficiente rispetto ai servizi predisposti dai comuni.
Spesso edifici isolati in aree non urbanizzate sono abusivi e il risultato dell’invasione di aree private o demaniali, ma in questo caso essi dovrebbero essere senza indugio demoliti.
Il buon senso vorrebbe che le prime case e i fabbricati a uso produttivo pagassero le percentuali minime sul valore catastale dell’immobile, mentre le seconde case quelle maggiori, anche se a parità di servizi ricevuti.
Ovviamente, tenendo conto dello spirito dell’imposta che (a parte situazioni contingenti di crisi economica come l’attuale) non dovrebbe essere una patrimoniale ma un contributo al comune per dei servizi ricevuti, non avrebbe senso far pagare percentuali crescenti alle seconde, terze, quarte case e così via.
Pertanto, nell’attuale situazione di crisi economica, pesantemente vissuta dalle famiglie e dalle imprese, sarebbe giusto che l’IMU sulla prima casa e le imprese fosse lasciata a discrezione dei comuni, con la facoltà di abolirla del tutto o escluderla nei casi conclamati di difficoltà di singole famiglie o imprese, mentre si potrebbe trasformare in patrimoniale l’IMU sulle seconde, terze, quarte case sfitte e così via, applicano percentuali progressivamente crescenti ma escludendo dalla progressione quelle affittate, con l’ulteriore effetto così di stimolare e calmierare il mercato degli affitti immobiliari.
Invece cosa fa il governo Monti? Riduce i trasferimenti ai comuni ben oltre il ricavato dell’IMU sulla prima casa, obbligandoli ad applicarla comunque (spesso con le percentuali più elevate) pur di non ridurre i servizi ai cittadini e include tra le seconde case gli immobili adibiti all’attività produttiva, colpendo così e ulteriormente deprimendo la piccola e media impresa.
Comunque una cosa buona sembra portarla avanti, far pagare l’IMU sulle case invendute anche ai costruttori edili, come se fossero le loro seconde e terze abitazioni.
Se patrimoniale deve essere, perché non farla pagare, per i loro cospicui patrimoni immobiliari, a questi palazzinari, spesso in odore di mafia, che riciclano i loro proventi illeciti nel settore edilizio e comunque, infiltrandosi nelle amministrazioni locali, cementificano e deturpano il territorio per arricchirsi ?
Se non altro, per pagare meno tasse, saranno così finalmente costretti a vendere i loro immobili a prezzi morigerati o ad affittarli per compensarne i costi “di magazzino”.
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Grillo e Bossi: populisti o demagoghi ?


GRILLO E BOSSI: POPULISTI O DEMAGOGHI ? 

I partiti che sostengono il governo Monti, come Pinocchio, muoiono dalla voglia di dare una ciabattata, per spiaccicarlo, a quell’insetto incomodo che è diventato per loro il “Grillo parlante”, specialmente dopo che ha difeso pubblicamente la Lega, ritenendola oggetto di un evidente e orchestrato processo mediatico.
Il paladino dell’antipolitica è accusato da costoro di populismo e demagogia, due concetti che meritano un’accurata analisi semantica, non essendo per niente equivalenti.
Un politico populista è chi interpreta le istanze del popolo nel cui interesse agisce, ritenendolo portatore, di per sé, di valori etici e sociali degni di essere rappresentati.
Un demagogo è chi fomenta la piazza e puntando sull’emotività, i pregiudizi e la credulità delle masse popolari, mira a conseguire potere e vantaggi personali o di parte.
Nel primo caso il popolo è attore del suo destino e il politico ne è solo il portavoce, nel secondo, il popolo è uno strumento manovrato dal demagogo, di cui subisce il fascino e l’oratoria.
E’ chiaro che Grillo e il Bossi prima della malattia (cui l’esponente del movimento 5 Stelle è recentemente paragonato) pur dotati a loro modo di fascino e oratoria, sono dei populisti che non mirano al potere e all’arricchimento personale, ma entrambi sono spinti da ambizione e successo, quantomeno nel portare avanti con spirito di servizio quelle che ritengono genuine aspirazioni popolari, l’uno, al cambiamento della classe politica, l’altro, dello Stato.
E’ probabilmente anche questa comunanza, consapevole o inconscia, che di là delle differenti idee su molte questioni, ha spinto Grillo a difendere la Lega Nord.
Differente è il caso di Berlusconi, che pur interpretando da un lato le legittime richieste degli imprenditori e in generale dell’elettorato di centro-destra, d’altro canto ha perseguito anche obiettivi personali, facendo uso delle sue capacità ipnotiche e di quelle dei suoi media televisivi.
E’ pertanto sbagliato e fuori luogo liquidare Grillo come qualunquista. Il qualunquismo, infatti, voleva eliminare i partiti, ritenuti inutili e nocivi, proponendo una forma di Stato con funzioni puramente amministrative.
Grillo, invece, partendo dal presupposto che il politico non dovrebbe essere una professione e che dunque i suoi mandati dovrebbero limitarsi al massimo a due, vuole eliminare l’attuale classe politica ritenendola corrotta, opportunista, inadeguata, immutabile e datata e sostituirla con una nuova, onesta, disinteressata, pro tempore, animata da spirito di servizio e che dia spazio ai giovani di ambo i sessi.
Non è un caso che egli attacchi, suscitandone l’odio e subendone l’ostracismo, quegli esponenti dell’attuale classe politica che da decenni occupano le istituzioni statali e le dirigenze dei partiti (D’Alema, Bersani, Napolitano, Fini, Casini, Rutelli …) avendo fatto della politica il loro mestiere e non attacchi più Berlusconi che ormai considera politicamente defunto, oltre a non essere mai stato un politico di professione.
Non è neppure suo interesse e sua intenzione fare concorrenza a una Lega in grave difficoltà per gli scandali orditi o veri che la colpiscono, poiché lotta al suo fianco per abbattere il governo Monti.
Infatti, facendo ricorso ad argomentazioni più di carattere nazionale che locale, anche nell’attuale campagna elettorale regionale il suo obiettivo reale è erodere al nord la base elettorale del PD e portarne gli scontenti dalla parte del vero antagonismo, ritenendo Vendola e Di Pietro, giacché possibili alleati futuri di Bersani, antagonisti più di facciata che di fatto.
Pertanto, in previsione di possibili future alleanze tra i partiti di opposizione a Monti, è interessante analizzare le affinità e le differenze tra il movimento leghista e quello delle 5 Stelle, anche per rispondere alla reazione della folta turma di politici di professione (anche del PDL) che si sta organizzando per riciclarsi nella “casa dei moderati” e rioccupare in modo duraturo il centro della politica italiana, in virtù della nuova legge elettorale che si profila, fatta apposta per porre fine al bipolarismo, grazie a dei giochetti di prestigio per cui un politico scompare da un partito per riapparire di colpo sotto un nuovo simbolo e garantirsi il futuro nel solco del più classico gattopardismo.
Entrambi i movimenti, come abbiamo visto, nascono dal basso, ossia dal popolo non essendo per niente espressione delle attuali classi dirigenti, del potere costituito o dell’alta finanza di cui sono fieri oppositori ed entrambi sono nati grazie a dei leader carismatici e populisti.
Tuttavia, mentre la Lega è dichiaratamente un movimento regionale e autonomista, interclassista e trasversale che aspira alla libertà dal centralismo romano della cosiddetta Padania in cui si trovano le principali roccaforti dei suoi sostenitori, il movimento 5 Stelle pretende incontrare consensi sparsi su tutto il territorio nazionale, facendo dell’antipolitica, o meglio dell’opposizione all’attuale classe politica dominante, il suo cavallo di battaglia.
I militanti di entrambi i movimenti sono sensibili ai temi della legalità, della lotta agli sprechi, alla corruzione politica e alle mafie, identificando la fonte di tutti i mali, la Lega, nel centralismo romano e, il M5 Stelle, nella “casta”che sostanzialmente coincidono tra loro.
Tra i partiti d’opposizione, a differenza dell’IDV, che è guardato con noncuranza dalla diade Monti-Napolitano e i loro accoliti, i movimenti Lega Nord e 5 Stelle sono entrambi temuti e sottoposti a un bombardamento mediatico ben orchestrato nel tentativo di screditarli, che contro Grillo non esita a scomodare lo stesso Presidente, dimentico del suo ruolo super partes.
La Lega difende gli interessi dei padani a prescindere dal loro orientamento ideologico, ma soprattutto le classi media e popolare (poiché quelle ricche sanno ben difendersi da sole) e quindi pensionati, lavoratori dipendenti e autonomi e piccoli e medi imprenditori, sostanzialmente il tessuto connettivo economico della Padania, che da decenni è utilizzato come principale fonte di prelievo fiscale dal centralismo romano e ora è decimato dalla pesante crisi economica attuale.
Anche il M5 Stelle, sebbene ideologicamente più da sinistra, sta reclamando contro la pressione fiscale romana imposta da Monti ed è più sensibile alle realtà locali e dei singoli territori (vedi l’appoggio ai No-Tav) che agli interessi centralistici, mostrando una certa propensione all’autonomismo.
Entrambi, pur con sfumature diverse al loro interno, riguardo al mercato del lavoro ritengono puramente cavillosa e marginale la questione dell’art. 18, su cui governo e Cgil/FIOM hanno invece voluto misurarsi, protraendo un estenuante e simbolico braccio di ferro.
I militanti del M5 Stelle appaiono più acculturati e avvezzi al Web di quelli leghisti (in genere ritenuti poco istruiti e per questo discriminati con gli epiteti di “rozzi e ignoranti”) e molti appartengono al mondo dei giovani precari, spesso laureati e a loro volta discriminati rispetto ai loro colleghi più anziani e garantiti. Tuttavia, la diffidenza verso i radical chic di sinistra con il loro linguaggio lontano dalla gente comune è ben rappresentata da Grillo nelle sue parodie di Vendola mentre si esprime in un politichese incomprensibile e artificioso.
La Lega, nata come movimento di rivolta dei padani contro l’oppressione fiscale del centralismo romano, con l’esplodere del fenomeno migratorio, nel tempo ha dovuto assumere una posizione a riguardo e pur essendo un partito regionale, al contrario di certa sinistra anche cattolica, infatuata dall’ideale utopico del mondialismo, ha agito nell’interesse di tutti gli italiani sostenendo l’idea che l’immigrazione non debba essere un fenomeno incontrollato e clandestino, fonte d’illegalità e d’insicurezza sociale, ma regolato da norme che ne limitino i flussi alle capacità di assorbimento del tessuto socio-economico italiano, così che l’immigrante sia accolto in modo dignitoso, proficuo e non discriminatorio nei confronti degli autoctoni.
Ciò nonostante, a causa dell’intemperanza di qualche isolato esponente leghista, le si è attribuito sommariamente e strumentalmente l’attributo di partito xenofobo e razzista, difficile da sfatare anche di fronte all’evidenza che le due città italiane dove l’integrazione degli immigrati ha avuto più successo sono Verona e Treviso, rette guarda caso da amministrazioni leghiste.
Sul tema dell’immigrazione, anche il M5 Stelle sembra perplesso nei confronti dei processi di globalizzazione incontrollati, a tutti livelli, economico, sociale e culturale, rifiutando il concetto di crescita economica ad ogni costo, magari a discapito della qualità ambientale e del benessere psicofisico delle persone.
Il mondialismo, ossia l’idea, tanto affascinate quanto utopica della sinistra, che tutti i popoli della Terra possano integrarsi pacificamente non è condivisa da Grillo che ritiene lo jus soli “senza se e senza ma” foriero di seri problemi sociali.
La Lega inoltre tiene sotto costante osservazione il fenomeno dell’integralismo islamico, cercando di limitarlo in tutti i modi nell’interesse degli stessi islamici moderati, sia per le pesanti limitazioni dei diritti umani che esso comporta specialmente nei confronti delle donne, sia per i legami che spesso ha con il terrorismo islamico.
In definitiva, se esistono partiti populisti come la Lega e il M5 Stelle è solo perché esistono oligarchie elitarie e privilegiate che detengono il potere unicamente nel loro interesse di parte, per quanto cerchino di dimostrare, attraverso i loro politici e tecnici fantocci, che lo fanno nell’interesse generale.
Infatti, la recente precisazione di Monti rivolta ai leghisti in cui dichiara di avere una visione generale e non padana è sconfessata dai fatti che mostrano come i suoi interventi economici siano squilibrati e iniqui poiché a danno della Padania e a favore del centralismo romano e della casta.
Questi interventi hanno dato il via alla decimazione della PMI padana, destrutturando così il tessuto connettivo economico del nord e lasciando ai comuni (bontà sua) la responsabilità di dargli il colpo di grazia finale con l’IMO 2 e questo mentre la scure che avrebbe dovuto abbattersi sui dipendenti statali e la spesa pubblica rimane del tutto inoperosa, alla faccia dell’equità nel rigore vantata e promessa.
Finché si trattava di colpire i pensionati e le prime case egli non ha avuto esitazioni, ma con le banche, i ministeri, i magistrati e la politica, di colpo il suo braccio è divenuto stranamente molle e la mente inopinatamente confusa e l’impressione che dà è di affondare lentamente pure lui nella palude romana, assieme ai favori che gli italiani esprimono nei sondaggi per lui.
La sua azione politica è iniziata male, mostrandosi egli freddo e insensibile con i deboli e sta finendo peggio, mostrandosi pavido e inefficace con i forti, cui del resto si è già venduto da tempo.


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I soldi pubblici ai partiti? No, grazie


I SOLDI PUBBLICI AI PARTITI ? NO, GRAZIE

Con un referendum svolto nel 1993, gli italiani hanno abrogato il finanziamento pubblico ai partiti.
In seguito, nello stesso dicembre del 1993, i partiti hanno introdotto i rimborsi elettorali e hanno pensato che sarebbe stato più comodo corrisponderli in trance, un tantum per elettore, anziché a piè di lista e dopo le elezioni, sulla base delle spese per la campagna elettorale effettivamente sostenute e documentate.
Ovviamente per “comodità dei partiti”, in modo palesemente e volutamente equivoco la legge non prevedeva cosa si sarebbe potuto o dovuto fare dell’eventuale avanzo sui rimborsi elettorali quando questi fossero stati pagati effettivamente.
Ora la Corte dei Conti indaga la Lega, che per la prima volta entrò al governo dopo le politiche del 1994 alleandosi nel nord con Forza Italia. Ma all’epoca dov’erano gli organi di controllo quando passava questa legge imbroglio e poi quando in varie occasioni, l’importo del rimborso fu aumentato fino a portarlo al 1000% circa?
Secondo logica e per rispetto degli italiani che hanno votato contro il finanziamento pubblico dei partiti, quest’avanzo si dovrebbe restituirlo allo Stato. Nessun partito l’ha mai fatto e il suo uso è divenuto perciò un dilemma (piacevole) per i partiti.
Che cosa farne? Non toccarlo, in attesa di chiarimenti e lasciare che la svalutazione nel tempo lo corroda o più opportunamente investirlo in beni rifugio (oro, diamanti, ecc.) titoli e immobili come ha fatto la Lega, mentre i furbetti del “cerchio magico” se ne servivano per le proprie spese ordinarie, essendo poi sorpresi con le mani nella marmellata, oppure, come ha fatto il PD, spenderlo tutto e oltre, indebitandosi in feste, concerti di piazza, congressi, ristoranti e alberghi e rendendolo, di fatto, una forma surrettizia di finanziamento pubblico contro il volere degli italiani?
Questo era il dilemma per i partiti, ma gli italiani, almeno secondo i sondaggi, hanno già in mano la soluzione per loro… chiudergli il rubinetto pubblico. Ma pensate che ai partiti cialtroni di Roma conti il parere degli italiani???
La Lega, se non altro, ha fatto il mea culpa e spero non ne voglia più sapere dei finanziamenti pubblici, neanche col sistema del 5 per mille, che servirebbe solo a schedare chi sostiene chi, anche per cifre insignificanti e i 17 milioni di euro che ha in cassa, che siano devoluti in beneficenza.
E’ più che sufficiente l’autofinanziamento per crescere, sostenersi e farsi eleggere, anche per chi non ha dei Paperoni che apertamente pagano, tipo Berlusconi e Di Benedetti, che a volte possono essere perfino controproducenti (l’ha dimostrato il movimento di B. Grillo e prima ancora la stessa Lega agli inizi).
La Lega deve tornare un movimento che lotta contro il centralismo romano dalle sue roccaforti in Padania, dove può espandersi e conquistare comuni, province e regioni, stando ben lontana dalle paludi dei governi romani, dove la sua azione si perde nel pantano con cui poi s’infangata ed è infangata.
Basta con le manifestazioni folcloriche e teatrali della Lega, basta con le sparate plateali e inutili che non hanno seguito, basta prestare il fianco ai processi mediatici orditi per distruggerci, d’ora in poi bisogna essere puri e inattaccabili.
Bisogna essere concreti e fare male e chi da Roma viene a nord, deve stare in soggezione alla vista delle bandiere leghiste sventolare in ogni dove.
I nostri amministratori in Padania devono attuare una guerriglia sistematica contro il potere centralistico romano senza esporre i singoli militanti, e i nostri rappresentanti a Roma non devono far parte di governi ma fare a essi un’opposizione dura e un ostruzionismo determinato e cattivo nell’interesse dei padani.
Questo è l’unico modo per ottenere dal potere romano dei cambiamenti sostanziali e non dei semplici contentini e questo è l’unico modo per fare crescere i consensi nelle nostre terre, perché un giorno si possa pretendere e vincere un referendum per la nostra libertà e autonomia.
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Il progetto “Pulizia” di Monti


IL PROGETTO “PULIZIA” DI MONTI

Per reprimere il fenomeno dell’evasione fiscale che riguarda la piccola e media impresa, gli autonomi e i professionisti, inizialmente il governo Monti ha usato come deterrente il controllo poliziesco mirato con effetto mediatico, pur conscio che questo sistema oltre che discutibile non avrebbe garantito la possibilità di controllare tutti.
Tuttavia le misure strutturali che ha introdotto contro l’evasione fiscale (i controlli incrociati, il limite di mille euro per l’uso di contanti, eccetera) al fine di garantire la tracciabilità delle transazioni economiche, sono molto più efficaci ed estesi dei controlli mirati e a sorpresa.
Di conseguenza, sebbene queste misure siano in sé parzialmente condivisibili, tuttavia, una volta a regime con l’attuale livello di pressione fiscale, esse porteranno in breve alla morte della piccola e media impresa e dei piccoli studi professionali i cui capitali, proprietà immobiliari e fondi rurali saranno ingoiati da banche o grandi imprese.
E’ questo solo un effetto collaterale oppure fa parte di una strategia dei tecnocrati a servizio del grande capitalismo che ritengono la PMI italiana e in generale tutto ciò che piccolo, libero, autonomo e diverso un’anomalia e un intoppo per i loro intenti?
Nel recente passato, il sistema bancario italiano era costituito da una rete di piccole banche, casse economiche e casse rurali autonome, capillarmente diffuse e radicate nel territorio nazionale.
Di tutte queste realtà oggi non esiste che una minima parte. Nel giro di pochi anni i piccoli istituti bancari sono stati ingoiati da quelli di medie dimensioni che a loro volta si sono fusi tra loro creando un oligopolio di grandi istituti che dominano e si dividono l’intero mercato italiano.
E’ stato evidentemente un primo passo nel progetto del grande capitalismo e il fatto che oggi Monti e i tecnocrati europei non indaghino fiscalmente, non tassino, proteggano e prestino i soldi dei fondi di garanzia europei a quest’oligopolio di grandi banche la dice lunga da che lato stiano.
E’ quindi probabile che il sacrificio della PMI sull’altare del grande capitalismo sia un’operazione di pulizia intrapresa da Monti, coerente con un progetto complessivo volto, da un lato, a snellire lo Stato privatizzando tutto il possibile e dall’altro, nel settore privato, favorendo la creazione di grandi imprese nell’industria, nella distribuzione e nei servizi.
Nell’economia del futuro le piccole entità individuali e indipendenti ora così tipiche della realtà italiana e della natura dell’italiano medio, occuperanno uno spazio di nicchia, tutto il resto sarà nelle mani di holding finanziarie, proprietarie di banche, colossi industriali, grande distribuzione, catene alberghiere, commerciali e di ristorazione, grossi studi professionali e così via.
L’un per cento della popolazione, fatto di capitalisti e grandi manager, ne controllerà il restante 99%, fatto da masse di salariati condannati per lo più a rimanere dipendenti e che in quanto tali non potranno fuggire al fisco essendo tassati alla fonte.
Per certi versi una situazione non dissimile da quella dei regimi comunisti di Stato, dove l’elite dei grandi burocrati di partito controlla l’intera popolazione, ridotta a una massa di dipendenti statali privati della loro libertà.
D’altra parte gli estremismi curiosamente sempre si assomigliano.
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Il contadino inprovvido


IL CONTADINO INPROVVIDO

Premessa
Il rapporto debito/PIL, che nel 1990 era al 97%, ha toccato la punta massima nel 1995 (124% circa) per poi ridiscendere lentamente fino al 100% circa nel 2007 e risalire nuovamente al 120% circa nel 2010 mantenendosi tale fino ad oggi.
Nel 1990 la spesa pubblica è stata di 373 miliardi di euro, la pressione fiscale al 38% e il debito pubblico era di 663 miliardi di euro.
Nel 2012 la spesa pubblica prevista sarà di oltre 800 miliardi di euro, la pressione fiscale al 45% e il debito pubblico di 1930 miliardi di euro.
In sostanza, dal 1990 il debito pubblico è cresciuto di 1276 miliardi di euro ma il PIL, pur crescendo, non è cresciuto proporzionalmente a esso, altrimenti il rapporto Debito/PIL sarebbe rimasto invariato, mentre ora è al 120% circa.
Che cosa ha fatto aumentare il rapporto debito/PIL? E’ stata una crescita insufficiente del PIL a fronte di una ben maggiore crescita del debito pubblico.
Che cosa ha fatto aumentare il debito pubblico? E’ stata l’eccessiva spesa pubblica che di anno in anno, pur con alti e bassi, è mediamente aumentata e che i vari governi hanno cercato invano di compensare con un aumento progressivo della pressione fiscale cui inevitabilmente corrisponde un aumento dell’evasione fiscale e quindi minori entrate fiscali rispetto a quelle previste.
In questi 22 anni, quasi mai i bilanci annui (ENTRATE-SPESA) hanno raggiunto il pareggio, rimanendo per lo più negativi e di conseguenza il debito pubblico è aumentato invece che diminuire.
Se i bilanci erano negativi come riusciva lo stato a continuare a spendere? Ci riusciva facendosi prestare soldi dai risparmiatori e promettendo di restituirli con gli interessi.
In questi 22 anni per cosa spendeva lo stato italiano? Ha speso per gli interessi sui titoli e per alimentare assistenzialismo, parassitismo, partiti, municipalizzate, corruzione e mafie, perché se avesse investito oculatamente sul sistema Italia, oggi ne vedremmo i frutti e gli effetti sul PIL.
Non serve processare una montagna di dati statistici per intendere che la crescita dell’evasione è in funzione dell’aumento della pressione fiscale e non della furberia degli italiani.
Il governo Monti, per reprimere il fenomeno, sta intanto usando come deterrente il controllo poliziesco mirato con effetto mediatico, ma questo sistema oltre che discutibile non garantisce la possibilità di controllare tutti.
Tuttavia le misure strutturali che ha introdotto contro l’evasione fiscale (i controlli incrociati, il limite di mille euro per l’uso di contanti, eccetera) al fine di garantire la tracciabilità delle transazioni economiche, saranno molto più efficaci ed estese dei controlli mirati.
Di conseguenza, sebbene queste misure siano in sé parzialmente condivisibili, tuttavia, una volta a regime con l’attuale livello di pressione fiscale, esse porteranno in breve alla morte della piccola e media impresa con tutte le conseguenze che ne deriveranno sull’occupazione.
Fiaba
C’era una volta un disinvolto contadino (LO STATO ITALIANO) che non si curava di far crescere la bella e florida vacca da latte che possedeva (LA PADANIA, la parte produttiva del bel paese) mentre la spremeva ogni anno sempre di più.
Il foraggio era sempre poco per la povera vacca, che cresceva poco e anzi negli ultimi tempi iniziò a deperire e, per sopravvivere, non potette produrre più latte di quanto già non facesse, ma lui, per dare tutto il latte che aveva promesso ai suoi famigliari e amici papponi (ROMA LADRONA), ogni anno non esitò a farsi prestare la differenza di latte dai vicini, indebitandosi con loro e giunse il momento che, per non fallire, avrebbe dovuto macellare la vacca.
C’era un vaccaro (BOSSI) che in tutti quegli anni aveva difeso la povera vacca contro i papponi ma, nel tempo, sempre meno, finché un giorno il contadino lo accusò perfino di aver rubato di nascosto anche lui un pochino di quel latte per la sua famiglia, ma non certo come quei gran papponi dei suoi amici che lo derubavano continuamente in gran quantità oltre a vivere a sue spese.
Egli per la vergogna si licenziò lasciando la casa del contadino, ma per fortuna altri vaccari suoi amici (MARONI, ZAIA, COTA, CASTELLI, ….) si presero cura della povera vacca per salvarla da una triste fine e pensavano ormai che non ci fosse altra scelta che separarla dall’esigente e insensibile padrone, senza curarsi più di chi, da destra e sinistra, li invitava a partecipare ai festini (a base di latte) che il prodigo e sprecone contadino offriva.
Naturalmente i vecchi e nuovi amici del contadino (DP, PDL, UDC, FEL IDV, ….) che anche loro avevano pappato del latte di nascosto (e il contadino lo sapeva, ma non se ne curava) non smisero di frequentarne la casa per continuare a pappare il latte che egli si faceva prestare per loro, insieme con quello che, nonostante tutto, ancora gli dava la vacca seppur con grande fatica.
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I rimborsi elettorali e la Lega


I RIMBORSI ELETTORALI  E LA LEGA

Il problema è che dopo il referendum che ha abolito il finanziamento pubblico dei partiti, questi ultimi hanno introdotto i rimborsi elettorali, soldi che in teoria dovrebbero essere interamente usati per le spese elettorali, ma nessun partito lo fa e quello che avanza (e non dovrebbe) dopo il pagamento di tali spese, viene ovviamente gestito in maniera non trasparente dai tesorieri di tutti i partiti.
La soluzione è ridurre di tre quarti questi rimborsi e così non avanzeranno più molti soldi.
Otterremmo così una riduzione della spesa pubblica (cosa assolutamente necessaria) e una riconferma dello spirito del referendum.
Se poi i partiti hanno bisogno di altri soldi in più da gestire a loro piacimento, li chiedano ai loro iscritti e simpatizzanti, che siano dei Paperoni o no.
Se invece si vuole reintrodurre il finanziamento pubblico dei partiti, a dispetto del referendum, per garantire più pluralismo e pari opportunità (par condicio) che ne sia comunque ridotta largamente l’entità e regolata per legge la trasparenza attraverso bilanci certificati da istituti terzi di riconosciuta affidabilità, affinché i contribuenti sappiano che fine fanno i loro soldi.
Nessun partito, sindacato, giornale o TV che riceva soldi pubblici è immune da questa problematica sulla trasparenza del loro uso e ognuno ha le sue zone d’ombra.
Tuttavia le inchieste a orologeria da parte dei giudici d’assalto, schierati col governo ora che il Pd ne fa parte, lasciano in pace persino il Cavaliere, a lungo perseguitato e passato ai raggi X, solo perché alleato per quanto inusuale del Pd, e si concentrano su partiti minori (ex Margherita) e con grande scalpore sulla Lega, con l’obiettivo di scalfirne l’immagine di onestà da sempre vantata, giusto alla vigilia delle elezioni amministrative di Maggio.
Anche se alla fine tutto si ridurrà in una bolla di sapone, certo è che qualcuno ha macchinato per screditare la Lega, confonderne e disperderne le fila dei sostenitori e riconquistare il nord, muovendo sagacemente le sue pedine sulla scacchiera della politica italiana, dai media alla magistratura, di cui non si fa certo scrupolo a usare indebitamente per fini politici.
Non per simpatia professionale la macchina del fango e questa riedizione massonica dell’inquisizione di scolastica memoria lasciano in pace l’Udv dell’ex collega di Pietro che raccoglie i suoi maggiori consensi a sud, ma perché qui i voti basta comprarli e non sono necessari i lavaggi di cervello.
Ma anche se alla fine qualcuno sarà incolpato e punito senza riguardo per il cognome, come ha detto Bossi, amaramente, ma con fermezza subito dopo l’annuncio delle sue dimissioni da segretario della Lega, più che mai sono vive le ragioni del sostegno a una Lega bonificata dalle mele marce. L’attuale classe dirigente leghista potrà anche scomparire, ma la rivolta fiscale contro Roma ladrona, il sentimento d’insicurezza sociale, la diffidenza verso il meridione e l’islamismo radicale saranno temi sempre attuali al nord, finché non sarà data una soluzione al dualismo economico nord/sud e a quelli società civile/criminalità organizzata e federalismo/centralismo a esso connessi.
Pertanto, se non sarà l’attuale ceto dirigente, nuovi leader saranno pronti a interpretare le richieste, le rabbie e le paure dell’elettorato leghista, che saranno puntualmente sottovalutate dalla sufficienza e dal pregiudizio dell’intellighenzia radical chic di sinistra. Una sinistra superba e auto compiacente, che convinta di detenere il primato culturale, le ignorerà e ridicolizzerà, umiliando e offendendo così la gente più umile e semplice del nord.
Tuttavia neppure quel ressemblement di centro destra riformista ed europeista auspicato da Monti che si sta profilando all’orizzonte per le prossime elezioni politiche del 2013 potrà rappresentare l’elettorato leghista.
Troppo statalista e centralista l’atteggiamento di Monti, che ha tradito il federalismo depredando i risparmi dei comuni del nord e così premiando quelli del sud che hanno sperperato, e troppo imbarazzanti ed elitarie le sue frequentazioni passate nel gotha della finanza e le simpatie per le banche che si trasformano in istituti finanziari, il che mostra chiaramente da che lato sia schierato rispetto al dualismo potere politico/strapotere finanziario, prepotentemente assurto agli onori della cronaca e delle analisi e discussioni da parte della società civile con l’acuirsi della recente crisi economica.
Questi infami colpi bassi e maldestri tentativi di distruggere il movimento leghista che se fosse al governo con Monti godrebbe d’immunità politica, otterranno l’unico risultato di radicalizzare lo scontro e l’opposizione a questo STATO padrigno, non lasciando ai padani altra opzione che lavorare e impegnarsi per una secessione possibilmente democratica.


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Chi sono gli sfruttati oggi ?


CHI SONO GLI SFRUTTATI OGGI ?

La Cgia di Mestre ha recentemente evidenziato che nel 2011 in Italia sono fallite 11.615 imprese e di conseguenza sono stati persi 50.000 posti di lavoro e ha invitato perciò il Governo a istituire un fondo di solidarietà per la piccola e media impresa in difficoltà.
Pia illusione se si considera che tra le cause che hanno portato a questa situazione, oltre la stretta creditizia (credit crunch) e il forte calo della domanda interna, c’è anche il ritardo nei pagamenti da parte dello Stato che ha innescato un effetto domino fatale tra le PMI italiane.
Se lo STATO non ha i soldi per pagare i propri debiti con le imprese creditrici figurarsi se li ha per istituire fondi di solidarietà a favore di queste! E comunque, prima delle PMI vengono tutti gli altri, banche in primis e poi dipendenti pubblici, privati, esodati, precari e pensionati in ordine, quando invece in un paese serio in tempo di crisi si dovrebbe pensare prima di tutto a migliorare le condizioni delle PMI abbassando il carico fiscale su di esse.* Esse, infatti, sono la struttura economica portante di uno stato da cui dipende la gran parte dei posti di lavoro salariati.
Le banche italiane, che hanno ricevuto dalla BCE dei fondi al tasso agevolato dell’1% per ricapitalizzarsi e allentare la stretta creditizia, li hanno invece utilizzati per acquistare i titoli di stato italiani e finanziare così il debito pubblico dell’Italia anziché sorreggere le imprese e le famiglie.
Certo lo spread è calato, giovando alle disastrate finanze italiane, ma come effetto collaterale, grazie ai regolamenti europei che impediscono alla BCE di finanziare in prima persona i debiti sovrani degli stati membri, di fatto, le banche private italiane si stanno arricchendo, speculando sul nostro debito sovrano e lasciando nella difficoltà il ceto medio.
Si accusa la PMI di essere troppo piccola e incapace di innovarsi e crescere per reggere la concorrenza internazionale dei paesi emergenti, non tanto sui prodotti di bassa qualità, dove sarebbe comunque perdente, ma soprattutto su quelli ad alta tecnologia.
Ma dove sono i tanto evocati e annunziati poli industriali tecnologici che lo stato avrebbe dovuto costituire in sinergia con la ricerca e le nostre università, se i migliori cervelli fuggono dall’Italia che scende sempre più in basso nella classifica dei brevetti ?.
La verità è che la PMI è sola e abbandonata a se stessa, strozzata dal sistema bancario che ormai presta denaro solo a tassi insostenibili esercitando legalmente l’usura, prosciugata da una pressione fiscale che arriva al 67%, intimidita dal clima di caccia all’evasore intentato dal governo e osteggiata da FIOM e CGIL che difendono solo la classe operaia, lavoratori privilegiati che in mobilità spesso godono di tutele a tempo indeterminato a carico della comunità e che stando in casa pagati senza far niente, quando non arrotondano con lavoretti in nero, sopravvivono ai loro datori di lavoro che si uccidono sommersi dai debiti.
Chi ha potuto tra gli imprenditori è fuggito da questo habitat ostile e inospitale portando con sé all’estero capitali e competenze, attratto da incentivi e agevolazioni fiscali e burocratiche, gli altri sono rimasti intrappolati al loro posto, come imprenditori coatti del tardo impero, ma dopo due anni di crisi economica conclamata, anche i risparmi accantonati dai più previdenti e fortunati tra artigiani, commercianti, esercenti, albergatori, lavoratori autonomi e piccoli coltivatori diretti, stanno finendo, consumati da tasse, imposte, rincari e inflazione con la prospettiva di recessione fino a tutto il 2013.
Il piccolo e medio imprenditore italiano non è un giocatore d’azzardo che ama il rischio, al contrario è in genere una persona che ha ereditato dal padre il mestiere, l’attività o l’impresa di famiglia e intende trasmetterla possibilmente migliorata ai figli.
Chi inizia un’attività da zero (ex dipendenti, ex operai) dimostra di avere coraggio, ma spesso, a riprova di quanto la società italiana sia bloccata economicamente e socialmente, rinuncia di fronte a difficoltà e imprevisti, soprattutto quando si rende conto di lavorare in regime di auto sfruttamento, facendo più ore dei suoi dipendenti e guadagnando di meno.
Ma il Dipartimento delle Finanze affonda il coltello e infama le PMI emettendo dati scandalistici, fuorvianti e non correlabili, comparando il reddito medio dei dipendenti (19.810 euro) in cui però sono inclusi magistrati, manager privati e pubblici, dirigenti privati/statali, professori universitari, eccetera (categorie che alzano abbondantemente il dato reddituale medio) con quello dei loro datori di lavoro, (18.170 euro) in cui sono inclusi i redditi degli imprenditori del sud che dichiarano la metà dei loro colleghi del nord, quelli di artigiani e commercianti che per il 70% lavorano da soli, il saldo negativo fallimenti/nuove imprese e la divisione del reddito tra i famigliari (aspetti che complessivamente abbassano il dato reddituale medio).
Come ha fatto rilevare la Cgia di Mestre, se più correttamente il confronto fosse eseguito, ad esempio, tra il reddito di un artigiano e quello di un suo dipendente, si scoprirebbe che il primo guadagna il 42% in più del secondo.
Questa demagogia istituzionale è ovviamente propedeutica e giustificativa ai pressanti controlli fiscali su questo ceto medio non impiegatizio, sempre più umilianti e polizieschi, mentre i veri ricchi, le banche e le grandi imprese, possono contare su appoggi e corruzione cui spesso si offrono gli stessi controllori e come sempre accade, lo STATO, impersonato dalla figura lugubre di Befera che si fa portavoce di una pressante campagna mediatica di moralizzazione contro l’evasione fiscale, si fa forte con i deboli e debole con i forti.
Secondo Luca Ricolfi, nel suo saggio sulla giustizia territoriale, IL SACCO DEL NORD, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana e Marche da sole ogni anno sostengono le casse statali con oltre 50 miliardi di euro e secondo lo studio della Cgia di Mestre, Lombardia, Lazio, Veneto e Campania guidano la triste classifica dei fallimenti nel 2011, mentre Friuli-Venezia Giulia e Marche si distinguono per un elevato tasso di fallimenti (n° di fallimenti in rapporto al n° delle imprese).
Da questo incrocio di dati si deduce che il ceto medio di Lombardia e Veneto, ma anche di altre regioni del nord, sebbene in parte abbia evaso ed evada, tuttavia ha contribuito e contribuisce in maniera consistente alla fiscalità italiana, al punto che molti imprenditori sono falliti e anche morti di tasse pretese e crediti inevasi da parte di uno Stato assassino, pur di pagare eroicamente fino alla fine i propri dipendenti ed evitare che si diano fuoco per disperazione e protesta come dei monaci tibetani.
La fuga e la moria delle imprese nel nord lasciano poi il campo libero, e vanamente contrastato dalle forze dell’ordine, all’insediamento nei nostri territori di subdole attività slealmente concorrenziali il cui unico scopo è lavare i proventi illeciti delle organizzazioni mafiose italiane e straniere. Queste ottengono così liquidità pulita e rara in tempi di crisi, che riciclano per acquisire o subentrare con facilità in imprese locali da cui assumono parvenze d’innocenza e onestà.
E’ perciò giunta l’ora di dire basta e che in questa situazione è giusto e lecito evadere, se non altro per legittima difesa. Il ceto medio del nord ha il diritto di vivere e conservare una parte del proprio reddito per se stesso e non essere sfruttato e spogliato fino all’ultimo centesimo per sostenere la spesa pubblica e gli sprechi del centralismo statale romano, ingiusto, corrotto e pasciuto di privilegi anacronistici, che non ha più dignità e moralità alcuna per sguinzagliare i suoi gendarmi esattori nelle nostre terre.
In queste condizioni, se il prof Monti non provvederà quanto prima a usare la sua scure giustiziera e accorta su dipendenti statali e spesa pubblica mantenendo la sua promessa di equità (oltre che di rigore e crescita) l’ipotetica conquista o annessione del nord alla Svizzera o all’Austria sarebbe vista come una sospirata liberazione da uno Stato sempre più invadente e fiscale e ormai privo di consenso.
*Tra i balzelli sulle imprese e i lavoratori autonomi, che spicca per la sua stupidità, non si può non citare l’IRAP, un’anomalia tutta italiana introdotta nel 1997 da Visco per dare autonomia impositiva alle regioni nel quadro di un malinteso federalismo fiscale che non prevedeva per niente la riduzione dell’imposizione centralista.
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Le mistificazioni dell’art. 18


LE MISTIFICAZIONI DELL’ART. 18

L’art. 18 dello statuto dei lavoratori disciplina il licenziamento individuale, stabilendo l’obbligo per il datore di reintegrare il lavoratore licenziato senza giusta causa. Il lavoratore ingiustamente licenziato, oltre a ricevere il risarcimento per tutti gli anni di durata della causa (spesso pluridecennale) ha facoltà di richiedere il reintegro.
E’ una “conquista” dei lavoratori dipendenti che risale al 1970 (in una situazione storica totalmente diversa dall’attuale) e come tale è stata ritenuta dalla maggior parte dei giudici.
Infatti, per consuetudine, nei tribunali del lavoro essi hanno interpretano tale norma di solito a favore del dipendente, ritenuto la parte debole, anche di fronte a chiare motivazioni economiche o clamorose motivazioni disciplinari (si pensi solo al caso del personale di terra nell’aeroporto Malpensa, filmato mentre violava i bagagli dei passeggeri appropriandosi del contenuto e ciononostante reintegrato dal giudice).
La normativa attuale prevede giustificati motivi sia disciplinari, sia economici per licenziare, che però spesso sono ignorati dai giudici del lavoro. Da qui nasce l’esigenza da parte del legislatore di riformare l’art. 18 ed eliminare, sia per i dipendenti privati che pubblici, la possibilità del reintegro tranne che per motivi discriminatori.
Chi sostiene che ciò aprirebbe la possibilità per gli imprenditori di operare dei licenziamenti di massa dimentica che per questo esiste già il licenziamento collettivo per ragioni economiche.
Tale riforma consentirebbe invece all’imprenditore e allo Stato di licenziare i dipendenti fannulloni o disonesti con i quali è venuto meno il rapporto di fiducia e operare dei limitati licenziamenti individuali per ragioni economiche, anche se pagando in entrambi i casi dei consistenti indennizzi come contropartita.
A livello generale, la riforma del mercato del lavoro prevede come contropartita alla modifica dell’art. 18, la limitazione a tre anni del contratto a tempo determinato. In altri termini, dal quarto anno di lavoro con la stessa impresa o con lo Stato, il contratto di lavoro diventerà a tempo indeterminato e il lavoratore non sarà più precario potendo essere licenziato solo sulla base dell’art. 18 riformato.
Milioni di giovani lavoratori usciranno dal precariato ma FIOM e CGIL si preoccupano per quei pochi tra di essi che futuramente potrebbero essere licenziati a causa della riforma dell’art. 18  (infatti, se vale la regola dei diritti acquisiti, le modifiche all’art. 18 dovrebbero valere solo per i neoassunti).
Preoccupazioni immotivate, del resto. Ci penseranno, infatti, i giudici schierati a dare credito alle fantasiose motivazioni discriminatorie che questi pochi sfortunati potranno addurre.
L’ambito delle motivazioni discriminatorie per richiedere il reintegro potrebbe, infatti, espandersi a piacere. Se a discriminare ora è il colore della pelle, la lingua, il credo religioso, il sesso, l’orientamento sessuale, le idee politiche, l’iscrizione a un sindacato, l’handicap, l’età e, in generale, le convinzioni personali, perché non potranno esserlo, per un giudice particolarmente motivato, anche la bruttezza (o la bellezza) il modo di vestire, il fumare o l’essere golosi piuttosto che avere un alito pesante a causa di gusti culinari che abbondano con l’aglio?
Come si vede le possibilità per gli imprenditori di licenziare non sono poi così scontate, anche consentendo al giudice il solo reintegro per motivi discriminatori.
I comunisti della FIOM ce l’hanno con la libera imprenditoria, che a loro vedere ricatta il lavoratore e se lo licenzia è solo per ragioni ideologiche o ritorsive, mascherate da ragioni economiche. Fra un po’ però i posti di lavoro se li dovranno creare da sé poiché, anche grazie a loro, gli imprenditori in Italia, tra quelli che la evitano, quelli che fuggono e altri che si uccidono, diventeranno una specie in via d’estinzione.
Invece, bisogna rendersi conto che ormai siamo dentro un’economia globale e asimmetrica, nel senso che in alcuni paesi come il nostro, il mercato del lavoro rigido e le tutele eccessive aumentano i costi di produzione e non consentono un valido ricambio generazionale dei lavoratori, tanto che la produttività, è fra le più basse tra i paesi industrializzati.
In altri paesi, come gli USA e i paesi emergenti, il mercato del lavoro è flessibile, le tutele minime e l’età media dei lavoratori più bassa e pertanto, per il sistema Italia diventa impossibile competere con queste realtà, sia sul piano dei costi che dell’efficienza, anche se il nostro prodotto ha spesso una qualità migliore.
Da qui nasce la necessità di consentire tanto agli imprenditori che operano in Italia che allo Stato italiano di poter assumere e licenziare quando serve e con rapidità, senza l’ingerenza continua e distruttiva di un sindacato sopravvissuto all’estinzione del comunismo e gli intoppi di un sistema giudiziario lento e bizantino che andrebbe pure esso profondamente riformato.
Un mercato del lavoro più flessibile sia in entrata che in uscita aumenterebbe la competitività del sistema Italia, una condizione necessaria anche se non sufficiente per ritornare a crescere economicamente e garantire quindi quelle tutele per i lavoratori che possiamo permetterci (non certo la cassa integrazione a tempo indeterminato pur di garantire i posti di lavoro fittizi delle imprese decotte) che sono intrinseche a un’economia dinamica e indispensabili per garantire in generale la coesione sociale.
E’ necessario, tuttavia, ridurre anche la pressione fiscale, un prelievo che sommato a quello della corruttela politica, non è più sopportabile da nessun imprenditore italiano e rappresenta il principale deterrente agli investimenti esteri in Italia.
A tal fine serve lottare in maniera oculata e meno plateale contro l’evasione fiscale e la corruzione politica, non dimenticando però gli sprechi delle risorse pubbliche e i privilegi delle “caste” (politici, boiardi di stato e magistrati) che rendono la nostra spesa pubblica insostenibile e tra le più elevate al mondo.
La richiesta di sacrifici e rinunzie alla “classe operaia” per essere accetta deve essere accompagnata da una profonda revisione e riduzione della spesa pubblica che elimini ogni sacca di privilegio e di sprechi nel settore pubblico sia a livello centrale che periferico e che porti a un sostanziale snellimento delle istituzioni e dell’apparato burocratico (privatizzazioni e dismissioni, riduzione del numero e dei salari dei parlamentari e dei consiglieri regionali, eliminazione delle province e degli enti inutili, tetto salariale ai manager statali, progressiva riduzione dei dipendenti statali inutili e riduzione del finanziamento pubblico ai partiti).
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Antagonismo e No TAV


ANTAGONISMO E NO TAV

Gli abitanti di una località particolare possono opporsi a una grande opera d’interesse generale se sospettano che sia nociva alla loro salute e al loro ambiente, possono chiedere delle migliorie e giustamente esigere dallo Stato una specie di royalty per compensare i danni ambientali e i rischi per la salute non evitabili.
In questi casi si parla di sindrome NIMBY (acronimo di “not in my back yard” che si traduce “no nel mio cortile”) e in Italia si possono citare i casi del rigassificatore di Rovigo che nessuno voleva o dell’inceneritore di Napoli che non è utilizzato a differenza del termovalorizzatore di Brescia.
Nel caso dei No TAV si tratta di una minoranza nella minoranza, alcuni comuni della Val di Susa capeggiati dai loro sindaci, che nonostante anni di trattative si ritengono insoddisfatti delle migliorie e compensazioni che lo Stato offre per limitare i danni locali sulla salute e l’ambiente che persisteranno per diversi anni, dovuti alla presenza del cantiere e al continuo via vai di camion, asportando il materiale di escavazione del tunnel.
Questa minoranza, travalicando quella che era una comprensibile sindrome NIMBY, pretende entrare nel merito degli aspetti tecnico-ingegneristici, dell’utilità generale e dei costi/benefici della TAV/TAC Torino-Lione con l’unico obiettivo di bloccare un’opera il cui scopo è allineare la rete ferroviaria italiana agli standard europei migliorandone la sicurezza, la capacità e la frequenza e i tempi di percorrenza e che è stata decisa dai parlamenti europeo, francese e italiano.
Con quest’opera s’intende rinnovare il corridoio di collegamento tra Italia e Francia che tuttora si basa sullo storico Traforo ferroviario del Freius del 1872, a doppio binario e sicuramente all’avanguardia per quei tempi ma ora, pur con le migliorie attuate nel corso degli anni, molto limitante riguardo agli attuali standard ferroviari europei, che per ridurre i costi d’esercizio prevedono l’uso di lunghi convogli merci e il posizionamento di grossi containers sui rispettivi vagoni.
Il collegamento del Frejus obbliga all’utilizzo fin di tre locomotive per trainare questi lunghi convogli ai mille metri di quota del traforo, attraverso il quale poi non passano i camion con i containers di maggiori dimensioni della cosiddetta “autostrada ferroviaria”.
L’ipotesi di abbassare il piano della carreggiata del traforo per consentire il passaggio di tali containers prevede una sospensione totale dei collegamenti tra Italia e Francia di almeno quattro per attuare i lavori di adattamento o di una sospensione parziale di almeno sette anni, lavorando prima su un binario e poi sull’altro e lasciandone sempre uno libero per consentire una percorrenza alternata. Tuttavia alla fine, anche se ben realizzati, tali lavori rappresenterebbero comunque una toppa su dei calzoni vecchi e logori.
A seguito delle trattative intercorse tra i comuni della Val di Susa e lo Stato, la realizzazione della parte italiana dell’opera, i cui costi sono più facilmente stimabili, è stata rinviata in conformità al nuovo progetto low cost del 2012, a dopo l’apertura del tunnel di base e solo nel caso che un aumento del traffico ferroviario lo rendesse necessario.
I costi del traforo (a 400 m di quota, lungo 57 Km di cui 12 in territorio italiano e che costituisce in pratica la parte internazionale del progetto) non sono invece stimabili con precisione senza l’apertura del tunnel geognostico grazie al quale si potranno integrare le conoscenze sulla natura geologica delle rocce intercettate, verificando nello stesso tempo se fra esse non ve ne siano di ricche di amianto, uranio o altri elementi radioattivi. Tuttavia ammonterebbero a circa 8,5 miliardi di euro, meno il 40% di contributo europeo massimo prevedibile, che porterebbe a 5,1 miliardi da dividere in parti uguali tra Italia e Francia.
La realizzazione della TAV o meglio sarebbe dire TAC in questo caso (ossia trasporto ad alta capacita) dedicherebbe il vecchio percorso del Frejus al solo trasporto regionale e ai servizi per i pendolari, com’è in generale tra gli obiettivi del progetto TAV europeo.
Le ragioni dei no TAV al traforo si basano essenzialmente su preoccupazioni di natura ambientale del tutto aleatorie (presenza di amianto, uranio e gas radon nel materiale di riporto del tunnel, aumento della CO2 a causa del maggior consumo elettrico) e soprattutto sui dati recenti riguardanti il calo del traffico ferroviario generale, conseguente all’attuale fase di crisi economica europea e in particolare attraverso il traforo del Frejus, anche per i limiti imposti dai nuovi standard del trasporto ferroviario europeo.
Condizionare la realizzazione di un’opera avveniristica sulla base del traffico attuale o prevedibile fra 30 anni appare un’operazione del tutto priva di senso, se si pensa che la finanza mondiale possa essere stravolta dal batter d’ali di una farfalla in Amazzonia.
I cittadini francesi e italiani, in base ai principi della democrazia, hanno delegato i loro rappresentanti eletti a decidere su questa importante questione. Non si capisce quindi in conformità a quali diritti (diritto di rivolta o di secessione?) questa esigua minoranza di cittadini della Val di Susa voglia ostinatamente bloccare tale opera pubblica che è stata decisa e riconfermata più volte in Italia da vari governi di destra e di sinistra.
Impedire e accanirsi persino contro la realizzazione preliminare di semplici sondaggi geognostici i cui scopi sono puramente conoscitivi e a impatto ambientale zero, appare un’incomprensibile posizione oscurantista e medievale.
Questi stolti e scellerati valligiani, che pateticamente (o pretestuosamente) vorrebbero tornare a un’agricoltura di sussistenza in omaggio ai teorici della decrescita, invasati da un’euforia da ribellione, non esitano a richiamare da tutta Europa le frange antagoniste più violente per incitarle contro lo Stato come un branco di cani sciolti e a estendere proditoriamente questa protesta all’Italia intera.
Lungi dal condannarle e dal prenderne le distanze, questa minoranza della Val di Susa si è, di fatto, saldata con le frange antagoniste anarco-insurrezionali e si avvale delle competenze tattiche delle loro squadriglie paramilitari per praticare la loro personale guerriglia sul territorio contro lo Stato, scherzando (anche letteralmente) col fuoco e mostrando una totale irresponsabilità e immaturità democratica.
Si dice che in Italia, in parte a causa del sistema elettorale maggioritario, c’è una mancanza di rappresentanza nel parlamento rispetto alle richieste che vengono dal paese e che per questo, una buona percentuale di cittadini aventi diritto, non sentendosi rappresentati dall’attuale ventaglio di partiti, non vota.
Tuttavia, i paesi di più antica tradizione democratica, al fine di garantire la governabilità, hanno da tempo adottato questo sistema elettorale, mentre quelli che escono da recenti dittature, a causa della soppressione del diritto di opinione subita, tendono a garantire la massima rappresentanza attraverso i sistemi elettorali proporzionali.
In Italia, anche quando il sistema elettorale era proporzionale puro e tutte le opinioni politiche erano ammesse tranne il fascismo, non sono comunque mancate varie derive violente, terroristiche e clandestine, di destra e di sinistra estrema.
La democrazia in Italia, anche ora, consente in ogni caso a chiunque di fondare un partito e riceverne i finanziamenti statali per proporre le proprie idee politiche, prova ne è la nascita di vari nuovi soggetti politici come ad esempio il movimento 5 Stelle di Grillo, che in larga parte è l’attuale interprete e sostenitore politico del movimento no TAV, ma che nei sondaggi rappresenta solo il 5% dell’elettorato italiano e circa il 30% della Val di Susa. In ogni caso, alle prossime elezioni, che non sono poi molto lontane, anche il movimento no TAV potrà avere il suo referente politico nel parlamento italiano.
Anche in Inghilterra e negli USA l’astensionismo è alto, non per questo l’antagonismo assume aspetti così radicali, illegali e violenti come in Italia, ma si esprime attraverso manifestazioni pacifiche e sit-in.
I comunisti radicali della Val di Susa, che cantano anacronisticamente Bella Ciao seduti sull’asfalto mentre bloccano illegalmente l’autostrada, danneggiando tra l’altro l’economia turistica dell’alta Val di Susa, mostrano quanto sia ancora lungo in Italia il cammino vero una sana e matura democrazia, finalmente libera dagli spettri del passato.
L’analogia con il bambino capriccioso, che si dimena per terra gridando e costringe i genitori a trascinarlo e sculacciarlo, è fin troppo bonaria. Intatti, costoro dovrebbero passare qualche anno in Corea del Nord per dare un po’ di valore alle regole democratiche e a un progresso sostenibile e rispettoso dell’ambiente, che sicuramente è nelle intenzioni di ogni italiano di buon senso.
Invocano la nascita della Repubblica della Val di Susa e nei loro slogan affermano “la Val di Susa è nostra”, denunciando l’infiltrazione dell’‘ndrangheta nel loro territorio.
Come padano e sostenitore della nascita di una Padania federale, indipendente e libera da infiltrazioni mafiose, non sono contrario e auspico che ogni aspetto d’infiltrazione mafiosa e corruzione politica nella TAV sia indagato, svelato ed eliminato in modo che la realizzazione dell’opera possa procedere speditamente, nell’interesse futuro e generale dell’Europa e della Padania.
A parte qualche vana minaccia iniziale di Bossi d’imbracciare i fucili, la Lega è sempre poi stata per un’indipendenza ottenuta in maniera democratica e pacifica attraverso il consenso politico, a differenza di altri movimenti indipendentisti come quello comunista dell’ETA nei Paesi Baschi, braccio armato del partito Batasuna cui i no TAV della Val di Susa pretendono rifarsi.
Sulla base di questa convinzione non si può tollerare pertanto una protesta, per quanto motivata, se fa uso di forme violente e illegali, distruggendo beni pubblici e privati, provocando il personale di polizia e minando la sua integrità fisica.
Qui non si discute che anche una singola persona possa avere ragione, pur avendo contro l’opinione di tutti, ne è un caso famoso ed eclatante quello del fisico seicentesco Galileo Galilei.
Tuttavia l’uso della violenza per imporre la propria visione delle cose anziché della persuasione paziente, suffragata da argomentazioni convincenti, ci porrebbe comunque dalla parte del torto, almeno secondo la nostra scala di valori occidentali e in casi come questo della Val di Susa, alla fine ci si deve assoggettare al volere della maggioranza, anche se si ritiene che sia un errore.
In altri casi, dove valori supremi come la libertà e la sopravvivenza sono a rischio, l’uso della violenza come forma di legittima difesa è ammissibile, ma non mi sembra che questo sia il caso della TAV, dove i rischi per la salute sono minimi anche solo rispetto a quelli di un inceneritore o di un impianto siderurgico, questo poiché il nuovo tracciato concordato del tunnel lascerà quasi interamente alla sua destra il massiccio D’Ambin, in cui alcune datate ricerche geominerarie indicavano localmente mineralizzazioni con presenza di uranio o amianto.
Pertanto, nell’ipotesi (teorica) di un referendum sulla TAV, non sarebbe una decisione che riguardi solo la Val di Susa. E’ il futuro del Piemonte che è in gioco. La Lombardia e il Triveneto hanno già i loro corridoi con il nord e il centro-Europa, rispettivamente attraverso il tunnel del San Gottardo e quello del Brennero, più la tratta Venezia-Trieste che è già stata finanziata.
Se la Val di Susa vuol fare un referendum, lo faccia per chiedere direttamente la propria indipendenza, ma se vuole rimanere in Padania, è fuori discussione che un referendum per la TAV dovrà interessare almeno l’intera popolazione del Piemonte.
Di preferenza, la Comunità Europea con i suoi fondi finanza lautamente soprattutto la realizzazione d’infrastrutture transnazionali piuttosto che nazionali e a tali fondi contribuisce anche l’Italia, per cui sarebbe sciocco non farne uso e finanziare gli altri paesi della Comunità senza alcun ritorno. In altri termini, è come se gli italiani avessero già pagato in parte la TAV, versando un lauto acconto per la realizzazione del tunnel geognostico.
Inoltre, i costi del traforo definitivo che competono all’Italia saranno prevedibilmente per il 60% totalmente a carico dello Sato italiano, quindi, in definitiva, ogni italiano avrebbe titolo per partecipare a tale referendum.
In realtà però, non avrebbe molto senso indire un referendum, poiché gli italiani hanno già eletto i loro rappresentanti al parlamento, delegandoli a decidere su tali questioni. Infatti, di questo passo, se per ogni questione si chiamassero gli italiani a esprimersi, tanto varrebbe eliminare parlamento e governo.
L’attuale governo Monti ha dunque deciso per riconfermare la TAV, anche se avrebbe potuto scegliere di realizzare delle infrastrutture nazionali utilizzando altri fondi europei oppure di non fare niente e risparmiare.
Evidentemente, anche se al momento possa apparire sovradimensionata e un inutile spreco di denari pubblici rispetto ai dati sul traffico ferroviario registrato o prevedibile, ha ritenuto che la TAV sia fondamentale, adesso e in futuro, per la crescita economica dell’Italia, per l’occupazione e per la costituzione di quelle risorse statali necessarie a mantenere e migliorare i servizi sociali che lo Stato offre.
Il non far niente, piegandosi alla logica della decrescita, porterebbe a una graduale e inesorabile riduzione proprio di quei servizi sociali al cui miglioramento, demagogicamente, i no TAV vorrebbero che fossero destinati i denari pubblici piuttosto che alla TAV.
C’è un’unica cosa che lascia perplessi: se ai campani è permesso opporsi allo Stato, lasciando inutilizzato l’inceneritore di Napoli, non gradito, per inviare i propri rifiuti urbani via mare in Olanda, con grande danno economico per la collettività e questo perché i suoi rappresentanti in loco sono conniventi con la camorra, oppure incapaci a opporvisi, perché mai gli abitanti della Val di Susa non dovrebbero fare altrettanto? Il Presidente napoletano non ha nulla da dire a riguardo? L’illegalità, quando non è contrastata adeguatamente e celermente, diventa contagiosa.
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Articolo 18 e mobilità


ARTICOLO 18 E MOBILITÁ

Gli anni ’60 sono stati quelli del boom economico italiano. Allora, ancora non esisteva lo Statuto dei lavoratori ma alcune conquiste (limitazione del lavoro minorile, durata della giornata lavorativa, diritti di associazione sindacali e di sciopero, normative antinfortunistiche e assicurative, divieto di mediazione del lavoro) già limitavano l’imprenditoria italiana che non godeva certo della disinvoltura con cui gli attuali imprenditori cinesi o indiani gestiscono i propri lavoratori dipendenti sia sul piano dei loro diritti, sia su quello salariale.
Tuttavia, grazie alla disponibilità di lavoro che si ebbe con l’introduzione delle macchine in agricoltura, gli imprenditori del triangolo industriale Milano Torino e Genova trasformarono l’Italia, da paese sostanzialmente rurale qual era, in un paese industriale e masse di contadini, soprattutto del sud, in masse operaie dell’industria e dell’edilizia.
Queste ultime non erano tutelate come ora, ma gli stipendi erano buoni per cui prese il via un ciclo virtuoso di consumi e produzione che ben presto riempì le casse statali, rendendo possibile l’apparizione, assieme a quella dell’operaio, di una nuova figura di lavoratore, quella dell’impiegato di concetto, che fu prevalentemente assorbito nell’apparato burocratico statale, specie nel centro-sud dove, nonostante la produzione industriale italiana fosse rivolta quasi interamente al mercato nazionale, le mafie e la mancanza di tradizione e infrastrutture impedì il fiorire di una libera e diffusa imprenditoria industriale.
Verso la fine del decennio, invece, la crescita economica complessiva favorì lo sviluppo della piccola e media impresa manifatturiera del Nord-Est ma anche dell’Emilia-Romagna, Marche e Toscana.
Contemporaneamente i socialisti nei governi di centro-sinistra si fecero promotori di una serie di riforme, molte delle quali sacrosante, come le norme sulla tutela delle donne lavoratrici e l’istituzione della pensione sociale. Altre riforme, invece, oggi mostrano tutti i loro limiti, costituendo un’eredità scomoda e pesante (introduzione della pensione di anzianità, abolizione delle gabbie salariali e soprattutto il passaggio, nella previdenza obbligatoria, dalle pensioni “a capitalizzazione” a quelle “a ripartizione” e la conseguente introduzione integrale del calcolo retributivo per i dipendenti).
Gli autunni caldi iniziati nel 1969 portarono poi nel maggio 1970 all’introduzione dello Statuto dei Lavoratori e con esso dell’art. 18 che disciplina l’obbligo di reintegrazione sul posto di lavoro su richiesta del lavoratore stesso, un’anomalia tipicamente italiana che, assieme alle baby pensioni inaugurate nel 1973 dal governo Rumor, non ha avuto uguali nei paesi occidentali.
Le rivendicazioni dei lavoratori, l’occupazione delle fabbriche e le lotte sindacali con la crisi energetica del 1973, causata dalla riduzione nelle forniture di petrolio dei paesi produttori arabi, diedero il via in Italia a una vera e propria crisi economica.
Il boom economico era finito e iniziò un ciclo vizioso che portò a cali di mercato, ripiegamenti produttivi, fallimenti delle aziende cui i lavoratori reagirono con richiesta di nuove tutele statali e un inasprimento delle lotte sociali marchiate dal terrorismo delle Brigate rosse.
Negli anni ’70 il sistema industriale italiano aveva il controllo quasi completo del mercato interno e lo stesso si può dire per gli altri mercati europei. La competizione interna aveva portato all’affermazione di monopoli nei settori automobilistico, chimico e cantieristico (Fiat, Montedison, Fincantieri) e la globalizzazione dei mercati era un’ipotesi lontana. Tuttavia gli imprenditori più visionari già intravvedevano nell’ingerenza dei sindacati e nelle eccessive tutele dei lavoratori in materia di licenziamento delle pesanti limitazioni alla capacità produttiva (a tutto vantaggio di competitori stranieri) con effetti negativi sulle esportazioni.
La decade degli ’80 fu, in effetti, caratterizzata dall’apertura dei mercati europei e dalla terziarizzazione dell’economia italiana, con lo sviluppo dei servizi bancari, assicurativi, commerciali, finanziari e della comunicazione.
Gli italiani cominciano a disdegnare le Fiat a favore di WV Golf, Audi, Volvo e Peugeot e a consultare la pagina finanziaria dei quotidiani dove i fondi d’investimento facevano la loro apparizione. Nel 1987 la Repubblica lancia un gioco a premi: si chiama Portfolio, ed è in pratica una lotteria che si basa sulla Borsa. I lettori sono quindi invogliati a comprare il giornale tutti i giorni per controllare i valori delle azioni.
Sono gli anni degli yuppies e dei paninari, l’economia sembra esser ripartita, le aziende italiane reggono il confronto con quelle europee e i nostri prodotti guadagnano quote nei mercati europei, ma sono anche gli anni in cui i cattivi semi lasciati sul terreno dell’economia italiana nei precedenti decenni (sistema previdenziale squilibrato, ipertrofia dell’apparato statale, mercato del lavoro ingessato) cominciano a produrre le loro tossine e come un fiume carsico sotterraneo, l’indebitamento pubblico inizia a erodere le basi economiche dell’Italia.
Questo fiume esce allo scoperto all’inizio degli anni ’90 quando tangentopoli, che decreterà la fine della 1° Repubblica, mostra chiaramente quanto ad alimentarlo fosse stata anche la corruzione politica oltre che gli squilibri del sistema pensionistico al quale, in successione, cercheranno di porre rimedi le riforme dei governi Amato, Dini e Prodi.
Questa decade vede la fine della guerra fredda, ma anche le sanguinose guerre etniche balcaniche che produrranno in Italia i primi fenomeni immigratori dall’Europa Orientale. Ha inizio, seppure blandamente, la globalizzazione dei mercati con l’apparizione in Europa del Giappone inizialmente, poi delle quattro tigri asiatiche (Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Hong Kong) e in fine decade della Cina.
A questo punto della storia, però, non è ancora chiaro a tutti che la pacchia è finita, sebbene molti piccoli e medi imprenditori già inizino a lamentarsi della concorrenza cinese. I sacrifici momentanei imposti da Prodi all’inizio del millennio per entrare nell’eurozona si riveleranno illusori e inutili poiché non accompagnati da profonde riforme che estirpino alla radice le cause dell’indebitamento pubblico, ossia una spesa pubblica che non ha eguali al mondo e che non si riesce ad arginare, accompagnata da una crescita economica irrisoria nell’ultima decade, segno di una sostanziale resa dell’imprenditoria italiana, sempre più molle e curva alle esigenze del sindacato e maciullata dalla concorrenza internazionale, soprattutto dei paesi emergenti come Cina e India dove non esistono diritti e tutele per i lavoratori e i cui salari sono irrisori.
Il fallimento della politica, consumatasi nella diatriba anti e pro il berlusconismo, ha infine prodotto un’Italia paralizzata, in preda all’immobilismo delle corporazioni e dei sindacati, con la democrazia consegnata nelle mani del governo tecnico di Monti e un’imprenditoria priva di concorrenzialità.
CGIL e FIOM, arroccatesi nelle posizioni guadagnate “sul campo” all’inizio degli anni ’70, non intendono cedere sull’art. 18, ma cosa prevede esso? Prevede il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo.
Tuttavia, il giustificato motivo può essere soggettivo oppure oggettivo, per cui nella giurisprudenza sul licenziamento si distingue il licenziamento disciplinare (per giusta causa o giustificato motivo soggettivo) da quello non disciplinare (per giustificato motivo oggettivo) che include ad esempio la soppressione del posto di lavoro, l’introduzione di nuovi macchinari che richiedono minori interventi umani e l’affidamento di servizi a imprese esterne.
Ma nella prassi, raramente il giudice avvalora queste motivazioni per cui, in questi casi, al lavoratore è di solito concesso il diritto al reintegro.
Di fatto, le esigenze delle imprese e del sistema Italia di essere competitivi e concorrenziali nei mercati internazionali non sono mai tenute in conto dal giudice del lavoro.
Tuttavia, la situazione contingente impone una diversa visione del rapporto lavoratore-datore di lavoro. Se, infatti, negli anni ’70, in una situazione economica di mercati ancora molto chiusi e limitati, poteva avere un senso vedere nell’imprenditore il padrone che si arricchiva sfruttando il lavoratore, oggi non è più così, gli avversari sono altrove e c’è bisogno di disponibilità e collaborazione del lavoratore nei confronti dell’imprenditore che non deve essere visto come uno sfruttatore, ma come chi, grazie a inventiva e capacità personali, è in grado di mantenere e creare nuovi posti di lavoro, pur essendo motivato in un’economia liberale da logiche per lo più di profitto personale.
La soluzione a quest’annosa questione dell’Art. 18 è di limitare il reintegro ai soli casi di licenziamento per discriminazione, garantendo alle imprese la possibilità di licenziare per motivi economici oggettivi, legati alla gestione d’impresa, seppur concedendo al lavoratore un indennizzo ben più consistente dell’attuale.
E’ chiaro che questa riforma, aprendo il mercato in uscita, va accompagnata da una profonda revisione del sistema di ammortizzatori sociali e da un cambiamento di mentalità del lavoratore italiano che deve rinunciare all’idea del posto fisso inteso come posto di lavoro garantito fino all’età di pensionamento. E’ necessario invece che egli si renda più disponibile a una crescente mobilità, che non va intesa come precarietà ma come possibilità di cambiare più volte lavoro nel corso della sua vita lavorativa, considerando che anche in condizioni di stagnazione economica, statisticamente a ogni licenziamento corrisponde un’assunzione e che dunque, in condizioni di crescita, “chiusa una porta, se ne aprono delle altre”. Permane qualche dubbio sull’opportunità di attuare tale riforma in una fase di recessione economica nella presunzione che ciò possa invertirne il trend.
Ma nella mentalità degli italiani l’idea di posto fisso include anche il concetto di posto non trasferibile sul territorio, tanto che fino all’ultima manovra del governo dimissionario Berlusconi, il dipendente statale, aspirazione massima degli estimatori del posto fisso, poteva persino rifiutare un trasferimento.
E’ perciò indispensabile facilitare questa mobilità accompagnandola anche con una forte apertura del mercato degli affitti immobiliari che renda disponibile ai lavoratori una vasta scelta di abitazioni a prezzi contenuti e in tutto il territorio nazionale. Questo potrebbe essere fatto agendo sull’IMU (ex ICI) e rendendo conveniente per i possessori di seconde case affittarle comunque piuttosto che tenerle chiuse.
Bisogna considerare infatti che alla base del mito del posto fisso degli italiani vi è quello della casa di proprietà, il cui mutuo è concesso dalle banche solo ai lavoratori con posto fisso. La principale obiezione posta dai sostenitori del posto fisso verrebbe dunque a cadere se nel tempo risultasse più conveniente affittare una casa piuttosto che comprarsela con un mutuo.
Rimane solo da chiedersi se, alla base di questo desiderio della casa propria degli italiani, ci sia solo l’intenzione d’investire nel mattone (anche per garantirsi un tesoretto nei momenti di crisi economica come ora) oppure una reale propensione al radicamento nei territori di origine, ovverosia una tendenza alla stabilità degli italiani più che alla mobilità, così tipica ad esempio negli USA, dove rasenta il nomadismo.
E’ probabile che per molti giovani, single o accompagnati senza prole, la mobilità più che un problema, costituisca una sfida avvincente, mentre per altri, meno pronti al distacco dai famigliari e dai luoghi natii, rappresenti una fonte d’incertezze e paure. Certamente per i lavoratori padri di famiglia, il dover traslocare più volte da una città all’altra con l’intera famiglia rincorrendo il posto di lavoro può rappresentare una scomodità e uno stress seppur temporanei.
Le alternative per i lavoratori sono, collettivamente, le imprese gestite indirettamente dagli operai (cooperative) e, singolarmente, il “salto del fosso”, ossia diventare lavoratori autonomi o imprenditori, se si ritiene di averne le capacità.
In questo caso ci si può confezionare un lavoro come un abito su misura che ci permetta un reddito stando dove si vuole, come fanno la maggior parte degli imprenditori, degli autonomi e dei professionisti.
Naturalmente a condizione che, in un’economia liberale ispirata ai principi  della concorrenza e della lotta ai monopoli, le liberalizzazioni di corporazioni, professioni, trasporti, energia, banche, assicurazioni e media siano sostanziali, profonde e non di pura facciata e aprano realmente delle nuove opportunità di lavoro soprattutto per i giovani.
Sia per una questione di equità, perché se si chiede ai dipendenti di rinunciare alle loro tutele e garanzie è giusto chiedere gli stessi sacrifici a quelle categorie di lavoratori le cui garanzie si basano sul numero chiuso (tassisti, benzinai, farmacisti e albi professionali) sia perché l’introduzione di una maggiore concorrenza nel sistema va a tutto vantaggio del consumatore.
Non è comunque solo l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori a destare perplessità. Anche l’art. 4, dove si vieta “l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”, appare anacronistico e discutibile.
Diverse sentenze dei pretori del lavoro hanno orientato la giurisprudenza a includere tra queste apparecchiature anche i navigatori satellitari (posti nelle auto aziendali o in dotazione ai cellulari di lavoratori che hanno l’obbligo della reperibilità) e l’installazione di file log nella memoria dei computer aziendali che mostrano ora e data di tutte le operazioni in visualizzazione e aggiornamento compiute da un utente.
Sembra quasi che il controllo a distanza del dipendente durante l’orario di lavoro sia considerato una intrusione nella sua vita privata e non alla stregua del controllo elettronico del cartellino in entrata e uscita dal lavoro.
Anche qui non si tiene in nessun conto la meritocrazia, ossia le esigenze aziendali di misurare la produttività e la correttezza del lavoratore e si preferisce coprire i lavativi e gli imboscati se non i disonesti, comunque immunizzati così anche dal licenziamento disciplinare.
La cosa fa specie se si pensa che quando questa norma dello Statuto dei lavoratori fu imposta in Italia dalle lotte sindacali, contemporaneamente il comunismo imperante nell’URSS esercitava i suoi controlli sui lavoratori, nelle fabbriche e negli uffici, attraverso il sistema della delazione incentivata.
Ma in Italia, persino il senso civico deve cedere il passo a una malintesa solidarietà proletaria e il sindacato, che difende a prescindere il lavoratore utilizzando ogni inghippo burocratico per favorirlo, non è diverso dall’imprenditore che nelle pieghe della legislazione scova ogni modo per eludere le tasse. Assieme costituiscono una simmetria che va sempre a discapito dell’interesse generale del paese.
Rimane poi da chiedersi se quest0 stimolo alla mobilità nel paese, nelle intenzioni di Monti abbia unicamente delle motivazioni socio-economiche o non vi sia anche l’idea recondita che la mobilità territoriale, contrastando la tendenza alla stabilità nei luoghi di origine e quindi le diversità territoriali e i campanilismi, possa favorire lo sviluppo di un paese più omogeneo dal punto di vista etnico-culturale, annacquando le differenze che esistono tra un siciliano e un lombardo piuttosto che tra un ligure e un veneto.
Diciamo subito che questa sarebbe una pia speranza se non una mera illusione. E’ facilmente intuibile quali sarebbero le direzioni dei flussi migratori.
Est-Ovest nei due sensi con differenze variabili lungo lo stivale, Nord-Sud con flusso prevalente verso Nord mano a mano che si scende lungo lo stivale.
Questo porterà certamente a una maggiore varietà di italiani a centro-nord, ma il centro-sud rimarrà sempre uguale a se stesso.
Anche se qualche settentrionale potrà comprarsi una seconda casa a Taormina per passarci le ferie estive, è poco probabile che qualcuno di essi, stanco delle nebbie e delle brume padane, si trasferisca al sud, per la semplice ragione che i posti di lavoro si trovano principalmente al nord.
Gli stessi imprenditori del nord hanno poco interesse a delocalizzare le loro imprese al sud, anche se allettati da consistenti incentivi fiscali e procedure semplificate, oltre che dal clima gradevole, principalmente per mancanza di sicurezza e legalità.
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Il corrispondente a Roma del Diario Basco snobba la Lega


IL CORRISPONDENTE A ROMA DEL DIARIO BASCO SNOBBA LA LEGA

Il quindici novembre scorso, all’indomani dell’insediamento del governo Monti, il corrispondente a Roma del Diario Basco “postava” il seguente articolo nel sito dello stesso quotidiano:
La Lega Nord convoca il Parlamento della Padania.
I. DOMÍNGUEZ, Roma, 15.11.11
http://www.diariovasco.com/v/20111115/mundo/liga-norte-convoca-parlamento-20111115.html
Per l’opinionista del Diario Basco, il fatto che la Lega avesse scelto di far opposizione al governo Monti rappresentava un’ulteriore prova “della tragicomica operetta italiana” e lo stesso continuava ironizzando sull’esistenza della Padania e sul Parlamento Padano, “un’invenzione del 1997 quando la Lega era all’opposizione e proclamò la secessione”.
“Questo cambio di direzione – continuava – lo stavano tramando da mesi, dopo l’insuccesso delle amministrative di maggio e così, quando non sono al governo, tolgono la cravatta verde per vestire gli abiti celtici e ora approfittano di questa fase per rifarsi la verginità, ossia lavarsi la faccia dall’alleanza con Berlusconi e recuperare il proprio elettorato”.
Fin qui non c’è nulla di nuovo, l’esimio I. DOMÍNGUEZ, non fa che riportare i luoghi comuni e l’ironia sulla Lega, all’epoca dei fatti, di molti media nostrani cui siamo abituati da tempo.
“Il Parlamento Padano – continuava – rimase aperto fino al 2001, dopo le elezioni vinte con Berlusconi; poi stando la Lega al governo e abbandonata l’idea dell’indipendenza per il federalismo fiscale, raramente esso fu riaperto. Nel 2007, perdendo le elezioni, i leghisti ne riaprirono i battenti per tornare a richiuderli con la vittoria nel 2008 e così passarono un decennio con gli eccessi del Cavaliere”.
“Dettaglio surreale – poi terminava – il suo presidente Roberto Maroni, in questi ultimi anni è stato niente meno che ministro dell’Interno, dopo essere stato condannato nel 1996 per resistenza all’autorità, dopo aver morso la caviglia a un poliziotto che voleva controllare la sede della Lega”.
C’è da premettere che il Diario Basco è un quotidiano distribuito nei Paesi Baschi dove si parla la lingua locale, ma per il 90% è pubblicato in castigliano, lingua ufficiale della Spagna. Infatti, fin dalle origini fu un giornale di destra e nazionalista che appoggiò il colpo di stato franchista, tanto che all’epoca fu chiuso dal governo regolarmente in carica che era di sinistra per riaprire solo dopo l’ingresso delle truppe del Generale Franco a San Sebastian, città dove fra l’altro nel 2001, il suo direttore finanziario fu assassinato da due membri dell’ETA.
Per l’articolista, memore delle azioni armate dell’ETA, evidentemente è inconcepibile che un vero irredentista, duro e puro, abbandoni l’ideale della secessione per un banale federalismo fiscale e, ancor peggio, che abbia fatto parte del governo nazionale come ministro dell’Interno, vantando tra l’altro nel suo curriculum di duro un solo ridicolo morso alla caviglia di un poliziotto. Che cosa avrebbe dovuto fare il Maroni nella sua “eversiva” gioventù per ottenere un minimo di considerazione dall’articolista, il cui giornale ha certamente dovuto confrontarsi con un avversario ben più temibile? Piazzare almeno qualche bomba al plastico, facendo fuori una decina di poliziotti?
Ci sono due ragioni ovvie e discutibili per cui questo giornale ironizza e discredita la Lega Nord: primo, è un giornale nazionalista dal passato franchista e dunque a favore dello stato centralista (tutto quello che non è la Lega); secondo, si gloria, anche giustamente, di aver dovuto affrontare un avversario, il terrorismo irredentista basco, ben più temibile delle manifestazioni folcloriche e teatrali dei leghisti nei loro raduni.
Che cosa rispondere a questo giornale di regime? Noi della Lega per nostra fortuna non abbiamo subito la repressione franchista e le carceri spagnole e, inoltre, saremmo pure stati degli ingenui, ingannati a nostre spese a destra e a sinistra con le promesse di federalismo (dovevamo fare esperienza ed è perciò che ora vogliamo fare da soli) ma tolta qualche vana minaccia iniziale di Bossi d’imbracciare i fucili, siamo sempre poi stati per un’indipendenza ottenuta in maniera democratica e pacifica.
Che cosa dire invece dell’irredentismo basco? L’ETA, è vero, fu il braccio armato dei comunisti baschi, così come le BR in Italia per un certo tempo furono considerate dei compagni in lotta. Tuttavia è bene ricordare che nel panorama politico del secessionismo basco non ci sono solo i fieri comunisti epigoni dell’ETA riuniti sotto la bandiera di Amaiur, vi è anche il Partito Nazionalista Basco d’ispirazione democratico-cristiana che non appoggiava l’ETA.
Per un popolo (con una lingua pre-indoeuropea, antichissima e misteriosa) che ha subito la repressione franchista e le torture nelle carceri spagnole anche dopo il franchismo, abbiamo il massimo rispetto, anche se non dovesse essere pienamente corrisposto. Anzi è comprensibile che dei baschi possano guardare con sufficienza e distacco il movimento leghista, sorto da appena un trentennio come rivolta fiscale dei popoli padani contro lo statalismo centralista italiano. Dispiace se alcuni di essi ci potranno considerare dei principianti sprovveduti, a volte inclini al compromesso e con degli ideali non così nobili come i loro, ma noi andremo avanti per la nostra strada, con o senza il loro sostegno.
E la strada imboccata è quella di un’indipendenza ottenuta in maniera soft avendo come riferimento la separazione pacifica tra Cechi e Slovacchi, piuttosto che la passata lotta armata dei comunisti baschi contro la Spagna per mezzo dell’ETA (loro braccio armato) che, oltretutto, essi stessi, riunificatisi nel partito Amaiur, hanno dichiarato di aver ora abbandonato.


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Le origini della crisi economica italiana


LE ORIGINI DELLA CRISI ECONOMICA ITALIANA

Il mondo intero è ormai capitalista. La vittoria del capitalismo sul comunismo, sbloccando il mondo dalla condizione di stallo in cui si trovava, diviso tra i due blocchi contrapposti, ha permesso a molti paesi che si trovavano in condizioni di sottosviluppo, di emergere dalla povertà, pur con tutte le riserve legate a una distribuzione della ricchezza molto disuguale. Persino in quei paesi che si dicevano comunisti (la Cina o il Brasile di Lula) vige ormali il capitalismo e il consumismo più sfrenati.
Ma se l’Italia si trova nella situazione attuale, la colpa non è solo del capitalismo e della globalizzazione. E’ soprattutto di quelli che un decennio fa, ci hanno fatto credere che l’entrata nell’euro (così com’era stato concepito a Maastricht) e nel mercato globale ci avrebbero portato solo grandi vantaggi economici.
In effetti, lo spread, dall’entrata dell’Italia nell’euro, il 1° gennaio 1999, a luglio 2011, non ha mai superato i 160 punti e con i governi di sinistra non superava i 40 punti.
Per circa 12 anni, perciò, l’Italia ha goduto d’interessi sul debito pubblico quasi tedeschi e quindi di notevoli risparmi sul finanziamento di tale debito, che tuttavia non sono stati usati per ridurlo e neppure i governi della sinistra riformista nel frattempo sono stati capaci di preparare l’Italia con delle opportune riforme economiche ad affrontare i paesi emergenti (dove il PIL cresce anche grazie a uno stato sociale embrionale) e soprattutto la voracità e la rapidità della speculazione borsistica.
La resistenza dei sindacati (sostenuti dai veterocomunisti) delle corporazioni (sostenute dalle lobbies) e, in definitiva degli interessi di chiunque, attraverso i veti incrociati e trasversali in Parlamento, ha impedito in questi anni l’attuazione di tali riforme.
La speculazione ha quindi avuto delle facili prede nei paesi indebitati dell’eurozona come l’Italia, che la BCE non ha potuto difendere adeguatamente a causa dei limiti imposti dal trattato di Maastricht.
Un esercito d’imprenditori manifatturieri padano con i loro dipendenti, il vanto della nostra economia reale, è stato mandato al massacro dall’imprevidenza della nostra distratta classe dirigente (di destra e di sinistra) occupata a spartirsi i tesoretti e ciononostante questo esercito, benché decimato, ancora resiste, garantendo una bilancia commerciale attiva che però evidentemente non basta.
Al contrario, la Germania e altri paesi nord europei hanno approntato per tempo quelle riforme e ora affrontano la globalizzazione e la speculazione senza dover rinunciare a pezzi del loro welfare.
E’ molto probabile che tali paesi virtuosi, grazie a sistemi fiscali e previdenziali omogenei, accettando la regola del pareggio in bilancio (pena lo scattare automatico delle sanzioni) si accingano a costituire la loro eurozona, con una BCE riformata, a livello della Federal Reserve, e quindi in grado di difenderli efficacemente contro eventuali attacchi speculativi.
La Padania, che avrebbe i fondamentali economici per parteciparvi, ne resterà esclusa assieme al resto d’Italia, con tutto quanto ne consegue, salvo che non sia essa stessa a sostenere il peso maggiore della crisi ed è questo in definitiva che si accinge a compiere il governo Monti: spremere, come sempre, il nord per riportare l’Italia intera nell’euro.
I padani devono essere consapevoli che avverrà esattamente questo e che sarà sempre cosi, se non si uniranno nel consenso alla Lega Nord, avendo così la forza elettorale per chiedere come contropartita la loro indipendenza (fuori da illusorie alleanze a destra o sinistra) e garantire così il loro stato e benessere futuri e la loro libertà contro ogni forma di sfruttamento.
Di certo dal Mezzogiorno Monti non ricaverà un gran che: infatti, un terzo dei lavoratori sono dipendenti statali (già pagati con i soldi del nord), un terzo lavoratori in nero dell’economia sommersa e un terzo fiancheggiatori beneficiari o contribuenti dell’economia criminosa delle varie mafie e proprietari di milioni di case abusive non risultanti al catasto.
Se consideriamo poi che a sud lo scontrino fiscale è un optional, alla fine, se va bene, i meridionali pagheranno solo le maggiori accise sui carburanti, mentre gran parte del peso della manovra salva Italia graverà sul nord, dove vivono prevalentemente i lavoratori in regola (italiani e non) e i pensionati.
I leghisti non fanno parte di nessuna casta, altrimenti starebbero con gli altri a scodinzolare Monti, mandandogli magare dei bigliettini ossequiosi in cui si offrono “volontari”, come degli scolaretti leccapiedi.
E’ chiaro ormai che il federalismo è divenuto una chimera. Il federalismo, attuato per tempo, sarebbe stato una risposta a molti problemi dell’Italia, ma evidentemente i partiti che in parlamento, a parte la Lega, si dicevano federalisti, hanno solo bleffato e tergiversato ostacolandone il percorso.
Per i padani ora non esiste altra via che l’indipendenza e la libertà. E’ vero, a livello nazionale la Lega ha solo l’8% delle preferenze, ma nelle sue roccaforti, quelle che anelano all’indipendenza, i consensi sono ben più elevati e con la crisi economica in corso, che mina il loro benessere, e i paventati rischi di default, tali consensi non possono che aumentare.
Nelle nostre terre i riflettori sono ben alti e non c’è bisogno di “sbraitare” il dissenso come nel parlamento romano per chiedere il taglio degli sprechi nel meridione perché è dal basso, dove siamo prossimi al limite di sopportazione, che giunge la richiesta di libertà.
Non vogliamo più essere fratelli di questa Italia né tanto meno schiavi di questa Roma, poiché non può esistere fratellanza senza libertà e uguaglianza.
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Le responsabilità vanno divise


LE RESPONSABILITA’ VANNO DIVISE

Prodi, nel 1999, ci ha fatto aderire a forza al Trattato di Maastricht per entrare nell’eurozona, senza però avvisarci dei rischi legati al debito pubblico italiano già pesante allora.
I governi seguenti, pur potendo risparmiare moltissimo godendo d’interessi sul debito pubblico pari a quelli tedeschi e di fiducia e credibilità nel sistema Italia, ritenuto in grado di mantenere un Pil elevato, non hanno tuttavia usato quei risparmi per ridurre il debito, né hanno predisposto quelle riforme strutturali in grado di farci crescere nonostante la concorrenza dei mercati globali.
Progressivamente, negli ultimi dodici anni, l’Italia ha ridotto sempre più il suo Pil e aumentato il suo debito, è perciò del tutto ovvio che ora nessuno voglia più finanziarlo se non in cambio d’interessi molto elevati rispetto a quelli tedeschi (spread).
L’Italia aveva già fallito e i mercati ne hanno solo preso atto. La conseguenza principale è che ora l’Italia è ostaggio degli strozzini internazionali che tuttavia non hanno nessun interesse a farci fallire, se non prima di aver recuperato tutti i loro crediti.
In alternativa (default) ci succhieranno tutto quanto è possibile succhiare prima di lasciarci al nostro destino. Né possiamo aspettarci aiuti dagli stati virtuosi dell’eurozona che giustamente non è come l’Italia dove poche regioni virtuose del nord mantengono tutte le altre.
La Germania non ha nessun interesse a salvarci, rivedendo il trattato di Maastricht e le attribuzioni della BCE. Non illudiamoci: lei ha vinto la sua sfida della globalizzazione. Per lei non ha importanza se esporterà meno nei mercati dei paesi sud europei, impoveriti dal default, quando le si aprono i mercati del mondo intero dove esistono paesi emergenti con un Pil a due cifre.
E’ ben vero che in questi dodici anni ha governato più il centrodestra che il centrosinistra, ma sarebbe bene che anche antiberlusconiani e comunisti, assumessero le loro responsabilità. Se l’Italia non si è modernizzata dotandosi di quelle riforme strutturali in grado di farci affrontare la globalizzazione con successo, la colpa è anche del loro anacronismo e della loro ottusità.
Il loro conservatorismo è così radicale che se Berlusconi avesse tentato di fare quelle riforme che ora Monti ha fatto e farà eliminando anche l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, come Gheddafi, sarebbe stato linciato dalla folla in piazza Duomo a Milano, altro che la statuetta di Tartaglia.
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Il referendum per la Padania: chi rischia di più?


IL REFERENDUM PER LA PADANIA: CHI RISCHIA DI PIU’?

Dal 2009 in poi i sondaggi tra gli abitanti del nord se sarebbero stati favorevoli all’adesione della loro regione a uno stato indipendente di nome Padania, hanno dato risultati via via crescenti fino ad arrivare nel 2010 al 61% e (se interrogati sull’appoggio a una riforma dello stato italiano in senso federale) all’80%.
Pertanto, si ha ragione a dire che la Padania non esiste come entità politica. Essa, infatti, è un’entità politico-amministrativa ideale, esattamente com’era l’Italia nel cuore dei patrioti dell’ottocento, quando invece per il Metternich, Penisola Italica era solo un’espressione geografica che s’incontrava nelle cartine fisiche dell’epoca e non in quelle politiche.
D’altra parte, non è che quei patrioti, carbonari, nobili o letterati che fossero, rappresentassero tutto il Lombardo-Veneto, dove la quasi totalità della popolazione non parlava neppure l’italiano. Né pare che i Savoia abbiano fatto un referendum per “liberare” il Lombardo-Veneto.
E’ sicuro invece che la Lega, oggi, sia molto più rappresentativa dei padani, che non quelle élite di patrioti che pretendevano di rappresentare l’intero Lombardo-Veneto allora.
Il risultato delle elezioni in Belgio e in Spagna mostra una tendenza all’aumento nei consensi dei partiti autonomisti o indipendentisti.
Nei Paesi Baschi, il partito Amaiur è di sinistra mentre il Partito Nazionalista Basco è d’ispirazione democratico-cristiana, ma entrambi sono per l’indipendenza (pacifica e sancita con un referendum) del popolo basco. La Catalogna è già territorio a forte autonomia e in Belgio i fiamminghi delle Fiandre vogliono staccarsi dai valloni francofoni.
Anche gli italiani più nazionalisti dovrebbero aver ormai capito che l’autodeterminazione dei popoli è un diritto, sancito dall’ONU, che vincola anche le costituzioni dei singoli stati.
Pertanto i risultati di un eventuale referendum nella Padania (che non può essere tacciato d’incostituzionalità) potrebbero essere sorprendenti ed è perciò che la sola idea, nonostante i numeri della Lega Nord siano insufficienti, turba il sonno di quei molti che avrebbero solo da perderci in una separazione consensuale.
E’ vero che non si vincono le elezioni con i sondaggi, ma è altrettanto vero che un referendum non è un’elezione ed è probabile che quest0, a nord, sarebbe molto trasversale e che lo voterebbero favorevolmente non solo gli iscritti e i simpatizzanti della Lega, ma anche moltissimi elettori del Pdl e non pochi del Pd oltre a tutti i partiti autonomisti.
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Cittadinanza ai bimbi nati in Italia?


CITTADINANZA AI BIMBI NATI IN ITALIA?

Napolitano, sentendosi sorretto dai sondaggi che lo danno come il politico più stimato dagli italiani (ora forse un po’ meno) e convinto di rappresentare tutti gli italiani come un premier eletto direttamente, in questo momento in verità di sospensione della democrazia e del pluralismo, con paternalismo fermo e deciso ritiene “assurdo e folle negare la cittadinanza ai bimbi nati in Italia”.
In sostanza, la sua esternazione è un invito al Parlamento a promulgare una legge di revisione costituzionale che abroghi lo jus sanguinis a favore dello jus soli.
Lo jus soli determina l’allargamento della cittadinanza ai figli degli immigrati nati sul territorio dello stato. Ciò spiega perché sia stato adottato da paesi con una forte immigrazione e, al contempo, un territorio in grado di ospitare una popolazione maggiore di quella residente (Stati Uniti, Argentina, Brasile, Canada ecc.).
Al contrario, lo ius sanguinis tutela i diritti dei discendenti degli emigrati, ed è dunque spesso adottato dai paesi che sono o furono interessati da una forte emigrazione (Armenia, Irlanda, Italia, Israele) o da cambiamenti dei confini a causa di guerre (Bulgaria, Croazia, Finlandia, Germania, Grecia, Italia, Polonia, Serbia, Turchia, Ucraina, Ungheria).
Attualmente, la maggior parte degli stati europei adotta lo jus sanguinis (con alcune concessioni) e non pensa di cambiare. Fa eccezione la Francia (che forse ora vorrebbe conformarsi agli altri) dove lo jus soli vige fin dal 1515.
La ragione dovrebbe apparire ovvia poiché, pur essendo ora soggetti a una forte immigrazione, questi paesi hanno già un’elevata densità abitativa e non possiedono un territorio in grado di ospitare una popolazione maggiore di quella già residente e risorse adeguate a garantire i diritti sociali (welfare) a questo surplus di popolazione, come sarebbe previsto dalle rispettive costituzioni o, in mancanza, dalle normative UE e dalle convenzioni internazionali ONU e OIL.
Il possesso della cittadinanza garantisce i diritti civili, politici e sociali.
Impegni internazionali multilaterali o bilaterali o scelte unilaterali degli stati hanno fatto sì che ora i diritti civili (libertà personale, di movimento, di associazione, di riunione, di coscienza e di religione, l’uguaglianza di fronte alla legge, il diritto alla presunzione d’innocenza e altri diritti limitativi delle potestà punitive dello stato, il diritto a non essere privati arbitrariamente della proprietà e così via) siano ormai già riconosciuti anche ai non cittadini, e tale riconoscimento è di solito sancito a livello costituzionale, mentre i diritti sociali (welfare) e soprattutto quelli politici (votare ed essere eletto, accedere agli uffici pubblici e cosi via) tendono ancora a essere legati alla cittadinanza.
Tuttavia, riguardo ai diritti sociali, in Italia un lavoratore straniero in regola ha ovviamente garantiti tutti i diritti sociali che derivano dal fatto di contribuire alle entrate dello stato (come qualsiasi lavoratore italiano in regola) e i cosiddetti diritti sociali di prestazione sono: in parte garantiti a tutti, ossia anche a chi non ha un reddito e non contribuisce (assistenza, istruzione) e in parte solo a chi non ha un reddito o questo è inferiore a un dato limite (accesso all’edilizia residenziale pubblica, bonus bebè, bonus istruzione e simili).
Pur nella frammentarietà di competenze tra Stato, Regioni ed Enti locali, in ottemperanza alle normative comunitarie, anche i diritti di prestazione che dipendono dall’assenza o dall’esiguità del reddito (condizioni d’indigenza) sono sostanzialmente garantiti agli stranieri, a condizione che risiedano in regola da almeno cinque anni nel territorio nazionale.
Con riferimento ai minori stranieri, sono le stesse fonti internazionali, come la Convenzione sui diritti del Fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata dall’Italia con la L. 176/1991, ad assicurare in ogni caso la tutela contro ogni forma di discriminazione ai minori stranieri non accompagnati, anche se entrati irregolarmente in Italia, purché facciano richiesta di un permesso di soggiorno per minore età, che non potrà essere negato in quanto, in base alla convenzione, essi non possono essere espulsi, tranne che per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato e salvo il diritto, in caso di adozione o affido, a seguire il genitore o l’affidatario espulsi.
Essi sono obbligatoriamente iscritti al Servizio Sanitario Nazionale, hanno l’obbligo scolastico e il diritto di iscriversi a ogni ordine e grado di scuola.
Inoltre, la legge Bossi-Fini (30 luglio 2002) prevede implicitamente che essi possano lavorare (a 15 anni, dopo aver assolto l’obbligo scolastico e con modalità tali da non violare l’obbligo formativo) poiché, tra i requisiti per la conversione a 18 anni del permesso di soggiorno per minore età in permesso di lavoro, è compreso anche l’aver già svolto attività lavorativa.
I minori stranieri nati (0 entrati accompagnati) e residenti in Italia con permesso individuale o iscritti in quello del genitore, pur avendo chi si occupa di loro, nondimeno o a maggior ragione hanno questi diritti-doveri, compresi gli assegni scolastici, le borse di studio (e i bonus bebè se, i genitori sono residenti da cinque anni sul territorio nazionale).
E’ lecito perciò chiedersi quali diritti, rispetto a un minore italiano, sarebbero negati ai figli degli immigrati regolari nati in Italia, se in Italia vivranno ininterrottamente fino alla maggior età (condizioni per scegliere la doppia cittadinanza senza la possibilità che gli sia negata).
Forse il diritto a una mobilità internazionale illimitata?
  1. Il requisito della residenza ininterrotta è comunque valutato con elasticità: in caso di residenza interrotta o di ritardo nella registrazione anagrafica (per ignoranza dei genitori o perché questi clandestini al momento della nascita) sono valutati, quali prove della permanenza sul territorio italiano, anche certificati medici, scolastici o altra documentazione simile e, per anticipare i tempi e ottenere la cittadinanza non troppo oltre il compimento del diciottesimo anno ed evitare così ogni possibile discriminazione, dipendendo dalla volontà dell’interessato e dalla solerzia dei genitori, la richiesta può essere inoltrata anche prima di tale data.
  2. Enfatizzare poi il fatto che gli studenti extracomunitari delle scuole superiori incontrino delle difficoltà a partecipare alle escursioni che queste organizzano al di fuori dell’Italia, appare una forzatura su una situazione piuttosto particolare e limitata, probabilmente risolvibile con qualche permesso ad hoc in più.
La risposta è che sostanzialmente nessun diritto civile e sociale sarà loro negato mentre i diritti politici, come ogni minore italiano, li potrebbero comunque godere solo dalla maggior età.
Riguardo ai diritti sociali, l’unica differenza è che se nascono prima che i genitori abbiano trascorso almeno cinque anni sul territorio nazionale, non ovunque avranno accesso immediato ai bonus bebè (una prestazione saltuaria non strutturale) né ovunque avranno subito accesso all’edilizia residenziale pubblica.
Una situazione, infatti, molto variegata tra Regioni ed Enti locali (ed è giusto che sia così nel rispetto delle loro discrezionalità) nel senso che in molte parti d’Italia queste prestazioni sono concesse anche in assenza del requisito dei cinque anni di permanenza.
D’altro canto vi è la considerazione che adottare la doppia cittadinanza o peggio dover rinunciare a quella dei propri genitori, sperando un giorno di poterla recuperare, siano scelte da farsi con piena consapevolezza.
Un auspicabile abbassamento del limite di residenza ininterrotta da 18 a 16 anni consentirebbe ai figli degli immigrati nati in Italia di ottenere la cittadinanza entro il diciottesimo anno, potendo così esercitare ogni diritto politico alla maggior età, alla pari dei loro coetanei figli d’italiani.
La scelta di diventare in tutti i sensi italiani, a volte anche contro il volere dei genitori, se fatta a 16 anni è sicuramente più consapevole che fatta, nel caso di jus soli, a cinque o sei anni, magari richiesta solo per praticità o subita da genitori che spesso non nutrono alcun interesse per l’Italia (a seconda che lo jus soli preveda una cittadinanza opzionale o automatica).
Quali sono allora le intenzioni nascoste di questa esternazione in gran parte infondata del Presidente Napolitano?
E’ evidentemente un’esternazione strumentale, propagandistica e demagogica, indirizzata ai malinformati e volta a favorire gli interessi di una parte politica, un’azione fuorviante, fatta volutamente per distogliere l’attenzione del proprio elettorato dai problemi pressanti e dalle prospettive incerte del paese e concentrarla sulla Lega, che ha sempre fatto del contrasto all’immigrazione incontrollata una questione di principio. In definitiva un’azione non consona al suo ruolo istituzionale di Presidente super partes, ma del resto già c’eravamo abituati con Fini.
Se, invece, si vuol dire, che a dispetto di tutte le normative nazionali e sovranazionali atte a impedire ogni forma di discriminazione minorile, tuttavia questa persiste, specialmente in certe aree degradate del meridione povero e dominato dalle mafie, dove i figli degli immigrati nati in Italia, al pari dei loro padri (spesso clandestini e sfruttati dal caporalato) vivono in condizioni disumane, questo fatto non si può certo negarlo.
Tuttavia, non si vede come lo jus soli possa modificare queste situazioni di sfruttamento, che al contrario peggiorerebbero sotto il peso di un’immigrazione di massa da esso incentivata, che andrebbe a gravare sull’economia di territori poveri e in un paese a rischio default, creando delle facili illusioni che presto, a causa del permanere del degrado e dello sfruttamento, si trasformerebbero in rabbia incontrollata come già avviene nelle periferie ghetto di altri paesi.
Sarebbe, perciò, veramente da irresponsabili creare queste illusioni, anche se sinceramente spinti da motivazioni etiche e umanitarie, piuttosto che da speculazioni puramente politiche e di bottega come si è tentati di diffidare.
Il vero problema è come garantire, ai figli d’immigrati clandestini, una loro immediata registrazione anagrafica alla nascita (impedendo che diventino dei minori invisibili) senza che ciò comporti la loro sottrazione ai genitori, a causa della condizione d’irregolarità e indigenza di questi ultimi.
A riguardo, lo jus soli porterebbe a un aumento delle situazioni in cui dei figli sarebbero forzosamente separati dai genitori, non garantendo più l’unità della famiglia e quindi i diritti del minore, salvo che non si conceda ai genitori clandestini un permesso di lavoro (nella speranza che essi trovino effettivamente un lavoro e possano così aver cura dei figli) e non si rinunci, nel caso abbiano commesso gravi crimini, a espellerli per motivi di ordine pubblico o sicurezza dello Stato.
In sostanza, per garantire l’unità della famiglia, lo Stato si vedrebbe costretto a regolarizzare clandestini e criminali incoraggiando così un’immigrazione di massa nel nostro paese.
In definitiva, considerando la situazione contingente e usando un termine che va molto di moda, anche l’immigrazione deve essere sostenibile e lo jus soli non sembra per niente andare in questa direzione.
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Onore alla Lega


ONORE ALLA LEGA

Se non fosse per il “golpe dei mercati”, la Lega sarebbe ancora al governo, lottando con pervicacia per completare l’attuazione del federalismo fiscale, a fianco a fianco del Pdl e Berlusconi.
Col suo voltafaccia, legittimo ma eticamente discutibile, Fini ha cambiato il proprio orientamento politico in corso di partita, tradito parte dei suoi ex-elettori di AN, scardinato il neonato PDL e la coalizione con la Lega, un’alleanza che aveva un ampio margine nei numeri per giungere al termine naturale della legislatura, completando ogni punto del programma elettorale nel quale erano già incluse, assieme al federalismo fiscale, molte di quelle riforme strutturali che ora l’Europa ci chiede. La Lega avrebbe preferito le dimissioni del Cavaliere e il ricorso immediato a nuove elezioni.
L’attenzione eccessiva di Berlusconi ai suoi problemi giudiziari, che l’ha fatto entrare in rotta di collisione con la magistratura, ha portato poi alla sconfitta del centro-destra a Milano.
Questi sono gli errori che lasciano il segno e fanno pensare che forse è meglio agire da soli, se non altro in questo momento, in cui non c’è del resto bisogno della Lega, tanti sono i luminari e i volenterosi che accorrono al capezzale dell’Italia morente o in coma indotto dai mercati.
“Rifarsi la verginità”, agli occhi di chi pensa la Lega si sia corrotta entrando in contatto con la dissolutezza dei costumi romani (trasferita poi agli enti locali) o nell’abbraccio riluttante col Cavaliere, è un modo di dire ed è una questione del tutto irrilevante.
Primo.
Quando la società civile d’interi territori è ostaggio dell’illegalità e della brutalità delle organizzazioni mafiose e non si fa niente per impedire che questo cancro si espandi anche al nord, quando il frutto del lavoro del nord è sperperato da un’amministrazione pubblica ipertrofica e ladrona e quando assistenzialismo e parassitismo sono spacciati per solidarietà, i padani hanno tutto il diritto di difendersi, organizzandosi, entrando nel governo a Roma con i propri rappresentanti, lavorando per la devoluzione e il federalismo fiscale e lottando senza quartiere contro le organizzazioni criminali anche nell’interesse degli stessi meridionali onesti.
Questo ha fatto la Lega a Roma, quotidianamente e tenacemente in Parlamento e nel Governo, senza preclusioni o pregiudizi nei confronti di alcuna forza parlamentare di destra o sinistra che fosse, coerentemente alla sua natura regionale e interclassista, a tutela degli interessi economici, culturali e sociali dell’intera popolazione del nord e di riflesso dell’Italia intera.
Ma questa crisi finanziaria ha rivelato tutta l’inadeguatezza e l’immaturità della politica tradizionale.
Incapace di realizzare un vero bipolarismo costruttivo e proficuo per l’Italia, di fronte ai problemi del paese si è persa nella faziosità, lacerandosi in conflitti infiniti e interminabili, e solo dopo che l’acqua è arrivata alla gola, ha raffazzonato in fretta e furia un governo tecnico e di salvezza nazionale con l’obiettivo di bloccare la speculazione sui titoli italiani e, facendo di necessità virtù, attuare finalmente le famose riforme strutturali.
Pur non avendo nulla contro Monti, tuttavia la Lega non ha voluto partecipare né sarebbe stata necessaria a quest’ammucchiata centrista, a meno di non subentrare al terzo polo (e in compagnia del PDL o parte di esso).
Il terzo polo di Casini e Fini, transfuga del centro-destra, non è sorto per ovviare alle difficoltà di un bipolarismo in crisi evolutiva, ma per distruggerlo e riportare indietro l’orologio della storia ai “fasti” della 1° Repubblica e con l’obiettivo malcelato di bloccare l’attuazione del federalismo fiscale.
Secondo.
Forse Bossi si sarà macchiato di nepotismo, ma neanche tanto se rispondendo a chi gli chiedeva se suo figlio fosse il suo delfino, disse che più che altro gli sembrava una trota. E, comunque, non c’è solo Bossi nella Lega, ci sono Maroni, Reguzzoni, Bricolo, Castelli, Zaia, Tosi e molti altri, anche eletti di prima legislatura, che diversamente da quanto è sempre avvenuto negli altri partiti, non sono sembrati molto legati alla poltrona come qualche burlone vorrebbe far credere per screditare la “Lega cadrega”.
E, infatti, in modo compatto la Lega chiedeva nuove elezioni e coerentemente poi è passata all’opposizione, rinunciando a incarichi e poltrone che in Parlamento spettano alla maggioranza, per quanto il governo sia tecnico.
Terzo.
La Lega non ha motivo per vergognarsi di Berlusconi.
Tradito da Fini, ha poi dovuto affrontare varie situazioni di calamità naturali, la spazzatura di Napoli, l’ostruzione a priori e la demonizzazione da parte dei suoi oppositori, le invasioni della sua privacy, le campagne diffamatorie a mezzo stampa, la persecuzione di certa magistratura, la guerra in Libia e infine l’attacco della speculazione.
Gli è mancato il tempo per occuparsi delle riforme e della crescita del paese (sebbene Tremonti sia riuscito comunque a ridurre la spesa e contenere il debito pubblico) ma è stato anche sistematicamente ostacolato dai suoi avversari.
I suoi oppositori hanno bruciato due anni di legislatura occupati solo a impedirgli di governare, invece di entrare nel merito delle questioni poste dal centro-destra e alla fine ne ha rimesso l’Italia intera. Grazie Fini e Di Pietro, grazie Pdl, grazie Scalfari, Santoro e Travaglio …
Se la Lega ha un rimpianto, è quello di non aver potuto completare il suo lavoro, se ha una frustrazione e quella di vedere il “vecchio usato e sicuro” tornare sospinto dai venti del mercato per affrontare (?), come un Ranieri della politica, le incognite dei tempi nuovi.
Questi ciechi, nel pieno del terremoto, vorrebbero addirittura ristrutturare la casa istituzionale. Magari fosse così, ma con la speculazione che investe sul default dell’Italia, grazie agli istituti che con una modica spesa accessoria ne garantiscono comunque i titoli, c’è il rischio che presto tutto cada veramente sulle loro teste.
E i bocconiani, che forse quei titoli hanno in tasca, tutti a dire che è impensabile negoziare un taglio del 50% del debito con la BCE, come ha fatto la Grecia (con un mezzo default, che pertanto non ha attivato le garanzie dei titoli in possesso ai suoi creditori).
Eppure, l’EFSF (Fondo Europeo di stabilità finanziaria, noto anche come fondo salva stati) avrebbe già 1000 miliardi di € (guarda caso poco più della metà del nostro debito) pronti per il paese che fosse impossibilitato a ottenere sul mercato prestiti a tassi accettabili, basta presentare la richiesta di aiuto finanziario e coinvolgere nel salvataggio dell’Italia il settore privato.
In questa maniera, le imprescindibili riforme strutturali che l’Eurogruppo già ci chiede, giacché lo sconto sul debito concesso calmerebbe all’istante i mercati, si potrebbero realizzare con maggior ponderazione e con la condivisione delle parti sociali.
Ma la grande speculazione non è stupida, sa bene che non può tirare la corda fino al limite di rottura o, meglio sarebbe dire, stringere il cappio fino a strozzare il malcapitato ed è perciò poco probabile che i rendimenti sui titoli salgano a tal punto da costringere l’Italia a richiedere l’aiuto del fondo salva stati e il dimezzamento del debito.
Comunque sia, se il vecchio torna, anche la Lega torna alle origini e ha già trovato il suo rifugio naturale e sicuro nel Parlamento Padano. Ci sarà da divertirsi (amaramente) a guardare gli altri a sbranarsi (elettoralmente) mentre l’edificio barcolla con l’Italia, spremuta dai mercati, costretta a mendicare sconti sul suo debito sovrano.
L’Unione Europea è imprescindibile? Ebbene anche in un’Europa a due velocità la Padania starebbe a pieno titolo nel gruppo dei paesi virtuosi.
Sei regioni del nord, in ordine di ricchezza Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Toscana e Marche mantengono il resto d’Italia ma principalmente il centro-sud.
Il nord-Italia, libero dalla zavorra improduttiva e parassita del centro-sud, come ricchezza, benessere e qualità di vita sarebbe ai livelli dei più ricchi Land della Germania, con i suoi conti perfettamente in ordine, ben dentro i parametri europei e uno spread con la Germania pari a zero se non negativo.
Si potrebbe obiettare che anche i tedeschi occidentali sostengono quelli dell’ex DDR, ma la Germania è una repubblica federale e il federalismo fiscale è un’istituzione ben consolidata nella tradizione teutonica.
Perché mai da noi esso è visto con sospetto e si sollevano obiezioni e difficoltà circa la sua attuazione, affermando addirittura che aumenterebbe la spesa e gli sprechi quando invece è auspicato dallo stesso Napolitano?
E’ evidente che il centro-sud italiano e l’apparato statale centralista con tutti i suoi dipendenti dovrebbero rinunciare a una situazione di vantaggi e privilegi.
Il nord, per storia, cultura, mentalità appartiene all’Europa di diritto, il centro-sud allo Stato Vaticano.
L’attuale classe dirigente leghista potrà anche scomparire, ma la rivolta fiscale contro Roma ladrona e la diffidenza verso meridionali ed emarginati saranno temi sempre attuali al nord, finché non sarà data una soluzione al dualismo economico nord-sud (e a quelli società civile-criminalità organizzata e federalismo-centralismo a esso connessi).
La criminalità organizzata molto si alimenta con gli introiti dei consumi di droga.
E, in un circolo vizioso, la droga corrompe la società civile, producendo criminalità comune ed emarginazione sociale e seminando con ciò insicurezza nella gente.
La cura a questo dualismo c’era, è il federalismo antistatalista, ostacolato prima e accantonato ora dall’incalzare della crisi economica.
Allo stesso modo, vedendo la miserevole fine che stanno facendo le rivolte della primavera araba soprattutto in Egitto e Libia, dove praticanti e integralisti appaiono in numero ben superiore a moderati e laici, è molto probabile che anche il dualismo mondo occidentale-islam continuerà ad esistere, assieme alla diffidenza di molti italiani verso gli islamici.
Se non bastassero questi problemi, ora la crisi economica ha svelato un vecchio dualismo che è sempre esistito ben mimetizzato ma che ora è ben chiaro a tutti, quello tra potere politico-potere finanziario, ossia il confronto tra chi dovrebbe garantire gli interessi dei cittadini, delle famiglie, delle imprese e dei lavoratori, il 99% della popolazione, e chi invece garantisce quelli delle grandi banche private e degli speculatori internazionali, l’1% della popolazione, che vogliono arricchirsi spremendo e sfruttando quel 99% in base ai concetti del più libero capitalismo finanziario.
Pertanto, se non sarà l’attuale ceto dirigente, nuovi leader saranno pronti a interpretare le richieste, le rabbie e le paure dell’elettorato leghista, che saranno puntualmente sottovalutate dalla sufficienza e dal pregiudizio dell’intellighenzia radical chic di sinistra. Una sinistra superba e autocompiacente, che convinta di detenere il primato culturale, le ignorerà e ridicolizzerà, umiliando e offendendo così la gente più umile e semplice del nord.
Esattamente questo è successo quando Bossi, in tempi non sospetti né supportato da titoli accademici in economia ma solo dalla sua intuizione, magari in maniera un po’ rozza, tuttavia metteva in guardia gli italiani dai rischi dell’euro, puntualmente irriso dai politici tradizionali.
Ora, anche a causa della globalizzazione dei mercati, i nodi sono venuti al pettine, smascherando i limiti della BCE e l’inadeguatezza dei criteri che regolano l’eurozona, stabiliti dal Trattato di Maastricht.
Il criterio di rapportare tanto il deficit annuo che debito pubblico al PIL (con il primo che deve essere inferiore al 3% e il secondo al 60%) specialmente nel secondo caso, crea l’illusoria idea che ci si possa indebitare a piacere, purché il PIL cresca in proporzione.
Tuttavia, il debito pubblico cresce comunque senza limiti, anche con deficit annui inferiori al 3 % rispetto al PIL, se continui e ripetuti (questo e la debolezza dell’euro di fronte agli attacchi speculativi faranno sì che il pareggio in bilancio sarà la condizione sine qua non per permanere nell’eurozona).
Il PIL, al contrario, non può crescere illimitatamente: a medio termine, perché la concorrenza all’Europa è divenuta fortissima nel mercato mondiale, con la globalizzazione e l’entrata in scena dei tre giganti Cina, India e Brasile e, a lungo termine, perché le risorse del pianeta non sono inesauribili e anche quei paesi, presto o tardi, dovranno fare i conti con l’inquinamento e il depauperamento della Terra.
Da questo punto di vista, la tradizionale posizione progressista, che in contrapposizione a quella conservatrice attribuisce allo stato il compito di sostenere, quando necessario, la domanda di beni e servizi, ricorrendo alla spesa pubblica anche in condizioni di deficit per stimolare la crescita economica, ossia il PIL, verrebbe a cozzare anche con la posizione dei verdi e dei movimenti no global, che al contrario chiedono una crescita dell’economia mondiale regolata, omogenea e soprattutto sostenibile.
In definitiva, è possibile che la BCE diventi come la Federal Reseve, ma solo per i paesi virtuosi dell’Eurozona, con sistemi fiscali e previdenziali omogenei e che accettino la regola del pareggio in bilancio, pena lo scattare di sanzioni automatiche per quelli inadempienti.
In Italia, solo le regioni padane, che sono la locomotiva italiana, potrebbero farcela da sole. Tutti assieme potremmo farcela a condizione che il carbone sia dato alla locomotiva e non usato per il riscaldamento e il comfort delle carrozze centrali e di coda.
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Pagare i debiti o il Default?


PAGARE I DEBITI O IL DEFAULT?

In un mio post del 6 ottobre (EVASIONE FISCALE, SALVEZZA DELL’ITALIA) riferendomi non agli evasori totali, che non sono nemmeno registrati all’Agenzia delle Entrate, e nemmeno ai grandi evasori che esportano i capitali liquidi non dichiarati nei paradisi fiscali, ma al popolo delle partite IVA, ossia delle piccole e medie imprese che creano reddito e danno lavoro a metà degli italiani occupati, affermavo una cosa paradossale.
Ossia che la loro evasione, rilevante nell’insieme, ma che comunque singolarmente non supera i limiti imposti dagli studi di settore, è necessaria a queste imprese per sopravvivere alla stretta tra pressione fiscale interna (una fra le più elevate al mondo) e concorrenza globalizzata ed è funzionale anche alla sopravvivenza del sistema Italia stesso.
Lo è tanto che se un giorno un governo, in tempo di crisi economico-finanziaria come ora, trovasse la maniera di abbattere totalmente questa evasione fiscale, inizialmente il fisco vedrebbe aumentare di molto le sue entrate, ma alla lunga le conseguenze sarebbero, in successione, la moria di queste imprese, il crollo dell’occupazione e una rilevante riduzione del gettito fiscale.
Questo principalmente perché, non essendo noi tedeschi ma italiani, le ingenti risorse extra sarebbero in gran parte ingoiate dalla corruzione e da nuova spesa pubblica, anziché essere usate per abbattere il debito pubblico, ridurre la pressione fiscale e stimolare con investimenti la crescita economica, riequilibrando così il rapporto PIL/Debito pubblico.
L’apparato centralista e la voragine del centro-sud sono come un drogato, al quale più soldi dai più si droga, più si droga più ha bisogno di soldi.
In conclusione ventilavo per l’Italia il rischio della “sindrome greca”.
Come spesso succede, la realtà è più drammatica della fiction e in men che non si dica, a distanza di un mese, l’Italia, come la Grecia, è stata attaccata dalla speculazione, a causa del suo annoso debito pubblico, lievitato in maniera incontrollata dal 1986, sebbene, rispetto alla Grecia, i suoi fondamentali economici, in termini di risparmio privato, capitali pubblici e sistema d’imprese siano ben migliori, tanto da essere considerata la terza potenza economica d’Europa.
Tuttavia, la prima e la seconda potenza economica d’Europa, ossia Germania e Francia, si sono alleate per difendere le loro banche private che, da sole, comprandone i titoli, avevano in pratica finanziato il debito pubblico della Grecia, ora a rischio di default.
I creditori del debito pubblico italiano sono, invece, per metà banche private e risparmiatori italiani e, per metà, banche private e risparmiatori stranieri.
Certamente per troppi anni gli italiani hanno vissuto sopra le loro possibilità, sperperando risorse in quantità.
Tuttavia metà del debito pubblico, come detto, è stato autofinanziato dagli italiani stessi e nel complesso, includendo anche le risorse disviate dalla corruzione (se sono state spese in Italia) il nostro debito pubblico ha in sostanza stimolato i consumi degli italiani favorendo in certa parte la produzione interna e l’occupazione, ma riducendo anche i margini di guadagno della nostra bilancia commerciale.
L’Italia, infatti, ha dovuto aprire progressivamente il suo mercato interno prima all’Europa e poi, con la globalizzazione, al mondo intero, divenendo terra di conquista più che trarne dei sostanziali vantaggi e oggi il suo sistema industriale, con la produzione manifatturiera di bassa tecnologia della piccola e media impresa, non è più in grado di reggere il confronto con i paesi emergenti a meno di non delocalizzarsi anch’esso.
A causa della burocrazia farraginosa, del costo del lavoro eccessivo e del peso dei sindacati nazionali, l’Italia non è più appetibile nemmeno agli investitori stranieri e quelli che c’erano, uno dopo l’altro, stanno dismettendo i loro impianti per investire altrove.
La stessa Fiat, un tempo vanto della nostra imprenditoria, divenuta ormai una multinazionale, attraverso il suo amministratore delegato Marchionne, non fa segreti di voler dismettere i suoi impianti improduttivi in Italia a vantaggio di quelli produttivi negli USA o in Brasile.
A parte l’alta moda, continuando a produrre scarpe, maglioni o parmigiano, che sono presto imitati dagli altri, l’Italia non migliorerà la sua bilancia commerciale.
In economie mature come quelle europee, dove diventa sempre più complicato stimolare i consumi interni, anche con il battage di campagne pubblicitarie martellanti (cui però il consumatore si è ormai assuefatto, mirate a creare consumi indotti di beni o servizi superflui o voluttuari) per crescere, saranno sempre più indispensabili le esportazioni nei mercati di quei paesi in forte crescita come Brasile, Cina e India, dove milioni di persone, uscite da condizioni di povertà talora anche estrema, sono ansiose di possedere tutti quei beni cui gli europei sono ormai appagati e saturi.
D’altro canto, i nostri miopi governi italiani, anziché stimolare una riconversione del nostro sistema industriale, di grandi piccole o medie imprese che sia, accompagnandolo, con investimenti nella ricerca e in sinergia con i poli universitari di eccellenza, verso produzioni di alta tecnologia nei settori strategici (aerospaziale, militare, navale, elettronico, informatico, farmaceutico, ospedaliero e quant’altro) ha invece utilizzato il debito pubblico unicamente per stimolare la vanità del consumatore italiano e la sua richiesta di beni di consumo, drogando con ciò l’economia italiana e mortificando gli imprenditori più innovativi.
La fuga dei cervelli dalle università italiane (dominate dai baroni che controllano le esigue finanze destinate alla ricerchia) e dall’Italia in generale fa da contraltare alla scarsa valorizzazione che il settore produttivo fa del potenziale umano, anche attraverso corsi riqualificanti istituiti da e mirati alle esigenze dell’impresa stessa.
Ma le imprese italiane oggi sono perfino meno indebitate delle famiglie e non investono in se stesse. E’ singolare e indicativo, infatti, che il debito aggregato italiano sia per metà pubblico e l’altra metà per 2/3 delle famiglie e 1/3 delle imprese.
Se queste ultime non sono tirchie o poco amanti del rischio, di certo sono influenzate dalle incertezze della crisi economica che dura ormai da qualche anno e dal clima di austerity e riduzione di investimenti e spese che ne consegue.
Da questo punto di vista, non sono immuni da colpe nemmeno i sindacati, che pur di salvaguardare gli occupati, lasciano marcire nella disoccupazione o nel precariato un capitale umano di milioni di giovani, resistendo strenuamente a ogni riforma radicale del mercato del lavoro.
Anche se bisogna dire che molti di questi giovani hanno un basso livello d’istruzione e dunque soffrono la concorrenza degli extracomunitari, oppure sono laureati in aree sature come quelle umanistiche (insegnamento, legge e così via) invece che essersi specializzati in quelle tecniche sorte con la rivoluzione informatica (micro-elettronica, informatica, robotica, telecomunicazioni, tanto per citarne alcune).
Sommando tutti questi fattori si capisce perché l’Italia non cresca.
Di questo sono responsabili tutti i recenti governi italiani, il sindacato e la confindustria e questo, assieme alla conflittualità politica, è in fondo il vero motivo della recente poca affidabilità dell’Italia per i mercati.
Gli analisti economici non credono più nei politici italiani, nella capacità dell’Italia di reagire alle sfide della globalizzazione, nell’ingegno, creatività e spirito di sacrificio degli italiani e ritengono che il debito pubblico non diminuirà soprattutto perché sarà il PIL a non crescere.
Non bastasse, a complicare le prospettive sul futuro dell’economia italiana ha contribuito in ultima anche la guerra in Libia.
Se, prima della guerra, l’Italia possedeva in pratica il monopolio sul pregiato petrolio libico, la stessa cosa non si potrà dire ora, grazie agli “amici” nordatlantici.
USA, Regno Unito e Francia, uscite vincitrici dalla II Guerra Mondiale e membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU, non si sono poste limiti alla possibilità di armarsi.
Chi ha la forza militare, com’è sempre successo nella storia, può acquisire forza economica impossessandosi delle ricchezze altrui e, com’è facile prevedere, queste nazioni presenteranno ai ribelli libici, massacratori del rais, prima il conto delle incursioni aeree e poi quello della ricostruzione.
Francia e Germania, dal canto loro, avevano trovato nella Grecia, un paese con un sistema industriale limitato, una facile terra di conquista per le loro esportazioni e nei greci dei formidabili consumatori, ansiosi di procurarsi, con dei facili crediti concessi a chiunque, tutti quei beni di consumo che da tempo desideravano.
Quando poi i crediti sono scaduti, spinte dall’esigenza di mantenere i livelli di occupazione e quindi di produzione, attraverso le loro banche private, Francia e Germania hanno rifinanziato la Grecia drogandone l’economia, affinché i greci continuassero a importare e consumare.
E’ fin troppo chiaro che, essendo le principali contribuenti della BCE (la quale, pur nella sua totale indipendenza, diversamente dalla Federal Reserve, ha dei fondi limitati che devono essere periodicamente rimpinguati dagli stati della zona Euro) non è interesse di Francia e Germania finanziare il debito pubblico italiano, ma semmai quello greco, a condizione di un concreto piano di rientro della Grecia con l’esposizione verso le banche private francesi e tedesche.
Si tratta in sostanza di un meccanismo che, aggirando le normative comunitarie, consentirà ai governi francese e tedesco di salvare indirettamente proprio quegli istituti bancari privati intossicati dai titoli greci.
Nell’ipotesi invece di un default della Grecia, come paventato da un possibile referendum che avrebbe consentito ai greci di esprimersi circa la loro volontà di non aderire ai sacrifici necessari per rientrare dal debito, sarebbe stato interesse di Francia e Germania bloccare subito gli aiuti economici e conservarli alla BCE per attutire l’eventuale contraccolpo di tale default sulle loro economie.
All’Italia invece è stato detto chiaramente, anche attraverso l’attuale presidente della BCE Draghi, che se vuole permanere nell’Euro deve risolvere i suoi problemi da sola e che il soccorso della BCE con l’acquisto dei titoli italiani sarà limitato nel tempo, chiaramente perché i fondi attuali non sono illimitati e perché non è del tutto scontato che i governi francese e tedesco saranno disposti a rifinanziare la BCE nel prossimo futuro.
L’equivoco è ora finalmente chiaro a tutti, l’Euro è una moneta sui generis che non è sostenuta da una banca centrale sul modello del Federal Reserve.
Questo perché degli Stati indipendenti, rinunciando solo a parte della loro sovranità nazionale, tramite il Trattato di Maastricht, hanno istituito la BCE, stabilendone l’organizzazione, e i limiti operativi in termini di quote di sottoscrizione, poteri e scopi.
Al Consiglio dei governatori (composto dai governatori delle rispettive Banche Centrali più i sei membri del Comitato esecutivo, tra cui il Presidente della BCE, nominati di comune accordo dai governi degli stati membri) sono delegate, in assoluta autonomia, le azioni necessarie per conseguire tali scopi limitati, in sostanza mantenere l’inflazione prossima al 2% fissando opportunamente i tassi d’interesse.
Alla base di questo trattato ci sono i principi di autonomia, libertà di adesione e recessione, rispetto delle regole e responsabilità dei singoli Stati membri e non sembra che le cose possano evolvere, nel senso di una completa unione monetaria piuttosto che politica, finché le singole economie non diventeranno più omogenee tra loro anche dal punto di vista dei rispettivi regimi fiscali.
In effetti, appare abbastanza evidente come nella zona Euro esistano due gruppi di Stati, quelli nord europei che, con l’eccezione dell’Irlanda, presentano i conti in ordine, pur con un welfare funzionante e garantito a tutti e un mercato del lavoro aperto e vivace, e quelli del sud dell’Europa, poco virtuosi e spreconi con i conti disastrati, un welfare non garantito a tutti e un mercato del lavoro bloccato.
Le regole e i parametri da rispettare che si sono dati i Paesi della zona Euro sono tali da garantire che nessun Paese possa vivere alle spese degli altri o in altri termini che nessun Paese sia obbligato a mantenerne degli altri.
In questo momento di crisi, i Paesi virtuosi della zona Euro nord europea e principalmente Francia e Germania, giustamente, non sono per niente propensi a mantenere quelli spreconi e improduttivi del sud e trainare da soli l’economia europea senza che questi ultimi, rinunciando in parte alla loro sovranità nazionale, non accettino di predisporre dei piani di rientro dal debito, supportati da necessarie e profonde riforme strutturali periodicamente verificate da autorità europee sovranazionali.
Se per gli orgogliosi italiani questo significerebbe il commissariamento dell’Italia da parte dell’Europa, non fa differenza.
L’Italia, dal canto suo, è uno Stato Unitario nelle intenzioni, composto però da varie popolazioni diverse per storia e cultura tra loro (cui si è voluto negare per Costituzione un diritto superiore a quest’ultima, che è quello dell’autodeterminazione dei popoli) e spezzato in due dal punto di vista economico.
Sei regioni del nord, in ordine di ricchezza Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Toscana e Marche mantengono il resto d’Italia ma principalmente il centro-sud.
Il nord-Italia, libero dalla zavorra improduttiva e parassita del centro-sud, come ricchezza, benessere e qualità di vita sarebbe ai livelli dei più ricchi Land della Germania, con i suoi conti perfettamente in ordine, ben dentro i parametri europei e uno spread con la Germania forse positivo.
Si potrebbe obiettare che anche i tedeschi occidentali sostengono quelli dell’ex DDR, ma la Germania è una repubblica federale e il federalismo fiscale è un’istituzione ben consolidata nella tradizione teutonica.
Perché mai da noi esso è visto con sospetto e si sollevano obiezioni e difficoltà circa la sua attuazione, affermando addirittura che aumenterebbe la spesa e gli sprechi quando invece è auspicato dallo stesso Napolitano?
E’ evidente che il centro-sud italiano e l’apparato statale centralista con tutti i suoi dipendenti dovrebbero rinunciare a una situazione di vantaggi e privilegi.
Che cosa succederà se il governo cadrà e la Lega Nord sarà messa all’angolo?
I Padani, che si ritengano o no di esserlo, ancora una volta pagheranno, e questa volta con le loro pensioni di anzianità, gli sprechi dei centro-meridionali, senza la possibilità di esigere da questi dei rigorosi piani di risanamento periodicamente verificati delle loro economie regionali e senza la possibilità portare avanti quel progetto di ristrutturazione dello Stato Italiano in senso federale, che sarà probabilmente affossato nell’ammucchiata di un governo di salvezza nazionale, ma che almeno in parte avrebbe potuto ovviare a questa situazione ingiusta ed eticamente deprecabile in cui si trovano irretiti.
E’ per tali ragioni che la Lega, nell’interesse del nord, deve chiedere che, con la caduta del governo, si vada a elezioni immediate.
La Lega, che difende le pensioni di anzianità (e quindi i cittadini del nord che ne sono i principali beneficiari) mostrando all’Europa la loro congruità e sostenibilità all’interno del nostro sistema pensionistico, non è meno europeista della stessa Francia o Germania, che a loro volta difendono gli interessi dei loro cittadini, tra l’altro da posizioni di forza ben diverse, sia nei confronti dei greci che degli italiani stessi.
Non c’è quindi ragione per accusare la Lega di antieuropeismo, anche perché in un’Europa a due velocità la Padania starebbe a pieno titolo nel gruppo dei paesi virtuosi.
Semmai la Lega è scettica nei confronti di quest’Europa delle nazioni a conduzione verticista, le cui scelte non sono determinate dai popoli europei in un parlamento con potere legislativo ma dai rispettivi capi di stato. Al contrario la Lega è per ridurre il potere degli stati nazionali in favore di nuove entità più omogenee quali le macroregioni anche transnazionali.
Contro l’Europa sono piuttosto quelli che vorrebbero rispedire al mittente la lettera della BCE e invocano il default, convinti che poi l’Italia risorgerebbe rapidamente come una fenice dalle proprie ceneri e contro l’Europa sono quelli che vorrebbero accollare i propri debiti a Pantalone, cioè ai Padani.
I giovani italiani non vogliono contribuire a risanare il debito pubblico fatto dai loro padri?
Giustizia vuole che ne accettino in parte l’onere, anche perché, nonostante tutto, finora hanno fatto una vita da privilegiati rispetto alla maggior parte dei loro coetanei sparsi nel resto del mondo e, a ben vedere, in molti casi sono i loro stessi padri a essere creditori di questo debito. Diversamente è il fallimento dello Stato e il loro futuro ne sarà ancor più compromesso.
Ma come si è giunti sull’orlo del baratro? E’ solo colpa di Berlusconi e del centro-destra?
All’indomani della soluzione del problema Alitalia, il giuda Fini, in maniera legittima ma eticamente discutibile, ha cambiato il proprio orientamento politico in corso di partita, ha tradito parte dei suoi ex-elettori di AN e scardinato il neonato PDL e la coalizione con la Lega.
Questa coalizione aveva un ampio margine nei numeri per giungere al termine naturale della legislatura, completando ogni punto del programma elettorale nel quale erano già incluse, assieme al federalismo fiscale, molte di quelle riforme strutturali che ora l’Europa ci chiede.
Da lì in poi Berlusconi ha dovuto affrontare varie situazioni di calamità naturali, la spazzatura di Napoli, l’ostruzione a priori e la demonizzazione da parte dei suoi oppositori, le invasioni della sua privacy, le campagne diffamatorie a mezzo stampa, la persecuzione di certa magistratura, la guerra in Libia e infine l’attacco della speculazione.
E’ mancato il tempo per occuparsi delle riforme e della crescita del paese (sebbene Tremonti sia riuscito comunque a ridurre la spesa e contenere il debito pubblico) ma è stato anche sistematicamente ostacolato dai suoi avversari che, usando un linguaggio calcistico, ne hanno solo distrutto il gioco badando poco al far play.
In sostanza, i suoi oppositori hanno bruciato due anni di legislatura, occupati solo a impedirgli di governare, invece di entrare nel merito delle questioni poste dal centro-destra e alla fine ne ha rimesso l’Italia intera. Grazie Fini e Di Pietro, grazie Pd, grazie Scalfari, Santoro e Travaglio …
Col senno di poi, il suo errore principale, oltre a quello di dare un’attenzione eccessiva ai suoi problemi giudiziari entrando in rotta di collisione con la magistratura, è stato quello di non dare subito le dimissioni all’indomani del tradimento di Fini e chiedere immediatamente nuove elezioni.
Le dimissioni alla fine le ha date, grazie ai mercati, sabato sera 12 novembre 2011, accompagnato dagli sberleffi e gli insulti della folla davanti al Quirinale, ma le persone che quella sera sostavano in Piazza del Quirinale, nei libri di storia saranno appunto ricordate con la metonimia “piazza” mentre Berlusconi, nel bene o nel male, sarà ricordato per molto tempo con il suo nome.
Tant’è, ora però il debito pubblico va risanato quanto prima ed equamente col contributo di tutti gli italiani.
Il completo abbattimento del debito andrà fatto progressivamente nel tempo per non deprimere la crescita del PIL, ma il governo che verrà dovrà dare da subito dei chiari segnali con iniziative concrete che serviranno a calmare i mercati.
Diversamente, gli interessi sui titoli italiani aumenteranno sempre più e con essi il debito complessivo, lasciando una pesante eredità anche per gli anni a venire e quando nessuno volesse più acquistarli e chi li possiede volesse solo incassarli, sarebbe decretato il default dello Stato italiano e tutto ciò senza poter nemmeno incolpare poi Berlusconi.
Questa crisi finanziaria rivela tutta l’inadeguatezza e l’immaturità dell’attuale classe politica italiana. Incapace di realizzare un vero bipolarismo costruttivo e proficuo per l’Italia, di fronte ai problemi del paese si è persa nella faziosità, lacerandosi in conflitti infiniti e interminabili, e solo ora, che l’acqua arriva alla gola, si appresta a raffazzonare in fretta e furia un governo di salvezza nazionale con l’obiettivo di bloccare la speculazione sui titoli italiani e, facendo di necessità virtù, attuare finalmente le famose riforme strutturali.
Pur non avendo nulla contro Monti, la Lega non deve partecipare né sarebbe necessaria a quest’ammucchiata centrista, a meno di non subentrare al terzo polo (e in compagnia del PDL o parte di esso).
Il terzo polo di Casini e Fini, transfughi del centro-destra, non è sorto per ovviare alle difficoltà di un bipolarismo in crisi evolutiva, ma per distruggerlo e riportare indietro l’orologio della storia ai “fasti” della 1° Repubblica e con l’obiettivo malcelato di bloccare l’attuazione del federalismo fiscale.
Ciononostante, il paese ha bisogno di profonde riforme strutturali riguardanti il fisco, il lavoro, le corporazioni, la giustizia, i costi della politica, la burocrazia, la previdenza, l’istruzione, la ricerca, l’assetto dello Stato, le istituzioni e le amministrazioni locali.
Queste riforme, che anche l’Europa ci chiede, urgono da molti anni, ma a causa dei veti incrociati della politica e delle ideologie sono sempre fallite e, assieme a opportuni ammodernamenti nelle infrastrutture (banda larga inclusa) consentirebbero alla nostra stanca e ripiegata imprenditoria di ripartire con vigore e innovazione. E’ triste dirlo, ma questa potrebbe essere l’occasione unica o irripetibile per realizzare tutto ciò.
Il governo tecnico di Monti, che vista la drammatica situazione congiunturale, è stato legittimato dalla politica a sospendere temporaneamente democrazia e bipolarismo, non è tenuto a occuparsi della riforma del sistema elettorale, né dovrebbe lasciare all’ultimo punto la completa attuazione del federalismo fiscale, poiché funzionale alla riduzione della spesa pubblica.
In ogni caso Berlusconi, col suo sacrificio in favore di Monti, il quale non potrà che attuare l’agenda della BCE, potrà dirsi soddisfatto. Se tutto andrà come deve, avrà ottenuto quanto non gli è riuscito finora, ossia cancellare, con l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e non solo, ogni traccia di comunismo dall’economia italiana, anche se non ogni traccia dei comunisti.
Costoro, comunque, non se la prendano troppo con Berlusconi, non è stato lui a dare il via alla deregulation che, con effetto domino, ha causato in sequenza la crisi dei sub prime e poi quella dei debiti sovrani
Il “caimano”, così i burloni del web lo chiamano, sembra un mansueto lucertolone da acquario, al confronto di certi squali d’alto mare come quelli, per intendersi, che tengono le redini della Goldman Sachs e di altri istituti simili.
Il berlusconismo è stato solo un sintomo dei cambiamenti che avvenivano in tutto il mondo con la caduta dell’ideologia comunista (e dei regimi comunisti) sostituita da un liberalismo a briglia sciolta.
Dal punto di vista culturale, con le sue televisioni leggere, Berlusconi ha liberato gli italiani dall’insostenibile e “plumbea” pesantezza che su essi gravava dopo il periodo della guerra fredda e dopo la stagione del terrorismo politico.
Comunque sia, dopo che l’Italia si sarà purificata dei suoi peccati e rieletta al rango di paese serio e operoso, comunisti o no, potremo e dovremo ridiscutere, soprattutto a livello internazionale, gli equilibri di forza tra potere politico e strapotere finanziario, chiedendo una nuova regolamentazione dei mercati.
Si dovrà inserire nelle costituzioni una norma che impedisca gli sforamenti di bilancio che, aumentando il debito pubblico, pongono gli Stati in balia della speculazione internazionale.
E’ chiaro ormai che, a causa della globalizzazione della finanza, l’emissione eccessiva di titoli da parte degli Stati allo scopo di finanziarsi, li rende vulnerabili agli attacchi della speculazione internazionale. La globalizzazione ha cambiato il mondo, i titoli di stato non garantiscono più i risparmiatori come un tempo e, se ne circolano troppi, possono essere letali anche per le economie di Stati non eccessivamente indebitati.
Al mondo ormai esistono colossi finanziari privati che possono condizionare le politiche economiche degli Stati, anche grazie alle agenzie di rating al loro servizio che inspiegabilmente non tengono conto del debito aggregato dei paesi nelle loro valutazioni, in base al quale, ad esempio, in Europa l’Italia risulterebbe meno virtuosa solo della Germania.
Anzi, per inciso, è probabile che la speculazione internazionale miri proprio al tesoro rappresentato dal risparmio delle famiglie e delle imprese italiane e intenda rapinarlo facendo leva sul debito pubblico. Ossia creando le condizioni per cui lo Stato sia costretto a imporre lacrime e sangue (o quantomeno grossi sacrifici) agli italiani per salvarsi dal default, trasferendo così questa ricchezza dalle mani degli italiani alle sue casse e poi, per onorate i titoli emessi con interessi assurdi, dalle sue casse alle loro mani.
Se può consolare, in questi casi i nazi-fascisti non potrebbero nemmeno prendersela con il giudeo, lo zingaro o l’extracomunitario vicino di casa. L’affamatore lo trovate nel web ma vive altrove.
Gli Stati pertanto dovranno necessariamente trovare delle forme di finanziamento alternative.
La leva fiscale può servire allo scopo, ma non aumentando le aliquote di chi già paga, bensì allargando la base dei contribuenti, incoraggiando gli evasori con la riduzione delle aliquote e soprattutto lottando contro gli evasori totali e la grande evasione che si giova dei paradisi fiscali i quali, una volta per tutte, dovranno essere aboliti dalle comunità politiche ed economiche (G20 e ONU) e trattati come degli “Stati canaglia”.
Infine, la vecchia Europa, patria del welfare, in qualche modo dovrà reagire compatta alle economie emergenti di Brasile, India e Cina e al mondo della grande finanza che, pur con modalità e motivazioni apparentemente differenti, approfittando dell’attuale deregolamentazione dei mercati, stanno, di fatto, esportando la loro spregiudicatezza in Europa, erodendo, poco a poco, quanto faticosamente conquistato dagli europei nel secolo passato in termini di diritti umani e civili, giustizia sociale, uguaglianza e libertà.
Siamo di fronte ad un passaggio storico cruciale al quale l’Europa non può sottrarsi, è il momento di porre un argine a questo liberismo sfrenato che ha usato la globalizzazione non per esportare democrazia e benessere a tutto il mondo, ma per creare plutocrazie sovranazionali che lo dominano e stanno ormai sfruttando non solo la classe operaia ma anche la classe media europea, mettendo a repentaglio questi valori assoluti.
Per costruire quest’argine, passata la bufera e se ancora sarà viva, lasciando da parte gli interessi nazionali, l’Eurozona dovrà unirsi anche politicamente in una federazione (o quantomeno dotarsi di una Banca Centrale sul modello della Federal Reseve nordamericana) e ogni stato membro non dovrà sforare il proprio bilancio, pena il fallimento politico dei propri rappresentanti (che non potranno perciò più essere rieletti) e il commissariamento europeo.
Ma tutto ciò potrà avvenire solo quando in Europa ci saranno politici seri e lungimiranti a governarci e non fantocci al servizio delle plutocrazie, altrimenti, visto che l’eurozona è così fragile, non ci sarà altra scelta che il ritorno alle monete nazionali pur permanendo nell’UE, come del resto già fanno Regno Unito e Svezia.
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Perché l’Italia non cresce


PERCHE’ L’ITALIA NON CRESCE

L’Italia, negli ultimi anni ha dovuto aprire progressivamente il suo mercato interno prima all’Europa e poi, con la globalizzazione, al mondo intero, divenendo terra di conquista più che trarne dei sostanziali vantaggi e oggi il suo sistema industriale, con la produzione manifatturiera di bassa tecnologia della piccola e media impresa, non è più in grado di reggere il confronto con i paesi emergenti a meno di non delocalizzarsi anch’esso.
A causa della burocrazia farraginosa, del costo del lavoro eccessivo e del peso del sindacato nazionale, l’Italia non è più appetibile nemmeno agli investitori stranieri e quelli che c’erano, uno dopo l’altro, stanno dismettendo i loro impianti per investire altrove.
La stessa Fiat, un tempo vanto della nostra imprenditoria, divenuta ormai una multinazionale, attraverso il suo amministratore delegato Marchionne, non fa segreti di voler dismettere i suoi impianti improduttivi in Italia a vantaggio di quelli produttivi negli USA o in Brasile.
A parte l’alta moda, continuando a produrre scarpe, maglioni o parmigiano, che sono presto imitati dagli altri, l’Italia non migliorerà la sua bilancia commerciale.
In economie mature come quelle europee, dove diventa sempre più complicato stimolare i consumi interni, anche con il battage di campagne pubblicitarie martellanti (cui però il consumatore si è ormai assuefatto, mirate a creare consumi indotti di beni o servizi superflui o voluttuari) per crescere, saranno sempre più indispensabili le esportazioni nei mercati di quei paesi in forte crescita come Brasile, Cina e India, dove milioni di persone, uscite da condizioni di povertà talora anche estrema, sono ansiose di possedere tutti quei beni cui gli europei sono ormai appagati e saturi.
D’altro canto, i nostri miopi governi italiani, anziché stimolare una riconversione del nostro sistema industriale, di grandi piccole o medie imprese che sia, accompagnandolo, con investimenti nella ricerca e in sinergia con i poli universitari di eccellenza, verso produzioni di alta tecnologia nei settori strategici (aerospaziale, militare, navale, elettronico, informatico, farmaceutico, ospedaliero e quant’altro) ha invece utilizzato il debito pubblico unicamente per stimolare la vanità del consumatore italiano e la sua richiesta di beni di consumo, drogando con ciò l’economia italiana e mortificando gli imprenditori più innovativi.
La fuga dei cervelli dalle università italiane (dominate dai baroni che controllano le esigue finanze destinate alla ricerchia) e dall’Italia in generale fa da contraltare alla scarsa valorizzazione che il settore produttivo fa del potenziale umano, anche attraverso corsi riqualificanti istituiti da e mirati alle esigenze dell’impresa stessa.
Ma le imprese italiane oggi sono perfino meno indebitate delle famiglie e non investono in se stesse. E’ singolare, infatti, che il debito aggregato italiano sia per metà pubblico e l’altra metà per 2/3 delle famiglie e 1/3 delle imprese. Se queste ultime non sono tirchie o poco amanti del rischio, di certo sono influenzate dalle incertezze della crisi economica e dal clima di austerity e riduzione d’investimenti e spese che ne conseguono.
Da questo punto di vista, non sono immuni da colpe nemmeno i sindacati, che pur di salvaguardare gli occupati, lasciano marcire nella disoccupazione o nel precariato un potenziale umano di milioni di giovani, resistendo strenuamente a ogni riforma radicale del mercato del lavoro.
Anche se bisogna dire che molti di questi giovani hanno un basso livello d’istruzione e dunque soffrono la concorrenza degli extracomunitari, oppure sono laureati in aree sature come quelle umanistiche (insegnamento, legge e così via) invece che essersi specializzati in quelle tecniche sorte con la rivoluzione informatica (micro-elettronica, informatica, robotica, telecomunicazioni, tanto per citarne alcune).
Sommando tutti questi fattori si capisce perché l’Italia non cresca.
Di questo sono responsabili tutti i recenti governi italiani, il sindacato e la Confindustria e questo, assieme alla conflittualità politica, è in fondo il vero motivo della recente poca affidabilità dell’Italia per i mercati.
Gli analisti economici non credono più nei politici italiani, nella capacità dell’Italia di reagire alle sfide della globalizzazione, nell’ingegno, creatività e spirito di sacrificio degli italiani e ritengono che il debito pubblico non diminuirà soprattutto perché sarà il PIL a non crescere.
Non bastasse, a complicare le prospettive sul futuro dell’economia italiana ha contribuito in ultima anche la guerra in Libia.
Se, prima della guerra, l’Italia possedeva in pratica il monopolio sul pregiato petrolio libico, la stessa cosa non si potrà dire ora, grazie agli “amici” nordatlantici.
USA, Regno Unito e Francia, uscite vincitrici dalla II Guerra Mondiale e membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU, non si sono poste limiti alla possibilità di armarsi.
Chi ha la forza militare, com’è sempre successo nella storia, può acquisire forza economica impossessandosi delle ricchezze altrui e, com’è facile prevedere, queste nazioni presenteranno ai ribelli libici, massacratori del rais, prima il conto delle incursioni aeree e poi quello della ricostruzione.
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Intercettazioni, sì o no?


INTERCETTAZIONI, SI’ O NO?

Ai magistrati deve essere lasciata totale libertà nell’uso delle intercettazioni telefoniche e ai media deve essere concessa la possibilità di pubblicare solo quelle autorizzate e ritenute penalmente utili dai magistrati.
I media che pubblicassero intercettazioni politicamente rilevanti (smascherando ad esempio l’incoerenza della vita privata di un politico con le sue affermazioni pubbliche) benché non penalmente utili anche se autorizzate da un magistrato o con l’ausilio di proprie investigazioni, dovrebbero comunque essere pesantemente sanzionati? Io dico di sì, perché la privacy è un diritto di tutti.
Spettegolare si può, ma farlo a mezzo stampa aumentando tirature e incassi e rovinando la carriera politica e a volte la vita delle persone si deve far pagare a caro prezzo.
Nessuno nega ai media di poter mostrare la verità sui politici falsi e ipocriti (non mi riferisco a chi ha sempre dichiarato pubblicamente di avere un debole per le belle donne) in fin dei conti, un elettore ha il diritto di saper se è stato ingannato dal politico che ha votato, magari perché pubblicamente si dichiarava eterosessuale e poi invece nel privato s’incontrava segretamente con un amante del suo stesso sesso. Tuttavia i media dovrebbero sapere che lo potranno fare ma a ricavi in pratica nulli e soltanto per amor di verità.
Riguardo al Web, restringerei solo ai quotidiani on line l’obbligo di rettificare entro quarantotto ore affermazione ritenute non vere su richiesta del diretto interessato.
Escluderei da ciò blog e social network, tanto ormai credo sia chiaro anche ai più ingenui: la maggior parte di quanto si dice e vede in quest’ambito si potrebbe definire come “chiacchere e polemiche da bar globale” falsità e maldicenze incluse, accompagnate spesso da manipolazioni, con foto o video montaggi fatti solo per ingannare i più creduloni.
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Evasione fiscale, salvezza dell’Italia


EVASIONE FISCALE, SALVEZZA DELL’ITALIA

“Avete presente una pentola a pressione?”, direbbe Maurizio Crozza, parodiando il prof. Antonio Zichichi ed enfatizzando il suo inconfondibile accento siculo.
“Avete presente quella valvolina che c’è sul coperchio? Co cosa succede se quella valvolina rimane chiusa o non funziona bene e non si sente più quel fischietto che ogni tanto la pentola fa, sbuffando un po’ di vapore? Ebbene, amici miei, la pentola resiste ancora un po’, ma poi all’improvviso, boom, esplode fragorosamente in tanti pezzi!”.
L’Italia è come una pentola sottoposta alla pressione fiscale interna (una fra le più alte d’Europa) e alle fiamme della crisi finanziaria esterna che non permettono ai nostri governi di ridurre questa pressione.
Tuttavia è proprio vero che i governi italiani, se non ci fosse la crisi, sarebbero così disposti a ridurre le tasse? In questo caso, a che cosa si andrebbe incontro? Allo smantellamento dello “stato sociale”?
Con una pressione fiscale di poco superiore alla nostra, paesi come la Danimarca e la Svezia garantiscono ai propri cittadini un welfare tale che sanità, istruzione e perfino trasporti sono totalmente gratuiti (a confronto, il nostro “stato sociale” arrossisce) e tutto questo avendo i conti perfettamente in ordine.
L’Italia, invece, ha il secondo debito pubblico più alto al mondo (secondi solo agli Stati Uniti), ma i soldi evidentemente non sono usati per lo “stato sociale”. Dove finiscono?
Finiscono nel pozzo senza fondo della corruzione (politica e della classe dirigente) e del parassitismo meridionale (in fondo siamo pur sempre latini; anche se la lingua comune è ormai l’inglese, è pretendere troppo da questi italiani anche l’onestà e il senso dello Stato e del bene comune tipico degli anglosassoni).
Osservando la situazione da questo punto di vista, appare perfino giustificata e coerente una certa evasione anche da parte degli italiani onesti: perché pagare così, se poi si riceve così poco?
Assodato che a causa di tali “spese” i nostri governi, anche in tempi di vacche grasse, pur tentando, saranno comunque messi nella condizione di non poter ridurre mai le tasse, ci si chiede cosa succederebbe se un giorno un governo, in tempo di crisi, sospinto dal vento della demagogia che vede nel “popolo delle partite IVA” il principale evasore, trovasse la maniera di abbattere totalmente l’evasione fiscale e chiudesse la valvolina della pentola, prendendo la piccola e media impresa padana dentro la morsa tra fisco e concorrenza cinese.
Ebbene, come nella pentola a pressione, per qualche tempo non succederebbe niente. Il governo in questione vedrebbe aumentare in maniera consistente le sue entrate per cui la lotta agli evasori totali, come la grande criminalità organizzata e le imprese fantasma del sud, diventerà superflua. Le risorse extra, in un eccesso di euforia da sballo, non saranno utilizzate per azzerare il debito pubblico e tantomeno per ridurre la pressione fiscale sulle imprese e stimolare la crescita, ma come sempre andranno ad alimentare la spesa improduttiva, la corruzione e l’assistenzialismo e il parassitismo meridionali.
Tuttavia, dopo un po’, le imprese padane, che fino allora erano sopravvissute grazie a un tollerabile, inevitabile e giusto tasso minimo di evasione, lottando contro la concorrenza cinese e producendo reddito per l’Italia intera pur dovendosi pagare i ticket sanitari, i libri scolastici dei figli e i trasporti, improvvisamente, a iniziare dalle piccole, moriranno una dopo l’altra.
La riduzione delle partite IVA causerà un aumento incontrollato della disoccupazione e una funzionale riduzione del gettito fiscale. Il governo in questione s’indebiterà pesantemente per pagare gli stipendi di un apparato statale ipertrofico e improduttivo che i suoi metodi clientelari avranno contribuito a incrementare. La “sindrome greca” diventerà una prospettiva non più remota e i governanti italiani, per evitarla, percorreranno spauriti i saloni dei governi tedeschi e francesi elemosinando comprensione e crediti. Tuttavia nel frattempo, le banche francesi e tedesche, dopo la lezione greca, difficilmente si saranno indebitate con l’Italia, che non avrà pertanto il coltello dalla parte del manico come ora la Grecia. Francesi e tedeschi non avranno nessun interesse ad aiutare l’Italia e la lasceranno esplodere in pezzi travolta dalle rivolte popolari e dai venti secessionisti del nord.
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Le incertezze dell’economia


LE INCERTEZZE DELL’ECONOMIA

Gli economisti tutti ci riempiono la testa di teorie che fanno diventare certezze, quando invece vagano a tentoni nel campo delle ipotesi non dimostrabili.
Infatti, la macroeconomia, diversamente da quanto la gente comune possa pensare, non è una scienza esatta o sperimentale, che sviluppi le sue teorie sulla base d’ipotesi suffragate da esperimenti ripetuti, controllati e riproducibili da altri scienziati.
Il laboratorio della macroeconomia è il mondo intero, le sue cavie sono i mercati, le Borse, gli Stati, le imprese e le famiglie e quando si modifica una variabile, come la politica fiscale o monetaria di uno Stato, la validità della previsione è limitata a pochi giorni come le previsioni del tempo.
Previsioni più a lungo termine sono difficili da fare per due semplici ragioni: primo, gli esperimenti sulla “pelle” delle persone sono immorali e deprecabili; secondo, anche se qualche istituzione economica tentasse di farli, ne vedrebbe i risultati a distanza di anni e non sarebbero né controllati né riproducibili poiché le condizioni iniziali non sarebbero mai le stesse  e per ottenere i risultati di pochi esperimenti, gli economisti che li conducono dovrebbero attendere una vita intera.
Inoltre, la macroeconomia è una “scienza” piuttosto recente e le conoscenze sulle conseguenze a lungo termine di determinate azioni fatte in passato, non si estendono oltre l’inizio del secolo scorso. Nemmeno i terremoti sono prevedibili, tuttavia i sismologhi possono per lo meno avvantaggiarsi delle documentazioni storiche risalenti all’ultimo millennio e indicare quali sono le aree statisticamente più sismiche.
Ciò non di meno, nelle previsioni a breve e brevissimo termine fatte con degli adatti modelli matematici, la macroeconomia può garantire una certa stabilità nei risultati conseguenti alla modifica di una data variabile economica.
Il risultato di queste conoscenze è tuttavia per lo più utilizzato, inopportunamente per la comunità mondiale ma proficuamente per loro, dagli speculatori borsistici che in genere intervengono spostando determinate quantità di titoli di credito in loro possesso.
Questa categoria di operatori, che gioca con la vita delle persone vanificando il lavoro di famiglie, imprese, governi nazionali, sovranazionali e relative Banche Centrali, dovrebbe essere messa nelle condizioni di non nuocere più alla comunità mondiale, attraverso una nuova e opportuna regolamentazione dei mercati borsistici, se necessario, anche in deroga ai principi del liberalismo. Ciò non di meno, per non essere facile preda della speculazione, i governi nazionali hanno il dovere di pareggiare i bilanci e sarebbe auspicabile che questo principio fosse inserito nelle Carte Costituzionali dei rispettivi paesi.
Da anni si parla di Finanza Etica e di tassare la speculazione finanziaria, ma l’impostazione ovviamente liberista del mercato borsistico, si oppone fermamente a queste proposte. I timidi accordi di Basilea, Basilea 2 e Basilea 3 che dovevano portare stabilità, crescita e bassi tassi di interesse si sono rivelati poco più un’aspirina per un malato che ha bisogno di ben altro.
Tutto iniziò secoli fa quando Calvino, cercando di governare la borghesia nascente alla fine del feudalesimo, con dei sottili sofismi argomentò che il Vangelo non proibiva l’incasso d’interessi sui prestiti in moneta finalizzati a investimenti produttivi. Comunque sia, poi tutti si adeguarono, pure la Chiesa Cattolica.
Le ricette del FMI (riduzione dei diritti dei lavoratori, liberalizzazioni e privatizzazioni) sono tutte orientate verso il liberismo e non sembrano tener conto che nel frattempo il capitalismo è stato mitigato dalle ideologie sociali. Pertanto, viste le ripetute crisi finanziale (sarà un caso?) di cui la speculazione si nutre a danno dei risparmiatori, non si capisce perché il FMF non s’impegni anche nell’orientare la finanza verso posizioni più etiche e si accodi invece alle posizioni dogmatiche dei banchieri.
G.I.V.
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Le ragioni della Lega


LE RAGIONI DELLA LEGA

La Lega è un partito regionale e interclassista, estraneo alle logiche destra-sinistra, che non tutela unicamente gli interessi della piccola impresa e dell’artigianato, contro lo Stato assistenzialista ma anche quelli degli operai iscritti alla CGIL che la votano. In realtà, dunque, si propone come un movimento a tutela degli interessi economici, culturali e sociali dell’intera popolazione dell’Italia settentrionale. La spoliazione del nord colpisce tutti i padani, le piccole e medie imprese costrette a un’evasione di sussistenza per sopravvivere e ancor più gli operai, sul cui salario il prelievo fiscale è integrale.
A parte il dualismo statalismo-liberismo, già molto presente nella dialettica politica italiana, esistono altri quattro fondamentali dualismi che la Lega ha il merito di aver focalizzato:
- Centralismo statale-Federalismo
- Questione Nord-Sud
- Società civile-Criminalità organizzata
- Mondo occidentale-Islam
Coinvolta marginalmente in Tangentopoli (200 milioni di vecchie lire in un sistema che, oggi si scopre, era universale visto che anche nella Stalingrado lombarda che era Sesto San Giovanni, le lire fluivano a miliardi nelle casse del vecchio PCI) invece che scomparire come il pentapartito (DC, PSI, PRI, PLI, PSDI) al contrario ha aumentato di colpo i suoi consensi, premiata dagli elettori che hanno ben compreso la sua sostanziale differenza con quei partiti.
Tutelare gli interessi economici del nord, giacché è la Padania nel suo insieme a mantenere il resto dell’Italia, tanto che le principali regioni padane hanno un reddito che le colloca ai primi posti in Europa, non significa affamare il resto dell’Italia ma quantomeno verificare, che le risorse che essa mette a disposizione per il Sistema Italia, come un fondo perduto condizionato all’effettivo utilizzo previsto (e alla restituzione in caso contrario) non siano disviate nelle tasche di “Roma ladrona” o delle mafie che, alimentate dalla cultura mafiosa, controllano vasti territori dell’Italia meridionale e mantengono le popolazioni del sud in condizioni di sottosviluppo.
La Padania ha tutto l’interesse che questi fenomeni d’illegalità non si espandano a nord (corrompendo l’identità culturale e civile delle sue popolazioni e minando la loro sicurezza) e che queste risorse siano ben usate e facciano progredire il meridione fino a raggiungere una condizione di autosufficienza, a somiglianza del Veneto che da regione povera e rurale dagli anni ’60 si è trasformato nel miracolo economico della piccola e media impresa.
Il nord non è egoista e da tempo fa la sua parte, quello che non si accetta è che risorse pubbliche, frutto di lavoro e fatica, siano reiteratamente sperperate e che l’assistenzialismo e il parassitismo siano spacciati per solidarietà.
È per tali ragioni che la Lega individua nel federalismo liberale (che non esclude la permanenza dei servizi sociali statali primari accanto a quelli privati) e nella lotta al centralismo statale e alle organizzazioni mafiose gli antidoti alle tentazioni secessionistiche del nord e uno stimolo al popolo sudista che, finalmente libero di autogovernarsi in base al principio di responsabilità dopo secoli di asservimento, potrà scuotersi dal suo torpore e conseguire condizioni di autosufficienza economica.
La sinistra tuttavia, più fatalista che un meridionale, non considera neppure l’eventualità remota che questo possa accadere. Con i tenori di vita del sud, espressi in termini reali, più bassi rispetto alla media nazionale, per la sinistra il centro-sud è condannato a un ruolo marginale di dipendenza economica dal nord e i mali del sud appaiono permanenti e fortemente debilitanti.
Le potenzialità del meridione invece sarebbero notevoli, soprattutto turistiche, ma anche industriali. Con l’avvento dell’era digitale che lo avvicina all’Europa, consentendo di lavorare a distanza per le maggiori imprese mondiali, potrebbe divenire la California d’Europa.
Invece gli oppositori della Lega fanno questione di notare che i meridionali a volte sono ancora chiamati “terroni” dai leghisti, con l’obiettivo di dimostrare il disprezzo dei padani verso i meridionali. Non dicono però se i meridionali residenti a nord e che votano Lega siano pure loro antimeridionali. Si dice solo che votano Lega per motivi di “pancia” e non “di cuore”, … ma come, pure loro?
L’obiettivo della sinistra, infatti, non è quello di proporre soluzioni alternative alle questioni poste dalla Lega, bensì quello di dimostrare che le proposte della Lega sono motivate solo dalla “pancia”.
In ecologia, esistono varie relazioni tra due organismi di specie differente e le più comuni sono:
- Il mutualismo, in cui entrambi gli organismi traggono un beneficio reciproco.
- Il commensalismo, in cui un organismo trae benefici dall’altro che non ne è danneggiato né aiutato.
- Il neutralismo, in cui nessuno degli individui riceve beneficio né pregiudizio.
- La competizione, in cui l’attitudine di uno è ridotta dalla presenza dell’altro.
- L’amensalismo, in cui un organismo danneggia l’altro senza trarne vantaggio o svantaggio.
- Il parassitismo, in cui un organismo trae vantaggio a spese dell’altro che ne è danneggiato.
È interessante osservare come a tutte queste relazioni ecologiche corrispondano analoghe convivenze tra individui o gruppi umani, cui però ne va aggiunta una del tutto particolare e tipica della specie umana, il solidarismo, in cui un individuo (o gruppo) spontaneamente sostenta un altro come fosse parte di lui, pur essendone a volte pregiudicato.
Pur considerando il trasferimento fiscale nord-sud una forma di solidarismo statale (come un prestito a fondo perduto) ci si chiede tuttavia quale sia il limite temporale (e percentuale) oltre il quale questo tipo di trasferimento statale si trasformi in parassitismo. Per la sinistra, che considera i mali del sud permanenti e fortemente invalidanti, non esisterebbe limite fintanto che sussista il vincolo di solidarietà.
Per i padani, invece, pur non essendo calvinisti né ebrei, questo limite c’è ed è stato largamente superato, poiché il vincolo di solidarietà vien meno nel momento in cui si ritengano tali mali curabili e non così invalidanti da impedire ai meridionali di sollevarsi, essere produttivi e autosufficienti, dipendendo solo dalla loro volontà di farlo. Infatti la cura c’è ed è il federalismo liberale giunto alla lotta alle mafie e alla cultura mafiosa. Pertanto, se rifiuta la cura, al meridione rimane solo la scelta se essere considerato, metaforicamente parlando, un invalido totale o un fannullone e in quest’ultimo caso sarebbe oltretutto immorale continuare a sostenerlo.
Se, come dice la sinistra, le ragioni del consenso della Lega e della configurazione della Padania come entità politica sono meramente economiche e non culturali o linguistiche, che dire allora dell’Italia intera, quando la sua riunificazione fu progettata a tavolino dai Savoia? Fu tutto puro patriottismo o non fu un’operazione realizzata in pochi anni a tutto vantaggio dell’interesse economico del Piemonte e delle mire espansioniste della casa Savoia? La lingua comune a tutti gli italiani era forse quella usata da una ristretta élite di letterati? Qualche decennio dopo, con la colonizzazione europea dell’Africa, in un continente in cui esistevano più di cento idiomi diversi, si assiste alla creazione di colonie i cui confini sono tracciati col righello sulla cartina geografica, dividendo talora gruppi etnici in colonie diverse o forzando etnie rivali a convivere dentro gli stessi confini. Questa pesante eredità all’indomani della decolonizzazione è stata la ragione delle interminabili guerre tribali che ancora insanguinano l’Africa. Quasi allo stesso modo “gli italiani”, una mescolanza di etnie, lingue e culture, a tavolino, sono stati costretti a convivere assieme, seppur all’interno di quei confini naturali che tuttavia per i potenti dell’epoca delimitavano solo un’“espressione geografica”, e alla caduta della monarchia, i padri costituzionali, invece che correggere questa forzatura cambiando l’assetto dello Stato Italiano in senso federale, hanno perpetuato quest’eredità monarchica che è lo stato unitario.
Per la Lega, il “progetto Padania” rappresenta il prototipo per un’Italia federale più giusta e consona alla natura delle popolazioni italiane. È perciò che non v’è contraddizione tra la Padania (intesa come federazione di territori, alcuni dei quali con spiccate identità etniche come Valle d’Aosta, Alto Adige o Friuli–Venezia Giulia) e il Veneto, che per voce del suo Governatore L. Zaia rivendica a sua volta la propria identità etnica, culturale e linguistica affermando «il Veneto come la Catalogna». Pertanto, la Padania stessa, come l’Italia, non è certo omogenea dal punto di vista etnico-linguistico, nessuno vuole e può negarlo, tuttavia esistono ragioni di altra natura che la distinguono dal resto dell’Italia:
- Geografiche. Il suo territorio, con eccezione della Toscana, coincide in pratica col bacino idrografico delimitato a nord dallo spartiacque delle Alpi, a est da quello dell’Appennino Ligure e a sud da quello degli Appennini settentrionale e umbro-marchigiano.
- Climatiche e metereologiche.
- Storiche. Con l’eccezione della Toscana, la Padania coincide esattamente con l’area di espansione dei Galli cisalpini, Marche incluse, occupate dai Galli Senoni, da cui il toponimo Senigallia e, inoltre, assieme alle regioni centrali, la Padania rappresenta anche l’area che storicamente ha sempre goduto di maggior indipendenza e autonomia, diversamente dal meridione che al contrario, ha subito diverse dominazioni straniere.
- Culturali. Il confine sud della Padania delimita l’area dov’è comune il sentimento civico e la percezione dello Stato come un’entità appartenente a tutti. A sud invece lo Stato è percepito per lo più come qualcosa di estraneo e la solidarietà è esercitata nello sfruttarlo o peggio truffarlo, anche come conseguenza delle dominazioni straniere. Inoltre, nella Padania il concetto di lavoro è abbinato a quello di produttività mentre a sud è inteso come mero salario, prevalendo le logiche assistenzialistiche e parassitarie ed è perciò che la Padania rappresenta sostanzialmente l’insieme delle regioni virtuose mentre il resto d’Italia quello delle regioni sprecone. Nel meridione, le contribuzioni a fondo perduto sono oggetto di contestazione a causa dell’uso distorto che spesso si fa del denaro pubblico. Le imprese mirano molto spesso alla massimizzazione dei finanziamenti pubblici piuttosto che al successo del progetto. Si comprende così il fallimento di molte imprese che sono nate in seguito alle agevolazioni finanziarie pubbliche.
- Sociali. La Padania è l’area dove ancora la società civile prevale sulla criminalità organizzata, mentre più a sud la società civile d’interi territori è ostaggio dell’illegalità e della brutalità delle organizzazioni mafiose. Nella conurbazione Napoli-Caserta, come in altre parti della Calabria, della Sicilia e della Puglia, le varie mafie non sarebbero così forti e potenti se non si alimentassero di quell’humus malefico che è la cultura mafiosa, che permea la popolazione stessa, tanto che in quei luoghi si può dire che ogni persona è un “portatore sano” di mafiosità. Ciò spiega anche il fatto che le mafie riescano meglio a infiltrarsi in altri territori, come il Nord d’Italia, gli Stati Uniti, il Canada o altrove, quando possano contare sull’appoggio di una colonia d’immigrati conterranei.
- Etniche. La tendenza della Lega ad aumentare i propri consensi da sud a nord è probabilmente correlata anche a una diminuzione della latinità delle popolazioni che progressivamente si approssimano, nella genetica e nei comportamenti, a quelle nord-europee. In questo quadro trova esplicazione anche l’avversione dei padani per la “colonia romana” che s’impadronisce dei ruoli pubblici, dal prefetto fino all’ultimo postino. Il fatto poi che la Lega abbia più consensi nelle zone rurali rispetto a quelle metropolitane riflette la maggiore omogeneità etnica di quelle rispetto a queste ultime.
Come detto in precedenza, il dualismo Mondo occidentale-Islam (e l’immigrazione in generale) è un problema di cui la Lega si è molto occupata.
Tuttavia, quando la Lega nacque all’inizio degli anni ’80, in Italia l’immigrazione di extra-comunitari era un fatto sporadico e limitato che non destava alcuna preoccupazione, ma col passare degli anni e specialmente con la caduta del muro di Berlino nel 1990, la fine dell’Impero sovietico e la conseguente caduta delle dittature comuniste negli stati satellite, il fenomeno migratorio ebbe una repentina impennata. A emigrare in massa dai loro paesi in cerca di fortuna nell’Europa occidentale erano ovviamente le popolazioni dell’Europa centrale e orientale.
L’Italia in particolare fu meta prediletta dei polacchi perché culla del cattolicesimo, guidato all’epoca da Papa Wojtyla, degli ex-jugoslavi (macedoni, serbi, montenegrini e kosovari) degli ucraini e dei moldavi ma soprattutto degli albanesi a causa della vicinanza. Oggi, polacchi e rumeni sono comunitari ma permane una certa perplessità circa l’ingresso affrettato e prematuro nell’UE dei romeni (e di conseguenza dei nomadi Rom) che costituiscono la comunità straniera più numerosa in Italia assieme a quella albanese. Comunità molto presenti ora sono anche quella cinese, filippina e indiana. Tuttavia nel recente passato gli immigranti provenienti dal Nord Africa (Marocco, Tunisia, Egitto) hanno rappresentato la quota principale. A completare il quadro dell’immigrazione in Italia ci sono poi le comunità sudamericane del Perù e dell’Ecuador, quelle asiatiche di Sri Lanka, Bangladesh e Pakistan e quelle africane di Senegal e Nigeria.
Con l’esplodere del fenomeno migratorio la Lega ha dovuto assumere una posizione a riguardo e pur essendo un partito regionale, ha agito nell’interesse di tutti gli italiani sostenendo l’idea che l’immigrazione non dovesse essere un fenomeno incontrollato ma regolato da norme che ne limitassero i flussi alle capacità di assorbimento del tessuto socio-economico italiano, in modo che l’immigrante fosse accolto in modo dignitoso, proficuo e non discriminatorio nei confronti degli autoctoni, contrastando nello stesso tempo la clandestinità, spesso fonte d’illegalità e d’insicurezza sociale per questi ultimi.
Al contrario di certa sinistra, anche cattolica, ha fortemente contrastato l’ideale utopico che tutti i derelitti del mondo potessero essere accolti e sostentati e ha agito piuttosto come chi dopo un naufragio accoglie nella scialuppa i naufraghi che questa può sopportare senza affondare a sua volta.
Un’accoglienza indiscriminata può diventare una bomba sociale innescata, capace di esplodere improvvisamente com’è successo a Rosarno a causa della situazione di disagio, sfruttamento e disperazione in cui vivevano gli emigrati clandestini o a Casal di Principe dove sei africani sono stati barbaramente massacrati per aver sfidato la camorra; ma è soprattutto nelle aree metropolitane, dove con il tempo si creano i ghetti d’immigrati di seconda o terza generazione, che la situazione può diventare ingovernabile, come dimostrano le rivolte periodiche che esplodono nei quartieri degradati di Parigi o Londra quando la polizia cerca di ripristinare la legalità.
Un altro aspetto della questione che la Lega sostiene, al pari delle organizzazioni umanitarie mondiali ma che certa sinistra cerca di ridicolizzare, è quello di voler aiutare le popolazioni in difficoltà a casa loro, nella convinzione che raramente l’emigrazione sia una scelta ma di solito una necessità. Sebbene sia più facile accogliere gli immigranti, la Lega ritiene più giusto concentrare gli sforzi in questa direzione, riducendo quei fenomeni deleteri come povertà, sottosviluppo, guerre e persecuzioni che spingono gli uomini a emigrare, perché tutti dovrebbero poter vivere in pace e dignità a casa loro e non essere costretti ad abbandonare famigliari, amici, usi, costumi, consuetudini e doversi per necessità confrontare con realtà estranee e a volte ostili. Questo deve valere a maggior ragione per le popolazioni dell’Africa, dove gli europei hanno la possibilità di rimediare ai danni causati dalla colonizzazione e in precedenza citati.
Ai sostenitori del mondialismo può sembrare affascinante osservare questo incontro-scontro di civiltà e immaginare nel futuro un pianeta costituito da un’unica popolazione risultato dell’integrazione tra tutti i popoli della Terra, ma la verità è che non esiste un emigrato di prima generazione che non sogni di tornare nella sua terra natale e, spesso, si assiste anche al rientro di emigranti di seconda e terza generazione.
Se la biologia insegna che la sopravvivenza delle specie viventi sta nella ricchezza delle diversità, perché negare alla specie umana le differenze razziali, etniche e culturali e dissolverle mescolandole nell’unico grande popolo della Terra? È su queste differenze che agirà la selezione naturale facendo emergere di volta in volta la civiltà che meglio si adatterà alla situazione contingente. Uno sguardo a ritroso nella storia dell’umanità non fa che dimostrare questo principio con l’avvicendarsi di nuove civiltà e lo scomparire di altre vecchie e inadeguate ai tempi.
Qui sta la questione fondamentale, quale sarà la civiltà che prevarrà nel prossimo futuro?
La Lega, diversamente da quanto si possa pensare, non generalizza sugli emigranti, ma discrimina, tanto a livello d’individui, accogliendo chi rispetta le nostre leggi ed espellendo chi le infrange, quanto a livello di comunità, accettando quelle che hanno la nostra scala di valori o similare e ostacolando quelle che se ne discostano sensibilmente.
Le comunità degli extracomunitari cattolici del Sudamerica, della Polonia, delle Filippine, della Cina e dell’Africa, quelle dei cristiano-ortodossi dell’Europa centro-orientale, quelle asiatiche di buddisti, induisti e seguaci di Confucio sono tutte ben diverse da quelle islamiche per il semplice motivo che le loro civiltà al pari della nostra hanno da tempo separato la sfera religiosa da quella politica. Fintanto che i mussulmani non accetteranno il laicismo, i margini di dialogo tra politica e Islam rimarranno piuttosto ristretti.
Sebbene anche all’interno dei paesi islamici ci siano delle differenze tra mussulmani più moderati e occidentalizzati come turchi, marocchini e tunisini e quelli via via più rigidamente legati ai dettati del Corano fino ai regimi teocratici come quello iraniano, tuttavia, inutile farsi illusioni, un vero mussulmano nel suo intimo non accetterà mai del tutto i nostri valori condivisi. Per quanto esternamente possa sembrare occidentalizzato, il suo obiettivo inconfessabile sarà sempre quello di islamizzare l’occidente e non il contrario perché questo gli impone il Corano. Altrimenti come si spiegherebbero il fondamentalismo dei giovani islamici inglesi di terza generazione che hanno realizzato attentati terroristi a Londra e la fine misera che stanno facendo gli ideali democratici all’indomani delle insurrezioni popolari in Egitto e nel Medio Oriente?
Per sommi capi i valori condivisi degli europei discendono dalla civiltà greco-romana (democrazia e diritto) dalla tradizione giudaico-cristiana (i dieci comandamenti, il rispetto per la vita e l’amore per il prossimo) dalla rivoluzione francese (libertà, fraternità e uguaglianza) e dalle lotte sociali (diritti dei lavoratori e delle donne e il pacifismo).
Gli europei hanno dovuto passare per i secoli bui del medioevo, farsi guerre interminabili, colonizzare altri paesi per capire i propri errori e giungere a quella sintesi di valori che ora sta scritta nelle costituzioni dei rispettivi Stati. Siamo sicuri che i paesi islamici abbiano fatto un uguale percorso o non siano ancora attardati nel corso della Storia?
È lecito affermare che nessuno è meglio dell’altro? Anche se c’è sempre qualcosa da apprendere da chiunque, la Lega dice no e ritiene che la civiltà occidentale, pur con tutti i suoi difetti, sia più avanzata di quell’islamica attuale, della quale non condivide svariati aspetti.
L’islamismo importato, che a volte è addirittura più fondamentalista che nei paesi d’origine,
è molto pericoloso perché mette in dubbio molte delle sofferte conquiste europee circa i diritti basilari delle persone e considera i costumi occidentali corrotti e depravati. Gli stessi mussulmani moderati si trovano in difficoltà nello contrastare il fondamentalismo islamico.
A causa delle sue manifestazioni estreme e piuttosto condivise nelle comunità mussulmane (come non ricordare i casi di cronaca delle ragazze sgozzate dai famigliari maschi perché volevano integrarsi e vivere all’occidentale) la Lega ha sempre cercato democraticamente di limitare la diffusione dell’Islam in Italia, piuttosto che cercare una difficile e al momento alquanto improbabile integrazione. Pertanto, se uno squilibrato o un esaltato, in contrasto con gli stessi valori occidentali, imbraccia un fucile e uccide persone innocenti, non si può accusarla d’istigazione alla violenza razziale.
Quest’accusa appare come una strumentalizzazione politica vergognosa e odiosa fatta a spese di quegli sfortunati ragazzi norvegesi massacrati sull’isola di Utoja e quando si afferma che Borghezio rappresenta l’elemento di punta di un neofascismo che la Lega Nord avrebbe incamerato al suo interno, si dimentica che il Consiglio Federale leghista l’ha richiamato e sospeso per tre mesi da ogni attività politica in nome della Lega in seguito alle sue dichiarazioni su Breivik, dandogli un chiaro segnale di quali sono i limiti oltre i quali la Lega come partito non può trascendere, pena l’espulsione definitiva.
La Lega, infatti, è più espressione di un voto cattolico moderato che neofascista e tra i motivi che l’hanno aiutata a crescere nei consensi, bisognerebbe piuttosto collocare la sufficienza e il pregiudizio con cui l’intellighenzia di sinistra, superba e autocompiacente, convinta di detenere il primato culturale, ha tentato di ridicolizzare la Lega ai suoi esordi e poi di demonizzarla quando i suoi consensi aumentavano, soprattutto tra la gente più semplice, umiliata e offesa per le proprie idee, di cui Bossi ne è divenuto l’atteso e giusto interprete.
La sinistra antiberlusconiana ha pagato anche il fatto di aver assunto delle posizioni unicamente di bandiera, “buoniste” e affatto convincenti nei confronti dell’islamismo.
D’altra parte, l’antiamericanismo delle sinistre estreme, eredità ancor viva del periodo della guerra fredda, simpatizzando con il fondamentalismo islamico di Bin Laden, che a loro vedere lottava contro l’imperialismo degli Stati Uniti, ha perfino ipotizzato che centri di potere statunitensi non ben identificati avessero pianificato l’attacco dell’undici settembre alle torri gemelle e al Pentagono.
In definitiva, si può affermare che gli uomini, sia come individui sia come comunità, sono tutti diversi tra loro e per accettarsi reciprocamente bisognerebbe avere un sistema di valori condiviso da tutti, che probabilmente è un’utopia, diversamente si avrà sempre la sopraffazione dei più forti sui più deboli o nel caso migliore delle maggioranze sulle minoranze, salvo che le maggioranze diventino più tolleranti e/o le minoranze rinuncino a certe peculiarità, ma per fare questo bisognerebbe essere disposti a dialogo e negoziazione, cose che le sinistre sembrano aver dimenticato.
G.I.V.
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La credibilità della magistratura è a rischio?


LA CREDIBILITÀ DELLA MAGISTRATURA É A RISCHIO?

Quando i padri costituzionali votarono a favore dell’immunità dei parlamentari, lo fecero per garantire a loro libertà d’opinione nell’esercizio delle loro funzioni al riparo da una magistratura che all’epoca si riteneva sostanzialmente espressione della mentalità di destra, per non dire fascista. Dal loro punto di vista essa garantiva un giusto equilibrio tra i poteri della neonata Repubblica Italiana.
Con la riforma del ’93, sull’onda emotiva di tangentopoli, legata a fenomeni di corruzione politica finalizzati al finanziamento dei partiti più che all’arricchimento personale, si ebbe come conseguenza una sostanziale riduzione dell’immunità parlamentare.
L’eliminazione dell’autorizzazione parlamentare a dare corso al procedimento penale ebbe effetto non solo nel caso di parlamentari con condanna già passata in giudicato ma indiscriminatamente su tutti i parlamentari.
Pur con l’abuso che il Parlamento fece in passato del suo diritto a negare l’autorizzazione a procedere, quando intravvedesse nei giudici un intento persecutorio (fumus persecutionis), al punto da negare tale autorizzazione anche nel caso di accuse per reati comuni, tuttavia a distanza di quasi un ventennio, questa riforma sembra aver introdotto uno squilibrio tra i poteri che sta minando la credibilità di tutte le istituzioni, magistratura inclusa.
Due sono le possibilità: o destra e sinistra si sono scambiate i ruoli o la magistratura attuale è espressione di una mentalità di sinistra. Altrimenti non si spiegherebbe il suo comportamento quasi sempre nella stessa direzione che sta pesantemente condizionando la politica italiana.
La magistratura, organi giudicanti e inquirenti, è realmente sopra le parti, pur essendo fatta di uomini che hanno le loro idee politiche che esprimono apertamente?
Veramente esegue il suo compito di far rispettare le leggi e infliggere le pene in maniera neutrale?
La sinistra, che è divenuta una strenua difensora della legalità e della Costituzione, è conservatrice e reazionaria o il suo è puro opportunismo politico?
La destra è diventata troppo progressista e riformista e l’unico a rimanere fermo e coerente nelle sue posizioni come uno scoglio sbattuto dai marosi in questa totale baraonda è il povero e bistrattato Fini?
In tutta questa confusione una cosa è certa: la riforma costituzionale del ’93 ha creato in Italia uno squilibrio dei poteri dello Stato a tutto vantaggio della magistratura e i politici, occupati solo a delegittimarsi a vicenda usando impropriamente la magistratura come arma di lotta politica invece di accordarsi per riappropriarsi delle proprie prerogative, hanno di fatto delegato a essa i propri poteri.
Le conseguenze sono gravi, non serve essere dei profeti per prevedere l’inevitabile trasferimento delle lotte di potere dalla scena politica all’interno della stessa magistratura, formata da funzionari statali (tra l’altro molto ben pagati e privilegiati rispetto a tutti gli altri) che non hanno un mandato a termine come i parlamentari e neppure sono così coesi come si potrebbe pensare, essendo al loro interno divisi in varie fazioni.
Già si vedono i primi segnali di queste lotte, con procure che si scontrano e magistrati che procedono contro altri inquisitori. La magistratura sarà invasa da tanto fango e veleni come neppure la politica lo è stata mai.
Sarà una guerra intestina senza esclusione di colpi e come ai tempi del sanguinario Robespierre molte teste cadranno, anche se solo metaforicamente e alla fine la stessa magistratura sarà totalmente screditata, ma la fazione che ne uscirà vincente egemonizzerà lo Stato Italiano riducendolo in pratica a un’oligarchia.
Di Pietro e De Magistris, che sono scesi nell’agone politico dimettendosi dai rispettivi ruoli di magistrato, hanno certamente fatto la scelta più corretta, ma è tempo che la politica si svegli e ponga fine a questa distorsione, altrimenti tra non molto il campo di battaglia sarà altrove e anche loro si troveranno fuori dai giochi.
Urge pertanto quanto prima non solo una riforma della giustizia, ma un riequilibrio tra i poteri istituzionali, altrimenti in futuro l’unica casta a “dettare legge” in Italia potrebbe essere quella dei magistrati.
G.I.V.
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Liberato un bandito in un paese di banditi


LIBERATO UN BANDITO IN UN PAESE DI BANDITI

Quando ormai neppure più la Francia lo voleva, il Brasile dei “companheiros” Lula e Dilma ha accolto il compagno Cesare Battisti come un fratello. Ora finalmente Cesare Battisti potrà sguazzare libero come un pesce nel suo habitat naturale, il Brasile e vendere i diritti d’autore sulla sua vicenda personale perché ne facciano una telenovela firmata TV Globo. Presentando il suo biglietto da visita di assassino a sangue freddo e a tradimento di Andrea Campagna con cinque colpi di una Magnum 45 di cui tre alla testa, potrà perfino associarsi con onore al “Comando Vermelho”.
In un paese, il Brasile, che può giustamente “vantarsi” di avere uno dei sistemi giudiziari più garantisti del mondo e dove non esiste neppure il reato di terrorismo, la Corte Suprema aveva sicuramente motivo di dubitare del nostro sistema giudiziario. Veramente quei giudici hanno creduto alle chiacchere degli avvocati che dipingevano Battisti come un perseguitato politico, che a differenza del potente Berlusconi non può farsi le leggi ad personam (referendum permettendo) e che corresse seriamente il rischio di essere torturato nei nostri penitenziari, dove esiste tra l’altro il carcere duro?
In un paese, il Brasile, dove la “casta” gode di privilegi e immunità inimmaginabili, dove i ricchi si comprano la libertà anche dopo i delitti più efferati, già le vicende giudiziarie del Cavaliere devono sembrare inconcepibili. Se è possibile colpire l’uomo più potente del paese cosa mai potrà capitare poi al povero e bistrattato Battisti?
In Brasile, il sistema giudiziario è così garantista che un minore, anche se ha ammazzato a sangue freddo una trentina di persone, dopo tre anni di “rieducazione” in un carcere minorile, dove avrà avuto modo lui di insegnare ai colleghi più inesperti le tecniche più crudeli di omicidio, potrà tornarsene in libertà a continuare la sua opera di sterminio.
Il fatto è che la casta per garantire se stessa dal carcere, in un paese che vuol darsi una parvenza di democrazia, ma che in realtà è un’oligarchia, non poteva che estendere molte delle garanzie all’intera popolazione, col risultato che il Brasile ha un tasso d’impunità del 90%. I ricchi sfuggono alla giustizia perché pagano cauzioni, avvocati e quando possibile anche i giudici, tornando presto a fare la vita di prima, i poveri che sono la maggior parte perché, se non sono colti in flagrante, in un paese così vasto, basta cambiare stato e identità per rifarsi una nuova vita.
Il paradosso esilarante, se non fosse drammatico, è che tutte queste garanzie, compresa l’assenza della pena di morte, esistono solo sulla carta, giacché il povão, che poi sarebbe il nostro popolino, ci pensa lui a farsi giustizia e anche chi non ha il fegato per farlo, con poche centinaia di reais può assoldare un prezzolato matador fra i tanti che circolano liberamente e capillarmente in ogni angolo del paese per fare giustizia sommaria. Molti di questi sono degli stessi poliziotti che svolgono l’attività extra sia dentro sia fuori l’orario di lavoro (anche perché le richieste non mancano e sono pressanti) spesso organizzati in veri e propri gruppi di sterminio chiamati battaglioni della morte, banditi che uccidono altri banditi.
Il gigante latino americano non è solo un enorme parco vacanze, come pensano molti europei: fuori dai resort e dai villaggi turistici è un vero inferno, un paese violento, dove, nel 2004, moriva, vittima delle armi da fuoco una persona ogni quindici minuti. È una nazione la cui popolazione rappresenta il 3% di quella mondiale, ma le cui vittime, sempre per arma da fuoco, raggiungono la percentuale dell’8%. E questo senza che vi sia una guerra dichiarata.
Una violenza che nasce da una disuguaglianza sociale clamorosa, dall’ignoranza e dal degrado in cui sono mantenuti milioni di brasiliani poveri nelle innumeri favelas (controllate da narcotrafficanti e giovani drogati) e dal desiderio indotto in costoro di possedere in qualche modo i beni di consumo che i ricchi ostentano.
La stessa casta per garantirsi la sicurezza vive in lussuosi appartamenti in edifici controllati e difesi come banche o in ville che sembrano dei fortini con tanto di filo spinato, cerchia elettrica, videosorveglianza e vigilantes privati e chi non può permettersi l’elicottero percorre le trafficate e pericolose rodoviarie brasiliane in auto blindate dai vetri totalmente oscurati e possibilmente scortato da motociclisti armati. Tuttavia il senso d’insicurezza permane, anche perché a volte proprio chi dovrebbe proteggerti è chi ti tradisce. Un bel vivere, non c’è che dire.
Lula, un onesto sindacalista che durante la dittatura militare di Castelo Branco è stato incarcerato per motivi politici, mentre altri oppositori si rifugiavano all’estero (anche in Italia) possibile che non abbia colto le differenze tra lui e Battisti e tra l’Italia degli anni di piombo e la dittatura in Brasile? Certo è che ha negato l’estradizione di un assassino ed equiparato la magistratura italiana dell’epoca a quella di un regime militare anziché di una democrazia, facendo del garantismo giudiziario brasiliano una vera barzelletta. L’esemplificazione massima della distorsione di un paese dove gli onesti che rispettano le leggi sono mortificati mentre banditi e corruttori con le giuste amicizie ottengono facilmente e rapidamente ciò che vogliono.
La mescolanza razziale così diffusa, prodotto di ogni possibile incrocio genetico, non tragga in inganno: in realtà il retaggio dello schiavismo ha lasciato una diffusa mentalità classista e razzista che attraversa tutti i ceti sociali. La legge è uguale per tutti, ma il costume del “non sa chi sono io” fa pensare a chiunque di poterla aggirare se per qualche motivo si ritiene superiore agli altri e dunque al di fuori d’essa e non è infrequente incontrare anche tra i ceti più umili quelli che trattano con arroganza chi ha un reddito leggermente più basso o solo la pelle un po’ più scura della loro.
Con l’elezione a presidente Lula è divenuto, di fatto, un vecchio trombone sbruffone e talmente osannato dal popolo bue che hanno prodotto il film commemorativo della sua vita prima ancora che fosse morto (neanche i Papi hanno questi onori) ambizioso al punto di autocandidarsi per la segreteria dell’ONU.
Per cosa poi? Il tanto decantato piano “fame zero”? Un’aspirina data a un paese che avrebbe bisogno di una cura da cavallo.
Il diritto all’autodifesa è cosi sentito in Brasile che il referendum da lui voluto per proibire il libero commercio e porto delle armi da fuoco ha fallito miseramente e, molto facilmente, analoga sorte avrà anche quello indetto da Dilma per gli stessi motivi il prossimo ottobre.
In definitiva, come i presidenti prima di lui, ha fatto solo gli interessi della “casta” politica ed economica del paese, raddoppiando gli stipendi dei parlamentari e a cascata di tutti i funzionari pubblici, mentre la gente comune deve barcamenarsi con un salario minimo che non arriva a 300 euro il mese.
Ha fatto crescere l’economia brasiliana portando il PIL al 5%? É vero, ma in che tasche va a finire tutta questa nuova ricchezza prodotta dal paese se ancora, passeggiando per le vie di una qualsiasi cittadina del Brasile, si rischia di essere assaliti e ammazzati per un cellulare da quattro soldi? Se ancora milioni di brasiliani vivono nelle favelas?
Che meriti ha, in un paese dove illegalità, corruzione, criminalità e ingiustizia sociale mantengono dei livelli inimmaginabili per noi europei?
Nonostante tutti i poteri datigli da due mandati in regime presidenziale, ha l’unico merito di aver saldato i debiti del Brasile con l’FMI, ma non ha minimamente scalfito i privilegi e il potere oligarchico della casta dominante, emanazione lontana dei nobili e cortigiani portoghesi del periodo imperiale, mentre i principali problemi (educazione e sanità pubblica, legalità, sicurezza, lavoro, inclusione sociale, urbanizzazione e deforestazione) sono rimasti tali, pur con le enormi risorse naturali che il Brasile possiede, tra cui il Presal, un enorme giacimento petrolifero recentemente scoperto nel sottosuolo marino al largo degli stati di Rio de Janeiro e Espírito Santo.
Il caso Battisti gli è servito per proporsi come il protettore di tutti gli esquerdistas, rinsaldando così la base più dura del PT, insoddisfatta del suo governo e lasciando poi ad altri l’incomodo della decisione finale sulla questione.
La Corte Suprema, infine, ha tolto la maschera e si è fatta portavoce dell’arroganza nazionalistica della casta dominante brasiliana, che intendeva solo esercitare tutto il suo potere in casa propria (sovranità nazionale l’hanno chiamata) per dare all’Italia uno schiaffo gratuito e premeditato, non tenendo in nessun conto tra l’altro i trenta milioni di brasiliani discendenti d’italiani.
Costoro, che meriterebbero di essere rappresentati più degnamente in Brasile per il contributo che hanno dato alla sua crescita imprenditoriale, sindacale, economica e morale, non saranno certo rimasti insensibili a un intero paese che attraverso il suo parlamento, all’unanimità da destra e sinistra e il suo presidente Napolitano in testa, chiedeva che giustizia fosse fatta.
Così non è stato, ma non c’è da stupirsi in un paese dove spesso anche la giustizia si compra e l’impunità è al 90%, nonostante il lavoro continuo dell’ottima polizia federale, una delle poche istituzioni sostanzialmente esenti dalla piaga della corruzione.
In conclusione, non è certo mia intenzione delegittimare l’intero Brasile ma sicuramente quella parte che ha delegittimato l’Italia intera e non s’illuda Battisti: in Brasile la bella vita e le belle donne durano finché hai soldi ed essere ricchi comporta dei rischi quotidiani.
Ammesso che fosse un bandito politico che intendeva punire chi cercasse difendersi dai banditi comuni, la nemesi ha fatto giustizia, relegandolo a finire i suoi giorni nel posto giusto per lui, dove tutti sono dei potenziali banditi, anche più di lui, e dove nessuno reagisce a un assalto perché la vita non vale niente, circondato da gente di cui non potrà fidarsi e che approfitterà di lui derubandolo e lasciandolo poi al suo destino, se andrà bene. Che cosa farà allora? Si lascerà derubare inerme o reagirà sparando anche lui per difendere i suoi beni e le sue figlie?
G.I.V.
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West Styles: 20 brani musicali originali


Per chi vive di musica o anche solo ama la musica, una collezione di brani musicali di vario genere interamente composti e arrangiati con Finale e Sibelius. Per chi fosse interessato contattare giuseppeisidoro@hotmail.com
Tabloid, un pezzo in stile acid jazz dal ritmo incalzante e basso ossessivo con assolo di sax alto sopra una base di fiati.
Techno Brega Flamenco, un brano latino semplice ma efficace e accattivante, con uso esteso della tecnica chitarristica del “rasgueados”.
New Love, ancora un pezzo latino, ballabile ma complesso ed elaborato sia nella melodia sia nell’armonia.
If You too belive in it (Se ci credi anche tu), la mia prima composizione virtuale. Un brano rock-blues basato sulla scala cromatica discendente del basso, alla maniera dei Beatles.
Blues Bop, come il titolo richiama, si tratta di un pezzo jazz in puro stile be-bop. Ha richiesto una certa applicazione per utilizzare al meglio (specie negli assoli) le potenzialità di Finale.
Sambinha, un brano easy-listening dal ritmo vagamente di samba.
Na Praia de Olinda, nelle intenzioni un frevo-canção, un genere musicale tipico di Olinda e Recife nel nord-est del Brasile. In assoluto il pezzo che ha dato più lavoro, principalmente per la varietà delle parti.
Serenade for Isabel, un brano classicheggiante in cui chitarra e clavicembalo accompagnano all’unisono la dolce melodia del flauto.
Celtic Dance, un pezzo in tempo dispari (7/4) dal sapore antico in cui si fa uso della cornamusa irlandese.
My Melody, un brano corale, ancora in tempo dispari (5/4), che ciononostante fluisce naturalmente e impercettibilmente grazie a una melodia molto cantabile.
Years Ago, un pezzo pop accattivante dal ritmo incalzante e con l’utilizzo di timbriche e voci synth.
Smooth Dancing, un lento ballabile il cui ritmo è marcato da contrabasso e batteria spazzolata mentre piano e cornetta fluttuano liberamente tra le battute.
Hot Summer, una melodia jazzy strascicata sulla voce del sax tenore con l’accompagnamento di un piano stanco come in un’estate torrida.
Pra cantar sambando, un samba con accompagnamento di cavaquinho e pandeiro la cui melodia si alterna tra la voce della cantante virtuale Lola e quella del clarinetto.
The Sketch of a Clown, un brano dal sapore circense eseguito da musici di strada gitani.
In the All, un pezzo in stile latin-jazz che fa il verso a Sonny Rollins.
Good Morning, un samba che parte lentamente e accelera progressivamente come un diesel e pur nel ripetersi non stanca grazie ad una melodia molto orecchiabile.
Passion, un brano in 6/4 dalla melodia struggente suonata in successione prima dagli archi e dal violino e poi, dopo una modulazione, dalla chitarra e dall’oboe.
Uma Flor, una bossa nova la cui seducente melodia è intonata da sint e chitarra.
Serene, ultimo pezzo dell’album West Styles, che si richiama un po’ alla musica barocca delle mie radici veneziane.
DEMO


WEST STYLES
PLAYLIST


1. Tabloid
2. Techno Brega Flamenco
3. New Love
4. If You Too Belive In It
5. Blues Bop
6. Sambinha
7. Na Praia De Olinda
8. Serenade for Isabel
9. Celtic Dance
10. My Melody
11. Years Ago
12. Smooth Dancing
13. Hot Summer
14. Pra Cantar Sambando
15. The Sketch of a Clown
16. In the Hal
17. Good Morning
18. Passion
19. Uma Flor
20. Serene
Per visionare ed eventualmente acquistare le partiture dell’album West Styles potete visitare il mio spazio nel sito di condivisione partiture “Score Exchange” cliccando qui.
Se la richiesta d’installare il controllo activeX Sibelius Scorch non appare automaticamente, cliccate in fondo a destra l’icona di Sibelius Scorch e nella finestra che si apre cliccate su:
  “3. Come faccio ad avere Scorch?” e poi più in basso su:
  “cliccate qui per avere Scorch”.
Nella nuova finestra che si apre seguite le istruzioni.
Per ascoltare altre composizioni cliccate qui
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Perché la gente diffida degli zingari


PERCHÉ LA GENTE DIFFIDA DEGLI ZINGARI

Il nomadismo, come ogni cosa, ha i suoi vantaggi e i suoi rischi e, come gli individui, così i gruppi umani fanno delle scelte di cui poi pagano le conseguenze. Chi sceglie di essere stanziale, è perché aspira ad avere un posto di lavoro fisso e una casa propria, con tutte le comodità e sicurezze. Chi fa il nomade nelle condizioni in cui lo fanno i Rom, mi chiedo perché lo faccia. Una risposta banale potrebbe essere perché, da sempre, nessuno li vuole vicino e li teme per ovvie ragioni, per cui il loro nomadismo non sembra tanto una scelta ma una conseguenza di comportamenti che i gruppi stanziali disapprovano, condannano e attribuiscono a loro (in sostanza accattonaggio, latrocinio, furti e sottrazione di minori in tenera età). L’integrazione e il radicamento su un territorio di questa gente passa necessariamente per l’accettazione delle regole di convivenza ivi stabilite da chi lo abita da generazioni. Purtroppo, per un gruppo accostumato da generazioni a certi comportamenti, il processo di cambiamento è lento e controverso. Più rapida è certamente l’assimilazione d’individui singoli, specialmente se giovani e sottratti all’influenza negativa degli adulti che li usano tra l’altro nell’accattonaggio. Nel caso di gruppi umani minoritari come appunto i Rom (ma vale anche per le altre minoranze etniche stanziali extracomunitarie) più percorribile è la loro integrazione, ossia la somma dell’identità etnica di un gruppo maggioritario con la parte dell’identità etnica del gruppo minoritario a esso compatibile, sebbene differente. In altri termini, il gruppo maggioritario si arricchisce degli usi e costumi del gruppo minoritario che per lui sono accettabili, mentre quest’ultimo abbandona necessariamente quelli che non lo sono, in conformità al principio democratico di maggioranza che regola i rapporti in situazioni analoghe. Una integrazione di alcune famiglie rom nella società civile italiana è avvenuta con la loro attività di giostrai o circensi (come le famiglie di origine sinti degli Orfei e dei Togni) o con la vendita di prodotti artigianali che consentono loro di mantenere viva l’abitudine del girovagare, sebbene a volte alcuni di costoro pare che non abbiano ancora del tutto abbandonato certi antichi vizi. Quando divenuti cittadini italiani, accettando di essere stanziali, vivendo in case di mattoni e cercando un impiego, invece che mescolati agli altri cittadini sono relegati in insediamenti o “campi” ghetto come i Sinti di Mestre, difficoltando così il loro completo inserimento.

In azzurro tratteggiato gli elementi etnici che i gruppi A e B hanno in comune tra loro.
In ocra gli elementi etnici del gruppo B diversi da quelli del gruppo A ma con
questo compatibili.
In rosso gli elementi etnici del gruppo B incompatibili con quelli del gruppo A.
L’area dentro la linea blu il risultato dell’integrazione.

Grafico integraione etnica

Grafico integraione etnica


G.I.V.

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Le sinistre riunite a Milano


LE SINISTRE RIUNITE A MILANO

Che le sinistre riunite possano conquistare il municipio di Milano, da leghista, è una cosa che mi preoccupa relativamente, anche se preferirei il contrario. Il gran simpaticone di Pisapia, come un viagra neuronico, ha fatto rialzare cadaveri imbalsamati e rinvigorire vecchi rimbambiti dal loro torpore, in catalessi dopo l’uscita dalle scene del buon Bertinotti. Parlano di primavera di un nuovo ciclo. Tanta è la spocchia, che più che della primavera sembra un ritorno ai grigi autunni degli anni settanta, quando c’era l’incubo di doversi leggere il Capitale di Marx per non essere considerato un deficiente.
I radical chic fanno sentire il peso dei voluminosi tomi che osteggiano nei salotti mondani della loro Milano. L’intellighenzia di sinistra già canta vittoria. Si medita di riaprire i teatri in disuso e quelli in rovina, i musei della cultura bolscevica, moltiplicare i centri sociali, aprire spazi culturali sulla figura del Che e mostre sull’artigianato dei campesinos del Cile.
Zombi che camminano, un vecchio film dal finale noto: l’unico risultato che si otterrà sarà quello d’incoraggiare col buonismo il consumo di cannabis, LSD e funghi allucinogeni, come se non bastassero già la cocaina e i suoi derivati (crack ed estasi) a uso degli yuppies rampanti del decadente berlusconismo.
La Milano dei giovani che giocano a chi si droga di più non m’interessa. Che siano i figli degli hippies o degli yuppies, per me sono solo degli idioti che arricchiscono le organizzazioni criminali che trafficano la droga, sperando che l’economia regga perché un drogato al verde e in crisi di astinenza ruba e ammazza per i quattro soldi che gli servono a comprarsela.
Preferisco i giovani leghisti, con i piedi ben saldi sul suolo padano che bevono il vino della nostra terra e cantano il Va’ Pensiero.
Destra e sinistra sono concetti ormai superati dai tempi e presto lo diventeranno anche quelli di berlusconismo e anti-berlusconismo. Due facce della stessa medaglia che non possono esistere senza l’esistenza dell’altra e come Neo e Mr. Smith in Matrix, con la morte dell’uno dopo lo scontro finale, avverrà inevitabilmente anche la morte dell’altro.
Ma in Italia esistono altri due forti antagonismi: società civile da un lato e organizzazioni criminali dall’altro e organicamente a questo il dualismo Nord-Sud.
La Lega ha fatto della guerra alle mafie la madre di tutte le guerre e indica ciò per cui vale la pena d’impegnarsi veramente, ossia la riforma costituzionale dello Stato in senso federale, per correggere finalmente quel madornale errore fatto dai padri costituzionali che con un voto di fiducia sugli italiani hanno voluto che l’Italia fosse uno stato unitario anziché federale.
La verità era sotto gli occhi di tutti ed è che tra gli abitanti dello stivale esistono delle sensibili differenze storico-culturali, tali da identificare unità politiche distinte e contrapposte, costrette a convivere e fronteggiarsi in uno stato unitario.
E’ quella sciagurata scelta che ha creato il dualismo Nord-Sud, con tutte le implicazioni che ne derivano, che tuttavia sarebbero facilmente sanate se Nord e Sud potessero integrarsi in una struttura a loro più confacente come quella di uno stato federale.
In questo senso va la proposta che viene dalla Lega di decentrare alcuni dei ministeri al nord, una delle poche cose sensate che sono state dette in questa in questa deludente campagna elettorale e che la Lega non ha potuto trasmettere adeguatamente perché temporaneamente appiattita sui problemi giudiziari del Cavaliere.
Se si concentra sugli obiettivi della Lega, l’alleanza di destra ha pertanto ancora molto lavoro da svolgere e siccome i dati complessivi delle amministrative rivelano che le sue percentuali sono ancora stabili, potrà ancora farlo se vorrà .
Se poi a Milano vinca Pisapia anziché la Moratti, sarà solo una vittoria locale, simbolica solo per gli antiberlusconiani, e un segnale per Berlusconi, ma sarà comunque la civiltà di Milano e dei milanesi a vincere.
La stessa cosa non si potrà dire a Napoli, perché chiunque vinca, si troverà a dover lottare contro l’inciviltà di Napoli e di molti dei napoletani, contro una classe dirigente assenteista e refrattaria ai cambiamenti, fatta di funzionari e dipendenti pubblici gelosi del loro potere e dei loro privilegi o collusi con la camorra, che da tempi immemori occupa indirettamente i ruoli dell’amministrazione pubblica a tutti i livelli, dagli enti locali alla sanità e che reiteratamente sale all’“onore” della cronaca per fatti di peculato, corruzione e truffa ai danni dello Stato.
Sarebbe quasi da augurarsi che questa “patata bollente” che è Napoli, con tutti i problemi legati alle infiltrazioni camorristiche, anche nello smaltimento dei rifiuti urbani e negli abusi edilizi, se la prendessero De Magistris e Di Pietro, che come ex-giudici certamente avrebbero le competenze necessarie per affrontarli.
G.I.V.
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L’imperialismo economico cinese: una prospettiva da incubo


L’IMPERIALISMO ECONOMICO CINESE: UNA PROSPETTIVA DA INCUBO

L’Europa, con il suo modello di Stato Sociale, è ormai presa in una morsa infernale da cui non si vede via d’uscita, stretta da un lato tra il modello capitalista liberale nordamericano della speculazione più sfrenata e dall’altro, quello del capitalismo dello Stato totalitario cinese, due fronti di una guerra economica strisciante che l’Europa non è più in grado di reggere. Il primo ha prodotto la crisi immobiliare dei sub prime, su cui si è scatenata la speculazione, il secondo un ibrido mostruoso tra capitalismo di stato e comunismo dittatoriale che sta entrando come un monolite nella pancia molle dell’Europa strozzandone letteralmente l’economia.
Il meccanismo è semplice: mancato rispetto dei brevetti, falsificazioni, imitazioni, prodotti di bassa qualità, ma con un rapporto qualità/prezzo elevato frutto di salari bassissimi, diritti sindacali inesistenti e attenzione all’ambiente zero.
Tutto ciò spingerà sempre più i consumatori europei di medio-basso reddito ad abbandonare la produzione interna di qualità ma molto cara, a vantaggio di quella cinese molto più abbordabile, innestando un meccanismo perverso per cui le imprese europee chiuderanno, aumenterà la disoccupazione e sempre più consumatori, impoveriti, saranno dipendenti dai prodotti cinesi.
Sarà proprio una parte dei ceti popolari a dare inizio a questo circolo vizioso, indotti dal preconcetto verso i prodotti multinazionali, dal costo elevato di quelli locali e dalla simpatia per quelli cinesi.
A cadere sotto le bordate della concorrenza sleale dell’imperialismo economico-commerciale cinese sarà per primo il popolo delle partite IVA, piccoli commercianti, artigiani e piccole imprese, privi di ogni garanzia sociale se non gli eventuali risparmi accumulati. Poi saranno la grande distribuzione, la grande impresa e i salariati che da esse dipendono. Questo settore resisterà un po’ di più grazie agli ammortizzatori sociali. Poi entreranno in crisi gli Stati nazionali e i dipendenti statali.
Lo scontro finale, con l’Europa già in declino, impoverita e con le golden share di tutte le principali aziende pubbliche e private nelle mani cinesi, sarà tra una Cina arricchita e militarmente forte e il grande capitalismo delle multinazionali, il cui destino è segnato, in un mondo occidentale in cui la gran parte del consumo sarà già in mano alla produzione cinese.
Quando tutto si sarà compiuto, gli operai italiani della FIOM/CGIL, che ora si stracciano le vesti di fronte ai tentativi di riforma dell’art. 18, saranno dei lavoratori sfruttati e senza diritti civili, emarginati in una lontana provincia dell’Impero economico Cinese.
G.I.V.
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Un Federalismo Liberale come antidoto al secessionismo e alla cultura mafiosa


UN FEDERALISMO LIBERALE COME ANTIDOTO AL SECESSIONISMO E ALLA CULTURA MAFIOSA

Si dice che molti veneti siano razzisti o comunque diffidino dei meridionali e che votino Lega Nord per ragioni puramente economiche, ossia per difendere egoisticamente i propri interessi, pronti per questo alla secessione, se servisse.
Tuttavia, sebbene l’aspetto etnico ed economico esistano e siano spesso indistricabili, non è giusto ridurre l’interpretazione della realtà in termini così lapidari e non valutare nemmeno se l’ipotesi di un federalismo liberale (che non esclude il permanere di servizi sociali primari statali accanto a forme privatistiche) non possa essere, in questi tempi di globalizzazione dei mercati, una soluzione congiunta della questione settentrionale e meridionale e un antidoto alle tentazioni secessioniste. E’ per tali ragioni che mi accingo a proporre all’attenzione dei lettori, del sud e del nord, le seguenti riflessioni.
Negli anni ’60 il processo d’industrializzazione interessò soprattutto il Piemonte e la Lombardia con lo sviluppo della grande industria privata lungo l’asse Torino-Milano. Il Veneto ne fu escluso, tanto che contribuì alla pari delle regioni del sud ad alimentare il flusso d’immigrazione interna che in quegli anni correva verso il nord-ovest dell’Italia.
I veneti erano considerati allora i “terroni del nord” dai lombardi (a cui spetta la paternità del termine “terrone”) perché provenienti da una regione povera e prevalentemente agricola. Luogo comune vuole che i lombardi considerassero i veneti dei gran lavoratori, ma solo perché un po’ tonti e quindi facilmente malleabili a confronto dei meridionali, più indolenti, più furbi, più attenti a non farsi sfruttare e più sindacalizzati.
Escluso dalla grande industrializzazione, poco interessato dall’esodo dei meridionali, il Veneto fu dunque per sua fortuna preservato dall’infiltrazione mafiosa. Come mai dunque tanta diffidenza e talora astio verso i meridionali?
Innanzitutto perché per i veneti rimasti nel Veneto, più che un compagno di lavoro, di fortune o sventure, il meridionale è stato il carabiniere, il questore, il prefetto, il giudice, il maestro, il professore, il preside, il finanziere, l’ufficiale sanitario, il poliziotto, il segretario comunale e finanche il vigile e il postino. E’ stato insomma il funzionario pubblico, il benemerito rappresentante dello Stato finché questo funzionava bene, ma immediatamente l’ottuso burocrate, l’inflessibile esattore, lo statale assenteista, parassita, corrotto e mafioso e addirittura lo straniero occupante non appena lo Stato non funzionava come dovrebbe.
A che pro, pur con l’aiuto e l’estremo sacrificio in battaglia di molti meridionali, aver cacciato dal Piave gli austriaci, modello di buona amministrazione, stranieri cui dobbiamo riconoscere tra l’altro il merito di aver riportato a Venezia alcuni dei tesori rubatici da Napoleone, se poi dobbiamo essere tartassati dai nostri stessi fratelli d’Italia?
Si obietta che non si possono incolpare i meridionali che dal sud salgono a occupare i ruoli dell’amministrazione pubblica, se questi sono vacanti perché i veneti preferiscono dedicarsi ad altre attività. Tuttavia non si può nemmeno pretendere di assecondare la supposta naturale predisposizione al posto pubblico dei meridionali aumentando, soprattutto nel sud, l’esercito dei dipendenti pubblici con la creazione di posti di lavoro fittizi.
Non sarebbe forse meglio che i meridionali, al sud come al nord, abbandonassero la mentalità del posto statale fisso e sicuro per impegnarsi in attività che creino posti di lavoro reali? Esempi non mancano nel Veneto di liberi professionisti e lavoratori autonomi di origine meridionale che onestamente si sono fatti una posizione di rilievo. E non si può nemmeno pretendere di imputare interamente ai politici il cattivo funzionamento dello Stato. Forse anche i funzionari pubblici hanno le loro colpe, e siccome questi sono in maggior parte meridionali, ecco che tutti i meridionali, e gli statali in genere, diventano indiscriminatamente il capro espiatorio dei disservizi e degli sprechi.
Inoltre per i veneti rimasti nel Veneto, che non hanno condiviso l’esperienza dell’emigrazione o del lavoro a fianco di meridionali onesti e lavoratori, e che quotidianamente sono informati dai mass media di fatti criminosi che accadono nelle regioni del sud in balia delle organizzazioni mafiose, nonostante l’impegno e il sacrificio di tanti giudici e poliziotti, per questi veneti, intimiditi da tanta violenza, ogni meridionale è un potenziale mafioso e un extracomunitario, di cui non si sa nulla, persino più confidabile a suo confronto.
Si potrebbe obiettare che se non è razzismo questo, è almeno un sentimento di xenofobia dettato da una parziale conoscenza dei meridionali; si potrebbe obiettare che la mafia è un problema internazionale, che esiste anche da noi, sebbene in forme non cosi violente e che in fin dei conti sono più i morti per le stragi del sabato sera nel Veneto che per mafia in Sicilia.
Certo è che a riguardo si ha la sensazione di vivere in un’isola felice minacciata da quanto accade al sud. Comunque cerchiamo ora di approfondire la questione economica sebbene connessa a quella etnica. Se i veneti, i terroni del nord un po’ tonti, dopo trent’anni, pur con gli aiuti statali, ce l’hanno fatta, se il Veneto ed il nord-est in generale, con il sistema della piccola e media impresa è divenuto un modello di sviluppo economico per tutto il mondo, è perché quegli aiuti (sebbene, anche da noi, spesso elargiti con le metodiche clientelari care alla vecchia DC) come i talenti della parabola evangelica, sono stati ben spesi, hanno dato i loro frutti; il seme, continuando con le metafore evangeliche, è caduto su di un suolo fertile.
E’ chiaro che la classe politica e dirigente locale veneta della cosiddetta prima repubblica, per quanto possa esser stata intrallazzatrice, è riuscita comunque a fornire il territorio delle infrastrutture minime necessarie al suo decollo economico e ciò nonostante, grazie alle inchieste di mani pulite prima e alle scelte degli elettori veneti che hanno poi premiato la Lega Nord, essa è stata largamente rinnovata.
Al sud invece, a causa di una classe politica e dirigente collusa con la mafia, alcuni dei cui rappresentanti sono tuttora al loro posto, tali opere in molti casi giacciono lì incompiute, fonte quasi inesauribile di redditi illeciti, anziché presupposto per lo sviluppo di una libera imprenditoria e, quando compiute, esse appaiono delle inutili cattedrali nel deserto, dei monumento allo spreco del denaro pubblico.
Inoltre il lavoratore dipendente veneto, per sua natura ben disposto alla collaborazione e a considerare gli interessi dell’azienda come i suoi, si è felicemente coniugato a un sistema di piccole e medie imprese diffuse nel territorio e a conduzione per lo più famigliare. In esse ha trovato il suo ambiente ideale, sentendosi coinvolto, considerato e valorizzato.
Al sud invece l’industria di stato e la grande impresa hanno spesso mascherato pratiche assistenziali che hanno favorito la permanenza di quei vizi congeniti, indotti da secoli di oppressione straniera, che si traducono in una percezione dello Stato come di un qualche cosa di estraneo da cui difendersi e da sfruttare, anziché come l’interesse generale e il bene comune. Quest’altra concezione dello Stato è invece ben radicata nella maggior parte dei veneti per i quali, dopo secoli di “serenissimo” autogoverno, realmente nocivo é stato solo il pur breve periodo di dominazione francese, fortunatamente seguito dalla dominazione austriaca, meno rapace e più rispettosa delle autonomie locali.
E’ bene comunque ricordare che nello stesso nord-est, dove esiste la grande industria di stato (vedi area Mestre-Marghera) se questa va in crisi, si ripropongono i medesimi problemi e comportamenti che al sud: disoccupazione e proteste o passività, in attesa e con la pretesa che lo Stato e i sindacati o chi per loro risolvano le situazioni di difficoltà.
E’ fin troppo evidente che il centralismo e lo statalismo inibiscono lo sviluppo di un diffuso spirito imprenditoriale nei cittadini, l’unico in grado di creare sempre nuova occupazione.
Comunque sia, grazie o nonostante lo stato centralista e i suoi burocrati, il Veneto ce l’ha fatta e gran parte del merito va ai veneti stessi. Il suolo fertile su cui sono caduti gli aiuti statali e di cui si parlava poc’anzi può essere brevemente riassunto in:
- diffuse capacità imprenditoriali;
- spirito di collaborazione dell’operaio;
- classe politico-dirigente dedicata e sostanzialmente responsabile e onesta;
un elettorato maturo che ne controlla l’operato;
- e soprattutto assenza di criminalità organizzata.
I Veneti ora non hanno nessuna intenzione di rinunciare a nulla di quanto faticosamente raggiunto per finanziare con i soldi riscossi dalle loro tasche l’assistenzialismo e gli sprechi statali o peggio la criminalità organizzata. Tanto più se si considera che quei soldi, gestiti in loco, potrebbero ad esempio finanziare molto più utilmente l’ampliamento delle reti infrastrutturali esistenti nel Veneto, valide per il recente passato ma oggi sature, col rischio conseguente di paralisi dell’intero sistema produttivo. Potrebbero servire a invertire il declino di una Venezia il cui destino sembra stia a cuore solo a mecenati americani, giapponesi o russi che di questo passo, però ne diverranno gli unici proprietari. Il loro uso, qualunque fosse, sarebbe in ogni caso sotto il controllo diretto dei cittadini cui ne renderebbero conto gli amministratori locali.
Da tutto ciò nasce l’esigenza di un federalismo liberale che, se da un lato garantisce al nord la possibilità di proseguire la sua rincorsa verso l’Europa, dall’altro può rappresentare una soluzione alternativa all’annosa questione meridionale, giacché riguardo a essa l’impostazione centralista e statalista, dall’unità d’Italia a oggi, ha puntualmente e miseramente fallito i suoi obiettivi.
Proseguire su questa strada fallimentare avrebbe l’unico effetto di accrescere il pregiudizio razziale nordista circa l’incapacità dei meridionali di utilizzare razionalmente gli aiuti statali per promuovere il loro sviluppo economico, circa la loro mancanza di spirito imprenditoriale, la loro passività, l’innata tendenza al parassitismo per non dire oltre e farebbe soprattutto crescere la voglia di secessione nel nord.
E nonostante questo rischio c’è pure chi, contrapponendo ottusamente pregiudizio a pregiudizio, contrattacca accusando i veneti, gli innocui polentoni e bacchettoni di una volta, di essere inopinatamente divenuti una congerie di egoisti privi d’ideali che come idioti lavorano dalla mattina alla sera solo per far soldi, evadono le tasse e frequentano prostitute. Evidentemente costoro non si rendono conto che se nelle comode retrovie hanno tutto il tempo per filosofare e disquisire dei massimi sistemi lo devono anche a chi, in prima linea, in una guerra economica globale sempre più competitiva, riesce con fatica a tenere testa a poderosi concorrenti e a volte sleali come la Cina, producendo ricchezza per l’intero paese.
E ammesso pure che il tessuto sociale veneto soffra in certa misura di un qualche male oscuro, è lo stesso male di cui soffrono tutte le società occidentali basate sul benessere dei consumi e che diciamo “più avanzate”; è probabilmente lo scotto sociale, non esplicitamente previsto dagli accordi di Maastricht, che dobbiamo pagare per entrare in Europa.
L’alternativa è rifiutare in blocco e unilateralmente il sistema occidentale, ponendoci così in splendido isolamento in attesa, dopo il fallimento delle ideologie nazionalista e comunista, di un utopico governo mondiale che controllando le nascite possa ridurre e mediare fra i vari paesi i consumi energetici globali e la produzione industriale del pianeta.
Questi eviterebbero così di scontrarsi tra loro sul piano economico e d’imporre ai loro abitanti ritmi di lavoro disumano per alimentare un consumismo sfrenato che inquina il pianeta, sempre più depauperato delle sue risorse.
Ma per ora, o accettiamo e sopportiamo francescanamente una condizione di povertà e sottosviluppo, senza pretendere però di essere poi assistiti, confidando unicamente nella bontà altrui o dobbiamo confrontarci con questa realtà fatta di globalizzazione dei mercati e di rincorsa per certi versi assurda a uno sviluppo illimitato, cercando magari piano piano di modificarla.
Di fronte ad un Sud malridotto e pretenzioso di continui aiuti, ci si meraviglia come una terra così bella e ricca di tesori artistici e d’ingegni non sia ancora divenuta la California d’Europa.
Sarcasticamente se ne potrebbe concludere che evidentemente i meridionali vogliono essere assistiti per evitarsi le conseguenze sociali della competizione industriale e dello stress da consumismo, per mantenere puliti i loro fiumi, il loro mare, la loro aria e i loro polmoni.
In realtà, di là dello scherzo, sappiamo che il degrado sociale e ambientale è pesante anche al sud e che la piaga dell’assistenzialismo e del mancato o distorto sviluppo che ne consegue è da imputare, come già detto, a una classe politica e dirigente assenteista largamente dedita a nepotismo e pratiche clientelari, spesso collusa con la mafia e attaccata alle poltrone, che perciò tratta il Sud unicamente come serbatoio di voti.
È da imputare in egual misura anche a un elettorato questuante che, eleggendo i soliti noti, si è reso complice di tale situazione, incapace di agire diversamente per necessità o peggio nella convinzione di poter lucrare dei vantaggi personali sotto forma di raccomandazioni e voto di scambio, quando ben maggiori e collettivi sarebbero stati i vantaggi di una gestione oculata, onesta e intelligente delle risorse.
Perciò prima di mandare risorse economiche di cui non si vede alcun risultato, i Veneti chiedono garanzie per se stessi innanzitutto e cioè che gran parte della loro ricchezza così duramente pagata sul piano sociale e ambientale rimanga nel Veneto, dopo di che, a casa sua, ognuno si assuma le proprie responsabilità, coerentemente alle scelte fatte sul tipo di sviluppo più consono da perseguire.
Credono perciò che sia giunto anche per il Sud il momento della scelta federalista e che il principio di responsabilità, nell’autogoverno, sia l’unica cosa in grado di stimolare in senso positivo l’orgoglio del popolo sudista che, finalmente libero dopo secoli di asservimento, saprà ben governarsi in autonomia, sfruttando non più la sua proverbiale furbizia nell’arte di arrangiarsi, ma la propria intelligenza di cui può a ragione vantarsi e conseguendo così una sostanziale indipendenza economica.
Questa rinascita del sud può già contare sullo spirito imprenditoriale e l’ingegno di molti imprenditori del sud per vari motivi costretti a operare in condizioni svantaggiate rispetto a quelli del nord, o perché soffocati dal racket delle estorsioni e degli strozzini, o perché non possono contare su infrastrutture e un sistema bancario adeguati, tanto che gli stessi imprenditori esteri e del nord desistono dall’investire nel sud pur potendo qui godere a volte d’incentivi fiscali e finanziamenti statali. Questi, infatti, da soli non risolvono il problema, anzi sono un nuovo stimolo alla truffa ai danni dello Stato con lo spuntare, come funghi nel giro di una notte, di una varietà di aziende fantasma che scompare subitamente dopo avere incassato gli incentivi. Bisogna perciò creare le condizioni realmente necessarie affinché gli imprenditori onesti possano sviluppare le loro idee. Questo significa:
- spirito di collaborazione e non opposizione dell’operaio e dei sindacati;
- una rinnovata classe politico-dirigente responsabile, onesta e immune da assenteismo, nepotismo, clientelismo e infiltrazioni mafiose, che lavori alacremente con spirito di servizio allo sviluppo economico del sud rapportandosi con i cittadini senza inutile arroganza burocratica;
- infrastrutture adeguate e informatizzazione capillare (banda larga) per sprovincializzare il sud e avvicinarlo all’Europa, riducendo le conseguenze della sua infelice posizione al fondo, costantemente infiammato, di quell’appendice geografica dell’Europa che è l’Italia;
- una lotta serrata senza quartiere alle organizzazioni criminali da parte di polizia e magistratura;
- e sopratutto un elettorato maturo che faccia le sue scelte in base alla dirittura morale e alle capacità e competenze dei candidati proposti dai vari partiti politici e che non cerchi scorciatoie per risolvere i problemi personali ma lo faccia nel rispetto della legge.
Una volta create queste condizioni, si svilupperà in maniera del tutto naturale un tessuto economico basato sulla piccola e media impresa, che farà da base all’innesto della grande impresa pubblica e privata. Questa potrà così appaltare la produzione di componenti accessori ad aziende minori già esistenti in loco, stimolando il cosiddetto indotto e invertendo l’attuale corso per cui la grande impresa pubblica e privata si inserisce in un tessuto economico atrofico, divenendo perciò improduttiva e di fatto una forma malcelata di assistenzialismo.
Un federalismo comunque solidale con trasferimenti trasparenti, controllati e mirati a investimenti produttivi e un’unica polizia federale impegnata in primo luogo nella lotta alla mafia, poiché la mafia è un problema anche nazionale di cui deve farsi carico l’intera collettività e perché il Nord, per quanto è nelle sue possibilità, non intende comunque abbandonare al suo destino il meridione.
Mi auguro che l’occasione delle recenti elezioni amministrative sia stata propizia per rinnovare positivamente almeno la classe politica locale al sud, di sinistra o di destra che sia.
Se realmente intenzionata a perseguire il bene del popolo più che i propri interessi o quelli romani e dei potentati locali, potrà tentare l’obiettivo del buon governo e dello sviluppo economico del sud divenendo il paradigma da imitare.
Assai più difficile appare il rinnovamento dell’attuale classe dirigente, fatta di funzionari e dipendenti pubblici gelosi del loro potere e dei loro privilegi che da tempo occupano i ruoli dell’amministrazione pubblica a tutti i livelli, dagli enti locali alla sanità e che spesso salgono all’“onore” della cronaca per fatti di peculato, corruzione e truffa ai danni dello Stato.
Riguardo alle sinistre, sarebbe davvero deleterio e inspiegabile che continuassero ad alimentare lotte operaie e allettare il meridione con le inutili pratiche assistenziali di un apparato statale centralizzato e ipertrofico, specie al sud, che sottraendo risorse al nord trainante, frenerebbe lo sviluppo dell’intero paese senza promuovere quello del sud e creerebbe le condizioni per la rottura del patto di unità fra gli italiani che, come qualsiasi associazione che non sia di beneficenza, si fonda sulla reciprocità dell’interesse delle parti e non sul vantaggio di una parte a discapito dell’altra.
E’ ben vero che il Veneto ha un debito morale di riconoscenza eterna nei confronti dei molti meridionali che sono morti in guerra per liberarlo dagli austriaci, ma se questo deve tradursi in pratica in un debito economico di riconoscenza altrettanto eterno e dunque non risarcibile, sarebbe come ammettere che non si è trattato di una guerra di liberazione, ma di occupazione. Appare quindi abbastanza comprensibile l’insofferenza di chi si sente colonizzato, di chi sente che la propria economia è sotto il controllo di uno stato inefficiente tranne che nel momento di riscuotere i tributi, altezzoso, infastidito e sordo alle esigenze della periferia come gli austriaci non lo sono stati mai.
Ora, a cento e cinquant’anni dall’unità d’Italia, per la sinistra la parola “secessione” ha assunto una valenza fortemente eversiva, ma è solo un’altra forma di esprimere il diritto all’autodeterminazione dei popoli per cui tanto ha lottato in passato.
In nome dell’unità d’Italia, si nega tout court che esistano tra gli abitanti dello stivale delle sensibili differenze storico-culturali tali da identificare unità politiche distinte e contrapposte, che tuttavia potrebbero felicemente integrarsi in una struttura a loro più confacente come quella di uno stato federale.
Una parte degli italiani, di fronte alle tentazioni separatiste, invece di chiedersi il perché di tali richieste e porvi rimedio ristabilendo un nuovo patto di convivenza, in alcuni casi reagisce come nei più biechi regimi contro ogni ipotesi di autonomia del nord, sia pure pacifica e democratica, in altri, più subdolamente, al pari dell’omerica Penelope smonta di notte quanto è faticosamente costruito di giorno lungo il cammino verso il federalismo.
Questo in conclusione, sarà realmente compiuto solo con la riforma della Costituzione, che tuttavia i più reazionari ai cambiamenti, che si ritengono poi laici, vorrebbero religiosamente immutabile, come nelle più anacronistiche teocrazie.
Chi ha fatto perciò un tabù della parola “secessione” è perché non vuole un autentico federalismo, visto come anticamera, anziché antidoto alla secessione e non avendo altri argomenti coglie così il pretesto per contrastarlo.
Una scelta che, se legittimata da un referendum popolare, sarebbe assolutamente democratica e pacificamente attuabile sul modello di popoli come quello canadese, cecoslovacco, belga o catalano, tanto più che avverrebbe nell’ambito dell’Unione Europea, che già regola molti dei comportamenti che gli stati membri devono assumere, stabiliti dai loro rappresentanti nel Consiglio dell’Unione Europea.
Evidentemente quei concittadini che con forza invocano l’unità d’Italia e considerano eversive le spinte autonomistiche del nord non sono così civili.
Ben più ammirevole per il coraggio, disinteressata e pertanto immune da interpretazioni diverse, è la posizione di quei tanti meridionali che invece di minacciare reazioni, auspicano e non da oggi un autentico federalismo, unico antidoto alle tentazioni secessioniste, confidando prima in se stessi, nelle loro forze, nell’onestà e capacità di una rinnovata classe politica e dirigente, non più sabauda, né borbonica, né angioina, né aragonese, né mafiosa ma figlia del vero e sano popolo del sud e poi nell’aiuto di una polizia federale e di una magistratura efficaci nel contrasto alla criminalità organizzata.
G.I.V.
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Il debito del Nord-Est verso il Sud


IL DEBITO DEL NORD-EST VERSO IL SUD

Nel confronto politico sulla questione Nord-Sud c’è una ricorrente argomentazione, quasi un mantra, che viene dagli esponenti politici meridionali: siccome la liberazione dei territori italiani occupati dagli Austriaci durante la I Guerra Mondiale (Veneto e Friuli in particolare) fu anche merito dei tanti giovani meridionali morti su quel fronte, di conseguenza Veneti e Friulani hanno nei confronti del Sud un debito di riconoscenza eterno.
Non c’è dubbio che allora molti giovani meridionali si sacrificarono per liberare quei territori. Nei loro confronti la riconoscenza è sincera ed eterno il debito morale da parte di Veneti e Friulani.
Il problema tra Veneto e Sud sorge nel momento in cui i discendenti di quei valorosi ed eroici soldati hanno prosaicamente tradotto il termine “riconoscenza eterna” in debito economico eterno e dunque inestinguibile, riducendo di fatto a guerra di conquista quella che doveva essere di liberazione, trasformando i Veneti in sudditi da vessare e mungere con ogni possibile balzello, ridicolizzati e accusati di pensare solo alla pancia quando alzano la testa per protestare.
Molti fra i discendenti di quegli eroici soldati non sono degni di loro: sono degli opportunisti, dei parassiti, spesso conniventi con le varie Mafie che prosperano a Sud. Mafie che intercettano gran parte dei trasferimenti provenienti da Nord, illudono i più stupidi con un po’ di elemosina, ma non terminano strade, né ospedali, né reti idriche, né scuole, mal smaltiscono i rifiuti urbani inquinando i territori, né finanziano le banche locali, perché i soldi li depositano nei paradisi fiscali, nei cui porti attraccano i loro yacht.
Noi riteniamo di non avere alcun debito di riconoscenza con questa gente, non intendiamo essere loro sudditi e invitiamo i meridionali umiliati e mortificati (non certo da noi) a uscire dal torpore e lottare con noi contro la cultura mafiosa.
La rivoluzione non deve avvenire per strada, ma nell’anima di chi é schiavo del proprio interesse particolare, ovunque si trovi, a Nord o a Sud dell’Italia, a destra o a sinistra dello schieramento politico.
Le popolazioni venete e non che vivono negli ex-territori della Repubblica di Venezia, nota per il suo buon governo, hanno nel loro DNA i concetti di cosa pubblica e di bene comune e li considerano i valori basilari del vivere civile forse più di qualsiasi altro popolo. Lo testimonia il percorso storico della millenaria Repubblica di Venezia, unica parte dell’Europa, che nei secoli bui del medioevo ha mantenuto viva la fiamma della cosa pubblica e soprattutto della democrazia (per quanto non così evoluta come oggi), ben prima della stesura della Magna Carta.
Chiunque viva in questi territori, quale che sia la sua estrazione politica, non accetta che risorse pubbliche, frutto della propria dedizione e sacrificio, siano ingoiate dalla corruzione e dalle mafie del sud e poi, con un abuso insopportabile e sbeffeggiante, siano anche in parte riciclate e ripulite rilevando imprese del nord, in difficoltà nell’attuale momento di crisi economica, corrompendo tra l’altro l’identità civica di queste genti, le quali, tranne il periodo compreso tra la caduta della Repubblica di Venezia e la nascita della Repubblica Italiana, non sono mai state dei sudditi, ma sempre dei liberi cittadini.
Non si capisce perché la sinistra colta, integra e irriducibile, incontri tanta difficoltà a intendere questo sentimento di rivolta che giunge da nord-est e accusi i veneti di pensare solo alla pancia, soprattutto se l’accusa venga da chi vive al sud, dove, da troppo tempo ormai, al concetto di cosa pubblica è prevalso quello di “cosa nostra”.
G.I.V.
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Chi c’è dietro a Fini e i centristi?


CHI C’È DIETRO A FINI E I CENTRISTI? 

Se nella comunità europea uno stato poco virtuoso non rientra nei parametri stabiliti a Maastricht per garantirne l’equilibrio economico, è penalizzato con una riduzione degli aiuti e nessuno obietta. Questo perché l’UE è un’associazione libera di stati indipendenti in cui nessuno stato è obbligato a rimanerci controvoglia, al contrario molti, guarda caso i meno ricchi, premono per entrarvi. Evidentemente, nonostante le rigide regole economiche imposte, è chiaro che vi siano dei vantaggi a farne parte.
In Italia, se le regioni cosiddette virtuose e produttive del nord richiamano quelle poco virtuose e sprecone del sud al rispetto dell’equilibrio economico del sistema Italia, attraverso lo strumento del federalismo fiscale, in nome del principio di responsabilità e nell’interesse generale del paese, ecco scattare immediata l’accusa di egoismo padano.
Questo solo perché l’Italia non è uno stato federato e meno che meno una libera associazione di stati indipendenti. Al contrario è uno stato unitario e centralizzato dove chi controlla i palazzi romani, controlla anche le ricche regioni del nord, che può impunemente spremere a proprio piacimento.
Questo succede ormai da troppi anni sulla pelle dei cittadini e delle imprese del nord, per mano di politici che, perpetuando un abuso non più sopportabile, in nome di una sbandierata attenzione per le regioni svantaggiate del sud in realtà garantiscono gli interessi malcelati di una classe dirigente corrotta e collusa con le organizzazioni mafiose.
Questa infausta congrega di disonesti, dopo aver sviato nelle proprie tasche gran parte delle risorse economiche che lo Stato invia al Sud, con le briciole rimaste alimenta l’atavica indolenza e l’abitudine al parassitismo e al fatalismo delle popolazioni meridionali. Ne blocca lo sviluppo economico e costringe i migliori e gli onesti a chinare il capo o emigrare altrove alimentando, di fatto, la cultura mafiosa, un humus malefico da cui rinascono continuamente nuovi boss e padrini rampanti, vanificando con ciò il lavoro delle forze dell’ordine, costrette alle fatiche di Sisifo.
Il federalismo, togliendo risorse indebite e ossigeno a questo humus malefico e facendolo seccare, certamente più male non potrà fare a queste popolazioni di quanto già non lo faccia la sua infelice classe dirigente, ma per quest’ultima è come l’acqua santa spruzzata in faccia al diavolo, è lo spauracchio che toglie il sonno e che bisogna assolutamente impedire.
Pertanto è perlomeno strano che proprio questo governo che promuove il federalismo e giusto nel momento in cui, grazie al ministro Maroni e alle forze dell’ordine, già sta infierendo dei duri colpi a camorristi e mafiosi, stanando pericolosi latitanti e sequestrandone i beni illeciti, proprio ora lo si voglia far cadere più che mai.
Non sono bastati decenni di opposizione delle sinistre stataliste per abbattere Berlusconi, infastidite dalla sua ascesa nel controllo dei media televisivi privati (paradossalmente oggi così comuni e diffusi) le quali hanno cercato con tutti i mezzi di sottrarglieli, anche giudiziari, spingendolo a scendere in politica per difendersi e continuando poi a infangarlo in maniera infamante pur di liberarsene, con l’unico risultato di aumentarne i consensi.
No, chi lo minaccia é invece l’ex amico e alleato Fini e in nome di cosa? Ambizione? Rivalità personale? La costruzione di una nuova destra riformista? Niente di tutto ciò. Con buona pace degli avversari storici di Berlusconi, l’obiettivo di Fini non è la caduta di Berlusconi.
Essa è solo il mezzo o il pretesto per abbattere questo governo con l’obiettivo inconfessabile di bloccare un federalismo fiscale compiuto, ponendosi apparentemente a paladino degli interessi legittimi delle popolazioni del sud ma, di fatto, garantendo lo stato quo e gli interessi delle classi dirigenti corrotte del sud.
Forse pensava che la confluenza di AN con Forza Italia non l’avrebbe posto in posizione minoritaria nel PDL, forse pensava che la Lega non sarebbe stata così determinata nel richiedere l’attuazione del federalismo fiscale come stabilito nel programma elettorale fatto proprio dal governo eletto.
Comunque sia, quando ha capito che non aveva peso nel PDL e che l’alleanza con Bossi stava dando dei frutti indesiderati, Fini non ha esitato a gettare il neonato partito in fasce nel cassonetto e nel riavvolgere il nastro della storia non si è neppure curato di rifondare AN, anche perché molti ex-camerati sono rimasti fedeli al PDL.
Ha invece fondato un nuovo partito, Futuro e Libertà, che non ha niente di destra nel suo programma, perché non guarda agli interessi della Nazione, e le cui aperture a sinistra lasciano diffidenti le stesse sinistre.
Tradendo il proprio partito, il PDL, e come “effetto collaterale” i principi democratici non accettando la posizione minoritaria che aveva al suo interno, tradendo il patto elettorale con l’alleato Bossi e quello con una parte del proprio elettorato e aggregandosi al terzo polo, Fini vincerà il “triplete” dell’infamia, candidandosi così al titolo del più indegno e sleale uomo politico italiano di questo inizio secolo.
Cambiare l’orientamento politico in corso di partita e tradire gli elettori, scardinando un partito e un’alleanza che aveva tutto per giungere al termine naturale della legislatura completando ogni punto del programma elettorale sarà pure lecito, ma eticamente è molto discutibile.
Il terzo polo, che ha scelto di collocarsi al centro, è realmente il luogo dei moderati che mediano nell’interesse nazionale o non é la comoda posizione di chi, anche in condizioni minoritarie, essendo l’ago della bilancia, può determinare le scelte economiche del governo a tutto vantaggio d’interessi particolari, in maniera ancor più subdola di quanto non s’imputi a Berlusconi, accusato di farlo col consenso degli italiani idioti che lo votano solo perché imboniti dalle sue reti televisive?
Il terzo polo vuol governare anti-democraticamente grazie a giochi di palazzo, inciuci e governi tecnici o dopo un confronto nell’urna con gli altri due poli e grazie a un’investitura popolare ottenuta con l’attuale legge elettorale, piuttosto che con quella che reintroduce le preferenze e offre così il fianco e forse anche la mano a clientelismo e voto di scambio, a tutto vantaggio della corruzione e collusione mafiosa nel sud d’Italia?
Sarà che Fini, come un gay in incubazione che ai primi sintomi finalmente si sblocca e abbraccia sculettando le amiche di ventura, ha riscoperto con le prime insofferenze verso il Cavaliere, la sua natura socialdemocratica e ora si lancia felice e convinto nella grande ammucchiata centrista? Oppure è un uomo per tutte le stagioni, un disinvolto traghettatore di partiti, un “professione politico” (parafrasando noti film) smanioso di mostrare la sua abilità sofistica nel sostenere tutto e il suo contrario?
Comunque sia, in barba al bipolarismo, che doveva garantire i governi da ribaltoni e inciuci, Fini ha fatto in pratica una manovra d’altri tempi, quella dei politici composti ma ipocriti, un film già visto, con l’unico scopo di creare le condizioni per cui una minoranza politica possa controllare, di fatto, le sorti di questo e dei prossimi governi.
Questo governo ha perlomeno il merito di contrastare la criminalità organizzata, anche se l’azione di repressione non potrà mai risolvere da sola il problema dell’infiltrazione mafiosa, ma solo tenerlo sotto controllo, finché non si distruggerà per sempre nel sud l’humus malefico della cultura mafiosa, che forse solo il federalismo, assieme ad una ferma presa di coscienza delle popolazioni meridionali e all’aiuto instancabile delle forze dell’ordine, potrà soffocare.
Un federalismo sicuramente solidale nel corso di calamità naturali, ma che sarà del tutto indifferente di fronte alla vergogna di territori  incapaci autonomamente di gestire o controllare chi gestisce lo smaltimento dei propri stessi rifiuti urbani.
Diversamente, senza il federalismo, l’Italia sarà sempre più spaccata, in balia di ogni evento congiunturale che non saprà più gestire, un paese da nord a sud infiltrato dalle mafie, poco virtuoso e perennemente umiliato e sanzionato dall’UE.
La sinistra, intanto, come un branco di sciacalli attende solo la caduta di Berlusconi sotto i colpi del giuda Fini nella speranza, con la fine politica del Cavaliere, occupato poi a difendersi nei tribunali, di smembrarne l’elettorato.
Come al solito però sbagliando, perché anche nella peggiore delle ipotesi di una diaspora totale del PDL con la fine politica di Berlusconi, la gran parte di questo elettorato ingrosserà le fila della Lega Nord, raddoppiandone i consensi.
Allora sì che sarà scontro a viso aperto tra veri e falsi federalisti, tra chi, anche se clandestini e irregolari, tratta gli extra-comunitari come persone e chi come a Rosarno li schiavizza o altrove si gira quando sono trucidati barbaramente.
In conclusione, rimane da chiedersi se il voltafaccia di Fini, che pone le basi per condizionare tanto la destra che la sinistra, sia solo il frutto della sua presunzione e vanità o più inquietantemente un’azione ben programmata al soldo e sotto la guida di qualcuno che agisce nell’ombra per i propri interessi.
Purtroppo, nell’ansia da antiberlusconismo, a sinistra si è persa la capacità di guardare dietro la facciata e abili manipolatori e illusionisti, al solo scopo di aumentare l’audience dei loro programmi di parte, solleticano il voyeurismo degli italiani e ne sviano l’attenzione verso il gossip e le goffe disavventure personali del Cavaliere, ipocritamente animati da uno spirito contagioso di moralizzazione dei costumi che neppure le ronde della Compagnia dei Vangelisti possedevano. Del resto si sa che in mancanza d’altro, in tempo di guerra i tanks funzionano anche con l’urina.
G.I.V.
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Rep padano


REP PADANO

Sono un leghista porco e razzista
che fin da quando era di sinistra,
odia l’ipocrisia del fariseo
più quanto un arabo odî un giudeo.
Or che radical chic è divenuta,
dell’arte e del mestier di prostituta
mostrando gran disprezzo e diffidenza,
anch’io ho cambiato residenza.

Guardoni, dell’intimità spioni,
e puritani rossi ed indignati
da un lato insorgono scandalizzati,
poi gustano dall’altro i culattoni.
Se i greco antichi usi son tornati
e gay e lesbiche son liberati
perché tanto astio della meretrice
e odio dell’etera ammaliatrice?

Del corpo faccia ognun nella sua tana
ciò che ritiene giusto e che più sente.
Per questo ho simpatia della puttana,
quando la scelta è libera e cosciente
e non dà pregiudizio, quando è sana,
anche se chi la paga è un presidente
che alla moglie non deve ormai più niente,
né allo Stato una castità inumana.

Di quei retrogradi odio la razza
che vogliono immutabile la Carta
per fare sì che il ribaltone parta,
tal che dell’urna il risultato spiazza.
Se il Cavalier eletto è sputtanato,
gustando a letto un frutto proibito
dal rubro giudice che sia inibito,
ma all’urne il popolo sia richiamato.

E non facciam della morale trita
ché sol di anagrafe era minore,
la rubacuori bella e preferita,
non certo d’ambizioni sue future
o per le dimensioni del suo cuore,
senza citar le altre sue misure.

Non credo in chi, le aule frequentando,
per professione si ritenga giusto,
se prova poi un pervertito gusto
al reo la sua condanna decretando
e del potere suo egli abusa
per volgere il politico confronto
in becera gazzarra e confusa.

Che muoia chi vende la morte in busta,
io non mi curo del drogato, che odio
assieme a chi troppo alcool gusta,
se poi per futili motivi ammazza
o se inseguendo un illusorio podio
nell’auto che lanciata in curva impazza.

Tutte le razze odio dei violenti,
sian guardie, tifosi o rivoltosi.
Odio la razza turpe dei mafiosi,
politici corrotti, conniventi,
oscuri parassiti delle Stato,
i perfidi approfittatori inclusi,
gli assenti il cui salario… è rubato.
Incivili, odio la vostra razza,
da chi abbandona in strada beni ormai disusi
a ch’intere zone inquina, parchi naturali inclusi.

Dei furbi odio la cleptomania
tal che truffando il prossimo e lo Stato
il ben comune è presto dissipato,
e il vivere civil torna anarchia.
Dei cani io non odio gli escrementi,
ma la canina razza che amministra
e che cemento fa dei verdi ambienti.
Odio i ladroni che nel buio vanno,
gli sciacalli e pure i ladruncoli
quando un diritto del rubar si fanno.

Stolto chi vittima Caino fa
di un triste o vuoto ambiente famigliare,
più che d’Abele che Dio volle amare
e minima pena al misero dà,
ma l’uomo agisce sempre in libertà.
Libera scelta c’è fra il bene e il male
e lui nel fuoco eterno brucerà.

Ho pena delle umane società
che trattano le donne di animali
e i figli sgozzano come maiali
e del relativismo che ora dà
alle culture pari dignità,
di certe negando l’inferiorità.
Chi già lottò per le diversità
ne soffoca l’idea federale
e sol per convenienza regionale
or le nega per forzare l’unità.
Così l’immobilismo garantisce,
con privilegi e antiche regalie,
la sussistenza di chi poi tradisce.

Odio il demagogo che della massa
eccita torvi eccessi e insanguinati
ed in rivolta armata della piazza
volge i cortei pacifici e ordinati,
un colpo dando alla democrazia,
ma se dal dèspota son dominati
con sorda e feroce tirannia,
i popoli di fuoco han poi la vista
per fare dei tiranni pulizia.

Perdoni qui il purista comunista
la poca ortodossia e il nessun cenno
all’operaio rosso statalista,
ma è ora di emular il gallo Brenno,
cispadano libero ante-leghista,
e al mondo e all’urbe urlar il proprio sdegno.

G.I.V.

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L’illegalità di Berlusconi ha un’origine


L’ILLEGALITÀ DI BERLUSCONI HA UN’ORIGINE

L’illegalità di Berlusconi é palese: conflitto d’interessi e leggi ad personam. I suoi elettori non sono ciechi, eppure continuano a sostenerlo. Perché? Per capirlo bisognerebbe tornare ai lontani anni ottanta, all’inizio del conflitto tra Berlusconi, magistrati e Corte Costituzionale.
In quegli anni, sfruttando un vuoto legislativo, per la prima volta Canale 5, subito imitata da altri network privati, trasmette da Milano in ambito nazionale programmi di puro intrattenimento senza alcuna velleità politica, attraendo molti ascoltatori, contenti di avere un’alternativa alle trasmissioni scontate della RAI.
La Corte Costituzionale attivata dal sistema di potere partitico, geloso del monopolio statale, non nega la liceità di reti private nazionali, tuttavia ne limita temporaneamente l’operatività all’ambito locale fino a quando il legislatore non provveda a una regolamentazione del sistema.
Berlusconi che è un rampante imprenditore brianzolo alla ricerca di nuove opportunità di profitto attende questa regolamentazione che non arriva.
Nel frattempo grazie ad una politica di concorrenza molto forte ingloba Rete 4 della Mondadori e Italia 1 di Rusconi e, disobbedendo alla C.C., rimane coraggiosamente l’unico operatore privato televisivo nazionale che cerchi di opporsi al monopolio RAI.
Il parlamento non legifera, ma alcuni pretori d’assalto, politicamente schierati, ingiungono l’oscuramento delle reti Fininvest.
Il governo Craxi per decreto prolunga temporaneamente l’operatività delle reti Fininvest, nel frattempo cresciute nell’audience e nelle dimensioni, salvaguardando capitali e posti di lavoro, decreto riconosciuto lecito dalla C.C.
Quando finalmente il parlamento legifera, con la “Legge Mammì” istituisce l’Antitrust e cerca di sanare la situazione esistente compatibilmente al principio del pluralismo, ma la C.C. la ritiene inadeguata.
In base a complicate e bizantine valutazioni sulla percentuale che una concentrazione di reti dovrebbe avere rispetto al totale di quelle esistenti per garantire il pluralismo, limita a due le reti di Berlusconi, escludendo dall’analogico terrestre Rete 4 a favore di una rete romana.
Ma quale è il criterio per stabilire il limite di reti? Per i giudici costituzionali il raffronto con la regolamentazione vigente per i quotidiani dove il limite è il 20% delle testate esistenti. Tuttavia in quest’ambito non esistono limiti tecnici alla creazione di nuove testate, per questo motivo il sistema è molto flessibile, mentre nel sistema televisivo analogico il numero delle reti possibili é limitato da una banda di frequenze molto stretta e la situazione è ormai in parte cristallizzata.
Berlusconi ritiene che la sanatoria, solo parziale, sia ingiusta e persecutoria e che la C. C. agisca nei suoi confronti come un Console della Repubblica Romana che impone a un colono di cedere a un Patrizio Romano un terzo dei territori di nessuno che faticosamente ha strappato alla selva rendendoli produttivi.
Inizia così un conflitto infinito che si protrae fino ai giorni nostri. Berlusconi è costretto a scendere in politica per salvaguardare i suoi interessi.
Salva provvisoriamente Rete 4 grazie a un referendum popolare con cui gli italiani lo appoggiano. Purtroppo il referendum è solo abrogativo (la costituzione italiana non prevede quello propositivo) perciò, cominciando a dubitare dell’adeguatezza della stessa, va avanti dritto per la sua strada.
Vince le elezioni formando il suo primo governo e dando così inizio al conflitto di interessi. I magistrati schierati a sinistra iniziano ad accanirsi su di lui, indagandolo a 360 gradi e costringendolo a promulgare leggi ad personam per difendere Rete 4 dall’oscuramento e se stesso dalla galera, ma i consensi invece che diminuire aumentano.
Piccoli imprenditori e gente comune che tutti i giorni deve confrontarsi con regolamenti ritenuti ingiusti, applicati alla lettera da inflessibili e arroganti burocrati dell’amministrazione pubblica, che riservano i margini di discrezionalità per parenti e amici, s’identificano in lui.
Vedono in lui un paladino della libertà, un ribelle che con tutti i mezzi si oppone ai parrucconi stantii preposti alla difesa cocciuta di una costituzione da riformare, il volto del progresso in opposizione all’ottusità e all’oscurantismo (non solo metaforico) delle caste privilegiate e dei poteri consolidati, un uomo schietto, generoso e amante della vita che sbeffeggia apertamente ipocriti e invidiosi rancorosi.
In definitiva un disobbediente civile (ed è perfino strano che tanti che si ritengano tali non l’abbiano capito) disposto a rischiare, a lottare con tutte le sue forze e pagare comunque per le sue presunte colpe, se alla fine andrà male, e per tutto ciò lo votano, pur sapendo che non è proprio uno stinco di santo.
E pensare che la sua unica richiesta iniziale era di poter realizzare la sua idea imprenditoriale espandendo la sua azienda nel settore fino ad allora inesplorato delle TV private d’intrattenimento. Se queste avessero poi riempito di scemenze la mente degli italiani, questo sarebbe rimasto confinato nel gossip e nelle riviste mondane senza invadere e drogare la vita politica italiana.
Nei paesi liberali è andata così, in Italia purtroppo é prevalsa l’idea pedagogica che gli ascoltatori televisivi fossero privi di senso critico e che tre reti Mediaset fossero eccessive per le loro fragili menti.
G.I.V.
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Filastrocca del Bunga-Bunga


FILASTROCCA DEL BUNGA-BUNGA

Bango, tango,
la sinistra è allo sbando
Binga, dinga,
tutti i giorni un poco ringhia
Bongo, Congo
questa volta tocco il fondo
Bunga, dunga
poi con Ruby ballo il rumba
Ciurla, furla
che mandiamo tutto in burla
Porca l’orca,
tutti quanti alla forca!
Lercia l’erba,
siamo tutti nella merda
Toporagno,
quando usciamo dallo stagno?

G.I.V.

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Povero Tartaglia


POVERO TARTAGLIA

Se al povero Tartaglia
si vuol dar la medaglia
non può far meraviglia
chi poi entra in battaglia,

un calcion sul didietro
bene dando a quel tetro
e invidioso Di Pietro,
colpito, ahi, da retro!

Chi usa ogni episodio,
grida e incita all’odio,
sempre tinto di iodio
rimarrà giù dal podio!

G.I.V.

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Che cos’è la Padania?


CHE COS’È LA PADANIA?

Quando Fini, come San Paolo illuminato dal Signore sulla via di Damasco, ha iniziato a predicare il verbo centrista, oltre che contro Berlusconi, ha iniziato a lanciare i suoi strali ovviamente anche contro il suo alleato più fedele, la Lega Nord. La Padania non esiste ha subito tuonato. Se non altro ha avuto il merito di farmi riflettere sulla questione, che cos’è la Padania?
Negli anni ’60 e ’70 il termine Padania era considerato un sinonimo geografico di Val Padana e in ambito linguistico, il “Padanese” fu usato per indicare il sistema costituito dagli idiomi galloitalici (piemontese, lombardo, ligure, emiliano, romagnolo, marchigiano) dal veneto, dall’istrioto e da quelli retoromanzi (romancio, ladino e friulano).
Nell’accezione intesa dalla Lega, il termine si riferisce a un’entità politico-amministrativa ideale comprendente le otto regioni dell’Italia settentrionale, anche se suddivise in dieci stati federati, ossia Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Trentino, Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia e Romagna più tre regioni centrali quali Toscana, Umbria e Marche.
Se considerassimo il territorio del bacino idrografico delimitato a nord dallo spartiacque delle Alpi, a est da quello dall’Appennino Ligure e a sud da quello degli Appennini settentrionale e umbro-marchigiano e a questo territorio aggiungessimo la Toscana avremmo praticamente la stessa cosa.
Cos’è e com’è nata la Lega?
Nel ’79 nasce in Lombardia l’Unione Nord-Occidentale Lombarda che nell’’82 Bossi rifonderà col nome di Lega Lombarda. Nel frattempo nell’’80 in Veneto nasce la Liga Veneta.
Entrambe sono l’espressione di un diffuso sentimento di fastidio nei confronti del centralismo romano e di un’aperta avversione per il meridione, dominato dalla cultura mafiosa, a causa degli sprechi che ivi si fanno delle risorse statali, alle quali contribuiscono pesantemente i territori del lombardo-veneto.
Gli obiettivi, autonomia da Roma e federalismo fiscale, sono dunque gli stessi. Pertanto nell’89, assieme ad altri partiti autonomisti minori, si uniscono per fondare la Lega Nord-Liga Veneta, ormai comunemente nota come Lega.
Inizialmente la Lega chiese di costituire un’unione federativa tra la Padania e le restanti parti dello Stato italiano, poi il suo distacco, ossia la secessione dalla Repubblica Italiana.
Ora, anche in seguito al risultato negativo del referendum costituzionale del 2006, in cui al nord la percentuale complessiva per il si fu del 47% e solo Lombardia e Veneto superarono il 50% e che comunque non prevedeva una revisione dell’Art. 5, la Lega sta lavorando per la devoluzione e per il federalismo fiscale.
Per l’attuazione di quest’ultimo, anche se ne agevolerebbe l’iter, non è necessario un ordinamento costituzionale federale, per il quale si richiederebbe una legge di revisione costituzionale ed eventualmente di nuovo un referendum costituzionale.
E’ interessante notare però che dal 2009 in poi i sondaggi tra gli abitanti del nord se sarebbero stati favorevoli all’adesione della loro regione a uno stato indipendente di nome Padania, danno risultati via via crescenti fino ad arrivare nel 2010 al 61% e all’80%, se interrogati sull’appoggio a una riforma dello stato italiano in senso federale. Sempre in base a questi sondaggi fatti nel 2010 dall’istituto SWG, il 58% degli italiani sarebbero favorevoli a una riforma in senso federale.
Pertanto, Fini ha ragione a dire che la Padania non esiste come entità politica. Essa, infatti, è un’entità politico-amministrativa ideale, esattamente com’era l’Italia nel cuore dei patrioti dell’ottocento, quando invece per il Metternich, avverso all’idea, “Penisola Italica” era solo un’espressione geografica che s’incontrava nelle cartine fisiche dell’epoca ma non in quelle politiche. La stessa cosa è ora per Fini la Padania: un’espressione geografica.
Tutti sanno com’è andata a finire. Quando piove troppo e da troppo tempo, i fiumi ingrossano e gli argini non li reggono più. Quando la società civile d’interi territori è ostaggio dell’illegalità e della brutalità delle organizzazioni mafiose e non si fa niente per impedire che questo cancro si espandi anche al nord, quando il frutto del lavoro del nord è sperperato da un’amministrazione pubblica ipertrofica e ladrona, quando assistenzialismo e parassitismo sono spacciati per solidarietà , i padani hanno tutto il diritto di difendersi, organizzandosi, entrando nel governo a Roma con i propri rappresentanti , lavorando per la devoluzione e il federalismo fiscale e lottando senza quartiere contro le organizzazioni criminali anche nell’interesse degli stessi meridionali onesti.
G.I.V.
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Il successo della Lega


IL SUCCESSO DELLA LEGA

In un sudato lavoro sulle ragioni del consistente risultato elettorale della Lega nelle elezioni regionali del 2010 (reperibile in Risultati della Lega Nord: Regionali 1990-2010) il consigliere provinciale di Lodi per il PD, Signorini Andrea, suffragato da copiose tabelle, statistiche e innumeri citazioni partoriva le seguenti straordinarie e imprevedibili conclusioni:
«Se dovessimo dire cosa è la Lega e perché “vince”, potremmo sintetizzarlo nei tre aspetti che caratterizzano il “sentimento” leghista:
1) appartenenza territoriale;
2) intolleranza nei confronti delle alterità;
3) elevata ostilità nei confronti del cosiddetto “Stato centralista”».
Che la Lega fosse un partito regionale e interclassista, estraneo alle logiche destra-sinistra, che non tutela unicamente – come Signorini afferma – «gli interessi della piccola impresa e dell’artigianato, contro lo Stato assistenzialista» ma anche quelli degli operai iscritti alla CGIL che la votano e che dunque in realtà si propone come un movimento a tutela degli interessi economici, culturali e sociali dell’intera popolazione dell’Italia settentrionale, erano cose ormai risapute. La spoliazione del nord colpisce tutti i padani, le piccole e medie imprese costrette a un’evasione di sussistenza per sopravvivere e ancor più gli operai, sul cui salario il prelievo fiscale è integrale. Riguardo tale tutela, secondo Signorini, essa si estenderebbe al punto da far pagare all’intero paese «anche gli allevatori furbi che si sono rifiutati di pagare le quote latte». In realtà, l’ex-Ministro delle politiche agricole Luca Zaia, ultimo di una lunga serie di ministri che si sono occupati dell’annosa questione, nel 2009 si è limitato a dare vita ad una nuova legge in materia di quote latte per cercare di arrivare alla conclusione di una vicenda che si sta trascinando da anni, istituendo contemporaneamente una nuova commissione d’indagine atta a verificare la veridicità dei dati di produzione dichiarati dall’Itala alla Comunità europea in tutte le campagne di produzione precedenti e quindi l’esistenza o meno delle multe per lo splafonamento delle quote.
A parte il dualismo statalismo-liberismo, già molto presente nella dialettica politica italiana, esistono altri quattro fondamentali dualismi che la Lega ha il merito di aver focalizzato:
- Centralismo statale-Federalismo;
- Questione Nord-Sud;
- Società civile-Criminalità organizzata;
- Mondo occidentale-Islam.
Coinvolta marginalmente in Tangentopoli (200 milioni di vecchie lire in un sistema che, oggi si scopre, era universale visto che anche nella Stalingrado lombarda che era Sesto San Giovanni, le lire fluivano a miliardi nelle casse del vecchio PCI) invece che scomparire come il pentapartito (DC, PSI, PRI, PLI, PSDI) al contrario ha aumentato di colpo i suoi consensi, premiata dagli elettori che hanno ben compreso la sua sostanziale differenza con quei partiti.
Tuttavia il volenteroso Signorini, rasentando il ridicolo, pur di dimostrare che la Lega non è del tutto pulita, per fare numero, vista l’estrema scarsità di episodi giudiziari ai danni della Lega nonostante l’accanimento della magistratura, non si lesina di citare il caso del sindaco che non aveva pagato l’ICI (sic!).
Tutelare gli interessi economici del nord, giacché è la Padania nel suo insieme a mantenere il resto dell’Italia, tanto che le principali regioni padane hanno un reddito che le colloca ai primi posti in Europa, non significa affamare il resto dell’Italia ma quantomeno verificare che le risorse che essa mette a disposizione per il Sistema Italia, come un fondo perduto condizionato all’effettivo utilizzo previsto (e alla restituzione in caso contrario) non siano disviate nelle tasche di “Roma ladrona” o delle mafie che, alimentate dalla cultura mafiosa, controllano vasti territori dell’Italia meridionale e mantengono le popolazioni del sud in condizioni di sottosviluppo.
La Padania ha tutto l’interesse che questi fenomeni d’illegalità non si espandano a nord (corrompendo l’identità culturale e civile delle sue popolazioni e minando la loro sicurezza) e che queste risorse siano ben usate e facciano progredire il meridione fino a raggiungere una condizione di autosufficienza, a somiglianza del Veneto che da regione povera e rurale dagli anni ’60 si è trasformato nel miracolo economico della piccola e media impresa. Il nord non è egoista e da tempo fa la sua parte, quello che non si accetta è che risorse pubbliche, frutto di lavoro e fatica, siano reiteratamente sperperate e che l’assistenzialismo e il parassitismo siano spacciati per solidarietà.
È per tali ragioni che la Lega individua nel federalismo liberale (che non esclude la permanenza dei servizi sociali statali primari accanto a quelli privati) e nella lotta al centralismo statale e alle organizzazioni mafiose gli antidoti alle tentazioni secessionistiche del nord e uno stimolo all’orgoglio del popolo sudista che finalmente libero di autogovernarsi in base al principio di responsabilità dopo secoli di asservimento potrà scuotersi dal suo torpore e conseguire condizioni di autosufficienza economica.
Tuttavia il Signorini, più fatalista che un meridionale, non considera neppure l’eventualità remota che questo possa accadere. Con i tenori di vita del sud espressi in termini reali che come lui stesso dice, sono più bassi rispetto alla media nazionale, il centro-sud è condannato a un ruolo marginale di dipendenza economica dal nord. I mali del sud appaiono permanenti e fortemente debilitanti.
Le potenzialità del meridione invece sarebbero notevoli, soprattutto turistiche, ma anche industriali. Con l’avvento dell’era digitale che lo avvicina all’Europa, consentendo di lavorare a distanza per le maggiori imprese mondiali, potrebbe divenire la California d’Europa.
Invece Signorini fa questione di notare che i meridionali a volte sono ancora chiamati “terroni” dai leghisti, con l’obiettivo di dimostrare l’ostilità dei padani verso i meridionali. Non dice però se i meridionali residenti a nord e che votano Lega siano pure loro antimeridionali. Dice solo che votano Lega per motivi di “pancia” e non “di cuore”, … ma come, pure loro?
Il compitino di Signorini, infatti, non è quello di proporre soluzioni alternative alle questioni poste dalla Lega, bensì quello di dimostrare che le proposte della Lega sono motivate solo dalla “pancia”. «Il progressivo impoverimento delle regioni padane dal 2000 al 2006 –egli dice- non può che aumentare il desiderio di liberarsi dell’incomodo “peso” del Sud Italia, con conseguente aumento di consenso relativo per la Lega Nord». «Le ragioni economiche si mostrano, ancora una volta, più importanti di quelle eventualmente culturali, mostrando sempre più il volto di un elettorato leghista che vota più con lo “stomaco” che col “cuore”».
Tuttavia, si scopre che la pancia l’hanno tutti gli italiani e che la vorrebbero avere sempre ben piena e, infatti, riferendosi a quella dei liguri, valdostani, friulani e giuliani egli dice:
«Una parte di quello che è stato elettorato leghista ha smesso di votare Lega per paura delle “ragioni finanziarie” della Padania poiché si tratta di realtà economiche deboli (Liguria) o che si avvantaggiano dell’attuale status privilegiato (Val d’Aosta e Friuli–Venezia Giulia)». Commentando poi il lavoro del sociologo Luca Ricolfi, “Il sacco del Nord”, egli aggiunge: «Dall’analisi di Ricolfi salta fuori che il federalismo sarebbe utile solo a sei regioni (Toscana, Veneto, Lombardia, Emilia–Romagna, Piemonte, Marche) mentre tutte le altre avrebbero da perderci». «In altre parole non devono tremare solo i meridionali ma pure gli umbri, i trentini e gli atesini, i friulani, i liguri e i valdostani».
Come si può vedere il buon Signorini ha a cuore le pance di tutti gli italiani!
In ecologia, esistono varie relazioni tra due organismi di specie differente e le più comuni sono:
- Il mutualismo, in cui entrambi gli organismi traggono un beneficio reciproco.
- Il commensalismo, in cui un organismo trae benefici dall’altro che non ne è danneggiato né aiutato.
- Il neutralismo, in cui nessuno degli individui riceve beneficio né pregiudizio.
- La competizione, in cui l’attitudine di uno è ridotta dalla presenza dell’altro.
- L’amensalismo, in cui un organismo danneggia l’altro senza trarne vantaggio o svantaggio.
- Il parassitismo, in cui un organismo trae vantaggio a spese dell’altro che ne è danneggiato.
È interessante osservare come a tutte queste relazioni ecologiche corrispondano analoghe convivenze tra individui o gruppi umani, cui però ne va aggiunta una del tutto particolare e tipica della specie umana, il solidarismo, in cui un individuo o gruppo spontaneamente sostenta un altro come fosse parte di lui, pur essendone a volte pregiudicato.
Pur considerando il trasferimento fiscale nord-sud una forma di solidarismo statale (come un prestito a fondo perduto) ci si chiede tuttavia quale sia il limite temporale (e percentuale) oltre il quale questo tipo di trasferimento statale si trasformi in parassitismo. Secondo il Signorini, che considera i mali del sud permanenti e fortemente invalidanti, non esisterebbe limite fintanto che sussista il vincolo di solidarietà.
Per i padani, invece, pur non essendo calvinisti né ebrei, questo limite c’è ed è stato largamente superato, poiché il vincolo di solidarietà vien meno nel momento in cui si ritengano tali mali curabili e non così invalidanti da impedire ai meridionali di sollevarsi, essere produttivi e autosufficienti, dipendendo solo dalla loro volontà di farlo.
Infatti la cura c’è ed è il federalismo liberale giunto alla lotta alle mafie e alla cultura mafiosa. Pertanto, se rifiuta la cura, al meridione rimane solo la scelta se essere considerato, metaforicamente parlando, un invalido totale o un fannullone e in quest’ultimo caso sarebbe oltretutto immorale continuare a sostenerlo.
Se, come dice Signorini, le ragioni del consenso della Lega e della configurazione della Padania come entità politica sono meramente economiche e non culturali o linguistiche, che dire allora dell’Italia intera, quando la sua riunificazione fu progettata a tavolino dai Savoia? Fu tutto puro patriottismo o non fu un’operazione realizzata in pochi anni a tutto vantaggio dell’interesse economico del Piemonte e delle mire espansioniste della casa Savoia? La lingua comune a tutti gli italiani era forse quella usata da una ristretta élite di letterati? Qualche decennio dopo, con la colonizzazione europea dell’Africa, in un continente in cui esistevano più di cento idiomi diversi, si assiste alla creazione di colonie i cui confini sono tracciati col righello sulla cartina geografica, dividendo talora gruppi etnici in colonie diverse o forzando etnie rivali a convivere dentro gli stessi confini. Questa pesante eredità all’indomani della decolonizzazione è stata la ragione delle interminabili guerre tribali che ancora insanguinano l’Africa. Quasi allo stesso modo “gli italiani”, una mescolanza di etnie, lingue e culture, a tavolino, sono stati costretti a convivere assieme, seppur all’interno di quei confini naturali che tuttavia per i potenti dell’epoca delimitavano solo un’“espressione geografica”, e alla caduta della monarchia, i padri costituzionali, invece che correggere questa forzatura cambiando l’assetto dello Stato Italiano in senso federale, hanno perpetuato quest’eredità monarchica che è lo stato unitario.
Per la Lega, il “progetto Padania”, che ha ovviamente anche motivazioni economiche, rappresenta il prototipo per un’Italia federale più giusta e consona alla natura delle popolazioni italiane. È perciò che non v’è contraddizione tra la Padania (intesa come federazione di territori, alcuni dei quali con spiccate identità etniche come Valle d’Aosta, Alto Adige o Friuli–Venezia Giulia) e il Veneto, che per voce del suo Governatore L. Zaia rivendica a sua volta la propria identità etnica, culturale e linguistica affermando «il Veneto come la Catalogna». Pertanto, la Padania stessa, come l’Italia, non è certo omogenea dal punto di vista etnico-linguistico, nessuno vuole e può negarlo, tuttavia esistono ragioni di altra natura che la distinguono dal resto dell’Italia:
- Geografiche. Il suo territorio, con eccezione della Toscana, coincide in pratica col bacino idrografico delimitato a nord dallo spartiacque delle Alpi, a est da quello dell’Appennino Ligure e a sud da quello degli Appennini settentrionale e umbro-marchigiano.
- Climatiche e metereologiche.
- Storiche. Con l’eccezione della Toscana, la Padania coincide esattamente con l’area di espansione dei Galli cisalpini, Marche incluse, occupate dai Galli Senoni, da cui il toponimo Senigallia e, inoltre, assieme alle regioni centrali, la Padania rappresenta anche l’area che storicamente ha sempre goduto di maggior indipendenza e autonomia, diversamente dal meridione che al contrario, ha subito diverse dominazioni straniere.
- Culturali. Il confine sud della Padania delimita l’area dov’è comune il sentimento civico e la percezione dello Stato come un’entità appartenente a tutti. A sud invece lo Stato è percepito per lo più come qualcosa di estraneo e la solidarietà è esercitata nello sfruttarlo o peggio truffarlo, anche come conseguenza delle dominazioni straniere. Inoltre, nella Padania il concetto di lavoro è abbinato a quello di produttività mentre a sud è inteso come mero salario, prevalendo le logiche assistenzialistiche e parassitarie ed è perciò che la Padania rappresenta sostanzialmente l’insieme delle regioni virtuose mentre il resto d’Italia quello delle regioni sprecone. Nel meridione, le contribuzioni a fondo perduto sono oggetto di contestazione a causa dell’uso distorto che spesso si fa del denaro pubblico. Le imprese mirano molto spesso alla massimizzazione dei finanziamenti pubblici piuttosto che al successo del progetto. Si comprende così il fallimento di molte imprese che sono nate in seguito all’erogazione di agevolazioni finanziarie pubbliche.
- Sociali. La Padania è l’area dove ancora la società civile prevale sulla criminalità organizzata, mentre più a sud la società civile d’interi territori è ostaggio dell’illegalità e della brutalità delle organizzazioni mafiose. Quando Signorini (stigmatizzando un’affermazione del ministro Brunetta, che aveva individuato nella conurbazione Napoli-Caserta un “cancro sociale e culturale”) afferma che «il cancro italiano non è in una regione italiana ma nella criminalità organizzata», sa bene di essere in malafede. Là, come in altre parti della Calabria, della Sicilia e della Puglia, le varie mafie non sarebbero così forti e potenti se non si alimentassero di quell’humus malefico che è la cultura mafiosa, che permea la popolazione stessa, tanto che in quei luoghi si può dire che ogni persona è un “portatore sano” di mafiosità. Ciò spiega anche il fatto che le mafie riescano meglio a infiltrarsi in altri territori come il Nord d’Italia, gli Stati Uniti, il Canada o altrove, quando possano contare sull’appoggio di una colonia d’immigrati conterranei.
- Etniche. La tendenza della Lega ad aumentare i propri consensi da sud a nord è probabilmente correlata anche a una diminuzione della latinità delle popolazioni che progressivamente si approssimano, nella genetica e nei comportamenti, a quelle nord-europee. In questo quadro trova esplicazione anche l’avversione dei padani per la “colonia romana” che s’impadronisce dei ruoli pubblici, dal prefetto fino all’umile postino. Il fatto poi che la Lega abbia più consensi nelle zone rurali rispetto a quelle metropolitane riflette la maggiore omogeneità etnica di quelle rispetto a queste ultime. Ammesso pure che ciò riveli una certa diffidenza degli abitanti del contado nei confronti dei metropolitani, basterebbe citare a riprova la favola esopica “Il topo di città e il topo di campagna” e non paragonare i leghisti veneti o brianzoli ai nazisti, ai Khmer rossi cambogiani e ai talebani come fa il Signorini in maniera assolutamente offensiva, pretestuosa e ridicola affermando che: «E’ nota la presenza di un diffuso atteggiamento etno-nazionalista all’interno del movimento leghista che vede con sospetto, se non aperta ostilità gli abitanti dei centri urbani, atteggiamento invero pericolosissimo perché (anche se con toni diversi) comune sia al nazionalsocialismo sia ad altri movimenti genocidari, ad esempio i Khmer rossi». «L’atteggiamento di sospetto/ostilità nei confronti della città è comune, inoltre, ai talebani afghani».
Il secondo punto della sintesi finale di Signorini, ossia che la Lega sarebbe «intollerante nei confronti delle alterità» è poi assolutamente discutibile, anche perché essa fonda il suo consenso su una buona fetta del voto cattolico, affermare poi addirittura in una nota a calce che vi sarebbe una «singolare coincidenza tra leghismo e fondamentalismo islamista» è ancor più ridicolo e inaccettabile.
Piuttosto, con l’esplodere del fenomeno migratorio la Lega ha dovuto assumere una posizione a riguardo e pur essendo un partito regionale, ha agito nell’interesse di tutti gli italiani sostenendo l’idea che l’immigrazione non dovesse essere un fenomeno incontrollato ma regolato da norme che ne limitassero i flussi alle capacità di assorbimento del tessuto socio-economico italiano, in modo che l’immigrante fosse accolto in modo dignitoso, proficuo e non discriminatorio nei confronti degli autoctoni, contrastando nello stesso tempo la clandestinità, spesso fonte d’illegalità e d’insicurezza sociale per questi ultimi.
Al contrario di certa sinistra, anche cattolica, ha fortemente contrastato l’ideale utopico che tutti i derelitti del mondo potessero essere accolti e sostentati e ha agito piuttosto come chi dopo un naufragio accoglie nella scialuppa i naufraghi che questa può sopportare senza affondare a sua volta.
Un’accoglienza indiscriminata può diventare una bomba sociale innescata, capace di esplodere improvvisamente com’è successo a Rosarno a causa della situazione di disagio, sfruttamento e disperazione in cui vivevano gli emigrati clandestini o a Casal di Principe dove sei africani sono stati barbaramente massacrati per aver sfidato la camorra; ma è soprattutto nelle aree metropolitane, dove con il tempo si creano i ghetti d’immigrati di seconda o terza generazione, che la situazione può diventare ingovernabile, come dimostrano le rivolte periodiche che esplodono nei quartieri degradati di Parigi o Londra quando la polizia cerca di ripristinare la legalità.
Un altro aspetto della questione che la Lega sostiene, al pari delle organizzazioni umanitarie mondiali ma che certa sinistra cerca di ridicolizzare, è quello di voler aiutare le popolazioni in difficoltà a casa loro, nella convinzione che raramente l’emigrazione sia una scelta ma di solito una necessità. Sebbene sia più facile accogliere gli immigranti, la Lega ritiene più giusto concentrare gli sforzi in questa direzione, riducendo quei fenomeni deleteri come povertà, sottosviluppo, guerre e persecuzioni che spingono gli uomini a emigrare, perché tutti dovrebbero poter vivere in pace e dignità a casa loro e non essere costretti ad abbandonare famigliari, amici, usi, costumi, consuetudini e doversi per necessità confrontare con realtà estranee e a volte ostili. Questo deve valere a maggior ragione per le popolazioni dell’Africa, dove gli europei hanno la possibilità di rimediare ai danni causati dalla colonizzazione e in precedenza citati.
Ai sostenitori del mondialismo può sembrare affascinante osservare questo incontro-scontro di civiltà e immaginare nel futuro un pianeta costituito da un’unica popolazione risultato dell’integrazione tra tutti i popoli della Terra, ma la verità è che non esiste un emigrato di prima generazione che non sogni di tornare nella sua terra natale e, spesso, si assiste anche al rientro di emigranti di seconda e terza generazione.
Se la biologia insegna che la sopravvivenza delle specie viventi sta nella ricchezza delle diversità, perché negare alla specie umana le differenze razziali, etniche e culturali e dissolverle mescolandole nell’unico grande popolo della Terra? È su queste differenze che agirà la selezione naturale facendo emergere di volta in volta la civiltà che meglio si adatterà alla situazione contingente. Uno sguardo a ritroso nella storia dell’umanità non fa che dimostrare questo principio con l’avvicendarsi di nuove civiltà e lo scomparire di altre vecchie e inadeguate ai tempi.
Qui sta la questione fondamentale, quale sarà la civiltà che prevarrà nel prossimo futuro?
La Lega, diversamente da quanto si possa pensare, non generalizza sugli emigranti, ma discrimina, tanto a livello d’individui, accogliendo chi rispetta le nostre leggi ed espellendo chi le infrange, quanto a livello di comunità, accettando quelle che hanno la nostra scala di valori o similare e ostacolando quelle che se ne discostano sensibilmente.
Le comunità degli extracomunitari cattolici del Sudamerica, della Polonia, delle Filippine, della Cina e dell’Africa, quelle dei cristiano-ortodossi dell’Europa centro-orientale, quelle asiatiche di buddisti, induisti e seguaci di Confucio sono tutte ben diverse da quelle islamiche per il semplice motivo che le loro civiltà al pari della nostra hanno da tempo separato la sfera religiosa da quella politica. Fintanto che i mussulmani non accetteranno il laicismo, i margini di dialogo tra politica e Islam rimarranno piuttosto ristretti.
Sebbene anche all’interno dei paesi islamici ci siano delle differenze tra mussulmani più moderati e occidentalizzati come turchi, marocchini e tunisini e quelli via via più rigidamente legati ai dettati del Corano fino ai regimi teocratici come quello iraniano, tuttavia, inutile farsi illusioni, un vero mussulmano nel suo intimo non accetterà mai del tutto i nostri valori condivisi. Per quanto esternamente possa sembrare occidentalizzato, il suo obiettivo inconfessabile sarà sempre quello di islamizzare l’occidente e non il contrario perché questo gli impone il Corano. Altrimenti come si spiegherebbero il fondamentalismo dei giovani islamici inglesi di terza generazione che hanno realizzato attentati terroristi a Londra e la fine misera che stanno facendo gli ideali democratici all’indomani delle insurrezioni popolari in Egitto e nel Medio Oriente?
Per sommi capi i valori condivisi degli europei discendono dalla civiltà greco-romana (democrazia e diritto) dalla tradizione giudaico-cristiana (i dieci comandamenti, il rispetto per la vita e l’amore per il prossimo) dalla rivoluzione francese (libertà, fraternità e uguaglianza) e dalle lotte sociali (diritti dei lavoratori e delle donne e il pacifismo).
Gli europei hanno dovuto passare per i secoli bui del medioevo, farsi guerre interminabili, colonizzare altri paesi per capire i propri errori e giungere a quella sintesi di valori che ora sta scritta nelle costituzioni dei rispettivi Stati. Siamo sicuri che i paesi islamici abbiano fatto un uguale percorso o non siano ancora attardati nel corso della Storia?
È lecito affermare che nessuno è meglio dell’altro, anche se c’è sempre da apprendere da chiunque? La Lega dice no e ritiene che la civiltà occidentale, pur con tutti i suoi difetti, sia più avanzata di quell’islamica attuale, della quale non condivide svariati aspetti.
A dimostrazione della pertinenza delle preoccupazioni leghiste circa la pericolosità dell’islamismo importato, che a volte è addirittura più fondamentalista che nei paesi d’origine, si riporta qui a stralci la stessa nota in calce citata in precedenza nel lavoro del Signorini, in cui si pretendeva di equiparare il leghismo all’islamismo e da cui invece si può dedurre che la realtà è ben diversa:

L’islamismo esibisce una palese avversione nei confronti di tutti coloro che non appartengono alla “umma” (la comunità dei fedeli musulmani).
In Italia i musulmani sono passati da 600.000 nel 2000 a 1.000.000 nel 2006 (il 33% del totale degli immigranti presenti in Italia): la sfida è mantenere questi credenti all’interno di una dimensione del vissuto religioso come fonte e valore di senso e non come chiusura agli altri o, peggio, sistema da imporre.
Vari segnali purtroppo in senso contrario: ad esempio l’Imam Mohamed Kohaila che incita a uccidere gli atei (inchiesta di Annozero del 29 marzo 2007). Le posizioni degli islamisti sono peraltro le migliori alleate della Lega Nord che può facilmente usarle nella sua polemica contro tutti gli immigrati.
Anche nell’ambito del costume si dovrebbe porre un confine tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è: ad esempio accettare l’hijàb (che copre i capelli) ma non il niqab (che lascia scoperti solo gli occhi) o il famigerato burqa in quanto negano la dignità della donna.
Posizioni come quelle assunte (per eccessivo buonismo) in una circolare del Dipartimento della Polizia del dicembre 2004, che legittima (sovvertendo una legge del 1975 sul riconoscimento del volto) persino l’utilizzo del burqa, in quanto «segno esteriore di una tipica fede religiosa» e una «pratica devozionale», dovrebbero essere ritirate: vietare il niqab e il burqa non minaccia alcuna libertà religiosa mentre consentirlo, significa porre le catene alle donne che lo indossano (costrette con la forza o condizionate).
Forse la sinistra (affetta da buonismo) dovrebbe ragionare sull’inchiesta di Carlo Formigli (“un velo tra noi”, andata in onda su SKY TG 24 il 31/01/2007) che mostra Imam di diverse moschee italiane che si esprimono a favore di niqab, poligamia e dei governi di sinistra, auspicandosi l’introduzione della shari’a in Italia quando i musulmani saranno maggioranza.
In ogni caso poco incoraggianti sono anche le notizie che giungono dai paesi dove l’immigrazione islamica è presente da più tempo e con maggiore consistenza:
a) secondo un sondaggio del 2005 in Germania il 56% dei giovani immigrati turchi non vuole adattarsi ai costumi occidentali e il 30% è disponibile a ricorrere alla violenza contro i non musulmani se può servire alla comunità islamica.
b) secondo un sondaggio del 2007 in Regno Unito il 28% dei musulmani vorrebbe vivere sotto la shari’a, il 46% è favorevole alla poligamia, il 53% vuole che le donne indossino il velo; il 31% domanda la pena di morte per gli apostati della religione islamica;
c) a Stoccolma fra i giovani musulmani è di moda una t–shirt che reca la scritta “2030 – poi prendiamo il controllo” mentre a Malmö, prima città europea occidentale a maggioranza islamica, le comunità ebraiche sono costrette a spendere un quarto del budget in misure di sicurezza.
Un sondaggio condotto nel 2001 tra i musulmani in Italia indicava nel 58,4% la percentuale di coloro che, a vario titolo, sono favorevoli all’introduzione della poligamia (solo il 24,5% si dichiarava contrario e il 17,1% non sapeva rispondere). In un secondo sondaggio condotto nell’anno 2000 in Italia, il 6,3% degli immigrati musulmani considera religiosamente importante l’infibulazione delle bambine (Allievi, 2003, p. 247), tradizione che addirittura non trova alcun riferimento nel Corano!
Tra le recenti manifestazioni d’islamismo la dichiarazione di Gheddafi secondo cui l’Europa deve convertirsi all’Islam e il primo passo sarà l’entrata della Turchia nell’Unione Europea (presa di posizione che favorirà indirettamente proprio la Lega Nord, nonostante le responsabilità del Carroccio stesso nella politica di avvicinamento alla Libia). Non dimentichiamo che Gheddafi è ritenuto il mandante dell’attentato di Lockerbie nel 1988 che costò la vita a 260 persone (Bonante, 2001, p. 177).
Forse la sinistra italiana dovrebbe ragionare anche sul fatto (lo ribadiamo) che il “buonismo” verso gli islamisti è un modo per favorire la Lega Nord, Forza Nuova e altri movimenti razzisti. È quanto è accaduto in Olanda con il partito d’estrema PVV e oggi anche in Svezia. Il caso olandese, poi, rappresenta un autentico punto di riferimento su ciò che si deve e non si deve fare per evitare la deriva islamista. “Nella patria della libertà e della tolleranza, l’islam delle moschee ha edificato la sua più solida roccaforte d’Europa … La gran parte sono affidati a imam stranieri, guide religiose che non conoscono la lingua olandese, sanno poco o nulla della realtà dei musulmani di seconda o terza generazione, diffondono tramite i loro sermoni un’ideologia ostile alla civiltà occidentale. Il risultato è che hanno eretto e fortificato barriere nel contesto di un multiculturalismo che, dopo mezzo secolo di laissez faire e d’indifferenza, scopre oggi di aver cresciuto un nemico in casa che predica l’odio e ricorre alla violenza. Così, all’indomani dell’atroce sgozzamento di Theo van Gogh al centro di Amsterdam per mano di un terrorista islamico, la mite Olanda si è trovata costretta a contrattaccare, invocando a viva voce la «olandesizzazione» delle moschee e corsi di formazione degli imam con il placet dello Stato. L’obiettivo dichiarato è di isolare i fanatici e integrare la maggioranza dei musulmani nel pieno rispetto delle leggi e nella condivisione dei valori comuni. Ed è in questo cruciale passaggio storico che si registra l’affermazione, tra gli stessi musulmani, d’intellettuali e religiosi fautori di un «islam olandese» laico, liberale e democratico. E’ sufficiente avventurarsi nel quartiere di Nieuwland, Nuova terra, a Schiedam, alle porte di Rotterdam, per rendersi conto del baratro che separa i due mondi. E’ in realtà un ghetto turco che ci riporta indietro nei tempi. Lì ci sono più donne velate e imbacuccate di quante se ne possano vedere a Istanbul o Ankara. Pochissimi gli olandesi. Un ragazzo attende fuori dal supermercato in compagnia di un dobermann. Una signora anziana cammina tra palazzine popolari, i cui negozi recano solo insegne turche, affiancata da tre dobermann. Immagini emblematiche di una fortezza assediata. Di uno spazio sociale a compartimenti stagni che non ha mai conosciuto l’integrazione tra gli autoctoni e gli alloctoni, come vengono definiti i non olandesi anche se in possesso della cittadinanza. Tanto è vero che il 75 per cento dei turchi e dei marocchini, che costituiscono circa i due terzi del milione di musulmani d’Olanda, si sposano esclusivamente con propri compaesani. Attenzione, compaesani, non connazionali generici. Significa che il giovane turco o marocchino in età di matrimonio torna al villaggio d’origine, nell’Anatolia o sull’Atlante, e lì si sceglie la moglie. Poi insieme fanno rientro in Olanda, perpetuando una realtà di sostanziale segregazione etnica, confessionale, linguistica e culturale … la discriminazione avviene sin dalla tenera età, sui banchi di scuola. La maggioranza dei turchi e dei marocchini frequenta le cosiddette «scuole nere», boicottate dagli autoctoni olandesi che preferiscono concentrarsi nelle «scuole bianche». In aggiunta una parte dei musulmani frequenta le scuole islamiche parificate finanziate dallo Stato. Sono circa un centinaio, dalle elementari al liceo, dove oltre all’ordinamento scolastico olandese si studiano la religione islamica e la lingua araba. Le ragazze e le insegnanti hanno l’obbligo di indossare il velo e alle ragazze s’insegna che l’islam proibisce di stringere la mano ai maschi … La demonizzazione dei non musulmani è presente nelle prediche di un altro noto imam, il siriano Ahmed Salam della moschea di Tilburg: «Per quanto concerne coloro che non credono ai versi di Allah e che li indicano come bugie e quindi non credono in Allah e non si comportano in maniera confacente, sono coloro che non conosceranno felicità». Recentemente Abdel Salam ha rifiutato di salutare il ministro dell’Immigrazione Rita Verdonk perché «l’islam vieta di stringere la mano a una donna». La sessuofobia è il tratto saliente degli integralisti islamici nel Paese che ha fatto della libertà sessuale un vessillo. E ciò che maggiormente spaventa sono indubbiamente gli omosessuali, definiti «peggio dei maiali» da Khalil el Moumni, imam della moschea an-Nasr di Rotterdam. Haci Karacaer, responsabile del movimento islamico turco Milli Gorus, dalle cui fila è uscito anche il premier Erdogan, è assai critico: «Gli imam devono sviluppare un nuovo linguaggio. Anche quelli che non predicano la violenza predicano in un modo simile a quello di secoli fa. Se in una moschea qui durante la preghiera del venerdì si parla male degli infedeli, degli ebrei, dei cristiani e degli omosessuali, il musulmano quando esce a distanza di pochi metri vedrà infedeli, ebrei, cristiani e omosessuali. Ciascuno di loro potrebbe essere il tuo vicino di casa, il tuo capo, il tuo collega. Questi imam ogni giorno fanno impazzire i musulmani». Ricevendomi nella sua modesta abitazione alla periferia di Amsterdam dice: «Ci sono molti giovani, soprattutto giovani di lingua araba, che praticano un islam senza radici. L’islam di questi ragazzi è un “islam spazzatura”, che viene da Internet e dalla televisione satellitare. La causa di tutto ciò è la discriminazione, la sfiducia nella società e nel governo, ma anche la sfiducia nelle moschee. E’ un cocktail esplosivo. Questi ragazzi sono nati qui, eppure non c’è nulla che li faccia sentire olandesi. Si considerano marocchini». Yassin Hartog, un olandese convertito all’islam, è il coordinatore di «Islam e cittadinanza», un’organizzazione che funge da tramite tra le comunità musulmane e lo Stato. Spiega così la crisi d’identità dei musulmani: «Il giovane marocchino in patria era fiero del padre quando tornava dall’Olanda con un’automobile, ma, quando il giovane arriva in Olanda e scopre che il padre fa i lavori più umili rifiutati dagli autoctoni, gli crolla il mito del padre. Allora si mette a studiare e si laurea per emanciparsi, per diventare un vero olandese. Ma alla fine si ritrova comunque discriminato perché gli autoctoni lo rifiutano, magari facendogli notare che ha dei calzini non adatti alle scarpe che indossa». Alla fine per questi giovani di seconda o terza generazione la moschea appare come un rifugio e un riferimento certo sul piano identitario … Nella maggioranza delle moschee si prega e si fa il sermone in arabo classico … Le autorità olandesi e le organizzazioni islamiche riformiste chiedono che il sermone si faccia in olandese. E’ dal settembre 2002 che l’allora ministro dell’Integrazione, Hilbrand Nawijn, propone l’istituzione di corsi d’integrazione per imam, «al fine di istruirli sullo stato di diritto olandese, la divisione tra Stato e Chiesa, la formazione della popolazione olandese, la storia dei gruppi di migranti in Olanda, l’emancipazione, il rapporto tra uomo e donna, l’omosessualità e la salute in Olanda». Ed è ancora in corso il dibattito: a chi affidare questi corsi? Quali i contenuti degli studi? Chi li deve finanziare? Alla stazione di Schiedam Nieuwland, in attesa del treno per Rotterdam, un omone sfida i due gradi sotto zero esibendosi con una camicia e una giacca a vento aperta. Passeggia su e giù lungo la banchina. All’improvviso intona a voce alta dei versetti del Corano, indifferente agli sguardi attoniti degli olandesi. E’ come se l’estroverso predicatore islamico volesse marcare il territorio, seminare il verbo di Allah in terra infedele. Gli olandesi presenti, dopo averlo osservato a lungo, riprendono a parlare tra loro. Sono consapevoli che non possono più nascondersi dietro al sipario dell’indifferenza. Anche se probabilmente non sanno ancora bene cosa fare”. (Il Corriere della Sera, 22 dicembre 2004, “Le barriere di Rotterdam”).
Un pessimo segnale di un Islam italiano che sta diventando islamista è riferito al Congresso di dicembre 2004 dei Giovani Musulmani d’Italia. Su quel congresso Yassine Belkassem ha detto: “È incredibile che nel nostro paese si possa partecipare a una riunione dove vige la divisione dei sessi, nemmeno in Marocco ho mai visto una cosa del genere. Da un lato erano seduti i maschi e dall’altro le femmine. Per non parlare dell’apologia del velo cui abbiamo assistito. Una ragazza è intervenuta ribadendo la sua scelta di non indossarlo, ma è stata fischiata e additata come una poco di buono, tanto che lo stesso neo presidente Osama Al-Saghir è dovuto intervenire auspicando che il prossimo anno la ragazza ritorni, ma velata. Addirittura Al -Saghir ha affermato che il velo è un obbligo religioso”. Il velo non più come scelta ma come obbligo! Ma non c’è problema (come ha mostrato un servizio del TG3 del 17/09/2010, edizione delle 19.00): ci sarà sempre un volenteroso giornalista – di sinistra – pronto a difendere persino il niqab come espressione di libertà religiosa contro il “pregiudizio” degli italiani, senza manco porsi il problema se il velo integrale sia un retaggio medioevale di sottomissione della donna che nulla dovrebbe avere a che fare con l’Islam. Occorre ribadirlo: dietro al niqab e il burqa non c’è mai una donna libera (o è una donna sottomessa o è una donna condizionata) perché è una pratica che nega la persona. La persona, infatti, si esprime attraverso i gesti del viso: sorriso, pianto, ecc. Se verrà accettata la pratica di niqab e burqa, entro breve qualcuno chiederà di essere libero di seguire tradizioni più brutali per la donna come l’infibulazione (usanza popolare in varie culture d’Africa).

Come se ne può dedurre, l’islamismo mette in dubbio molte delle sofferte conquiste europee circa i diritti basilari delle persone e considera i costumi occidentali corrotti e depravati. Gli stessi mussulmani moderati si trovano in difficoltà nello contrastare il fondamentalismo islamico.
A causa di queste manifestazioni estreme e piuttosto condivise nelle comunità mussulmane (come non ricordare i casi di cronaca delle ragazze sgozzate dai famigliari maschi perché volevano integrarsi e vivere all’occidentale) la Lega ha sempre cercato democraticamente di limitare la diffusione dell’Islam in Italia, piuttosto che cercare una difficile e al momento alquanto improbabile integrazione. Pertanto, se uno squilibrato o un esaltato, in contrasto con gli stessi valori occidentali, imbraccia un fucile e uccide persone innocenti, non si può accusarla d’istigazione alla violenza razziale.
Quest’accusa appare come una strumentalizzazione politica vergognosa e odiosa fatta a spese di quegli sfortunati ragazzi norvegesi massacrati sull’isola di Utoja e quando Signorini nel suo lavoro afferma che «Borghezio rappresenta, concretamente, l’elemento di punta di un nuovo fascismo che la Lega Nord ha incamerato al suo interno» è in totale malafede. Se fosse così importante per la Lega questo nuovo fascismo che essa avrebbe incamerato, il Consiglio Federale leghista non l’avrebbe richiamato e sospeso per tre mesi da ogni attività politica a nome della Lega in seguito alle sue dichiarazioni su Breivik, dandogli un chiaro segnale di quali sono i limiti oltre i quali la Lega come partito non può trascendere, pena l’espulsione definitiva.
La Lega, infatti, è più espressione di un voto cattolico moderato che neofascista e tra i motivi che l’hanno aiutata a crescere nei consensi, bisognerebbe piuttosto collocare la sufficienza e il pregiudizio con cui l’intellighenzia di sinistra, superba e autocompiacente, convinta di detenere il primato culturale (e di cui il Signorini rappresenta un solerte illustratore) ha tentato di ridicolizzare la Lega ai suoi esordi e poi di demonizzarla quando i suoi consensi aumentavano, soprattutto tra la gente più semplice, umiliata e offesa per le proprie idee, di cui Bossi ne è divenuto l’atteso e giusto interprete.
Invece, alla fine del suo lavoro sulle ragioni del consenso alla Lega, Signorini dice: «la Lega nata fuori dal mondo televisivo è oggi un movimento che si avvantaggia del potere dei media più ancora che della presenza nel territorio» e poi «alla Lega basta che siano i mass media a irrorare il territorio delle paure di cui la Lega si nutre, che essi fertilizzino la coscienza della gente con il pregiudizio». Sarebbe curioso sapere cosa ne pensano di queste affermazioni Michele Santoro e i vari conduttori dei programmi politici opinionisti di sinistra, accusati di favorire la crescita dei consensi per la Lega. Personalmente ritengo che i mass media, pur enfatizzando di regola gli argomenti e i fatti che a loro interessano, riportino sostanzialmente la realtà delle cose.
Piuttosto, la sinistra antiberlusconiana ha pagato anche il fatto di aver assunto delle posizioni unicamente di bandiera e poco convinte nei confronti dell’islamismo, come ben traspare dalle affermazioni dello stesso Signorini a proposito del suo eccessivo “buonismo”.
D’altra parte, l’antiamericanismo delle sinistre estreme, eredità ancor viva del periodo della guerra fredda, simpatizzando con il fondamentalismo islamico di Bin Laden, che a loro vedere lottava contro l’imperialismo degli Stati Uniti, ha perfino ipotizzato che centri di potere statunitensi non ben identificati abbiano pianificato l’attacco dell’undici settembre alle torri gemelle e al Pentagono.
G.I.V.

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